Alberi in fiore

Nel parco sotto casa mia, un albero è già ricoperto di fiori bianchi. Lo guardo stupita dalla finestra della sala e, in lontananza, scorgo anche delicate tinte rosa intrecciate a rami marroni, che parlano di un altro albero in fiore. La primavera è in anticipo, mentre l’inverno si è limitato a un passaggio fugace, sotto tono, come se avesse perso, chissà per quali ragioni, tutta la sua consueta arroganza.

Ma dell’inverno abbiamo bisogno, anche soltanto per desiderare la primavera e apprezzarla, e per prepararci a nuovi ritmi; dell’inverno abbiamo bisogno per temprarci, abituarci all’essenziale, chiudere porte e finestre e imparare ad aprirle soltanto al momento giusto. Peccato allora che, quest’anno, l’inverno si sia negato. Ingeneroso, egoista o forse soltanto troppo debole per imporsi.

Solo chi ha compreso

Sono stata esaudita: l’inverno, oggi, sta facendo il suo dovere. Piove da un cielo incolore, e piove con calma. Dalla finestra della sala, vedo gli alberi in fila sulla strada, rigidi e scuri, mentre il sentiero del parco, proprio qui sotto, è già invaso dall’acqua. Ma non avverto alcun sentimento di tristezza. Mi sembra persino di averli visti in sogno, quegli alberi, tanto tempo fa, un sogno a occhi aperti: ho sempre desiderato tornare qui, un giorno, a trascorrere l’autunno e l’inverno, e così è successo.

Non provo alcuna tristezza perché c’è qualcosa di nobile e dignitoso nella strada silenziosa e grigia, negli alberi senza foglie, nella severa sobrietà dell’insieme. Ci si sente in pace, protetti, in armonia col mondo – come un morbido gatto che si rifugia dentro una scatola e l’invade col suo calore.

L’ho già scritto: l’inverno ci sfida a comprendere l’importanza dell’essenziale, delle poche cose che davvero contano lungo questo cammino. Perché prima o poi, che lo si voglia o no, le foglie cadono, il cielo si fa cupo, il gelo diventa pungente, le porte restano chiuse; e, a quel punto, soltanto chi ha compreso la bellezza degli alberi spogli, e la loro tenacia, riesce a proseguire.

Gli alberi d’inverno

Durante l’infanzia e l’adolescenza, gli alberi spogli m’infondevano un’enorme tristezza. Adesso, invece, il mio sguardo è cambiato e penso che, quando si cominciano ad apprezzare i tronchi e i rami scuri, si è raggiunto un equilibrio profondo, si è raggiunta la capacità di muoversi nel mondo avendo compreso ciò che davvero conta, ciò che è essenziale, ciò che basta quando il resto si è dissolto – ed era un bene che si dissolvesse. In fondo gli alberi spogli sono la cifra più autentica di questa stagione, che c’insegna il valore della serietà, della concentrazione, dell’autosufficienza.

Di mattina, quando l’oscurità sta svanendo e il giorno comincia appena il suo cammino, è bello vedere gli alberi spogli sulla strada, soprattutto quando la nebbia li accarezza, velandoli. Ci si sente avvolti da un calore misterioso, da una forza inspiegabile, e no, non si ha bisogno di altro.

Luci e oscurità

Quando cala la sera, mi piace guardare le luci colorate – le luci di Natale – che fendono l’oscurità. Al di là dei vetri, al di là della portafinestra della cucina, lo spettacolo è coinvolgente e rassicurante: sui balconi dei palazzi e delle villette tanti colori, diverse armonie, intermittenze rosse, argento, oro, verde e blu salutano le feste e l’inverno, trionfano sul gelo e sulla nebbia. Sono il segno della festa, della nostra vitalità dirompente nonostante il gelo.

Soprattutto prima di cena, quando in genere esco per una breve passeggiata, mi piace vedere questo sfolgorio di luci mentre attraverso Viale Buon Pastore e i passanti sono rari, a parte le automobili che invece non mancano mai. L’inverno è duro, tutte le meraviglie dell’autunno sono scomparse: gli alberi sono soltanto scheletri rigidi e scuri, le poche foglie sui marciapiedi sono secche – miseri frammenti della stagione ormai dissolta -, ed è la monotonia del grigio scuro a dominare lungo le strade. Ma queste luci,  questo fremere audace di colori nella notte interrompe la severità dell’inverno. Come fosse un bel regalo.

Nebbia a novembre

Di mattina e da due giorni, la nebbia invade la città. Una nebbia fitta, spessa, che nasconde case e persone. Dalla portafinestra della cucina, è un vero spettacolo: una fitta coltre bianca dalla quale emergono soltanto gli alberi lungo la strada. Gli alberi con le loro foglie dorate e marroni, gli alberi che non cedono, gli alberi che ancora si aggrappano alla vita.

Sono giorni

Mentre il tempo passa, i colori di novembre si dispiegano in tutta la loro stupefacente bellezza: gli alberi sono vestiti di borgogna e di giallo, in contrasto con l’atmosfera spenta, sbiadita, evanescente che domina sulla città. Sono i giorni autunnali più intensi e misteriosi, questi; sono giorni che evocano profondità inconsuete e improvvisi abissi di solitudine. Ma sono anche i giorni dei ricordi, e degli scorci tranquilli, e della serenità che emerge orgogliosa dalle macerie; questi sono i giorni in cui finalmente chiudiamo innumerevoli porte, per trattenere soltanto l’essenziale.

Per sempre ottobre

Ottobre, purtroppo, si dissolve oggi sotto il peso dell’autunno che avanza. Sta terminando il suo percorso dopo averci regalato trentuno giorni di poesia, quella poesia accessibile soltanto a chi ama oltrepassare la superficie delle cose.

In genere ottobre comincia in sordina: all’inizio è un prolungamento di settembre, luminoso come un’estate tardiva e stranamente benevola. Gli alberi sono ancora verdi, almeno in buona parte, ma è chiaro che qualcosa sta cambiando. Mentre i giorni trascorrono, si scoprono i primi tappeti di foglie sulle strade, che sembrano quasi comparsi dal nulla; poi, a mano a mano che il tempo passa, ottobre assume tutte le caratteristiche del primo, vero, magico autunno: dagli alberi, le foglie cominciano a cadere costantemente e i loro colori si fanno intensi, vividi, quasi volessero esibirsi per gli spettatori più attenti e capaci di gratitudine.  A dominare sono ormai il giallo vivo, il rosso vermiglio, il verde screziato di nocciola e i toni del marrone, che richiamano la terra e la vita e la concretezza.

Anche il clima comincia a cambiare: le mattine sono più fredde, mentre una nebbia impalpabile, evanescente, sembra voler addolcire anche il cammino più malinconico. È il momento in cui ottobre s’insinua, con rarissima delicatezza, nei recessi dei nostri pensieri, e ci invita ad abbandonare il chiasso, i discorsi inconsistenti, certe miserabili futilità. La sua incomparabile grandezza consiste nel fare tutto questo senza costringere, senza ferire: ottobre invita, suggerisce, accoglie, è solidale. E oggi, congedandosi, ci regala pioviggine e  freddo e umori incerti, per abituarci a tollerare nebbie più dense, fitte oscurità, aspri sentieri.

Adesso

L’azzurro del cielo diluito, grigio e bianco che si mescolano adagio, esausti come i nostri poveri corpi accaldati. Le foglie degli alberi si muovono al vento, ma è una brezza incerta, come impaurita. L’estate, caparbia ed egoista, non cede.

Suonano le campane, in lontananza; e poi il rumore delle automobili, e le voci che non si spengono mai, neppure ad agosto.

Adesso sta cominciando a piovere.

Ancora

Passeggiare sotto la pioggia, mentre le strade sono vuote e il cielo intona un canto disperato, è un abbraccio con la solitudine, la solitudine più amata, quella che si sceglie senza remore.

Lungo la via, gli alberi sembrano brillare con tutta la vivace intensità della primavera, nonostante il vento freddo e il cielo quasi autunnale. Sono momenti rari, questi; sono le sfumature più bizzarre di una stagione che sa confondere, e inebriare, e sorprendere.

E sono ancora gli stessi passi – i miei passi -, quelli di tanti anni fa, quelli sepolti sotto il peso del tempo che s’illudeva di cancellarli. Sono gli stessi passi, quelli che sembrano dover parlare, quelli che non vogliono tacere. In fondo, la pioggia cade anche per questo.

 

Gli alberi e l’inverno

 

Gli alberi sono ormai senza foglie, poveri tronchi  e rami scuri inermi, costretti a tollerare il freddo. Ma la nebbia del mattino, densa, li avvolge quasi a proteggerli. La nebbia che sfuma ogni contorno, che ammorbidisce e nasconde, che sembra dormire e poi destarsi. Comincia l’inverno, con il suo grigio profondo – e il fango sulle strade, e il labirinto dei ricordi.

E allora buon Natale e buon inverno.