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Posts Tagged ‘adolescenza’

Quest’anno  la  primavera  è  arrivata  in  fretta, ben  prima  del  solito. In  genere, almeno  qui, marzo  comincia  con  un  umore  grigio  e  incerto, e  spesso  è  freddo, scostante, antipatico. Perciò  sono  stupita  di  fronte  a  questa  luminosità, a  queste  giornate  che  parlano  di  allegria, di  desiderio  di  uscire, di  novità. Siamo  nel  pieno  di  una  rinascita, confortante  e  avvolgente.

La  primavera, si  sa,  è  anche  un  po’  tentatrice: con  i  suoi  cieli  chiari  e  con  le  sue  ombre  pacate  e  rassicuranti, invita  al  sogno, al  cambiamento, alla  libertà. La  primavera, insomma, distrae, seduce  e  ammalia, evocando  l’adolescenza  con  le  sue  bellezze  e  i  suoi  infiniti  timori, con  la  sua  ingenua  allegria  e  le  sue  improvvise  tristezze, con  le  sue  assurde  fantasie  e  la  sua  irriverente  vitalità. Così, tornano  in  mente  le  uscite  con  gli  amici  e  le  amiche, certe  lunghe  telefonate  che  sembravano  non  voler  finire  mai, le  interminabili  conversazioni  del  sabato  pomeriggio, il  quieto, indisturbato  riposo  della  domenica. Certo, era  un’altra  stagione, un  altro  tipo  di  primavera. Però, al  di  là  del  ricordo  di  un  tempo  lontano  che  non  tornerà, resta  ogni  anno  una  speranza: la  speranza  che  la  primavera  sia  lunga  e  dolce  e  comprensiva.

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lettera

Ogni  tanto, mi  capita  di  pensare  a  quando  non  esisteva  internet. Ci  penso  perché  ho  vissuto  la  mia  adolescenza  senza  il  web,  e  quindi  conosco  per  esperienza  diretta  la  differenza  esistente  fra  il  modo  di  comunicare  che  abbiamo  oggi  e  quello  che  avevamo  quando  neppure  sospettavamo  che, un  giorno, ci  saremmo  tutti  ritrovati  qui, in  questo  mare  sconfinato  di  internet  a  divertirci, a  comunicare  facilmente  con  i  nostri  conoscenti, a  informarci, a  studiare  e  a  intrecciare  nuove  relazioni, abbattendo  barriere  temporali  e  spaziali. Bellissimo, non  c’è  dubbio. E  non  potrei  più  farne  a  meno.

Però, qualche  volta, ripenso  con  un  pizzico  di  nostalgia  alla  mia  adolescenza  e  sono  contenta  di  non  aver  avuto  a  disposizione  questo  mezzo. In  quel  periodo  di  comunicazioni  ‘lente’, io  e  le  mie  amiche  ci  scrivevamo  tante  lettere  per  parlare  di  molti  argomenti, seri  e  meno  seri, e  spesso  le  coloravamo  o  compravamo  la  carta  da  lettere  decorata, tutta  piena  di  fiori  e  ghirigori: era  un  modo  per  sottolineare  il  carattere  privato  e  gioioso  delle  nostre  comunicazioni.  Ci  scrivevamo  anche  se  ci  vedevamo  ogni  giorno  a  scuola  oppure  altrove, ci  scrivevamo  e  ci  scambiavamo  le  nostre  lettere  a  mano. In  genere  erano  lettere  molto  lunghe, che  presupponevano  una  scrittura  lenta  e  meditata. A  volte  impiegavamo  ore  a  scriverle, ma  amavamo  farlo.

D’estate, il  rito  dell’invio  di  cartoline  era  obbligatorio  e  nessuno  di  noi  si  sottraeva: andare  in  vacanza  senza  inviare  cartoline  alle  amiche  e  agli  amici  del  cuore  sarebbe  stato  impensabile, così  come  ci  sarebbe  sembrato  un  autentico  affronto  riceverne  poche. Poi  c’erano  le  lettere  che  arrivavano  da  lontano, quelle  che  ti  spediva  qualche  parente  o  qualche  amico  che  viveva  a  parecchi  chilometri  di  distanza; e  tu  stavi  lì, in  attesa  di  riceverle, e  contavi  i  giorni  che  impiegavano  per  arrivare. Ne  ho  conservate  alcune, così  come  ho  conservato  tutte  le  cartoline  che  ho  ricevuto, facendone  una  bellissima  collezione  di  cui  sono  felice  e  un  po’  orgogliosa.

E  voi  avvertite  un  pizzico  di  nostalgia  per  le  comunicazioni  ‘lente’?

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discoteca

Non  è  stata  l’assenza  di  idee  a  tenermi  lontana  dalla  tastiera, ma, al  contrario,  un  eccesso  di  esse. Può  sembrare  strano, può  sembrare  stravagante, ma  a  volte  mi  capita: sono  talmente  tante  le  cose  che  vorrei  scrivere, sono  così  vari  i  discorsi  sui  quali  vorrei  soffermarmi  che, alla  fine, non  scrivo  nulla.

Premesso  che  l’umanità  sopravvive  tranquillamente  anche  senza  i  miei  post, resta  il  fatto  che  non  riesco  ad  abbandonare  il  blog, che  ormai, dopo  otto  anni  di  costanti  aggiornamenti,  avverto  come  una  mia  piccola  creatura  bisognosa  di  attenzioni  e  di  coccole. E  come  si  fa  a  lasciare  sola  e  incustodita  questa  piccola  creatura  proprio  quando  è  iniziata  la  primavera? La  primavera  è  un’esplosione  di  vita, quindi  non  posso  far  morire  il  blog. Ma  di  cosa  devo  parlare? Di  questa  meravigliosa  stagione? Di  ricordi  remoti  nel  tempo? Di  sanissime  amenità?

A  primavera  è  quasi  inevitabile  riandare  con  la  memoria  all’adolescenza, che  è  la  primavera  della  vita. Mi  torna  in  mente  quando, di  domenica, andavo  in  discoteca  allo  Snoopy  e  vedevo  tipi  strani. Una  volta  rimasi  colpita  da  un  ragazzo  che  indossava  pantaloni  ad  anfora  con  una  fascia  alta  attorno  alla  vita  sottile  e  una  camicia  bianca  che  più  bianca  non  si  può; inoltre, aveva  lo  sguardo  un  po’  compunto  e  capelli  neri  lucidissimi  con  taglio  carrè. Collocato  al  centro  della  pista, costui  iniziò  a  ballare  una  song  di  Madonna  flettendo  le  ginocchia  a  tempo  e, contemporaneamente, muovendo  il  braccio  destro  su  e  giù  come  se  stesse  tirando  la  catenella  del  wc  in  bagno. La  cosa  bizzarra  è  che  costui  ballò  l’intera  canzone  facendo   sempre  questi  due  gesti  e  restando  serissimo, quasi  impassibile. Siccome  adoro  i  tipi  stravaganti, non  l’ho  più  dimenticato, anche  se  ancora  mi  chiedo  quali  fossero  le  ragioni  alla  base  di  quella  coreografia.

Chi  ricorda  quelle  situazioni  in  cui, sempre  in  discoteca,  arrivava  un  ragazzo  e  ti  sussurrava  che  un  suo  amico  voleva  conoscerti? La  prima  cosa  che  pensavi  era: ma  perché  non  viene  direttamente  lui  a  conoscermi? Però  la  situazione  era  carina, simpatica  e  forse  un  po’  ingenua. A  me  capitò  più  volte, ma  ricordo  con  precisione  soltanto  un  caso, il  caso  di  un  ragazzo leggermente  più  giovane  di  me: io  avevo  diciotto  anni  e  lui  ne  aveva  sedici. Solo  che – me  tapina! – a  quei  tempi  io  sospiravo  per  un  altro  e  quindi  non  riuscii  a  interessarmi  a  questo  tipo. Ricordo  però  che c’incontrammo  per  due  domeniche  successive  sempre  in  discoteca,  al  Charlie, e  io, per  intrattenerlo, gli  feci  una  testa  grande  come  un  palazzo  parlandogli  con  indefessa  continuità  di  cinema  e  di  libri. Credo poi  di  aver  capito  che, come  argomenti, non  lo  interessassero  molto  e  che  probabilmente  avesse  altre  mire, ma  fu  educato  e  sopportò  con  pazienza   di  ascoltare  anche  il  mio  imprescindibile  giudizio  sul  film  Gli  Aristogatti.

E  voi  avete  qualche  ricordo  particolare  legato  a  discoteche  e  affini?

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Durante  l’infanzia, uscivo  molto  spesso  da  sola: passeggiavo, andavo  a  fare  la  spesa  in  alcuni  negozi  del  mio  quartiere, mi  muovevo  senza  paura  e  con  sicurezza. Ricordo  che  cominciai  a  fare  tutto  ciò  già  all’età  di  otto  o  nove  anni. Per  la  mia  generazione – e  non  parlo  certo  di  chissà  quanto  tempo  fa – era  un’abitudine  abbastanza  generalizzata: i  genitori  ci  fornivano  alcune  raccomandazioni  di  base, tipo  non  parlare  con  gli  sconosciuti, non  salire  in  macchina  con  nessuno, non  accettare  caramelle  o  altro  da  nessuno  e  avvertimenti  simili. Io, che  ero  sveglia  e  avevo  un  caratterino  già  molto  forte,  ascoltavo  e  poi  uscivo  senza  farmi  problemi. Però  la  società  era  molto  diversa – Modena  stessa  era  molto  diversa.

Io  abitavo  al  quartiere  Buon  Pastore, un’area  residenziale  tranquilla, non  degradata  e  dalla  quale  si  poteva  raggiungere  il  centro  storico  in  un   quarto  d’ora  di  cammino. Quando  io  e  una  mia  amica, ancora  bambine, uscivamo  da  sole, in  realtà  eravamo  comunque  in  compagnia, perché  le  persone  anziane  che  abitavano  nella  nostra  stessa  zona  costituivano  un  involontario  gruppo  di  controllo. Ad  esempio, dopo  aver  fatto  cento  metri  scarsi  di  strada, incontravamo  la  rezdora  che  viveva  in  un  condominio  poco  distante  dal  nostro  e  si  informava  su  cosa  stessimo  facendo  e  dove  stessimo  andando; poi, dopo  altri  cinquanta  metri,  magari  trovavamo  un  umarell  che  ci  fermava  per  scambiare  due  battute; per  non  parlare  poi  degli  anziani  che  stavano  nei  cortili  a  chiacchierare, non  perdevano  di  vista  la  strada  e  i  bambini  che  passavano,  e  non  erano  mai  avari  di  parole  nei  nostri  riguardi. Insomma, erano  persone  che  avevano  un  senso  della  comunità  ormai  inevitabilmente  scomparso, visto  che, nell’arco  di  due  decenni  scarsi, stili  di  vita, valori  e  mentalità  si  sono  profondamente  modificati. Non  m’interessa  farne  un  discorso  del  tipo  allora  si  stava  meglio; non  m’interessa  perché  so  bene  che, in  realtà, per  alcuni  versi  i  bambini  possono  stare  meglio  ora. Penso  però  che,  forse,  quella  libertà  di  uscire  e  di  muoversi  senza  preoccupazioni  in  una  città  tranquilla,  sia  stata  un  piccolo  privilegio.

Poi  mi  viene  da  sorridere  quando  penso  ai  tanti  divieti  cui  sono  stata  sottoposta, divieti  spesso  privi  di  senso  e  che  a  volte  mi  hanno  anche  penalizzata, come, ad  esempio, il  non  poter  uscire  di  sera  durante  l’adolescenza  e  anche  oltre. Insomma, tanti  divieti  durante  l’adolescenza  ma  piena  libertà  di  andare  a  spasso  per  la  città  quando  ero  molto  piccola. Ognuno  interpreti  come  vuole  questo  tipo  di  educazione. Io  la  considero  un  po’   incoerente, ma  tant’è: questa  è  stata  e  non  posso  modificarla. Qui  sotto, un’immagine  di  Viale  Buon  Pastore:

buon  pastore

(La  foto  è  di  Alessandro  Po  e  proviene  da: http://members.shaw.ca/raising/Modena.photos.htm)

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cappone

Nota  successiva  alla  pubblicazione: avevo  scritto  questo  post  per  pubblicarlo  il  26  dicembre, ma  ho  sbagliato  un  click  e, invece  di  salvarlo  in  bozza, l’ho  pubblicato  stasera, 24  dicembre. Amen, ormai  è  fatta.

Avevo  quindici  anni  e  frequentavo  il  ginnasio. Una  mattina, a  scuola, la  mia  amica  I., con  cui  avevo  molta  confidenza, mi  chiese: “Ma  che  cos’è  un  cappone?”. Io, un  po’  meravigliata  dalla  domanda, risposi  con  sicurezza: “Un  gallo  castrato”. Credendo  di  aver  dato  una  risposta  esaustiva, fui  sconcertata  nel  vedere  la  strana  reazione  della  mia  amica, che  rimase  con  la  bocca  aperta  e  lo  sguardo  interrogativo. Notevole  fu  poi  il  mio  stupore  quando  mi  domandò: “Cosa  significa  castrato?”.

A  questo  punto  fui  colta  dal  panico  perché, pur  conoscendo  bene  il  significato  del  termine  castrato,  mi  vergognavo  a  spiegarglielo. So  che  la  cosa  può  far  sorridere  se  non  ridere  a  crepapelle – e  infatti  per  questo  l’ho  scritta –  ma  giuro  che  è  la  verità. Trovandomi  dunque  in  questo  serio  imbarazzo, scelsi  l’unica  via  per  me  percorribile  in  quel  momento: chiamare  il  nostro  migliore  amico  affinché  le  desse  le  giuste  spiegazioni. E  fu  così  che  I., sempre  più  stupita, mi  sentì  urlare: “ANDREAAAAAAAAAA!  VIENI  QUI, HO  BISOGNO  DI  TE!”. Andrea, infrattato  in  un  angolo  remoto della  classe  semi-vuota,  giunse  in  un  baleno  e  io  gli  dissi: “Senti  un  po’  cosa  vuole  sapere  I.”. E  mi  allontanai.

Stando  distante  alcuni  metri, osservai  la  scena: dapprima  Andrea  scoppiò  a  ridere, poi  s’impegnò  a  fornire  tutte  le  delucidazioni  del  caso. Del  resto,  l’avevo  chiamato  perché  conscia  che  sarebbe  stato  lietissimo  di  fornire  la  fausta  spiegazione. La  povera  I., di  fronte  all’inattesa  rivelazione,  diventò  rossa  e   si  mise  a  ridere  fino  ad  avere  le  lacrime  agli  occhi.

Finito  il   siparietto  e  scampato  il  pericolo, mi  avvicinai  anch’io   e  Andrea  disse  a  I.: “Ma  se  persino  lei  lo  sa!”. E  questa  lei  ero  io. Quasi  inutile  aggiungere  che, se  avessi  potuto, l’avrei  strozzato.

E  adesso  vi  autorizzo  a  prendermi  in  giro  senza  pietà. 😀

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cuore

Mia  cugina  F., a  sedici  anni, ebbe  l’onere  di  dover  presentare  il  suo  primo  ragazzo  ai  genitori. In  questo  delicato  frangente, il  problema  grave, cioè  il  vero, grande  ostacolo  da  affrontare, fu  mio  zio – fratello  di  mia  madre – particolarmente  geloso  della  figlia  nonché  perennemente  sospettoso  verso  qualsiasi  individuo  di  sesso  maschile. Comprendo  che  la  cosa, al  giorno  d’oggi, possa  far  sorridere, ma  noi  adolescenti  di  qualche  anno  fa  a  volte  avevamo  a  che  fare  con  queste  situazioni. Mio  zio  era  convinto  che, prima  o  poi, in  un  modo  o  nell’altro, mia  cugina  si  sarebbe  fatta  fregare. Queste  erano  proprio  le  sue  parole  e  non  c’era  verso  di  fargliele  cambiare, né  di  fargli  capire  che  sua  figlia  stava  crescendo  e  che  quindi  sarebbe  stato  opportuno, da  parte  sua, arrendersi  all’idea  che  potesse  avere  un  fidanzato.

Mia  cugina  F., poveretta, tutta  agitata  ma  desiderosa  di  risolvere  la  questione  quanto  prima  per  raggiungere  un  po’  di  pace  interiore, un  giorno  condusse  il  suo  ragazzo  al  campeggio  in  cui  i  miei  zii  stavano  trascorrendo  le  vacanze. Purtroppo  io  non  fui  presente  al  pericoloso  incontro, ma  in  seguito  mio  zio  mi  raccontò  più  volte  l’accaduto, e  già  il  fatto  che  me  lo  raccontò  più  volte  è  significativo, perché  indice  di  una  certa  difficoltà  ad  accettarlo. L’importante  rivelazione  avvenne  in  un  sereno  pomeriggio  estivo, in  casa  di  mia  nonna. Mentre  io, amabilmente  seduta  sul  divano  del  salotto, tentavo  di  mantenere  il  volto  serio, mio  zio, passeggiando  nervoso  su  e  giù  per  tutta  la  stanza  come  una  pantera  in  gabbia, mi  raccontò  di  essersi  arrabbiato  moltissimo  subito  dopo  aver  visto  il  ragazzo  di  mia  cugina  al  campeggio. Queste  le  sue  parole: “Aveva  i  mezzi  guanti  alle  mani, quello  scemo, e  una  specie  di  impermeabile  lungo! Quando  ho  visto  così, avrei  voluto  ammazzarla [mia  cugina], e  allora, per  evitare  scenate, gli  ho  dato  la  mano, gli  ho  detto  piacere  e  me  ne  sono  andato  subito  via  a  smaltire  la  rabbia”.

Arriviamo  a  un’altra  mia  cugina, T., figlia  di  una  sorella  di  mio  padre. Anche  lei  a  sedici  anni  cominciò  a  uscire  con  un  tizio  del  suo  paese, che  era  poi  il  paese  dell’appennino  nel  quale, insieme  ai  miei  genitori,  trascorrevo  le  vacanze  estive. Io  avevo  dodici  anni  e  la  testa  ancora  un  po’  fra  le  nuvole,  ma  vedere  mia  cugina  tutta  presa  per  questo  soggetto  mi  divertì  parecchio. Lui  era  molto  più  grande  di  mia  cugina – doveva  avere  circa  trent’anni – e  aveva  una  gran  bella  macchina  nera  con  cui  veniva  a  prenderla.

Era  agosto, ero  in  vacanza, scorrazzavo  beata  e  senza  freni  in  giardino, cantavo, danzavo, urlavo, mi  scatenavo – non  ero  mica  seria  come  credevano  tutti  a  scuola, proprio  no – giocavo  a  tennis  e  altro  ancora. Come  ho  scritto  sopra, avevo  la  testolina  un  po’  fra  le  nuvole, nel  senso  che  non  m’intendevo  certo  di  fidanzamenti  e  affini. So  solo  che  mia  cugina, una  volta, mi  chiese  di  accompagnarla  dopo  cena  a  casa  del  suo  spasimante. Io, tutta  giuliva  alla  prospettiva  di  fare  una  piccola  gita  serale, e  senza  minimamente  sospettare  le  ragioni  di  un  simile  invito, non  mi  tirai  indietro  e  andai, chiacchierando  contenta  durante  l’intero  tragitto. L’incontro  fu  breve: arrivammo  a  casa  del  tizio, lui  rimase  un  po’  stupito  nel  vedermi, mia  cugina  si  fermò  a  parlare  per  circa  dieci  o  quindici  minuti, poi  tornammo  nella  nostra  amata  dimora  e  trascorremmo  il  resto  della  serata  a  ballare  in  giardino.

Queste  pseudo-gite  si  ripeterono  più  volte: io, felice  come  non  mai, seguivo  mia  cugina  senza  chiedermi  perché  la  mia  presenza  fosse  tanto  indispensabile; mia  cugina, dal  canto  suo, durante  queste  passeggiate  aveva  sempre  l’aria  un  po’  compunta  e  mostrava  una  certa  agitazione, cosa  che  mi  stupiva  ma  sulla  quale  evitavo  d’indagare, persa  com’ero  nei  miei  sogni  infantili. Qualche  anno  dopo, però, essendo  cresciuta  e  ripensando  a  questi  fatti, sorse  in  me  il  fondato  sospetto  che  lo  spasimante  di  mia  cugina  non  fosse  stato  lieto  di  vedermi  così  spesso  a  casa  sua, anzi, nel  suo  giardino, perché  era  lì  che  la  mia  povera, ansiosa  cugina  restava  durante  tali  visite. Insomma, ben  presto  compresi  che,  nell’ingenuità  dei  miei  dodici  anni,  avevo  recitato  la  parte  del  terzo  incomodo  senza  saperlo.

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panda

Un  anno  fa, all’inizio  di  agosto, mi  trovai  ad  affrontare  un  problema  serio. Dovevo  scrivere  l’indice  e  l’inizio  di  un  testo  di  argomento  filosofico  molto  impegnativo. Ma  ero  stanca, stanchissima, sia  fisicamente  sia  psicologicamente, e  non  riuscivo  a  concentrarmi.  Come  ho  detto, il  problema  era  serio.  Fu  così  che  presi  una  decisione: avevo  bisogno  di  riposo, riposo  vero, riposo  del  corpo  e  della  mente; avevo  bisogno  di  staccare  completamente  dai  consueti  ritmi  della  mia  esistenza  quotidiana  e  di  ritrovare  un  po’  di  entusiasmo, di  slancio  o  qualcosa  di  simile.

La  mia  decisione  fu  drastica, netta, in  un  certo  senso  quasi  terribile: a  partire  da  Ferragosto, trascorsi  dieci  giorni  di  vacanza  assoluta, lasciandomi  andare  a  seguire  soltanto  il  flusso  instancabile  del  tempo  e  comportandomi  da  adolescente. Decisi  cioè  di  regredire, di  tornare  a  un’altra  età. Passai   così  questa  particolare  vacanza  vagando  senza  fretta  per  la  casa  in  compagnia  di  ogni  sorta  di  pensiero  e  di  sogno, ascoltando  tutta  la  musica  che  desideravo  in  base  all’umore, ‘passeggiando’  sul  web  liberamente   e  scrivendo  molto. Senza  preoccuparmi  di  altro  e  facendo  solo  il  minimo  indispensabile  utile  a  vivere  civilmente. Non  a  caso, lo  scorso  agosto  scrissi  persino  post  molto  lunghi  sul  blog  e  scelsi  argomenti  leggeri,  buffi  ricordi  di  scuola  e  di  qualche  comica  gita. Li  scelsi  apposta, li  scelsi  perché  avevo  compreso, un  po’  confusamente, che  soltanto  in  questo  modo  avrei  potuto  ricominciare.

Ed  ebbi  ragione:  fu  un  esperimento  dall’esito  felice. All’inizio  di  settembre, come  per  magia, mi  misi  un  giorno  a  scrivere  senza  alcuna  difficoltà  quell’indice  e  quel   testo  che  mi  avevano   fatta  penare  tanto  qualche  settimana  prima, e  il  risultato  fu  superiore  alle  aspettative. Ero  rinata.

Tutto  questo  per  dire  che, a  volte, e  al  contrario  di  ciò  che  viene  continuamente  predicato  in  questa  gretta  società  dei  consumi  e  dell’efficienza-a-tutti-i-costi, quello  che  può  apparire  come  un  ozio  privo  di  significato,  e  dunque  esecrabile,  in  realtà  può  essere  la  premessa  indispensabile  per  operare  meglio, per  ritrovare  forza,  vitalità  e  buon  umore. Non  bisogna  vergognarsi  dei  propri  momenti  di  stanchezza; soprattutto  non  bisogna  negarli, fingere  che  non  ci  siano, rimandare  all’infinito  il  faccia  a  faccia  con  questa  realtà. Se  poi  qualcuno – eterno  entusiasta  dell’esistenza  un  giorno  sì  e  l’altro  pure –  non  ci  capisce, be’, ce  ne  faremo  una  ragione.

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