Di feste e anticipazioni

All’inizio di ottobre – ma davvero all’inizio, al principio – li hanno esposti con discrezione, con sprezzatura, come a dire sì, ci sono, se vuoi puoi dare un’occhiata, ma senza impegno, per carità. Poi, verso la metà del mese, si sono moltiplicati pur restando ancora piccini, in versione mini, tanto graziosa, da casa delle bambole. A fine ottobre è arrivata la novità: eccoli in fila e grandi, di giuste dimensioni, però appollaiati tutti sugli scaffali in alto, nella zona frutta e verdura, a fare compagnia a peperoni e zucchine, perché magari qualcuno, sbirciando lassù, ne approfitta subito.

Si tratta dei panettoni. All’Esselunga sono comparsi così, in un crescendo silenzioso ma costante. Ricordo con nostalgia il periodo, ormai lontano, in cui decorazioni e cibi natalizi apparivano nei negozi ai primi di dicembre. Adesso, invece, siamo sommersi dal clima festivo fin dall’inizio dell’autunno, proprio quando il ricordo delle vacanze estive è ancora intenso.

Attendiamo con fiducia il momento in cui, a Ferragosto, ci venderanno il pandoro insieme all’uovo di Pasqua.

Messaggi, complottismo e parentela

Ebbene sì, succede anche a me e devo sfogarmi. Ho una parente che mi scrive assurdità via whatsapp, tanto che mi viene da maledire il giorno in cui ho installato questa applicazione. La mia parente, infatti, è una persona che s’infiamma per nulla, una di quelle che perdono la testa facilmente, un po’ come i bambini, e che invia a tutti i suoi contatti messaggi pieni di idee complottiste. Tali messaggi sono rigorosamente raccattati su Faccialibro, e a questo punto non può non venire in mente il grande capo indiano Estiqaatsi.

Siccome la mia parente non s’intende di politica, nel senso che non conosce neppure i rudimenti della materia né la Costituzione, è convinta che siamo in dittatura perché il governo non è stato eletto dal popolo, che in Italia siamo vittime dei terribili comunisti che c’impediscono da anni di votare, e che uno di questi tremendi bolscevichi è il democristiano Sergio Mattarella.

Cercare di spiegare alla mia parente il concetto per cui, quando votiamo, eleggiamo il Parlamento e non il Primo Ministro, e che chi ha la maggioranza deve governare anche se a lei non piace, è stata una fatica immane che non ha prodotto alcun risultato: lei, infatti, mi ha risposto che effettivamente non conosce la Costituzione, ma non se ne è vergognata e ha continuato a ripetere le sciocchezze che legge su certi giornalacci e che ascolta su Rete4. Per dirne una, siccome odia i 5 Stelle non capisce che costoro sono in Parlamento perché nel 2018 hanno democraticamente ottenuto la maggioranza dei voti, e dunque, anche se ora scontano un’emorragia di consensi, hanno il diritto di restare nelle due Camere. Non è che possiamo eliminarli a piacimento, magari con qualche fucilata, per fare posto a quelli che sono simpatici a lei.

Sui vaccini il livello argomentativo è lo stesso: mi ha inviato una fitta serie di fake news deliranti raccolte su Facebook, e altre sciocchezze diffuse da giornalisti che non cito per pura carità cristiana. Ho tentato di spiegarle che i social non sono fonti d’informazione, e ho persino cercato di farle capire in cosa consiste il metodo scientifico, ma è stata una perdita di tempo. Niente da fare, non c’è speranza, non esiste alcuna possibilità di farle raggiungere una qualche forma di razionalità.

Evitiamo gli equivoci. Non è una persona in condizioni di fragilità economico-sociale, frustrata e vittima di slogan facili; al contrario, è ricca e ha molto tempo a disposizione per fare ciò che vuole. Magari potrebbe leggere, studiare, approfondire. Invece no, preferisce buttarlo via, il suo tempo, e perderlo sui social insultando i “comunisti”. Durante il lockdown strillava contro le chiusure augurando la morte a Giuseppe Conte – sì, la morte -, ma nello stesso tempo aveva il terrore di ammalarsi, per cui mi tempestava di messaggi riguardanti il corretto uso delle mascherine. Poi si è vaccinata, ma continua a tuonare contro i vaccini e la dittatura sanitaria imposta da quel violento del ministro Speranza.

Ecco, i suoi sproloqui assurdi mi fanno girare la testa. L’unico dato positivo di questa vicenda è che, pur essendo parenti, posso dire con certezza che no, non ci assomigliamo. Per fortuna.

Fra poesia e degrado

Ieri, in via Vedriani, le tracce dell’autunno erano disseminate in modo discreto, ma non potevano sfuggire al mio sguardo attento. A ottobre passeggiare è un’avventura meravigliosa, un viaggio dentro se stessi, un percepire sfumature di pensieri che in genere si dissolvono troppo in fretta, pallidi frammenti di verità sepolti dalla prepotenza del vivere quotidiano.

Ma non c’è soltanto la bellezza di ottobre a farci compagnia. Nel mio bel quartiere – Buon Pastore – esistono anche tracce di degrado persistenti. Qui sotto i cassonetti di via Peretti, una strada tranquilla, con bei palazzi e persino alcune ville:

Da notare il contenuto del cassonetto dell’indifferenziata, perché fotografa impietosamente l’inciviltà di certuni. Se si trattasse di un caso sporadico, eviterei di riportarlo sul mio blog. Ogni tanto certe cose, sebbene deprecabili, possono capitare ovunque. Ma questa situazione è costante, quotidiana, e allora è un problema. Per non parlare del piccolo parco sotto casa mia. Ieri la situazione era anche buona, perché spesso accade di peggio:

Come ho detto, di solito il parco è in condizioni peggiori, fra mozziconi di sigarette e bottiglie vuote vicino alle panchine. Negli ultimi mesi si è anche ampiamente diffuso lo sport di lasciare sacchi neri aperti in giro, perché chiuderli, si sa, è troppo faticoso. Il picco dell’osceno, però, si riscontra in via Belluno, dove viene scaricato di tutto: televisioni, materassi, mobili rotti, lavatrici, oltre agli immancabili sacchi neri aperti. Ma via Belluno merita un post a parte, per cui ora mi fermo.

Un’ultima nota. Il servizio di raccolta e di spazzamento a Modena esiste. Anche qui, come in molte città, ci si preoccupa in modo particolare di mantenere pulito il centro storico, e forse è comprensibile perché, se così non fosse, il centro annegherebbe nella sporcizia, fra movide varie e mandrie di persone che lo invadono nei fine settimana. Però, al netto di qualche sfasatura e lentezza, nell’insieme il servizio della Hera è abbastanza buono in tutti i quartieri, per cui gli unici veri responsabili di questi numerosi angoli d’inciviltà urbana sono alcuni cittadini maleducati e spesso italianissimi.

La forza delle immagini

Il potere delle immagini è straordinario. Le immagini evocano infiniti mondi interiori, sensazioni inattese, memorie di ogni tipo. Le immagini stimolano riflessioni, calmano, guariscono, preparano strade nuove, annunciano il domani. Non bisogna sottovalutarle mai, queste compagne benefiche.

Le immagini parlano di noi, della nostra essenza più profonda, dei nostri desideri, persino di ciò che sarà, perché lavorano silenziosamente nelle profondità del nostro essere influenzandoci, guidandoci, tessendo trame nascoste che, prima o poi, verranno alla luce. Io scelgo sempre belle immagini perché so che il loro potere è immenso, la loro forza rigenerante, la loro compagnia insostituibile.

La densità cromatica della stagione autunnale è talmente evocativa da poter ridisegnare una giornata intera o addirittura l’esistenza – tutta quanta, istante dopo istante.

Il passaggio stretto

Stupore, gioia, entusiasmo. Questo è ciò che ho provato ieri, intorno alle 19, quando sono entrata in via Tiraboschi. Di ritorno da un breve giro di esplorazione nel quartiere Sant’Agnese vecchia, per rientrare a casa ho deciso di passare lungo viale Carlo Sigonio. Superata una bellissima villa liberty, ho visto d’improvviso questa strada, questa via Tiraboschi e, data la posizione, ho capito che in qualche modo mi avrebbe ricondotta a casa.

Non conoscevo via Tiraboschi, non l’avevo mai percorsa prima nonostante sia vicina a casa mia. Ma siccome in questi ultimi tempi mi sto dedicando a esplorare la città in lungo e in largo, non ci ho pensato due volte e ho svoltato a sinistra. La via appariva tranquilla e silenziosa, la classica strada residenziale tipica del mio quartiere; procedendo, mi sono però accorta che era senza uscita, perché vedevo tanto verde in fondo alla strada e una villa a fare da barriera. Tuttavia non mi sono scoraggiata, il mio istinto mi ha invitata a proseguire, a guardare meglio, ad andare avanti; e così ecco la sorpresa:

Eccolo qui il passaporto per la mia felicità: un bel cartello a segnalare una stradina per pedoni. La mia immaginazione si è subito accesa e mi sono tuffata dentro al percorso con un lieve batticuore. Tutto qui? Ti entusiasmi per roba simile? Conosco queste obiezioni e ammetto che sono ragionevoli, ma io appartengo una minoranza strana: trovare un passaggio stretto in città, a pochi metri da un viale costantemente trafficato, è per me un dono, una sorpresa, una piccola magia. E poi – che meraviglia! – ho scoperto che non è neppure brevissima, questa via striminzita e solitaria:

Come si vede nella foto sopra, qui il passaggio si allarga e via Tiraboschi torna alle sue normali proporzioni. Eccola tutt’intera:

Finita la stradella, finito l’incanto. Ma adesso questa via è entrata ufficialmente nel complicato gioco dei miei itinerari urbani.

Un pensiero e un grazie

Sono giorni molto tristi, giorni di rabbia profonda. Gli incendi che hanno colpito e che continuano a colpire vaste aree del nostro Paese – e non solo – sono una ferita profonda, una catastrofe devastante. E la colpa è nostra, perché nella stragrande maggioranza dei casi sono roghi appiccati volontariamente dagli esseri umani, che si dimostrano ancora una volta i peggiori abitanti di questa povera Terra. Spesso, guardandomi intorno e vedendo le tante crudeltà di cui siamo responsabili, penso che se ci estinguessimo tutti in blocco il pianeta intero ne ricaverebbe un gran beneficio.

Ma poi mi sovviene un altro pensiero, e cioè che ogni tanto, su questa Terra martoriata, passano fugacemente anche persone di tutt’altro genere, persone che trascorrono la vita impegnandosi ad alleviare le sofferenze altrui, a testimoniare l’importanza e la necessità della pace, del rispetto, della tolleranza. E questo un po’ mi consola.

Grazie a Gino Strada, grazie di tutto.

Vacanze e mutamenti

Questo è un post particolare, frutto di fantasia. Immagino me stessa in vacanza in due momenti storici diversi, il 2021 e il 1987. I gesti e i pensieri non possono essere gli stessi, perché troppe cose sono mutate, intorno a noi e dentro di noi.

Montagna, 2021, vacanze estive. Sono seduta a un bar, è mattina, mi rilasso. Mentre aspetto il dolce e il caffè, invio il buongiorno a una ventina di contatti su Whatsapp. Ho scaricato un’immagine da Google, una di quelle col giorno della settimana già stampato, così auguro a tutti buon lunedì senza nessuno sforzo, senza dover neppure aggiungere un pensiero. Qualche minuto ed è fatto.

Arrivano il dolce e il caffè, comincio a mangiare e ricevo un messaggio su Uozzappa. Guardo e vedo un buon lunedì con un’immaginetta ripresa da Google – facciamo tutti così. Chiudo subito, l’ho appena guardata, non mi soffermo mai più di qualche secondo. Poi, mentre mangio, nuovi squilli che segnalano altri buongiorno. Non li guardo neppure, rimando tutto a un altro momento. Vado su Google, cerco le news, leggo i titoli, tento di capire cosa m’interessa, ma le notizie sono troppe, si accavallano, si rincorrono senza posa. Per fortuna sono in grado di distinguere tra vere notizie e patetici articoli acchiappa clic, ma talvolta questa bulimia di articoletti e post di ogni genere mi fa girare la testa, quasi come se mi trovassi in mezzo a un chiasso infernale. Mi stanco presto e chiudo Google. Finita la colazione m’incammino per una passeggiata. Pochi passi, squilla il telefono, stavolta rispondo. Due o tre parole per confermare il mio ritorno a casa a mezzogiorno circa. Continuo a camminare, mi arrivano altri messaggi, foto di amici e parenti in vacanza, abbronzature, arie felici. So tutto quello che fanno, brevi messaggi m’informano di ogni cosa. Intanto cammino, il paesaggio è meraviglioso e posso sbizzarrirmi a fotografare gli angoli che preferisco, senza limiti di nessun tipo. Al massimo scarterò le foto peggiori. Poi arriva l’ora di tornare a casa. Non ho portato la macchina, ma poco importa: sui bus si viaggia bene, sono silenziosi, puliti e c’è persino l’aria condizionata.

Montagna, 1987, vacanze estive. Sono seduta a un bar, ad alcuni chilometri da casa. Aspetto il dolce e il caffè e, nel frattempo, sfoglio alcune riviste che ho comprato all’edicola qui vicino. Mi piace il profumo della carta dei giornali ancora nuovi, tanto che spesso avvicino le pagine al volto per poterlo sentire meglio. Il mio rapporto con la lettura e la scrittura, infatti, è fisico, intensamente carnale: devo toccarle, le pagine, devo sentirle con il tatto e l’olfatto, sono oggetti concreti preziosi. Non finiranno subito nella spazzatura, alcune riviste si salveranno, le rileggerò, poi forse ne darò una o due a qualche parente. Facciamo sempre così, ce le scambiamo, è un’abitudine.

A un certo punto mi alzo e vado a passeggiare. Mi vengono in mente le amiche lontane, qualcuna al mare, qualche altra in montagna; ci rivedremo fra un mese circa e parleremo delle vacanze, racconteremo qualche sciocchezza, ci lamenteremo della noia di certe giornate. Poi ricominceremo con i nostri svaghi, gli incontri della domenica pomeriggio, le vasche in centro storico. Ma intanto sono qui, sto bene, il tempo scorre a rallentatore, le vacanze sembrano infinite, e questa lontananza da tutto e da tutti, questa lunga pausa, non può che farmi bene.

Adesso mi piacerebbe scattare qualche foto, e allora devo scegliere con cura, devo concentrarmi sui panorami più belli, perché non voglio usare più di un rullino. Le cartoline, invece, le acquisterò la prossima settimana con calma, quando tornerò a comprare altre riviste. Dopo un’ora di vagabondaggio e di pensieri lenti, vado alla fermata della corriera. Per fortuna il viaggio è breve, perché l’odore di benzina, sul mezzo, è molto fastidioso. Ma il percorso sarà piacevole, mi sentirò in compagnia, perché in corriera nessuno si preoccupa di parlare a voce bassa e c’è sempre qualche estraneo che mi rivolge la parola.

La nuova stagione: ricominciare, accogliere, capire

L’estate meteorologica è cominciata e, lo si voglia o meno, è già diventata parte di noi. Non si resta mai indifferenti di fronte all’arrivo di una nuova stagione, ma ci s’interroga, si fanno i conti col presente e col passato, si tessono trame per il futuro. Una nuova stagione è sempre un ricominciare, il dover necessariamente lasciare alle spalle un periodo per abbracciarne un altro. La nuova stagione s’impone, non ci è consentita la facoltà di rifiutarla: accade, è un fatto, è un dato. Non la scegliamo, ma con essa dobbiamo fare i conti. Ecco che si apre, allora, il problema dell’accoglienza, del fare spazio, del permettere al diverso di entrare nella nostra quotidianità per diventarne parte.

Non è mai semplice accogliere, perché ciò richiede una certa apertura mentale, uno sforzo, la capacità di modificare abitudini radicate, la volontà di ascoltare e di capire senza rinchiudersi nella fortezza del proprio ego, delle proprie opinioni, della propria meschinità. In questo senso il passaggio da una stagione all’altra ci pone di fronte a noi stessi, a ciò che siamo veramente, alla nostra grandezza e ai nostri limiti, come sempre accade nei momenti decisivi dell’esistenza.

Al di là di tutte queste considerazioni, resta il dato essenziale che niente e nessuno può scalfire: il passaggio arriva, il cambiamento è in atto, la nuova stagione è qui. La saggezza consiste nel cercare di adattarsi, inventando strategie, recuperando memorie, prendendosi cura di ciò che siamo.

Chiacchiere all’inizio di maggio

Questa mattina, approfittando della giornata festiva, sono andata in centro storico e sono rimasta quasi sconvolta nel vederlo affollato come un tempo, come nel periodo pre-pandemia: bar all’aperto presi d’assalto, gruppi di persone ovunque, voci e urla in ogni dove. Da molto tempo, ormai, non sono abituata all’atmosfera vivace, talvolta da sagra paesana, che caratterizza il centro storico di sabato e di domenica.

Quando abitavo in centro, evitavo accuratamente d’uscire durante il sabato pomeriggio: mi bastava sentire le voci sulla strada, percepire il clima allegro che inondava le vie e, intanto, restarmene tranquilla, perché sapevo che, trascorsa la tempesta del fine settimana, dal lunedì il mio quartiere sarebbe tornato un luogo piacevole e vivibile, vivace ma senza eccessi.

Ho sempre amato molto il centro storico durante l’autunno e l’inverno, perché è un luogo in cui non si avverte alcun senso di solitudine; nello stesso tempo, quando si sta in casa ci si sente davvero “dentro”, chiusi, al riparo, una sensazione, questa, che non riesco a provare altrove: sono le vie strette, i palazzi legati gli uni agli altri, i cortili interni angusti e le mura spesse a infondermi un profondo senso di pace e di calore. Ma in primavera e d’estate il centro storico non mi è mai piaciuto troppo, perché l’avvertivo e l’avverto come una prigione, per gli stessi motivi che invece lo rendono bellissimo nelle altre stagioni.

Stamattina, dopo aver constatato l’assalto dei cittadini al centro, sono scappata via in fretta, e mi sono sentita libera e felice quando mi sono ritrovata immersa nella tranquillità e nel verde del quartiere Buon Pastore, a contemplare l’inizio dell’ultimo mese di primavera.

E allora adesso parlo del niente, del poco che ho fatto prima dell’ora di pranzo, attardarmi sul viale a guardare gli alberi che stanno cambiando colore. Quindici giorni fa il rosa era predominante:

Oggi è il verde a farsi spazio sugli stessi alberi:

Mi ha colpita l’estrema lentezza delle persone intente a passeggiare, nei parchi e sulle strade, quel procedere quasi senza meta, senza alcun fine, il puro piacere di andare senza dover rispettare scadenze, orari, impegni – il puro piacere di lasciarsi inebriare dalla primavera. Ed ecco le rose gialle – maggio ormai arrivato – le rose gialle avvinghiate a un cancello, per farsi ammirare:

Ci attende un’esplosione di rose e di sole, e un avvicinarsi all’estate di corsa, come a non voler attendere. Cerchiamo allora di viverlo intensamente, maggio, di viverlo nei suoi colori intensi, quasi sfacciati, e di lasciarci sedurre dai suoi tramonti.

Verso la zona rossa

Fra poche ore Modena e Bologna entreranno in zona rossa, e forse, dall’8 marzo, tutta l’Emilia-Romagna seguirà lo stesso destino. Mi dispiace, mi pesa, mi deprime. Mi dispiace non poter uscire a passeggiare liberamente, dove desidero, dove mi conducono i pensieri del momento, certe sensazioni inaspettate, alcuni ricordi. Mi sento in prigione, mi sento in una cella senza neppure la possibilità di un’ora d’aria. Ma so che bisogna reagire e immagino che ci riuscirò grazie ai miei libri.

Nel tardo pomeriggio, sono andata in centro storico per qualche commissione e per comprare un libro prima che tutto chiuda. Così ho scattato qualche foto. Qui mi trovo alla fermata dell’autobus in via Emilia, di fronte a piazza Matteotti, probabilmente la piazza più sfortunata della città: a nessuno piace, a nessuno è mai piaciuta. Negli anni Ottanta e Novanta qui si riunivano personaggi poco raccomandabili, spesso dediti allo spaccio di droga. Poi la situazione è nettamente migliorata, sono state prese varie iniziative per rivitalizzare questo disgraziato angolo del centro, e adesso c’è anche una bella giostra per i bambini. Prima del Covid, la piazza ospitava spesso mercatini di vario genere; tuttavia continua a restare la Cenerentola del centro storico. Eccola:

Mi sposto in piazza Grande, mentre comincia a calare la sera. Mi aspettavo maggiori presenze:

Sulla piazza si affaccia anche la banca Unicredit, edificio che, trovandosi di fronte alla cattedrale, rovina un po’ l’atmosfera:

Questa è via Francesco Selmi vista dalla piazza:

Da piazza Grande si arriva anche in un’altra piazza, più piccola e modesta: piazza XX Settembre. A destra c’è sempre la banca, e il davanzale che si vede è quello su cui due simpatici umarells si fermavano spesso a giocare carte. Anni fa scrissi un post su questi personaggi. La piazza è sinistra, dove c’è il palazzo rosso:

Eccola:

Adesso torno indietro:

E qui mi fermo, perché il mio umore m’impedisce di scrivere altro.