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Archive for the ‘ricordi’ Category

Come  ho  già  scritto  altre  volte, quando, durante  l’infanzia  e  l’adolescenza,  trascorrevo  il  mese  di  agosto  nella  casa  in  appennino, io  e  le  mie  cugine  ne  inventavamo  di  cotte  e  di  crude  pur  di  sollazzarci.

All’epoca  io  ero  dotata  di  molta  fantasia, tanto  che  una  volta, mentre  me  ne  stavo  seduta  a  guardare  le  mie  cugine  che  giocavano  a  tennis, mi  venne  l’idea  di  fare  la  radiocronaca  della  partita: cominciai  a  fingere  di  essere  una  giornalista  sportiva  e  iniziai  a  commentare  a  modo  mio – in  un  modo  molto  particolare –  ciò  che  vedevo. Il  risultato  fu  davvero  esilarante, con  le  mie  cugine  che  non  smettevano  di  ridere  sentendo  ciò  che  inventavo. In  sintesi, le  descrivevo  come  due  campionesse  famose  nel  mondo  intero  per  il  loro  look  stravagante  e  certi  vezzi, oltre  che  per  la  tecnica  di  gioco. Ripensandoci  ora, mi  stupisce  il  fatto  che, durante  questa  recita, non  mi  fermavo: parlavo, parlavo  e  parlavo  in  continuazione  senza  alcuna  incertezza, come  se  tirassi  fuori  da  un  cilindro  magico  ogni  parola  che  pronunciavo. E  questo  gioco  piacque  così  tanto  che, durante  altre  partite, le  mie  cugine  mi  obbligarono  a  replicarlo.

Ricordo  poi  che  un  giorno, dopo  ore  di  corse  e  trastulli  in  giardino, eravamo  particolarmente  annoiate. Era  il  tardo  pomeriggio  e  ormai  disperavamo  di  poter  arrivare  all’ora  di  cena  facendo  qualcosa  di  stimolante; ma  d’improvviso  arrivò  mio  nonno  che  ci  disse  di  voler  provare  un’automobile. Il  fatto  era  questo: mio  nonno  voleva  acquistare  una  macchina  e, proprio  in  quel  momento,  stava  per  fare  un  lungo  giro  di  prova  su  un’auto  ferma  sulla  strada, con  un  individuo  dentro  che  doveva  guidarla  per  mostrarne  tutte  le  presunte  qualità. Per  noi  fu  come  trovare  un’oasi  nel  deserto: immediatamente  seguimmo  mio  nonno, che  in  verità  ne  avrebbe  fatto  volentieri  a  meno, per  provare  la  suddetta  automobile. Ci  trovavamo, per  così  dire, in  tenuta  da  giardino, nel  senso  che  non  indossavamo  i  nostri  abiti  migliori  ed  eravamo  anche  un  po’  spettinate. Insomma, non  avevamo  un  look  adeguato  a  un  lungo  giro  in  macchina  con  uno  sconosciuto. Ma  non  ce  ne  curammo: corremmo  in  strada  come  tre  indemoniate, salimmo  in  macchina  sul  sedile  posteriore  e, tutte  allegre, partimmo  per  il  giro  di  prova  fingendoci  interessate  all’auto, della  quale  in  realtà  c’importava  meno  di  nulla. Però  durante  il  viaggio, per  darci  un  contegno, cioè  per  non  sembrare  tre  scellerate  in  cerca  di  una  gita  gratis, ogni  tanto  esprimevamo  un  (ehm) preziosissimo  parere  tecnico  sull’auto, sulla  sua  perfetta  stabilità  durante  le  curve ( sic!)  e  sul  bellissimo  rumore  del  motore (ancora  sic!). Ebbene, quel  viaggio  di  prova  fu  molto  divertente  perché, al  contrario  delle  nostre  aspettative, fu   lungo, tanto  che  tornammo  a  casa  dopo  le  venti, felicissime  di  aver  scroccato  una  bella  gita. Poi  mio  nonno  non  acquistò  l’auto, ma  intanto  la  gita  era  stata  fatta.

A  quell’epoca, nel  mese  di  agosto, l’ultima  cosa  che  avremmo  voluto  vedere  era  la  pioggia. Ma  in  montagna, prima  o  poi, anche  solo  per  un  giorno  la  pioggia  arriva. E  così, proprio  in  un  pomeriggio  malinconico  e  piovoso, mentre  eravamo  inquiete  alla  prospettiva  di  dover  restare  in  casa, la  mia  cugina  maggiore  ebbe  un’iniziativa: filò  in  cantina  e  prese  un’orrida  coperta, vecchia  e  persino  un  po’  bucata, che  mio  nonno  aveva  intenzione  di  gettare  via. Con  questa  coperta  color  melanzana  e  tre  bastoni   corremmo  in  giardino  e  lì, su  uno  dei  due  prati  in  cui  c’erano  cipressi  e  piccoli  abeti, piantammo  i  bastoni  e  creammo  una  specie  di  tenda. Sedute  sul  prato  bagnato  sotto  la  tenda, cioè  sotto  l’orrida  coperta  vecchia  destinata  alla  spazzatura, ci  sembrò  di  rivivere: la  pioggia  non  era  più  una  nemica  ma  un’occasione  per  divertirci. Tralascio  di  descrivere  lo  stato  dei  nostri  abiti  dopo  questa  incauta  avventura, visto  che  si  può  immaginare  con  facilità. Però  fummo  molto  soddisfatte  perché, nonostante  il  grigio  e  la  pioggia, eravamo  riuscite  a  starcene  per  un  po’  all’aperto.

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Ebbene  sì, il  forno  è  in  funzione  a  pieno  regime: agosto, infatti, è  iniziato  con  temperature  estreme. L’unico  dato  positivo, per  così  dire, è  il  silenzio  che  caratterizza  buona  parte  delle  giornate, un  silenzio  dovuto  al  fatto  che  molti  sono  già  in  vacanza  e  quindi  la  città  è  più  tranquilla.

Da  ragazzina, in  questo  periodo  ero  già  in  montagna  e  quindi  al  riparo  dal  terribile  clima  della  pianura. In  appennino, anche  durante  i  giorni  più  caldi  non  sapevamo  cosa  fosse  l’afa  e  comunque, di  sera  e  di  notte, si  stava  bene, si  respirava, si  poteva  dormire. Riandando  con  la  memoria  a  quel  periodo, mi  vengono  in  mente  alcuni  passatempi  con  cui  io  e  le  mie  cugine  riempivamo  le  nostre  lunghissime  giornate. Come  ho  scritto  altre  volte, quando  si  è  così  giovani  e  pieni  di  vitalità, e  ci  si sente  travolti  da  quel  senso  di  piena  libertà  che  soltanto  l’estate  sa  regalare, ogni  occasione  è  buona  per  divertirsi, fare  sciocchezze, inventarsi  qualche  novità. E sì, anche  per  restare  vittime  della  cretinite. La cretinite, a  una  certa  età  e  in  alcune  occasioni, diventa  quasi  inevitabile.

Ricordo  che  una  sera  andammo  a  passeggiare  lungo  un  bellissimo  sentiero. Non  eravamo  sole, io  e  le  mie  due  cugine, ma  c’erano  con  noi  amici  e  amiche. Era  buio, era  fresco  ed  era  davvero  un  piacere  camminare  avvertendo  l’intenso  profumo  dell’erba. Improvvisamente, giunti  abbastanza  vicini  al  punto  in  cui  il  sentiero  si  allargava  in  una  sorta  di  piccola  piazzola, ci  accorgemmo  della  presenza  di  un’automobile  ferma. Probabilmente  si  trattava  di  una  coppietta  in  cerca  di  solitudine; ma  il  buio  e  la  lontananza  da  casa  ci  fecero  immaginare  scenari  molto  inquietanti, spingendoci  a  una  reazione. Fu  così  che  qualcuno  propose  di  “difenderci”  cantando; allora, con  voci  forti  e  sicure, cominciammo  a  intonare: “Allaaarmi! Allaaarmi! Allarmi  siam  fascisti, terror  dei  comunisti!”. Questo  canto  sortì  subito  l’effetto  sperato: dopo  pochi  secondi  si  sentì  una  bella  sgommata  e  la  macchina  filò  via  in  fretta, mentre  noi  sghignazzammo  senza  remore  per  questa  fuga  tanto  repentina. Naturalmente  nessuno  di  noi  era  fascista, per  carità; si  trattava  soltanto  di  cretinite  acuta, effetto  del  buio, della  situazione  e  del  desiderio  di  divertirci, ossia  di  fare  qualche  marachella.

Ma  a  chi  non  è  mai  capitato  di  fare  e  dire  sciocchezze  nelle  splendenti  giornate  estive  dell’estrema  gioventù?

 

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Quando  trascorrevo  le  lunghe  vacanze  estive  in  appennino, uno  dei  miei  passatempi  favoriti  era  allontanarmi  da  casa  per  girovagare  da  un  paese  all’altro. Certo, non  era  così  semplice: a  dodici  o  tredici  anni  non  avevo  i  mezzi  per  scorrazzare  da  sola  e  a  sazietà  sulle  vette  montuose. Avevo  però  una  cugina  più  grande  di  me  di  quattro  anni  e  così, complice  la  sua  Vespa  fiammante, quando  i  nostri  genitori  dormivano  o  erano  distratti  filavamo  via  in  silenzio  per  dirigerci  da  qualche  parte.

A  guidare  la  Vespa  ero  io, che  non  avrei  potuto  perché  ero  appena  dodicenne. Mia  cugina, però, seduta  dietro  di  me, cambiava  le  marce  e  vigilava. Ripensandoci  ora, mi  accorgo  che  guidavo  davvero  bene, perfettamente  a  destra, senza  neppure  un  attimo  d’incertezza, senza  il  minimo  sbandamento  neppure  nelle  curve, che  erano  tante; guidavo  bene  perché  non  temevo  nulla  e  amavo  la  velocità, con  quel  misto  di  coraggio  e  incoscienza  che  spesso  caratterizza  l’estrema  giovinezza.

Non  erano  viaggi  lunghissimi, ma  neanche  troppo  brevi: in  genere  percorrevamo  dieci  o  dodici  chilometri, ma  a  volte  ci  spingevamo  anche  molto  oltre. Passare  da  un  paese  all’altro  ci  regalava  un’enorme, gratificante  sensazione  di  libertà, accentuata  dal  percorrere  rapidamente  le  strade  e  le  curve  sinuose  e  dal  vento  che  ci  sferzava  il  corpo  e  i  capelli. In  quei  momenti  irripetibili  amavamo  l’estate  di  un  amore  folle, con  un’intensità  che, a  distanza  di  tanto  tempo, stupisce  e  forse  commuove. L’amavamo  talmente  da  sentircela  addosso  o  persino  dentro  di  noi, come  se  ci  avesse  invase  e  non  volesse  andarsene  più.

A  volte, nelle  nostre  corse  passavamo  attraverso  piccole  frazioni, luoghi  nei  quali  al  massimo  c’erano  quattro  o  cinque  case, e  ci  divertivamo  moltissimo  a  domandarci  perché  certi  minuscoli  agglomerati  avessero  un  nome,  quasi  non  meritassero  una  simile  dignità. La  cosa  buffa  era  che  anche  noi  provenivamo  da  una  semplice  frazione, circondata  tutt’intorno  da  numerosi  casolari; ma  in  realtà  prendevamo  in  giro  anche  il  nostro  paesello, con  l’arguzia, l’ironia  e  l’assenza  di  freni  tipici  di  quell’età. Del  resto, il  nostro  imperativo  era  divertirci  e  ogni  piccolo  dettaglio, anche  il  più  insignificante, diventava  una  buona  scusa  per  trastullarci  senza  remore.

Durante  le  nostre  gite, non  ci  ponevamo  il  problema  della  lontananza  da  casa  e  dell’irraggiungibilità  dei  nostri  parenti. Non  avevamo  cellulari  né  smartphone, e  quindi  per  noi  era  normale  non  essere  sempre, costantemente  connesse  col  mondo  intero; per  noi  partire  significava  davvero  allontanarci, porre  una  distanza, interrompere  rapporti, anche  se  momentaneamente. In  caso  di  bisogno, avremmo  telefonato  a  casa  da  un  bar, perché  anche  nelle  frazioni  di  montagna  si  trovava  sempre  un  bar  con  tavolini, telefono, gelati  e  merce  varia  assortita. E  più  i  bar  apparivano  spartani  più  mi  divertivo, perché  la  semplicità, in  vacanza, concorreva  a  formare  e  a  nutrire  quel  meraviglioso  senso  di  libertà  di  cui  non  mi  sentivo  mai  sazia. Quella  libertà  che, ai  miei  occhi, era  l’autentica  essenza  della  stagione  estiva, se  non  addirittura  la  sua  stessa  ragion  d’essere.

 

(L’immagine  allegata  al  post  è  tratta  da: http://www.mondodelgusto.it/territori/4946/il-territorio)

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Verso  i  dodici  o  tredici  anni, quando  trascorrevo  l’estate  in  montagna, ogni  mercoledì  mattina  partivo  con  mia  cugina, che  aveva  un  anno  e  mezzo  meno  di  me,  per  andare  ad  acquistare  alcuni  giornali. La  mia  casa, infatti, si  trovava  in  una  piccola  frazione  nella  quale  le  edicole  erano  assenti; così, per  mantenere  qualche  contatto  con  il  mondo, eravamo  obbligate  a  recarci  nel  comune  vicino, a  soli  tre  chilometri  di  distanza.

Perché  avessimo  scelto  il  mercoledì  come  giorno  da  dedicare  al  nostro  viaggio  è  cosa  che  non  ricordo. Ricordo  però  che, immerse  come  eravamo  nella  quieta  monotonia  dell’estate  in  appennino, con  le  giornate  che  sembravano  interminabili, questa  piccolissima  gita  era  anche  un  modo  per  spezzare  la  settimana, per  fare  qualcosa  di  diverso, per  ritagliarci  uno  spazio  di  assoluta  libertà  senza  la  presenza  di  persone  adulte  accanto.

Partivamo  in  corriera  intorno  alle  9. Il  viaggio  era  brevissimo, sette  o  otto  minuti  scarsi  di  una  lunga  serie  di  curve  in  salita; poi,  l’arrivo  nella  piazza  principale  del  paese  e  il  nostro  breve  tragitto  fino  all’edicola, che  era  anche  una  bella  cartoleria. Qui, compravamo  una  serie  di  settimanali  con  i  quali  speravamo  di   svagarci  un  po’  nei  momenti  di  noia  e, nel  mio  caso, compravo  anche  molti  quaderni  perché  avevo  la  mania  di  scrivere, scrivere  e  ancora  scrivere. Finito  l’acquisto, tornavamo  subito  a  casa. Non  so  perché  non  amassimo  fermarci  in  paese, guardare  qualche vetrina, magari  sederci  in  un  bar  all’aperto  come  due  turiste  qualsiasi; so  soltanto  che  avevamo  sempre  una  gran  fretta  di  andarcene. Solo  che  il  tragitto  di  ritorno  avveniva  rigorosamente  a  piedi  attraverso  un  sentiero,  e  credo  che, in  fondo, lo  scopo  reale  della  nostra  gita  del  mercoledì  consistesse  proprio  nel  poter  compiere  questa  lunga, bellissima  passeggiata.

Il  sentiero  che  conduceva  alla  nostra  frazione  era  caratterizzato, a  pochi  metri  dal  suo  inizio,  da  una  discesa  estremamente  ripida, così  ripida  che, nonostante  l’asfalto, il  rischio  di  cadere  era  altissimo, tanto  che  occorreva  procedere  molto  lentamente,  con  estrema  cautela. Ma, per  fortuna,  questa  terrificante  discesa  era  lunga  due  o  tre  metri  al  massimo  e, dopo  di  essa, non  dovevamo  fare  altro  che  abbandonarci  serenamente  a  uno  splendido  percorso  ondulato, circondato  da  prati,  fiori  e  alberi  abbracciati  dalla  placida  calma  del  sole  estivo.

All’epoca  ignoravamo  che, dopo  molti  anni, avremmo  rimpianto  un  rito  così  banale, così  semplice, quasi  insignificante; ignoravamo  che  l’avremmo  rimpianto  non  solo  per  se  stesso, ma  anche  e  soprattutto  per  la  spensieratezza  e  per  il  senso  di  libertà  con  cui  l’affrontavamo. Con  noi, non  avevamo  cellulari, non  avevamo  nessuno  smartphone, non  potevamo  connetterci  con  il  resto  del  mondo  mentre  camminavamo  tranquille  in  mezzo  all’estate  e  ai  monti. Eravamo  sole, noi  due  e  basta  con  la  natura  circostante, con  le  nostre  chiacchiere, con  le  nostre  battute, con  i  nostri  desideri. Eravamo  là, quasi  sperdute  in  un  angolo  remoto  dell’appennino; ed  eravamo  contente  perché  intorno  c’erano  soltanto  pace  e  silenzio.

 

(L’immagine  è  tratta  da: http://www.escursionistaeditore.com/guide/escursionismo/italia-guida-ai-sentieri-dell-alto-appennino-modenese-dal-corno-alle-scale-all-abetone-er107.html)

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cretino

Ero  in  vacanza  in  montagna, qualche  anno  fa. Una  sera, poco  prima  di  tornare  in  città – credo  che  fosse  il  29  agosto – uscii  con  un  ragazzo  che  avevo  conosciuto  da  poco. In  realtà, non  avevo  alcun  desiderio  di  uscire  con  costui, ma  non  volevo  passare  per  antipatica, altezzosa  e  poco  socievole.

Il  ragazzo  in  questione  si  presentava  bene: era  di  aspetto  molto  distinto, alto, snello  e  assai  ben  fatto; inoltre,  era  ben  vestito  e  parlava  un  ottimo  italiano, senza  inflessioni  dialettali. Veniva  dalla  città  anche  lui  ed  era  in  montagna  soltanto  di  passaggio. Chiacchierando  del  più  e  del  meno, venni  a  sapere  che  era  un  ingegnere, che  aveva  frequentato  il  liceo  scientifico  e  che  stava  lavorando  ad  alcuni  progetti  riguardanti  il  suo  lavoro. Ricordo  che  parlammo  anche  dei  tempi  del  liceo, dello  studio  del  latino, di  certi  docenti  strani  e  altri  argomenti  simili. Tutto  bello, vero?

E  invece  no. Se  pensate  che  stia  per  raccontare  una  storia  graziosa, magari   attraversata  da  qualche  venatura  di  romanticismo  o  di  raffinato  umorismo, siete  incautamente  ottimisti. Non  appena, infatti,  andammo  in  pizzeria, il  tizio  in  questione  iniziò  a  parlarmi  di  soldi, di  investimenti, delle  sue  case  di  proprietà, delle  proprietà  dei  suoi  parenti, dei  suoi  progetti  per  acquistare  non  ricordo  cosa  e  altre  simili  amenità. Io  rimasi  allibita  e  cominciai  subito  a  fremere, odiando  me  stessa  per  aver  accettato  l’invito  di  costui. Se  c’è  una  cosa, infatti,  che  detesto  al  di  sopra  di  tutto  è  sentir  parlare  di  beni  materiali  quando  mi  trovo  a  cena  o  sto  conoscendo  qualcuno  o  mi  sto  svagando. Anzi, in  generale, non  tollero  proprio  chi  trascorre  tutta  la  vita  a  parlare  di  beni  mobili  e  immobili. E  così, in  quel  frangente, per  evitare  di  interloquire  in  maniera  acida  tentai  di  fargli  cambiare  argomento. Per  tutta  risposta, il  tizio  mi  indicò  un  uomo, seduto  non  molto  distante  e  con  la  faccia  da  cafone, dicendomi  che  era  un  suo  amico  assessore  che  lavorava  in  comune. Poi, dopo  avermi  edotta  sul  politico-cafone, ricominciò  a  parlarmi  di  una  sua  casa  al  mare  e  andò  avanti  così  a  lungo, mentre  io  tentavo  di  conservare  la  calma  e  continuavo  a  insultarmi  mentalmente  per  essermi  cacciata  in  una  situazione  simile.

Terminato  lo  sfiancante  rito  della  pizza, uscimmo  dal  locale  e  andammo  a  fare  una passeggiata  lungo  la  via  principale  del  paese, in  quel  momento  molto  tranquilla. Siccome  avevo  ben  compreso  che  individuo  fosse, non  rimasi  stupita  quando  mi  chiese  di  mostrargli  il  mio  telefonino: voleva  vedere, infatti,  di  che  marca  fosse. Dopo  questa  azione  intelligente, e  mentre  chiacchierava  raccontandomi  alcune  strane  vicende  di  un  suo  amico  del  quale  non  poteva  importarmi  di  meno, raggiunse  l’apoteosi: fece  un  rutto. Sì, avete  capito  bene: l’ingegnere  raffinato  e  ben  vestito  ruttò  senza  vergognarsene, perché  continuò  a  parlare  come  se  niente  fosse.

Credo  sia  inutile  descrivere  lo  stato  della  mia  faccia  in  quel  momento. Ricordo  che  cercai  di  trovare  una  scusa  per  tornarmene  a  casa  prima  del  previsto, ma ero  così  confusa  e  sbigottita  che  la  mia  mente  non  riusciva  a  inventarsi  nulla  di  decente. Il  soggetto  continuò  così  a  parlare  tutto  giulivo  e, a  un  certo  punto, cominciò  addirittura  a  ruttare  ogni  tre  parole. Lo  giuro, non  sto  esagerando: parlava  e  ruttava  nello  stesso  tempo  con  invidiabile  disinvoltura. A  questo  punto, riuscii  a  trovare  una  scusa  plausibile  per  darmi  alla  macchia:  dissi  a  cotanto  suino  che  il  giorno  dopo  sarei  dovuta  partire – cosa  peraltro  vera –  e  che  perciò  dovevo  tornare  subito  a casa  a  fare  le  valigie  e  le  pulizie  di  rito. Il  suino, però, ebbe  persino  la  faccia  tosta  di  insistere  a  lungo, dicendo  che  dovevo  rimanere  lì  con  lui, che  non  c’era  alcun  bisogno  che  tornassi  subito  a  casa  e  che  sarebbe  stato  bello  se  il  giorno  dopo  fossi  andata  con  lui  in  gita  a  un  certo  castello  situato  nelle  vicinanze. Ovviamente  io  fui  irremovibile  e, trattenendo  a  stento  quello  che  avevo  in  corpo  e  che  gli  avrei  volentieri  sbattuto  in  faccia, lo  lasciai  con  gioia, sentendomi  libera  e  salva.

E  a  voi  sono  mai  capitati  incontri  raccapriccianti  o  anomali?

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appuntamento

Dopo  circa  venti  giorni  d’assenza  causati  dal  gran  caldo,  ricomincio  ad  aggiornare  il  blog  con  regolarità. Gli  argomenti  non  mancano  mai, anche  se  non  è  facile  sceglierli. Ma  siccome  siamo  in  piena  estate  e  agosto  è  un  mese  in  cui  è  impossibile  essere  o  sentirsi  troppo  seri, l’istinto  mi  induce  a  scrivere  frivolezze. Ieri  una  mia  conoscente, in  vena  di  chiacchiere  da  salotto, mi  ha  chiesto  quando  ho  ricevuto  per  la  prima  volta  un  invito  da  parte  di  un  ragazzo. Il  cosiddetto  primo  appuntamento, insomma. E  allora, trattandosi  di  un  argomento  leggero  e  spensierato, lo  riporto  sul  blog.

Ebbene, la  prima  volta  in  cui  ricevetti  un  invito  in  piena  regola  fu  alla  tenera  età  di  dodici  anni.  Accadde  a  scuola, durante  l’ora  di  matematica. Un  mio  compagno  di  classe, che  sedeva  nel  banco  davanti  al  mio, si  girò  d’improvviso  e, con  un  sorrisetto  furbo, mi  disse: “Perché  non  usciamo  insieme, un  pomeriggio, per  andare  a  passeggiare  in  centro  e  comprarci  un  gelato?”. Io  rimasi  muta  e  con  gli  occhi  sbarrati, incredula  e  sbigottita. Poi, siccome  all’epoca  non  usavo  mezzi  termini, gli  risposi  torva: “Ma  sei  pazzo?”. E  lui, di  rimando,  disse  un  po’  seccato: “Ecco, ho  capito! Se  hai  paura  a  uscire  da  sola  con  me, facciamo  venire  anche  Paolo  con  la  tua  amica  Isabella  e  usciamo  in  quattro!”. Paolo, che  era  seduto  nel  banco vicino  a  lui  ed  era  più  morto  che  vivo, aprì  con  fatica  gli  occhi  e  borbottò  qualcosa  di  incomprensibile. Sì, perché   a  scuola  Paolo  trascorreva  tutto  il  tempo  a  dormire – fisicamente, non  metaforicamente –  ed  era  assai  raro  che  comprendesse  un  discorso  nella  sua  interezza. Anzi, la  cosa  divertente  è  che  i  due – il  mio  ‘corteggiatore’  e  Paolo – stavano  sempre  insieme  proprio  perché  estremamente  diversi: uno  vivacissimo, iperattivo, sfacciato  e  quasi  delinquente, e  l’altro  sempre  mezzo  addormentato, passivo, bisognoso  di  qualcuno  che  lo  spronasse  a  muoversi.

Ora  non  ricordo  più  cosa  dissi  esattamente  a  proposito  dell’idea  di  uscire  in  quattro; ricordo  solo  che  declinai  l’invito  senza  troppa  cortesia. E  non  fui  cortese  perché  costui, in  realtà, essendo  in  piena  crisi  ormonale, tendeva  a  molestarmi  parecchio. E  allungava  un  po’  troppo  le  manine, cosa  che  io  non  tolleravo. Aveva  anche  preso  l’abitudine  di  telefonarmi  tutti  i  giorni  alle  13:15  circa, ossia  appena  arrivati  a casa  dopo  la  scuola. Mi  chiamava  proprio  mentre  iniziavo  a  mangiare: non  facevo  neppure  in  tempo  a  inghiottire  il  primo  boccone  che  il  telefono  cominciava  a  squillare  e  costui  mi  chiedeva  se  avessi  fatto  i  compiti. Ora, come  chiunque  può  comprendere, era  impossibile  che  io  li  avessi  fatti; ma  ovviamente  si  trattava  di  una  scusa  per  chiamarmi. Lui  poi  non  aveva  alcun  problema  con  i  compiti  scolastici, anzi, aveva  eliminato  il  problema  alla  radice, visto  che  non  studiava, non  scriveva, non  apriva  i  libri. Alle  13:30, dopo  aver  mangiato, correva  subito  nella  nostra  parrocchia  perché  lì  c’era  il  campo  sportivo  e  poteva  giocare  a  calcio, oltre  a  fare  altre  cose, cioè  disturbare  il  suo  prossimo, attività  nella  quale  era  un  autentico  campione.

Al  di  là  di  ciò, il  dato  interessante  è  che  un  tipo  così  vivace  e  sfacciato  fosse  attirato  da  una  come  me: io, a  quell’epoca, ero  silenziosa, riservata, sognatrice  e  tranquilla. Certo, sapevo  essere  vivace  anch’io, ma  con  modalità  del  tutto  differenti  dalle  sue. Perciò  fui  molto  infastidita  dalle  attenzioni  di  questo  soggetto  tanto  scatenato.

E  voi  ricordate  ancora  il  primo  appuntamento  dato  o  il  primo  invito  ricevuto?

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Ci  fu  un  tempo  in  cui  le  previsioni  meteorologiche  della  Rai  erano  qualcosa  di  speciale: erano  spiegate  con  passione  e  chiarezza  da  uomini  colti, garbati  e  in  grado  di  far  comprendere  a  chiunque  concetti  complessi. Erano  piccole, autentiche  lezioni  magistrali  dalle  quali  si  poteva  imparare  sempre  qualcosa  di  nuovo  senza  annoiarsi, grazie  agli  indimenticabili  generali  Edmondo  Bernacca (1914 – 1993)  e  Andrea  Baroni (1917 – 2014).

Il  6  gennaio  del  1985, in  un  inverno  passato  alla  storia  per  essere  stato  particolarmente  freddo, Andrea  Baroni  spiegò  con  eccezionale  trasporto  le  previsioni  meteorologiche. Imperdibile  il  momento  in  cui  disse: “M’interessa  che  riusciate  a  comprendere  questo  fatto“.

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