Divagazioni su fango e pozzanghere

Ieri pomeriggio ho fatto il mio giretto dell’oca, quello che ho già descritto qualche post fa. Non avviene a caso, ovviamente, perché nulla si fa per caso. Quel percorso ha per me un significato particolare e molto intimo, ma non intendo seccare chi legge spiegandone ragioni e sfumature. Preferisco invece soffermarmi su una cosa poco affascinante e molto concreta come il fango.

Dopo la neve di venerdì, nel sentiero-parchetto solitario che unisce l’orrido Viale don Minzoni a Via Riva del Garda, si sono formate piccole pozze d’acqua e poi, tutt’intorno, foglie ridotte a viscida poltiglia e fango, tanto fango, morbido, scuro, traditore. Così la mia passeggiata ha assunto i contorni di una minuscola avventura, forse un po’ fantozziana, visto l’alto rischio di scivolare su quel putridume assortito. Mi è andata bene, l’ammetto: non sono scivolata, ma sono tornata a casa sana e salva nonostante il pericolo.

Non è bello, infatti, scivolare sul fango e magari crollare di colpo dentro a una pozzanghera nera, inzaccherarsi in maniera pietosa e annaspare in modo patetico pur di riuscire a rimettersi in piedi per poi tornare a casa; e tornare a casa sperando che nessuno c’incontri, sperando che nessuno ci colga nella nostra miseria di esseri umani con gli abiti inzaccherati, vergognosamente sconfitti dalla melma in un angolo remoto di una città di provincia.

Se ci si pensa bene, basta un po’ di fango per nullificarci: uno spruzzo di fango e voilà, scompare la dignità dei vestiti ben stirati, del giaccone pulito in tinta con i pantaloni, della sciarpa elegante e ben annodata – il nodo giusto, mi raccomando, proprio quello adatto all’occasione. Perché sì, è proprio vero, l’abito fa sempre il monaco, che lo si voglia oppure no. Dunque, si stia attenti al fango e alle pozzanghere e alla melma sparsa per ogni dove.

Però si potrebbe anche tentare un esperimento, così, per vedere qualche reazione o per divertirsi un po’. Si potrebbe cercare una pozzanghera adatta, una bella pozzanghera marrone, profonda, piena di detriti limacciosi, e crollarci dentro apposta, con voluttà squisita, per poi rivoltarsi e rivoltarsi e rivoltarsi ancora fino a uscirne immondi; e dopo, con scioltezza e adeguato portamento, entrare in un bel bar come se niente fosse, con serafica calma, avvicinarsi al bancone e chiedere un buon caffè.

Di moda e cattivo gusto

Domenica mattina ho fatto una bella passeggiata autunnale, a coronamento del ponte del primo novembre. In centro storico mi sono soffermata a guardare le vetrine dei negozi di abbigliamento, soprattutto perché, negli ultimi tempi, è un genere di attività che ho evitato come la peste, e perciò ho voluto recuperare.

Ho già parlato, nei commenti a qualche vecchio post, del mio fastidio nei confronti della moda attuale, che considero orribile, un vero insulto al buon gusto e all’intelligenza delle donne. Non me ne voglia chi l’apprezza – ognuno ha i propri gusti, ci mancherebbe -, ma io non riesco a pensarla diversamente. E siccome la moda non nasce a caso, ma riflette i valori dell’epoca in cui si vive, osservarla significa apprendere qualcosa a proposito del disgraziato periodo storico in cui ci troviamo.

Torniamo a domenica mattina. Dopo aver osservato le vetrine di vari negozi e aver compreso cosa bolle in pentola, ho deciso di andarmi a “divertire” nello store di un noto brand che non cito.

All’inizio ho guardato alcuni presunti abiti lunghi a fiori. Dico presunti perché erano senza forma e quindi di difficile identificazione. D’altra parte, l’assenza di forma non è frutto di chissà quale estro o capacità artistica o bizzarra innovazione: no, no, non vi è nulla di creativo in un simile scempio. Tutto ciò rivela semplicemente il desiderio di guadagnare il più possibile, cosa attuabile soltanto attraverso l’impiego del minimo sforzo, ossia senza neppure impegnarsi a rispettare quelle cose ininfluenti che sono le taglie. Per non parlare poi delle stoffe: gli abiti suddetti erano di lucido e leggerissimo poliestere, un materiale senz’altro adatto per affrontare i rigidi inverni della Padania.

Ho poi proseguito per bearmi nell’osservare la cosiddetta maglieria, che dovrebbe servire per ripararci dal freddo e non per attirarlo. Da  anni, ormai, i maglioni sono spesso cartonati, anche quelli venduti nei negozi considerati di alto livello. Ebbene, domenica ho visto maglioni trasparenti come garze e creati con materiali che definirei autarchici soltanto per non infierire troppo; ho visto sedicenti maglioni mezzi lucidi  e così sintetici da sembrare prodotti con bottiglie di plastica malamente riciclate, maglioncini tristissimi destinati a diventare vecchi stracci subito dopo il primo uso, secondo un trend ormai decennale. Quando mi sono avvicinata per guardarli meglio, nel disperato tentativo di capire se fossero veri o frutto di un’allucinazione, sembravano quasi invocare pietà, del tipo: “Lo sappiamo che facciamo schifo, ma abbi compassione e passa oltre”. E che dire dei colori? Quest’anno sembra che il giallo ocra e il ruggine siano i must delle stagioni fredde, e allora ecco il tripudio di capi di vestiario ocra-zabaione accostati, con audace sprezzo del pericolo, all’arancione, utilissimi per fendere la nebbia nei giorni più cupi dell’anno.

Ho anche assistito con sgomento a un revival di forme, tessuti e colori della moda anni Settanta: malinconici cappottini color cammello con stoffe in apparenza sdrucite, come se qualcuno si fosse divertito a prenderle a unghiate; pelliccette con manto somigliante a capelli ricci devastati dalla nebbia padana (e chi li ha sa di cosa parlo); maniche a campana molto ampia, in modo che il freddo possa penetrare meglio, avvolgere i nostri corpi e farci provare l’imperdibile ebbrezza della polmonite.

Si apre poi il capitolo pantaloni. Nel mio giro di ricognizione dentro al simpatico negozio, ho visto delle cose di plastica che, a quanto ho potuto capire, dovrebbero essere dei pantacollant (argh!) in finta pelle, da abbinare a quegli oggetti comunemente denominati scarpe, che però assomigliano a scatoloni con zeppe altissime, roba che farebbe impallidire persino gli zatteroni di Frankestein.

A questo punto, qualsiasi persona crederebbe di aver raggiunto l’apice dell’orrore, l’apoteosi del terrificante. E invece no, perché quando si ritiene di aver toccato il fondo, ci si accorge che si può pure scavare e cadere ancora più a fondo. Così, davanti al mio sguardo, si sono palesati dei pantaloni con stampa animalier, cioè leopardati, un po’ lucidi e tutti aderenti, abbinati a un maglione color ruggine screziato di giallo. Si tratta del look da me battezzato galera-style, perché, data la sobria raffinatezza dell’insieme, indossandolo si rischia di essere subito scambiate per parenti dei Casamonica, e condotte quindi in galera senza neanche beneficiare di uno sconto di pena.

E qui mi fermo, altrimenti dovrei compilare un intero trattato. E a voi piace la moda attuale?

Il tempo del riposo


Che sia concesso almeno il tempo del riposo. Dopo aver dato il meglio di sé nel gran teatro del mondo, dopo aver indossato abiti sontuosi, dopo aver celato noia e insofferenza, sia consentito tornare a casa, chiudere le porte e lasciarsi abbracciare dal silenzio.
Che sia concesso, almeno qualche volta, rendersi invisibili.

(Nell’immagine il dipinto Donna Franca, di Giovanni Boldini)

D’infinito e di primavera


Sole, cielo azzurro, pomeriggi luminosi, aria frizzante e maliziosa: tutto concorre a suscitare il desiderio di muoversi, svagarsi, inventarsi una nuova esistenza, indossare abiti colorati, correre, scherzare. Svanita la severità dell’inverno, la mente si sbizzarrisce a immaginare, progettare, sognare e ricordare. Senza freni, senza timidezze, senza timori.

La primavera è frenesia difficile da contenere, energia pura che c’invita a giocare e a sdrammatizzare. Talvolta, a primavera si torna un po’ bambini: si vedono prati verdi persino sull’asfalto d’un viale cittadino, e s’avverte il profumo dei fiori e l’incanto delle colline nonostante la monotonia della pianura.

La primavera sa di sogni e d’infinito, ma sempre con un soave tocco di leggerezza: non si prende mai troppo sul serio, e questa è magia oltre che eterna saggezza.

Ricordi di Carnevale

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Ricordo che quando frequentavo le scuole elementari, in classe, a Carnevale, non brillavamo per originalità. Le maschere e i vari travestimenti erano sempre gli stessi: i maschi, poverini, costantemente vestiti da Zorro, con mantello nero e spadino (o spiedo, fate voi), mentre per noi femmine s’imponeva una sorta di scelta obbligata fra il costume da dama del Settecento, con parrucca e boccoloni bianchi, o l’abito tutto pizzi da spagnola, quest’ultimo specialmente quando si avevano i capelli scuri.
Un modo per eludere questa scelta obbligata consisteva nell’armarsi di tanto coraggio e indossare i panni della contadinella, ma, a onor del vero, tale travestimento non ebbe mai un gran successo, attirando ben poco le nostre fantasie di bambine desiderose di agghindarsi con pizzi e trine.
Per quanto mi riguarda, a sette anni indossai un bellissimo abito da spagnola, mentre a otto mi misi sul capo ricciuto una parruccona bianca, molto detestata in verità, ma utile accessorio per completare il mio bell’abito azzurro da dama.
Ci fu poi una volta un mio compagno di classe che, in un inaspettato impeto di originalità, ci risparmiò l’ennesimo mantello di Zorro e si vestì da soldato, con tanto di tuta mimetica e finto fucile. Ma nessuno osò mai indossare gli abiti del principe azzurro, con cappello di velluto e pennacchio bianco in testa. Evito, a tal proposito, una facile battuta che sta affiorando nella mia mente maliziosa, e chiudo.