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Archive for the ‘stagioni’ Category

A  pensarci  bene, la  primavera  si  riduce  a  un  indomabile, prepotente, implacabile  desiderio  di  evadere, di  perdersi  fra  prati  verdi  e  fiori  colorati  dopo  la  monotona, piatta  oscurità  invernale: è  il  desiderio  di  lasciarsi  alle  spalle  ogni  catena  e  ogni  stanca  ripetizione  per  correre  verso  il  nuovo, verso  il  sole, verso  la  luce.

La  primavera  è  un  aprirsi  al  mondo, ammesso  che  si  desideri  farlo  o  che  se  ne  abbia  davvero  la  possibilità, quella  possibilità  che  non  sempre  ci  appartiene. Un  aprirsi  al  mondo  che  diventa  sogno  o  impotenza  o,  ancora  una  volta,  ripetizione. E  allora  si  vorrebbe  che  la  primavera  fosse  magia  pura, che  il  suo  vento  leggero  recasse  messaggi, parole, divertimento, allegria – tutto  in  maniera  inaspettata, casuale, come  fosse  un  dono  del  cielo  e  perciò  infinitamente  caro.

Certo  è  che  le  mezze  stagioni, con  le  loro  incertezze, le  loro  delicatezze  e  le  loro  tante  screziature, hanno  il  pregio  di  non  opprimere, di  non  irritare  e  di  saper  sorprendere. Magari  con  poco.

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Quest’anno  la  primavera  è  arrivata  in  fretta, ben  prima  del  solito. In  genere, almeno  qui, marzo  comincia  con  un  umore  grigio  e  incerto, e  spesso  è  freddo, scostante, antipatico. Perciò  sono  stupita  di  fronte  a  questa  luminosità, a  queste  giornate  che  parlano  di  allegria, di  desiderio  di  uscire, di  novità. Siamo  nel  pieno  di  una  rinascita, confortante  e  avvolgente.

La  primavera, si  sa,  è  anche  un  po’  tentatrice: con  i  suoi  cieli  chiari  e  con  le  sue  ombre  pacate  e  rassicuranti, invita  al  sogno, al  cambiamento, alla  libertà. La  primavera, insomma, distrae, seduce  e  ammalia, evocando  l’adolescenza  con  le  sue  bellezze  e  i  suoi  infiniti  timori, con  la  sua  ingenua  allegria  e  le  sue  improvvise  tristezze, con  le  sue  assurde  fantasie  e  la  sua  irriverente  vitalità. Così, tornano  in  mente  le  uscite  con  gli  amici  e  le  amiche, certe  lunghe  telefonate  che  sembravano  non  voler  finire  mai, le  interminabili  conversazioni  del  sabato  pomeriggio, il  quieto, indisturbato  riposo  della  domenica. Certo, era  un’altra  stagione, un  altro  tipo  di  primavera. Però, al  di  là  del  ricordo  di  un  tempo  lontano  che  non  tornerà, resta  ogni  anno  una  speranza: la  speranza  che  la  primavera  sia  lunga  e  dolce  e  comprensiva.

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Come sarà

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Sono  strane  giornate  di  sole, un  sole  quasi  primaverile. Mentre  sto  scrivendo, la  luce  del  pomeriggio  è  una  presenza  discreta  ma  costante, ambigua  ma  serena, e  ha  la  tranquilla  bellezza  che  anima  tutti  i  momenti  di  passaggio, quei  preziosi  momenti  nei  quali  ogni  fastidioso  eccesso  è  assente.  E  allora  ci  si  chiede  come  sarà  la  primavera; allora  ci  si  domanda  se  arriverà  splendente  e  senza  incrinature  o  se, testarda  e  capricciosa, tarderà  a  rassenerarsi.

Ma  se  così  avverrà – se  la  primavera  sarà  davvero  molto  bizzarra –  sapremo  sopportarla, perché  nei  suoi  bruschi  mutamenti, nei  suoi  improvvisi  voltafaccia  e  nelle  sue  incomprensibili  ansie  riconosceremo  i  nostri  stessi  malumori, le  nostre  contraddizioni, le  nostre  follie  e  i  nostri  desideri. Perché  la  primavera  della  vita, nonostante  tutto, resta  sempre  dentro  di  noi, magari  sonnolenta  e  un  po’  svagata, ma  pronta  a  risvegliarsi  di  fronte  a  un  volto  o  a  uno  sguardo  o  a  una  parola  inaspettata.

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Il  fastidio  che  ho  sempre  avvertito  nei  confronti  di  febbraio  deriva, almeno  in  parte, dall’evidente  allungarsi  del  giorno  accompagnato  però  dal  grigio  insignificante  e  opaco  dell’inverno. A  febbraio, infatti, quando  alle  17:30  del  pomeriggio  a  dominare  è  ancora  la  luce, i  brevi  pomeriggi  di  fine  autunno costituiscono  ancora  una  memoria  ricorrente, ed  è  impossibile  evitare  di  paragonarli  a  quelli  presenti: se  le  tante  ore  di  buio  del  tardo  autunno  sono  un  complemento  indispensabile  del  declino della  natura, l’attuale  dilatarsi  del  giorno, mentre  l’atmosfera  è  gelida  e  incolore, se  non  addirittura  cupa, rende  squallido  questo  strano  mese  invernale.

Tuttavia, negli  ultimi  due  giorni  febbraio  sta  mostrando  il  suo  volto  più  mite: il  sole  e  la  luce, deboli  ma  costanti, sembrano  un  presagio  di  primavera, tanto  che  ci  si  sente  pervasi  da  una  vitalità  che  il  gelo  invernale  aveva  smorzato  o  ridotto  al  silenzio. Ma  quanto  durerà? L’inverno  ha  davvero  deciso  di  comportarsi  con  dolcezza? Difficile  pensarlo. Probabilmente, ricomincerà  presto  a  esibire  i  suoi  tanti  malumori, fatti  di  pioggia, freddo, arroganza  e  indistinguibili  toni  scuri. Così, si  oscilla  fra  il  rimpianto  nei confronti  della complessa, sfuggente, raffinata  atmosfera  autunnale  e  il  desiderio  della  capricciosa  e  immatura  freschezza delle  tonalità  primaverili.

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D’inverno, la  pioggia  può  rivelarsi  molto  sgradevole, un’ulteriore  oppressione  che  si  aggiunge  al  buio  di  giorni  spesso  cupi. In  questi  mesi  così  gelidi  e  privi  di  sfumature, manca  la  quieta, arcana, delicata  poesia  autunnale. Durante  l’autunno, la  pioggia  assume  volti  diversi  a  seconda  dei  momenti: a  volte  è  leggera  e  silenziosa – timida  presenza  che  non  vuole  disturbare -, a  volte  è  intensa  ma  fortemente  evocativa  grazie  allo  sfacelo  delle  foglie  colorate  sui  marciapiedi, lungo  le  strade, nelle  aiuole  più  insignificanti, negli  angoli  meno  accessibili, nei  vicoli  dimenticati  e  stanchi. Così, la  pioggia  autunnale  diventa  un  canto, un’emozione  indefinita, un  sussulto  nell’anima, persino  una  speranza. Ma  non  potrebbe  essere  altrimenti, perché  l’autunno  è  un  compagno  fedele  e  rispettoso, che  sa  amare  e  perciò  non  è  mai  arrogante.

D’inverno, invece, la  pioggia  è  un’assenza: assenza  di  compassione, assenza  di  delicatezza, assenza  di  sensibilità. E  allora  non  resta  altro  che  chiudersi  in  casa  e  attendere  che  finisca. Non  ci  sono  sfumature  di  colori  da  osservare, strane  connessioni  da  comprendere, segreti  da  infrangere. D’inverno  è  tutto  molto  più  semplice: bisogna  difendersi, bisogna  proteggersi, bisogna  ripararsi. Aspettando  che  il  groviglio  di  pioggia  e  di  gelo  e  di  oscurità  svanisca.

 

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L’anno  è  cominciato  luminoso  e  soleggiato  ma  freddo. E  il  gelo  dovrebbe  aumentare  domani  e  dopodomani, quando  arriverà  l’Epifania. Non  c’è  da  stupirsi: siamo  a  gennaio, severissimo  mese  d’inverno, impietoso  e  anche  un  po’  sadico. Ma  questo  è, prendere  o  lasciare.

E  allora, che  inverno  sia: che  venga  il  grigio  scuro  ad  appannare  i  contorni  delle  strade, delle  case  e  delle  persone; che  venga  la  nebbia  fitta  ad  abbracciare  le  strette  vie  del  centro, per  celarle, proteggerle, renderle  evanescenti; che  venga  la  neve  a  nascondere  angoli, spigoli, pensieri  e  fantasie. Perché  l’inverno  è  il  trionfo  della  casa, delle  mura  domestiche, delle  stanze  calde  e  confortanti:

stanza

Talvolta, mentre  fuori  piove  e  la  giornata  sembra  troppo  scura, in  una  stanza  chiusa  possono  assalirci  ansie  e  tormenti  o  si  può  stare  in  attesa:

sospiri

Altre  volte, invece, si  può  conversare  serenamente:

conversazione

Poi  magari  squilla  il  telefono  e  dobbiamo  rispondere:

lettera

Oppure  usiamo  il  computer  per  comunicare  via  internet:

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In  una  stanza, mentre  fuori  piove  oppure  nevica, si  può  pensare  a  tante  cose, ci  si  può  sbizzarrire  con  l’immaginazione  e  si  possono  anche  fare  molti  progetti. Ma  in  quest’ultimo  caso  è  bene  non  essere  troppo  avventati, troppo  impulsivi  e  imprudenti, perché  si  rischia  di  commettere  gravi  errori:

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In  sintesi: casa, stanze, finestre  chiuse, luci  accese, intimità, silenzio, serietà, ordine, sobrietà. L’inverno  ci  chiede  di  essere  maturi  e  austeri,  in  attesa  di  poter  tornare  adolescenti  e  un  po’  capricciosi  quando  arriverà  la  primavera.

 

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E  così, in  un’alternanza  di  giorni  luminosi  e  di  giorni  di  pioggia, novembre  sta  scivolando  via   per  dissolversi  nel  freddo  e  nella  nebbia  che  preludono  all’inverno. Nell’immaginario  dei  più, questo  mese  è  l’emblema  dello  squallore  e  della  tristezza, della  vita  che  si  sfalda  senza  celare  la  sua  agonia, incurante  dell’insensibilità  del  mondo, quasi  martire  dell’indifferenza  altrui.

In  realtà, novembre  è  anche  quiete, dolcezza, poesia. Quando  il  cielo  è  sereno  e  il  sole  riesce  a  splendere, si  avverte  un  calore  particolare, una  gioia  talmente  profonda  da  non  poter  essere  raccontata. È  il  momento  del  passato  e  del  presente  che  si  fondono  creando  nuovi, inaspettati  colori, è  il  momento  della  consapevolezza  che  si  trasforma  in  serenità, è  la  pace  che  niente  e  nessuno  può  scalfire.

La  verità  è  che  il  freddo  e  lo  squallore  esterno  possono  brillantemente  convivere  con  la  serenità  interiore.

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(La  visita, Silvestro  Lega, 1868)

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