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Posts Tagged ‘allegria’

Intanto, nell’attesa  di  scrivere  un  post  denso  di  significati  o  almeno  evocativo  ed  emozionante, vi  lascio  un’immagine  che  di  poetico  non  ha  davvero  nulla  ma  qualcosa  evoca  comunque: la  tipologia  di  maschio  cavernicolo. Si  prega  di  cliccare  l’immagine  per  ingrandirla  e  osservarla  meglio, in  modo  da  gioire  di  fronte  a  simile  visione:

vero  uomo

Dopo  aver  trovato  su  internet  questa  perla, avrei  forse  potuto  esimermi  dal  condividerla  con  i  miei   lettori?

 

P.S. Mi  sono  accorta  soltanto  ora  che  è  inutile  cliccare  sull’immagine  perché  non  si  ingrandisce. Pazienza, la  si  può  ammirare  ugualmente  in  tutto  il  suo  splendore.

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ciambellone_rid

Oggi  pubblico  la  ricetta  di  un  dolce  buonissimo  che, negli  ultimi  tempi, sto  preparando  con  grande  soddisfazione. La  ricetta  si  può  trovare  su  molti  altri  siti, ma  è  un  bene  riproporla  più  volte  soprattutto  perché  ciascuno  la  fa  e  la  spiega  a  proprio  modo  e  io, che  amo  essere  molto  precisa, ho  intenzione  di  lasciare  alcuni  suggerimenti  che  sono  indispensabili  per  ottenere  un  risultato  eccellente.

La  torta  si  chiama  anello  perché  si  tratta  di  un  ciambellone. Dapprima  elencherò  gli  ingredienti, poi  una  serie  di  consigli  per  non  commettere  errori  durante  la  preparazione  e  infine  trascriverò  il  procedimento.

Ingredienti
– 450 gr. di fecola  di  patate
– 250 gr di zucchero
– 250 gr di burro
– 4 uova
– 1 bustina di lievito
– zucchero a velo

Consigli

Per  non  avere  spiacevoli  sorprese  durante  e  dopo  la  preparazione, occorre  seguire  alcune  regole, in  realtà  valide  per  ogni  tipo  di  torta  che  si  voglia  realizzare:

– burro  e  uova  devono  essere  rigorosamente  a  temperatura  ambiente. Ciò  significa  che  occorre  toglierli  dal  frigo  almeno  tre  ore  prima  di  iniziare  a  preparare  il  dolce.

– prima  di  unire  lo  zucchero  al  burro  già  ammorbidito (essendo  stato  fuori  dal  frigo  per  almeno  tre  ore, il  burro  è  già  morbido), bisogna  lavorare  quest’ultimo  da  solo  girandolo  con  un  cucchiaio  di  legno  in  modo  da  fargli  raggiungere  la  consistenza  di  una  pomata.

– sia  la  fecola  sia  gli  albumi  devono  essere  sempre  aggiunti  all’impasto,  con  un  cucchiaio  di  legno  o  una  spatola, con  movimenti  dal  basso  verso  l’alto. Solo  così, infatti, il  composto  non  si  smonta, oltre  a  rimanere  morbido.

Procedimento

Aggiungere  lo  zucchero  al  burro  precedentemente  lavorato  e  ridotto  a  “pomata”. Per  fare  ciò  ci  sono  due  possibilità: si  possono  usare  le  fruste  elettriche  oppure  si  può  fare  il  procedimento  a  mano. Io, in  questo  caso, preferisco  lavorare  a  mano  perché  il  risultato  è, a  mio  parere, superiore. In  ogni  modo, qualsiasi  sia  la  vostra  scelta, consiglio  di  aggiungere  lo  zucchero  a  poco  a  poco, progressivamente. Terminato  questo  passaggio, occorre  aggiungere  al  composto  i  4  tuorli  (bisogna  infatti  separare  i  tuorli  dagli  albumi). I  tuorli  devono  essere  aggiunti  uno  alla  volta  e, prima  di  aggiungerne  uno, occorre  sempre  che  l’altro  sia  stato  completamente  assorbito.

A questo punto, aggiungere  a  poco  a  poco  la fecola, il lievito  ed  eventualmente  un  aroma  a  piacimento, tipo  la  scorza  di  un  limone  o  la  vaniglia, il  tutto, come  ho  scritto  sopra, con  movimenti  dal  basso  verso  l’alto. A  questo  punto  si  ottiene  un  composto  abbastanza  compatto, quasi  solido, al  quale  bisogna  aggiungere  delicatamente – cioè  sempre  con  movimenti  dal  basso  verso  l’alto – gli  albumi  montati  a  neve  fermissima.

Versare  l’impasto  in  una  ciambelliera  di  26  cm  di  diametro  e  cuocere  in  forno  a  170  gradi  circa (non  superare  i  175: trattandosi  di  un  dolce  a  base  di  una  montata  di  burro, non  bisogna  eccedere  col  calore). In  genere  basta  un’ora  per  la  cottura, ma  tutto  dipende  dal  proprio  forno. Io  la  cuocio  nel  fornetto  estense  e  impiego  un’ora  scarsa.

Una  volta  raffreddato, cospargete  il  dolce  con  lo  zucchero  a  velo. E  buon  appetito! 😀

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foglie colorate, grande albero, giardino, autunno, foglie secche 161739

Ed  è  il  primo  giorno, il  primo  giorno  d’autunno. Il  sole  splende  di  allegria,  ma  è  un’altra  stagione – intensa, vibrante, arcana.

È  lo  scivolare  adagio, con  sottile  compiacimento, verso  pomeriggi  ancora  luminosi  ma  incerti, densi  di  memorie  e  d’indecifrabili  sospiri – pomeriggi  fragili  e  insicuri,  ma  orgogliosamente  vivi. È  il  procedere  sinuoso  verso  le  ombre  senza  provare  alcun  timore, senza  desiderare  altro  se  non  fondersi  con  l’aria  fredda  e  malinconica, con  le  foglie  smarrite  al  vento, col  cielo  che  diventa  metallo. È  il  pensiero  limpido  e  fermo  di  quel  che  eravamo, di  ciò  che  non  è  più, dello  spegnersi  lento  e  poi  rinascere  nonostante  la  nebbia.

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Per  la  prima  volta  dall’inizio  dell’anno, oggi  ho  chiuso  le  persiane  della  mia  camera  alle  quindici  del  pomeriggio. Questo  atto  semplice  e  banale, in  apparenza  insignificante,  è  il  segnale  dell’arrivo  della  nuova  stagione: l’estate. Quando  il  sole  è  troppo  forte  non  resta  altra  via  se  non  cercare  di  ripararsi, per  evitare  che  le  stanze  si  riscaldino  troppo. Un  atto  banale, come  ho  detto. Ma  di  banalità  si  nutre  tutta  la  nostra  esistenza, costellata  da  atti  ripetitivi,  pensieri  costanti,   piccoli  riti,  scialbe  noie  quotidiane.  E  tutto  ciò, in  fondo, ha  più  importanza  di  tanto  altro.

L’estate  arriva  dopo  una  primavera  strana, a  tratti  scostante, mutevole  e  immatura.  L’estate  arriva  col  suo  carico  di  allegria – a  volte  fittizia –  con  la  sua  immancabile  prepotenza, con  i  suoi  inviti  ad  abbandonare  la  riflessione  e  a  disperdersi  nel  mondo, a  fermarsi  alla  superficie  delle  cose, a  ridere  di  gusto, a  sentirsi  ragazzi  sempre  e  nonostante  tutto. Arriva  e  ci  esorta  a  tralasciare  certi  doveri, a  fermarci, a  indossare  mille  colori, a  fuggire  verso  il  mare  o  sui  monti, a  sognare  l’impossibile.

banti

Talvolta, si  vorrebbe  stare  da  soli  a  contemplare  l’estate, ad  ammirare  il  dispiegarsi  della  sua  forza, di  quel  suo  vigore  che  sembra  non  conoscere  fine.  Si  vorrebbe  stare   su  una  terrazza, circondati  dal  verde,  in  muto  colloquio  coi  fiori  e  con  le  colline  all’orizzonte. Sicuri, almeno  per  una  volta, di  essere  compresi.

 

(Nell’immagine  il  dipinto  In  terrazza,  di  Cristiano  Banti)

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rabbia

Una  delle  tante  caratteristiche  di  Facebook  è  la  presenza, in  esso, dei  cosiddetti  rancorosi-social. Eh  sì, su  Faccialibro  non  abbondano  soltanto  i  profeti  intenti  a  dispensare  pillole  di  saggezza  alle  povere  pecorelle  smarrite, ma  c’è  anche  una  nutrita  schiera  di  individui  che  usa  il  mezzo  per  sfogare  ira  e  rabbia   verso  persone  come  amici, ex  fidanzati/e, ex  compagni di  scuola, parenti  e  affini.  Che  ciascuno  di  noi, nella  vita,  prima  o  poi  provi  rabbia  e  rancore  verso  qualcuno, è  un  dato  noto; e, lasciando  da  parte  inutili  moralismi,  è  naturale  volersi  vendicare  di  qualche  torto  o  volersi  sfogare  a  parolacce. Solo  che  tutti  questi  sentimenti, senza  dubbio  legittimi  e  umani, vengono  inevitabilmente  banalizzati  se  ridotti  al  linguaggio  tipico  di  Faccialibro, cioè  alle  solite   frasette  sentenziose,  e  possono  suscitare – ahimè – qualche  risata.

Il  rancoroso-social  si  alza  di  mattina  abbastanza  torvo  e, dopo  aver  trangugiato  malamente  il  cappuccino  della  prima  colazione, rischiando  di  soffocarsi  per  la  rabbia  che  cova, si  collega  a  Faccialibro  col  cellulare  o  con  lo  smart-qualcosa, e  digita  in  fretta  il  pensiero  che  non  riesce  a  tenersi  in  corpo, condividendolo generosamente  con  tutti  gli  abitanti  del  globo.

Alcuni  esempi  di  frasi  tipiche  del  rancoroso-social:

– tanto  lo  so  che  mi  leggete, ma  io  non  ho  paura  di  nessuno! (Rancoroso  appartenente  alla  sottospecie  del  coraggioso-social).

– tanto  la  ruota  gira  e  quello  che  è  capitato  a  me domani  toccherà  a  voi! (Della  serie: chi  la  fa, l’aspetti! Questo  è  il  rancoroso  jettatore)

– non  credere  che  non  me  ne  sia  accorto/a! Ci  siamo  intesi, eh! (Rancoroso  in  salsa  criptica: sa  di  essere  su  Faccialibro, sa  che  l’umanità  lo  guarda, e  quindi  sì, vuole  che  gli  altri  sappiano, ma  anche  no, che  non  sappiano  fino  in  fondo)

– ci  sono  delle  persone  che  fanno  sempre  una  doppia  faccia, ma  io  me  ne  frego! (e  se  te  ne freghi, perché  allora, di  grazia,  lo  scrivi  qui?)

– non  farti  illusioni  se  hai  1000  amici  su  Facebook! Gesù  ne  aveva  solo  12  ed  è  stato  tradito. (Rancoroso  pessimista  affetto  da  manie  religiose)

– potete  accusarmi  di  tutto, ma  non  di  mentire. Io  sono  sempre   sincero/a  e  perciò  vi  dico  in  faccia  ciò  che  penso  di  voi! (Sì, sì, in  faccia  lo  dici, cioè  su  Faccialibro)

– c’è  della  gente  che  non  sa  quello  che  dice! Ma  io  tiro  dritto  per  la  mia  strada! (E  fai  bene! Pensa  un  po’  se  tirassi  storto!)

 

Su  Faccialibro  è  presente  anche  un’altra  tipologia  di  utente: il  social-viveur  altrimenti  detto  estroverso-patologico. Costui  vuole  dimostrare  al  mondo  intero – che  in  effetti  avverte  l’esigenza  di  tale  dimostrazione – di  essere  un  soggetto  che  partecipa  a  tante  feste, che  si  riunisce  con  caterve  di  amici, che  trascorre  l’esistenza  fra  un  divertimento  e  l’altro  e  che  ride, ride  sempre, non  smette  mai  di  ridere. Allora  che  fa? Semplice: pubblica  a  raffica  le  foto  delle  cosiddette  feste  cui  partecipa. Attenzione, però: non  sto  parlando  di  chi  pubblica  un  po’  di  simpatiche   fotografie;  mi  riferisco  a  quelli  che, per  ogni  singola  festicciola  alla  quale  partecipano,  pubblicano  un  intero  book  fotografico, un’orgia  incontenibile  di  fotografie  che  li  ritraggono  in  tutte  le  situazioni  possibili  pur  di  eternare  la  magnificenza  di  simile  riunione: foto  vicino  all’amico  con  birra  in  mano, poi  con  un  bicchiere  di  vino  e, in  seguito, con  un  pezzo  di  pizza  nella  medesima  mano; successivamente, foto  con  dito  indice  puntato  verso  una  una  specie  di  torta, e  almeno  due  o  tre  foto  ancora  con  il  medesimo  dito  puntato  verso  i  resti  di  un  panino  e  alcuni  tramezzini; a  seguire  altre  foto  con  l’amico  che  gli  fa  le  corna  sulla  testa  e  con  tutti  gli  altri  amici  che, a  turno, si  esibiscono  nel  medesimo  rito  delle  corna. Non  può  mancare, ovviamente, la  foto  clou  della  serata, quella  in  cui  sono  tutti  sdraiati  a  mucchio  sul  divano, quasi  uno  sull’altro.

Ecco, dopo  aver  visto  un  centinaio  di  foto di  questo  tipo,  sorge  il  sospetto  che  al  social-viveur  o  estroverso-patologico  non  interessi  nulla  della  festa  in  sé, ma  che  vi  abbia  partecipato  al  solo  di  scopo  di  fare  le  foto  per  postarle  poi  su  Faccialibro.

L’estroverso-patologico  non  teme  di  mostrarsi  Urbi  et  Orbi  nella  propria  intimità. Ne  ho  visto  uno – lo  giuro, non  sto  mentendo –  sdraiato  sul  suo  letto  in  pigiama, coi  piedoni  in  primo  piano  e  alcuni  piatti  di  vari  cibi  accanto  a  sé, anch’essi  sopra  al  letto; e  poi, in  un  angolo, la  visione  mistica: una  porta  aperta  sul  bagno  e, in  bella  vista, il  trono, altrimenti  conosciuto  come  water.

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holly

Tre  giorni  fa, 12  gennaio, questo  blog  ha  compiuto  sette  anni  di  vita. Che  strano  effetto! Sono  tanti  sette  anni  per  un  blog. Perché  non  festeggiarli – chiedo  venia  per  il  parolone – sorridendo? Lasciamo  da  parte  frasi  poetiche, riflessioni  profonde, pensieri  complessi, e  abbandoniamoci  a  qualcosa  di  non  troppo  impegnativo. A  tale  scopo  riscrivo, con  parole  un  po’  diverse, i  contenuti  di  due  post  d’argomento  frivolo  che  molti  dei  lettori  attuali  non  hanno  letto.

Premessa: anni  fa, su  molte  emittenti  televisive  private  c’erano parecchie   trasmissioni  con  cartomanti  e  affini  impegnati  a  leggere  il  futuro  ai  malcapitati  che  telefonavano. Ebbene, una  volta, allo  scopo  di  ridere, ho  guardato  una  di  queste  trasmissioni  e  ho  trascritto  alla  lettera  le  richieste  più  buffe  o  sconcertanti  di  chi  telefonava. Ecco  quattro  esempi:

Il  caso  di  una  fanciulla  straziata  dal  dolore  e  colma  di  sentimenti  profondi: “Il mio ragazzo è morto una settimana fa. Vorrei sapere se ne trovo un altro”.

–  Fanciulla  alle  prese  con  normali  dubbi  sentimentali: “Vorrei sapere se il rapporto con il mio ragazzo andrà bene”. Risposta  della cartomante:”Sì. Dimmi prima qual è il suo colore di capelli”. A  questo  punto, grande urlo  della  fanciulla: “Papà, di che colore ha i capelli il mio ragazzo?”.

Vicenda  di  signora  con  dubbio  amletico: “Ho sessant’anni e dovrei andare a convivere insieme a due uomini. Uno ha la mia età e l’altro ha ottant’anni. Vorrei sapere se quello di ottant’anni mi lascia l’eredità”. Risposta  della giovane cartomante, con  forte  accento bolognese: “Soccia, signora, è già dura vivere con uno!”.

Caso  di  donna  anziana  priva  di  ipocrisie  e  dotata  di  notevole  sincerità: “Accudisco tutti i giorni mia zia che ha più di novant’anni. Vorrei sapere se dura ancora molto o se finisce presto”.

Aggiungo  che  non  ho  inventato  nulla, neppure  una  virgola: ho  scritto  la  pura  verità, anche  se  può  sembrare  assurda. D’altra  parte, non  è  forse  vero che  la  realtà  a  volte  supera  la  fantasia?

A  proposito  di  realtà  che  supera  la  fantasia, tralasciamo  le  stravaganti  domande  ai  cartomanti  e  soffermiamoci  su  altro. Un  signore  anziano, conoscente  di  mio  padre,  amava  raccontare  bugie  ed  enormità  con  estrema  disinvoltura, tanto  che  molti  si  riunivano, di  sera, in  un  certo  bar  all’aperto  per  ascoltarlo  narrare  le  sue  improbabili  imprese. Era  un  bell’uomo, di  aspetto  distinto, ed  era  anche  una  persona  sensibile; però, purtroppo, aveva  questa  strana  mania  d’inventarsi  un’esistenza  parallela  volando  in  alto  con  l’immaginazione,  e, quando  incontrava  gli  amici, era  capace  di  trascorrere  ore  a  parlare  all’infinito  senza  che  nessuno  riuscisse  a  fermarlo. Per  comodità, schematizzo  le  principali  amenità  che  ci  raccontò  e  che  sono  passate  alla  storia  fra  quanti  l’hanno  conosciuto. Premetto  che, nella  vita, aveva  sempre  lavorato  come  artigiano  fino  alla  pensione, ma  sosteneva  con  convizione:

1) di aver fatto l’equilibrista e il domatore di leoni e di tigri al circo Orfei
2) di aver costruito centinaia di aerei
3) di aver visto Hitler in persona nel bel mezzo della Foresta Nera
4) di aver lavorato alla Nasa
5) di aver dipinto una riga su una bicicletta utilizzando la coda di un topo per farla dritta
6) di aver seguito ben tre corsi all’Accademia Militare di Modena
7) di essere nato sotto l’ala di un aereo
8) di aver avuto una nonna discendente da Toro Seduto.

Ma questo è niente: per narrare le sue gesta immaginarie occorrerebbe scrivere un romanzo. Mi  limito  soltanto  ad  altri  due  episodi. Una volta mi raccontò di aver trasportato un elefante del circo Togni su un camioncino, lungo una strada molto tortuosa, e mi disse che, durante la guida, l’elefante gli aveva leccato allegramente il collo con la proboscide. Un’altra volta, narrò a tutti i suoi amici che in casa non aveva più pace e che sua moglie non gli preparava mai pranzo e cena perché trascorreva tutta la giornata al telefono con la moglie di George Bush, allora Presidente degli Stati Uniti. 😮

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colori_d_autunno

La  giornata  è  stata  bellissima, una  sorta  di  primavera  d’autunno  pervasa  da  inarrivabile  dolcezza  e  delicato  splendore: il  sole  del  primo  pomeriggio  era  troppo  debole  per  illuminare  le  stanze, che  così  sono  rimaste  in  penombra,  senza  destare  però  alcuna  malinconia,  ma  soltanto  gioia  mista  a  infantile  stupore.

È  l’allegria  che  accompagna  certe  giornate  di  novembre, un’allegria  fatta  di  muta  soddisfazione, di  profondo, intimo  senso  di  calore. Col  sole  d’autunno, si  avverte  un  frenetico  senso  di  vita  sotto  le  calme  apparenze  dei  pomeriggi  sempre  più  corti, della  luce  sbiadita, dei  prolungati  silenzi  della  sera. Novembre  è  anche  questo: l’eterno  movimento, le  foglie  che  se  ne  vanno  adagio  ma  costanti, le misteriose  brume  del  mattino, le  voci  di  chi  è  scomparso, le  memorie  che  implorano  ascolto. E  poi  l’attesa  e  la  speranza  di  altre  giornate  baciate  da  questa  luce.

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