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Archive for the ‘pensieri e riflessioni’ Category

Nella  società  contemporanea, moderna  ed  evoluta – almeno  così  ce  la  raccontano – l’esistenza  quotidiana  prevede  la  ricezione  di  telefonate  a  carattere  commerciale: offerte  e  presunte  promozioni  di  prodotti  di  telefonia, di  contratti  per  energia  elettrica, gas, acqua  e  altro  ancora.

Da  almeno  due  anni, la  società  Hera, che  gestisce  la  fornitura  di  acqua, gas  ed  elettricità  in  Emilia-Romagna,  mi  telefona  per  tentare  di  convincermi  a  modificare  la  tipologia  di  contratto. La  mia  risposta  è  sempre  stata  invariabilmente  la  stessa: per  adesso  non  m’interessa. Quando  sarò  interessata, vi  contatterò  senz’altro. Naturalmente, le  mie  parole  sono  completamente  inutili, visto  che  ormai  ricevo  telefonate  in  media  una  volta  alla  settimana: talvolta  mi  chiamano  da  Bologna, talaltra  dalla  Toscana, in  qualche  caso  addirittura  da  un  call  center  di  Napoli. Io  rispondo  sempre  in  maniera  cortese  soltanto  per  rispetto  nei  confronti  dei  lavoratori  dei  vari  call-center, che  non  hanno  colpa  di  nulla  e  sono  obbligati  a  tartassare  noi  cittadini, ormai  ridotti  soltanto  al  rango  di  consumatori, ossia  al  rango di  polli  da  spennare.

Poi, ogni  settimana  mi  chiama  anche  la  Tim, che  vuole  obbligarmi  a  installare  la  fibra  ottica. Anche  in  questo  caso, io  rispondo  sempre  allo  stesso  modo, come  un  disco  rotto: per  ora  non  m’interessa. Sarò  io  a  richiamarvi  in  futuro. Ovviamente, tempo  una  settimana, la  Tim  mi  richiama, cercando  di  convincermi  con  strane, imperdibili  offerte  di  cui  non  può  importarmi di  meno, visto  che  il  prezzo  della  bolletta, fatti  tutti  i  conti, resta  esattamente  il  medesimo.

Meno  insistente  e  più  discreto  appare  invece  l’Olio  Carli. In  questo  caso, dal  call  center  mi  chiamano  poche  volte  in  un  anno  e  perciò  l’Olio  Carli  mi  è  più  simpatico  rispetto  alla  società  Hera  e  alla  Tim. Però  non  lo  acquisto.

Ecco, tutto  questo  per  dire  che  rimpiango  moltissimo  i  tempi  in  cui, durante  la  mia  infanzia, non  esistevano  telefonate  di  questo  genere. All’epoca, quando  il  telefono  squillava  ero  contenta  perché  sapevo  che  si  trattava  sempre  di  una  persona  di  mia  conoscenza  che  chiamava  per  motivi  privati. Insomma, le  telefonate  avevano  un  senso, una  sfumatura  affettiva  o  sociale  che  le  rendeva  un  prezioso  ponte  per  le  relazioni  con  gli  altri. Nessun  estraneo  telefonava  per  cercare  di vendermi  un  prodotto.

E  siccome  sono  stressata  a  causa  di  tanti  impegni, tutto  questo  squillare  di  telefoni  e  telefonini, tutta  questa  continua  connessione  col  mondo  intero, tutta  questa  urgenza  di  dover  dare  risposte  immediate, di  dover  decidere  in  meno di  dieci secondi, di  dover  lottare  contro  tutto  e  contro  tutti, mi  fa  sorgere  il  prepotente  desiderio  di  andare  a  vivere  a  Rocca  Cannuccia, rompendo  del  tutto  con  la  cosiddetta  civiltà. Poi,  però,  anche  a  Rocca  Cannuccia  avrei  il  telefono,  e  allora  sarei  perseguitata  anche  lì  dalle  innumerevoli  società  commerciali  che  trascorrono  il  loro  tempo  cercando  di  vendere  prodotti  e  contratti. Non  se  ne  esce.

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diario

Esattamente  dieci  anni  fa, cioè  il  12  gennaio  del  2007,  iniziai  la  mia  avventura  con  questo  blog  scrivendo  un  brevissimo, scarno  post  di  presentazione. All’epoca  gestivo  anche  un  altro  spazio, un  blog  dedicato  all’attualità  politico-sociale  aperto  nell’agosto  del  2006; così, Oltre  il  cancello  doveva  essere, nelle  mie  intenzioni, un  piccolissimo  luogo  di  svago, un’isola  di  quiete  senza  alcuna  pretesa, le  pagine  cui  avrei  affidato  pensieri  lievi, a  volte  persino  frivoli, in  contrasto  con  la  serietà  del  mio  blog  principale.

Ma  nel  gennaio  del  2009  chiusi  definitivamente  il  blog  incentrato  sull’attualità  e  decisi  di  dedicarmi  soltanto  a  questo. Scelsi, cioè, lo  svago, il  disimpegno, la  quiete, la  fantasia, la  bellezza, la  serenità. In  un  certo  senso, scelsi  il  distacco  dal  mondo. E  non  me  ne  sono  pentita.

Come  ho  detto  altre  volte, questo  blog  ha  l’unico  scopo  di  intrattenere  i  lettori, regalando  un  po’  di  divertimento, alcune  emozioni, qualche  spunto  di  riflessione, belle  immagini, bei  colori. Ho  scritto  con  continuità  per  dieci, lunghi  anni; perciò, chi  legge  probabilmente  può  pensare  che  io  non  abbia  mai  attraversato  periodi  di  crisi, momenti  di  stanchezza  in  cui  avrei  voluto  chiudere  quest’esperienza. In  realtà, varie  volte  sono  stata  sul  punto  di  interrompere  tutto; ma  poi  non  l’ho  fatto  perché  sono  molto  affezionata  a  questa  mia  creatura,  e  alla  cura  con  cui  ho  cercato  di  trattarla  nonostante  il  poco  tempo  a  disposizione.

Adesso, riandando  con  la  mente  a  quel  lontano  gennaio  del  2007, ricordo  con  strana  precisione  i  sentimenti  che  provai  allora, mentre  mi  accingevo  a  cominciare  questo  percorso. Ricordo  la  gioia, l’entusiasmo, il  divertimento  con  cui  scrissi  i  primi  post, sentendomi  leggera  e  spensierata  mentre  affrontavo  argomenti  così  lievi, così  impalpabili, per  qualcuno  forse  inutili. Era  inverno, era  freddo, era  gennaio  e  io  mi  divertivo  moltissimo  a  scrivere  di  feste, di  neve  e  di  Holly  Hobbie  ignorando  come  sarebbe  andata  a  finire. Insomma, non  avrei  mai  pensato  che  dieci  anni  dopo  sarei  stata  qui  a  rievocare  quei  momenti. Ma  di  questo  devo  ringraziare  tutti  coloro  che  hanno  letto, in  silenzio  o  commentando, le  tante, tantissime  parole  che  ho  scritto  nel  corso  degli  anni. Se  sono  ancora  qui  è  anche  merito  di  tutti  i  singoli  lettori  che  mi  hanno  accompagnata  in  questo  lungo  cammino. 🙂

Oltre  il  cancello, allora, resta  aperto: questo  giardino  è  disponibile  ad  accogliere  chiunque  voglia  perdersi  fra  i  suoi  viali, i  suoi  prati, le  sue  siepi, i  suoi  angoli  bui  e  i  suoi  fiori. Mentre  le  stagioni  passano  una  dopo  l’altra.

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neve

Ogni  anno, accade  sempre  la  stessa  cosa: la  settimana  che  precede  le  feste  natalizie  si  presenta  ricca  d’impegni, di  scadenze  da  rispettare, di  programmi  da  organizzare. Nella  maggior  parte  dei  casi, si  tratta  di  questioni  superflue  o, meglio, di  questioni  che  sarebbero  superflue  in  un’altra  parte  dell’anno, ma  che, in  questa,  assumono  una  rilevanza  straordinaria. C’è  sempre  un  regalo  in  più  da  acquistare, un  piccolo  dettaglio  da  non  dimenticare, una  spesa  che  non  può  essere  rimandata, un  nuovo  giro  di  commissioni  da  sbrigare. Le  feste  natalizie, insomma, sono  un  vero  e  proprio  lavoro, una  professione  il  cui  svolgimento  si  affina  col  trascorrere  degli  anni  e  con  l’esperienza. Se  poi  penso  al  freddo  assassino  di  questi  giorni, il  fatto  di  dover  compiere  uscite  supplementari  per  faccende  che  eviterei  con  gioia  non  mi  riconcilia  con  l’idea  di  queste  feste.

Però, volenti  o  nolenti, il  dovere  chiama  e  così, ieri  sera, ho  dovuto  trovare  il  coraggio  di  affrontare  nuovamente  questo  freddo  semi-polare  per  andare  ad  acquistare  un  altro  regalo. Giunta  in  Piazza  Grande,  quasi  correndo  a  causa  del  gelo, ho  visto  il  trenino  delle  feste  fermo  al  capolinea  e  in  procinto  di  rimettersi  in  marcia. Così, ho  comprato  al  volo  un  biglietto  e  sono  salita  sul  primo  vagone, soprattutto  perché  ho  visto  salire  un  umarell  col  suo  nipotino. Ebbene  sì, è  stata  la  presenza  dell’umarell  a  farmi  decidere  per  il  tour  del  centro  storico, perché  quando  un  umarell  sale  su  un  mezzo  pubblico  dotato  di  motore  si  può  star  certi  che, prima  o  poi, farà  qualche  commento  interessante.

Sul  trenino  eravamo  soltanto  in  cinque: io, l’umarell  col  suo  pimpante  nipotino  e  un  distinto  signore  quarantenne  col  suo  bambino. Siamo  partiti  da  Piazza  Grande  con  molto  fragore, ci  siamo  diretti  lungo  Corso  Duomo  e  poi  abbiamo  girato  per  entrare  in  Via  Emilia, il  tutto  accompagnati  dal  fischio  del  treno. L’umarell  rispondeva  alle  domande  del  suo  nipotino, gorgheggiando  con  entusiasmo  e  felice  perché  eravamo  così  in  pochi. Quando  il  trenino  ha  lasciato  Via  Emilia  per  dirigersi  lungo  Corso  Canal  Grande, l’umarell  ha  detto  qualcosa  a  proposito  delle  sospensioni  del  veicolo, ma  non  ho  capito  bene  cosa. In  seguito, una  volta  oltrepassata  l’Accademia  Militare, ha  fatto  quello  che  qualsiasi  vero  umarell  farebbe  in  simili  circostanze: si  è  lamentato  del  rumore  del  motore, a  suo  dire  difettoso. E  poi  ha  aggiunto, tutto  giulivo: “Ma  questo  treno  ha  molte  cose  che  non  vanno!”. Mentre  attraversavamo  Via  Cesare  Battisti, ha  continuato  entusiasta: “Se  andiamo  avanti  così, ci  tocca  spingerlo!”. E  il  signore  quarantenne, ridendo, gli  dava  ragione.

Abbandonata  Via  Cesare  Battisti, siamo  tornati  in  Via  Emilia, poi  in  Corso  Duomo  e  finalmente  al  capolinea  di  Piazza  Grande. Quando  l’umarell  ha  aperto  la  porta  per  far  scendere  suo  nipote, ha  detto  trionfante: “Qui  molte  cose  non  vanno!”. Una  volta  a  terra, è  andato  incontro  felice  al  macchinista  per  spiegargli  le  riparazioni  da  fare  al  simpatico  veicolo. Io  non  sono  rimasta  ad  ascoltare  a  causa  del  freddo, ma  immagino  che  gli  abbia  sciorinato  con  convinzione  una  lista  di  riparazioni  appropriate. Naturalmente  il  trenino  resterà  com’è, senza  alcuna  riparazione.

Questo  episodio  ha  richiamato  alla  mia  memoria  quei  pensionati  della  vecchia  azienda  modenese  dei  trasporti  che, negli  anni  Ottanta, erano  soliti  salire  sugli  autobus  e  mettersi  seduti  nei  sedili  dell’ultima  fila  per  ascoltare  il  funzionamento  dei  motori. Stavano  lì, concentrati  ad  ascoltare  con  estrema  attenzione  e  poi, dopo  un  attento  studio  del  caso, si  dirigevano  verso  l’autista  impegnato  a  guidare, per  informarlo  che  il  motore  stava  soffrendo, che  la  frizione  doveva  essere  spinta  in  un  altro  modo, che  i  freni  dovevano  essere  pigiati  in  un  momento  preciso  prima  del  semaforo  e  via  così,  con  una  lunga  serie  di  consigli  non  richiesti. In  genere, gli  autisti  lasciavano  correre  e  non  rispondevano, perché  i  pensionati  si  atteggiavano  a  professori  di  guida  ma  in  maniera  bonaria. Una  volta, però, un  umarell  più  aggressivo  del  solito, dopo  aver  spiegato  all’autista  che  stava  guidando  come  un  cane, gli  disse: “Ma  va’  a  zappare  la  terra  e  lascia  stare  gli  autobus!”.

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autunno23

Ho  appena  terminato  di  fare  l’albero  di  Natale – quello  grande –  e  di  disporre  in  casa  altri  vari addobbi. Mi  manca  ancora  l’albero  più  piccolo, ma  rimando  quest’incombenza  all’otto  dicembre.

Eh  sì, siamo  arrivati  a  dicembre, al  primo  mese  d’inverno. Il  freddo  è  pungente, ma  l’atmosfera  è  ancora  autunnale: è  l’autunno  che  sta  morendo  adagio  e  che, mentre  si  congeda, dispiega  ancora  i  suoi  tanti  doni. Come  sempre, è  stato  troppo  breve; come  sempre, ci  sembra  di  non  averlo  vissuto  in  pieno, di  aver  perso  qualcosa  mentre  le  giornate  fuggivano  via  una  dietro  l’altra, sempre  più  diafane  e  malate, sempre  più  stanche  e  pensose.

Il  passaggio  al  Natale – perché  dicembre  non  è  altro  che  una  lunga, estenuante  preparazione  al  Natale – è  un  po’  faticoso, almeno  per  me, perché  è  un  trapasso  dalla  calma, elegante  sobrietà  dell’autunno  agli  eccessi  di  un  periodo  festivo  che  sembra  non  dover  terminare  mai. Ho  sempre  pensato  che  sia  opportuno  difendersi  da  tutto  questo  trambusto, ossia  viverlo  nel  miglior  modo  possibile  senza  però  caderne  vittime, senza  lasciarsene  travolgere.

Ma  intanto  cominciamo  ad  abituarci  all’inverno.

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Sono  molto  contenta  delle  infinite  possibilità  che  ci  offrono  internet  e  le  comunicazioni  veloci  in  genere. Però  ogni  tanto  mi  assale  il  desiderio  di  tornare  indietro  e  di  vivere  per  qualche  giorno come  si  viveva  quando  adsl,  cellulari  e  affini  non  esistevano. Mi  piacerebbe  potermi  ritrovare – che  so – negli  anni  Ottanta  del  secolo  scorso, quando  bisognava  cercarsi  una  cabina  telefonica  per  chiamare  qualcuno  se  si  era  fuori  casa  e  quando  tutte  le  comunicazioni  erano  più  lente.

Se  esistesse  una  macchina  del  tempo  capace  di  trasportarci  indietro, ogni  tanto  farei  una  puntatina  nel  passato  privo  di  internet. Come  una  specie  di  temporanea  vacanza  dello  spirito  dopo  l’orgia  delle  comunicazioni  continue  e  rapidissime. Naturalmente  si  tratterebbe  solo  di  brevissimi  intervalli, perché  preferisco le  tante  comodità  che  ci  sta  offrendo  ora  la  tecnologia; ma  sarebbe  bello  poter  ‘staccare’  ogni  tanto  e  poter  tornare  a  vivere  certe  emozioni.

Se  è  vero, infatti, che  comunicare  tanto  facilmente  ha  migliorato  la  nostra  esistenza  sotto  molti  punti  di  vista, è  altrettanto  vero  che  sono  venute  meno  certe  attese  che, in  alcuni  casi, avevano  un  loro  fascino: aspettare  una  lettera, ad  esempio,  significava  coltivare  ansie, speranze  e  tutte  quelle  emozioni  che  soltanto  la  mancanza  di  immediatezza  può  offrire. Anche telefonare  ad  amici  e  parenti  lontani  aveva  il  sapore  di  un  piccolo  ‘evento’: le  telefonate  interurbane  costavano  molto, non  si  facevano  tutti  i  giorni  e  quindi  sentirsi  per  telefono  a  volte  acquistava  la  fisionomia  di  un  fatto  importante, di  un  piccolo  rito  colmo  di  significati.

E  che  dire  delle  ‘difficoltà’  di  comunicare  con  amiche  e  amici? In  genere, nelle  case  c’era un  unico  telefono. Se  si  voleva  dire  qualcosa  di  rilevante  e  di  segreto  all’amica  o  all’amico  del  cuore  bisognava  scriversi, scambiarsi  biglietti  o  conversare  in  privato  e  trovare  il  momento  giusto  per  farlo. Anche  darsi  un  appuntamento  era  un  po’  meno  immediato  rispetto  a  oggi, e  ciò  conferiva  un  fascino  particolare  all’arte  di  coltivare  relazioni, proprio  perché  tutto  era  sempre  accompagnato  dall’attesa  e  quindi  da  momenti  di  sospensione  o, meglio, da  mistero. Ecco, questo  è  il  nucleo  della  questione: un  certo  alone  di  mistero  conferisce  sempre  attrattiva  a  ciò  che  si  aspetta, si  desidera  e  si  fa, mentre  la  possibilità  di  avere  tutto  e  subito, cioè  la  totale  assenza  di  ostacoli,  tende  a  banalizzare  pensieri  e  azioni  e  può  essere  fonte  di  noia. Insomma, quando  si  è  sazi  il  cibo  dà  la  nausea.

Ma  è  un  discorso  per  anime  un  po’  romantiche – me  ne  rendo  conto – e  quindi  non  può  essere  approvato  da  tutti.

 

 

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Avrei  voluto  scrivere  prima, ma  quanto  successo  in  questi  ultimi  giorni  mi  ha  paralizzata. Il  terremoto  che  ha  devastato  il  Centro  Italia, un’area  splendida  sotto  il  profilo  paesaggistico  e  culturale, è  una  tragedia. Proprio  per  questo – proprio  perché  si  tratta  di  una  tragedia – i  media  dovrebbero  cercare  di  conservare  un  alto  senso  di  responsabilità  e  un  atteggiamento  sobrio, cosa  che  invece  spesso  non  fanno.

I  giornalisti, le  giornaliste, i  commentatori, le  commentatrici  e  anche  i  politici  dovrebbero  astenersi  da  polemiche  inutili  e  pretestuose, da  strumentalizzazioni  in  salsa  elettorale  e  da   analisi  ‘disinvolte’  e  prive  di  fondamento. E  sarebbe  anche  opportuno, da  parte  dei  media,  evitare  di  indugiare  su  particolari  morbosi, di  fare  domande  vuote, superficiali, inutili  a  persone  traumatizzate e  di  scrivere  titoloni  ad  effetto  che  magari  deformano  la  realtà.

Un’utopia, lo  so, però  in  questi  momenti  sorge  spontaneo  il  desiderio  di  sottolinearlo.

Arquata

(Arquata  del  Tronto)

 

 

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giugno1

Ogni  anno, al  principio  di  giugno, si  risvegliano  in  me  certe  memorie. Capita  così, d’improvviso, forse  persino  contro  la  mia  volontà: nella  mia  mente, compaiono  immagini  di  tanti  anni  fa  e  sensazioni  particolari – un  risvegliarsi  di  emozioni  sopite  o  represse. E  poi  sono  afferrata  da  un  profondo  desiderio  di  libertà, libertà  intesa  come  totale  assenza  di  catene.

Da  ragazzina, solo  una  volta  lasciai  la  città  nel  mese  di  giugno: avevo  dodici  anni  e  partii  per  il  mare  a  causa  di  una  bronchite  che  non  voleva  abbandonarmi. Si  trattò  di  una  partenza  imprevista, organizzata  molto  in  fretta. Ricordo  che  alloggiai  in  una  villetta  indipendente  molto  bella  e  ben  arredata. Ma, come  ho  scritto, si  trattò  di  un  caso  particolare  perché  io  ero  solita  lasciare  la  città  durante  il  mese  di  agosto. Del  resto, a  quei  tempi  agosto  era  ancora  il  mese  delle  vacanze  per  eccellenza, tanto  che, a  differenza  di  quanto  accade  ora, le  città  restavano  quasi  deserte.

A  proposito  di  città  semi-deserte, mi  viene  in  mente  che  un  mio  amico, durante  l’adolescenza, aveva  un’abitudine  particolare: a  Ferragosto,  lasciava  la  casa  al  mare  e  tornava  in  città  per  poter  girare  liberamente  in  bicicletta  mentre  il  centro  storico  era  vuoto. Mi  raccontava  che  era  bellissimo, per  lui, avere  le  strade  tutte  per  sé  e  potersi  muovere  in  bici  senza  dover  restare  a  destra  e  senza  rispettare  i  semafori. Si  sentiva  completamente  libero  e  quasi  padrone  della  città. Attualmente, niente  di  ciò  sarebbe  possibile  visto  che  la  città  non  è  mai  vuota, neppure  a  Ferragosto.

Memorie  e  desiderio di  libertà: giugno  mi  distrae  proprio  per  questi  motivi, perché  mi  assalgono  molti  ricordi  in  maniera  quasi  prepotente  e  vorrei  sentirmi  libera, completamente  libera  di  fare  e  disfare, senza  alcun  importante  dovere  da  rispettare, proprio  come  un’adolescente  piena  di  vita. Talvolta  mi  sento  in  colpa  a  causa  di  queste  sensazioni, ma  non  posso  governarle: sono  più  forti  di  me, come  un  fiume  in  piena  che  mi  assale  e  contro  cui  non  riesco  a  lottare.

E  voi  cosa  provate? Che  sentimenti  evoca  in  voi  questo  mese?

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