Una bella sorpresa

Nel palazzo in cui trascorsi la mia infanzia, in Via Savani, quando capitava un guasto alle antenne televisive chiamavamo Giorgio, che aveva un  negozio in Viale Buon Pastore. Giorgio vendeva apparecchi tv e, se non ricordo male, anche lampadari e altro. Era un bell’uomo dall’aspetto distinto, e una persona gentile e onesta.

Nel mio indimenticabile condominio di allora, la spumeggiante signora Fernanda, estroversa e amante della compagnia e delle chiacchiere, era solita informarci circa le biografie dei vicini di casa e di altre persone del quartiere. Il padre della signora Fernanda era stato un maestro di musica, amante della bella vita e delle infedeltà coniugali; ebbene, Giorgio, che aspirava a diventare tenore e aveva una bellissima voce, aveva studiato dal padre di questa signora, ma poi l’esistenza l’aveva condotto lungo altre vie ed era diventato commerciante, nonché esperto di televisioni. Tuttavia, Giorgio non abbandonò mai il canto e continuò, nel corso degli anni, a esibirsi con molto successo nella nostra provincia.

Ed ecco, qualche mese fa, la sorpresa: Giorgio, ormai anziano, ha suonato al citofono del palazzo in cui vivo ora, perché stava cercando un amico. Il mio passato remoto ha così fatto improvvisa irruzione nel presente, come un piccolo dono della sorte a ridestare quel tempo lontano, e a ricordarmi che non è ancora finito. E pochi giorni fa, quasi a ribadire questo concetto, mio padre ha incontrato Giorgio in un bar qui vicino e ha chiacchierato con lui a lungo.

Dopo così tanti anni – perché sono davvero tanti – è stata una grande emozione, una vera gioia. Come tornare a casa, alla mia vera casa.

(Nell’immagine, Viale Buon Pastore)

Cene all’aperto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo che, quand’ero ragazzina, nelle bellissime serate di agosto mi capitava spesso di mangiare all’aperto. Avevamo un giardino grande nella casa in appennino, e così, in poco tempo, riuscivamo ad apparecchiare un tavolo sotto le stelle. Avveniva tutto in famiglia e perciò in maniera semplice, senza cerimonie.

Per me, che trascorrevo le vacanze vivendo il più possibile in giardino, e che consideravo la casa alla stregua di un albergo da cui allontanarmi prima possibile, cenare all’aperto, mentre il cielo si oscurava avvinto dalla sera, era una gioia indescrivibile, ed era un preludio per successive delizie: mi sentivo libera e pronta per altri divertimenti, pronta per una notte di danze sotto la luna e di chiacchiere spensierate – quante parole ho consumato in quei giorni lontani, io che adesso resto muta per ore intere. Era l’incontenibile energia della prima giovinezza, una vitalità che travolgeva ogni cosa, prepotente, inarrestabile, quasi folle.

Era un altro agosto, era un altro tempo, ero un’altra persona.

Il senso dell’estate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima cosa, quella per la quale da adolescente adoravo l’estate, era la lunghezza delle giornate, che in vacanza non volevano terminare. A volte mi scoprivo a guardare l’orologio stupefatta e quasi incantata, perché il tempo sembrava serenamente addormentato, forse persino dissolto e destinato a non tornare più. Certo, era una percezione soggettiva; però la ricordo come fosse una magia, quasi che il tempo rallentasse per ragioni inafferrabili – un mistero, un enigma insolubile connesso all’estate.

In questo tempo dilatato e rarefatto, ero spesso travolta dal dèmone della velocità. Sembra una contraddizione, lo so; eppure aveva un senso, un senso del tutto personale: correre in Vespa sulle strade di montagna, affrontare le curve senza alcun timore, sentire il vento sulla faccia e sui capelli, tutto questo era la vita che scorreva impetuosa nel sangue, che chiedeva di essere ascoltata, che reclamava attenzione; ed era anche la libertà – una sensazione profonda, persino fisica, una sensazione di libertà assoluta.

Del resto, che senso ha l’estate se non si possono sciogliere le proprie catene?

Vagabondaggi estivi

E adesso sì, anche l’estate astronomica è arrivata, baldanzosa e fiera come soltanto lei sa essere. A noi tocca viverla o tollerarla, a seconda dei casi. Ma è certo che, per molte persone, l’estate è sinonimo di spensieratezza o, almeno, del ricordo di essa – di quando la spensieratezza, cioè, era possibile.

Ogni anno, quando comincia questa stagione, ripenso al periodo in cui, da adolescente, potevo girovagare in montagna senza alcuna meta, senza uno scopo preciso, passando da una località all’altra per il puro gusto di farlo, per lasciar trascorrere il tempo, forse persino per perderlo, perché m’illudevo di averne davanti ancora tanto, infinito. E il piacere, in questi miei vagabondaggi, era proprio nell’assenza, cioè nella mancanza di un fine consapevole. Che poi un fine ci sia sempre, è chiaro; ma allora, immersa nell’estate con tutta me stessa, il fine era inconscio, inespresso, confuso – perché a quell’età non si vuole pensare, mentre si è in vacanza e i doveri si sono dissolti.

Era questo, per me, il senso profondo dell’estate: camminare per il piacere di muovermi, partire d’improvviso soltanto per poter dire di essere partita. Non c’era nulla da vedere, niente, almeno, di ciò che attira il turismo di massa, quello di chi sbava per essere alla moda. Eppure io mi divertivo, un po’ anarchica e sfrenata in quell’ansia di vagabondaggio. Correvo in Vespa attraverso piccole frazioni sconosciute, a volte abitate da una decina di persone al massimo, gente che sarebbe rimasta lì anche d’inverno, isolata da tutto e da tutti, un pensiero, questo, che mi atterriva; però lo superavo, perché sapevo che io, alla fine di agosto, me ne sarei tornata nel cosiddetto mondo civilizzato, in quella città di pianura che, pur essendo una provincia che più provincia non si può, a confronto sembrava una metropoli.

Tutto questo per dire che, a volte, arrivai anche lì, nel posto immortalato dall’immagine in alto: il paesello è Cargedolo, sconosciutissima frazione di Frassinoro, nell’appennino a sud di Modena, verso la Toscana. Perché poi c’era anche questo, di bello: poter raccontare di essere arrivata in Vespa fino in Toscana o quasi.

(L’immagine proviene da: https://mapio.net/s/52203150/)

In ricordo di Giacomo Matteotti

Novantasei anni fa – il 10 giugno del 1924 – Giacomo Matteotti, deputato socialista, fu rapito da una squadra di fascisti e ucciso. Il 30 maggio aveva denunciato, con un discorso alla Camera, le irregolarità delle elezioni avvenute il 6 aprile, caratterizzate da brogli, intimidazioni e violenze. Non si può e non si deve dimenticare.

Sul balcone

Ho trascorso una bella Pasqua, nonostante tutto. Ho persino ricevuto telefonate di auguri che non mi aspettavo, telefonate da parte di parenti che non sentivo da molto tempo, anche da più di un anno. Per dirne una, ho ricevuto addirittura una chiamata da Sidney, in Australia. Immagino che sia il Coronavirus, almeno in parte, a spingere verso queste iniziative inconsuete: la paura, gli anni che passano, i lutti che si susseguono, il senso di solitudine, qualche rimpianto che affiora d’improvviso e altro, su cui stendo un velo di silenzio. In più, ho trascorso un’ora e mezza al telefono con mio cugino, con cui invece ho rapporti più stretti, e ci siamo attardati a parlare di tante cose, a rievocare vecchi ricordi d’infanzia.

La mia Pasquetta, invece, è trascorsa sul balcone, preziosissimo sfogo in questo periodo di quarantena. Ho scelto il balcone della cucina perché, in lontananza, vedo la torre Ghirlandina e perché, visto che si affaccia sulla strada, consente di osservare un campionario di umanità che cerca di trascorrere il tempo come può. Il balcone della camera da letto offre un panorama più bello, perché si affaccia sul parco e quindi su uno sfolgorio di verde e di rosa, ma purtroppo m’infonde sempre un profondo senso di malinconia, per cui tendo a rintanarmi su quello della cucina.

Sono stata sul balcone, dunque, per buona parte del pomeriggio. Avevo portato con me un libro, sicura che avrei letto; invece, come per magia, mi sono abbandonata languida al flusso del niente, ferma a osservare il mondo sotto di me e a lasciarmi accarezzare dalla leggera brezza di primavera.

E ho guardato, eccome se ho guardato. Ho visto un signore anziano camminare per almeno un’ora e mezza lungo la strada e nel parcheggio di fronte. Ha passeggiato svelto, senza cedimenti, concentrato, serio. Contemporaneamente sono comparsi uomini e cani. Un ragazzo, poveretto, ha arrancato dietro al suo cane che tirava il guinzaglio entusiasta, desideroso di correre a perdifiato: era il cane, insomma, a trascinare con forza il povero padroncino, che ha persino rischiato di cadere dentro a una buca. E poi qualche rara coppia, qualche breve scambio di parole davanti a portoni lontani, alcuni ragazzi intenti a correre, genitori e figli che hanno fatto volare un aquilone: tutto qui, nulla di grande, nulla d’importante – ammesso che vi sia qualcosa di grande, qualcosa d’importante, in questo faticoso passaggio.

Così la mia Pasquetta è volata via rapidamente, serena e senza scosse. E intanto sto progettando di arredare il balcone.

Estate, marachelle e libertà

Era giugno, in Tuscia e al mare, e stavamo trascorrendo il mese in una bella villetta. Quell’anno eravamo in sette: io, mia madre, mio zio con la sua famiglia e i miei nonni. All’epoca – un’epoca non poi così remota – era normale  fare le vacanze in gruppi familiari allargati: ciò non era considerato né vergognoso né sinonimo d’immaturità.

Ricordo che, una sera, mentre tutti si trovavano a tavola assorbiti nelle loro chiacchiere, io e mio cugino, dopo esserci scambiati un’occhiata d’intesa, ci alzammo calmi e sereni e, con notevole disinvoltura e audace sprezzo del pericolo, trotterellammo serafici verso la porta di casa, che era aperta, e uscimmo tranquilli al buio per andarcene in spiaggia, cosa che, almeno in teoria, non avremmo dovuto fare.

In spiaggia, a quell’ora, non c’era nessuno. Restammo lì circa venti minuti, a giocare con la sabbia e ad ascoltare il rumore del mare. Poi rientrammo e ci accorgemmo che la nostra assenza non era stata notata. Così, ci sedemmo sul divano con i volti angelici e innocenti, ma intimamente soddisfatti di aver gabbato la nostra parentela.

Gabbare genitori e parenti era uno sport che amavamo molto, perché era un modo per renderci un po’ indipendenti e per provare qualche emozione – la gioia di farla franca con qualche minuscola marachella. Nella casa in appennino, dove trascorrevo il mese di agosto, io e mia cugina raggiungevamo la felicità suprema quando i nostri familiari, dopo pranzo, si sedevano in giardino intenti a chiacchierare e, le donne, a lavorare a maglia o all’uncinetto. Per me e per mia cugina era un sollazzo indescrivibile poter inforcare la Vespa a motore spento, e lanciarci in discesa oltrepassando il cancello senza che nessuno se ne accorgesse. Se ne accorgevano però al ritorno, quando il motore della Vespa era, per forza di cose, in piena funzione, e noi ci divertivamo come matte nel constatare quanto fosse facile eludere la sorveglianza degli adulti.

Certo, in se stessi sono episodi insignificanti, racconti da poco, che qualcuno definirebbe racconti di una piccola vita – sempre ammesso che ce ne sia una grande, di vita. Ma tralascio l’argomento per cristiana misericordia. Ciò che invece m’interessa, ossia il motivo per cui ho scritto questo post, è la malinconia che ogni tanto mi assale quando penso all’impossibilità di provare le medesime emozioni adesso, da adulta. Ormai, se voglio uscire di casa a qualsiasi ora, non ho bisogno di squagliarmela di nascosto provando un po’ di sana adrenalina nel farlo; ormai posso prendere la porta in qualsiasi momento e andare fuori, portando con me il solito fardello di pensieri.

Sembrano sciocchezze, ma, a pensarci bene, tali non sono. Qualche volta sarebbe bello tornare indietro almeno per un giorno, e rivivere quel magico senso di libertà e di onnipotenza destinato a non ripresentarsi mai più.

Quando non esistevano

Quando non esistevano gli smartphone e l’adsl, le comunicazioni erano più lente e perciò i rapporti interpersonali suscitavano alcune emozioni forse sconosciute agli adolescenti di oggi. Incontrarsi con amiche e amici, darsi appuntamenti, rendersi rintracciabili erano tutte operazioni che avvenivano senza l’eterna presenza di cellulari, whatsapp e simili. Esisteva un’intensa vita di relazione, declinata in forme differenti rispetto al presente.

Ad esempio, non c’era l’opportunità di scattare fotografie in ogni secondo della propria esistenza e di postarle, a qualsiasi ora del giorno e della notte, su Instagram o Faccialibro. E forse è quasi superfluo aggiungere che non si perdeva tempo a fotografare infinite immagini di cibi e bevande – pizzette, calici di vino, piattini di pesce e alimenti vari. Non si sprecavano i limitati scatti delle vecchie pellicole per cose di questo genere: le fotografie, infatti, erano oggetti un po’ preziosi, proprio perché non immediatamente fruibili, e guardarle in compagnia costituiva un piccolo avvenimento. Il dato interessante è che non stiamo parlando di molti anni fa.

Ecco, qualche volta è bello e fonte di calde emozioni non poter avere tutto e subito.