L’acqua che scorre

Sarà colpa del cambiamento, dell’arrivo della nuova stagione, del fatto che tutto muta e nulla possiamo per arrestarne il flusso. Sia quel che sia, non mi sono ancora abituata a questo passaggio, all’estate, ai nuovi ritmi – serate lunghissime, desiderio di uscire, stanchezza, stupore.

Ma voglio cominciarla così, la nuova stagione, con l’immagine dell’acqua che scorre impetuosa, incurante dei nostri pensieri, indifferente alle nostre preoccupazioni. L’acqua che dà la vita, che rinfresca, che regala sollievo e che racconta l’infinito.

Luglio fra noi

 

 

 

 

 

Salutiamo l’arrivo di luglio, il mese del caldo afoso e del sole ininterrotto, con un’immagine che evoca freschezza, possibilità di respiro, svago. E poi l’acqua irrefrenabile, che non conosce pause, che continua a scorrere qualunque cosa accada, è un potente simbolo del flusso del divenire, del mutamento incessante che travolge ogni cosa, dell’infinito.

 

Questo silenzio

C’è questo silenzio, intorno, e tutto immobile, tutto immobile tranne l’acqua – e il respiro lieve. C’è questo silenzio, e questo pomeriggio vuoto che non sa morire – la luce, il giorno interminabile, il tempo che verrà.

C’è questo silenzio, intorno, e l’inverno è arrivato e scomparso in fretta – debole, risentito, avaro. C’è questo silenzio, e la primavera come sfondo, la primavera che non so – si sfalderà d’improvviso e saremo travolti. C’è questo silenzio, intorno, e tu che passeggi e io che ti vedo – trasparente, muta, un velo.

C’è questo silenzio, e il non poter dire, e soltanto l’assenza.

Di sera, il temporale

E così, stasera, guardo il temporale. In passato ho sempre sperato che, prima o poi, in un 3 luglio qualsiasi, potesse piovere. Perché il 3 luglio è il giorno del mio compleanno e di pioggia, che io ricordi, non ne ho mai vista. Naturalmente la giornata è stata afosa, ma dopo le venti e trenta qualcosa è cambiato. Qualche debolissimo tuono, in lontananza, ha narrato la storia di un temporale in arrivo; così, sono andata sul balcone della cucina, quello da cui si vede la Ghirlandina in lontananza. E ho atteso. Ho atteso mentre il vento abbracciava gli alberi sulla strada e poi li scuoteva; ho atteso con pazienza mentre le luci dei lampi si rincorrevano incerte. Poi, dopo molto tempo, un tuono ha finalmente annunciato il temporale e l’acqua ha cominciato a scendere, a cadere impetuosamente, unica padrona della via ormai vuota.

Non me ne sono andata. Sulla soglia della porta-finestra ho continuato a guardare questo spettacolo, una confusione di acqua e di cielo arrabbiato. E, mentre ora sto scrivendo, continuo a guardare la pioggia, a sentire il suo rumore sulle inferriate del balcone, a osservare le automobili in lontananza – poche, lente, quasi insicure.

Ho una grave mancanza: ora non so descrivere ciò che provo o, forse, non voglio. Ma so che mi piacerebbe trovarmi in un altro tempo, in un altro momento, in un altro 3 luglio – un 3 luglio di molti anni fa – ad ammirare lo spettacolo di un temporale davanti a me, con un cielo immenso proprio sopra di me.

Il cambiamento


Non è facile abituarsi, perché il cambiamento è radicale. Certi colori sono definitivamente scomparsi, certi pensieri sono freddi come il ghiaccio, e alcune parole sono venute meno per lasciare spazio a interminabili silenzi.
Capita di riconoscersi a stento, di guardare al proprio passato scorgendo i tratti confusi di un altro io, ormai sepolto per sempre sotto il peso del tempo trascorso.

Non è facile abituarsi, ma occorre farlo. Allora, con infinita pazienza, si osserva l’orizzonte ritrovando la calma. In fondo, è un’altra primavera: si guarda il cielo, si scorge l’azzurro e si ascolta il canto del vento, affettuoso e discreto come pochi.
I fiori, muti compagni di quiete ore solitarie, sanno ogni cosa e comprendono.

(Nell’immmagine, il dipinto Signora in terrazza di Cristiano Banti)