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Archive for the ‘pensieri e riflessioni’ Category

In  questi  giorni – più  che  altro  nel  poco  tempo  libero  che  ho  a  disposizione –  sto  valutando  un  romanzo  inedito. Devo  scriverne  un  commento  dettagliato, soffermandomi  su  tutti  i  suoi  aspetti: fabula, intreccio, personaggi, ambientazione, stile  e  così  via. Come  lavoro  mi  piace  moltissimo, ma  sto  sperimentando  tutta  la  fatica  che  si  prova  nel  doversi  soffermare  attentamente  su  un  testo  pieno  di  difetti  stilistici. Fra  le  altre  cose, ciò  che  mi  stupisce  è  trovare  nell’opera  numerosi  suoni  onomatopeici, quelli  presenti  in  abbondanza  nei  fumetti  di  Paperino  e  Topolino, tipo  sniff, crash, cling, patapuffete  e  moltissimi  altri.

Approfitto  di  questa  mia  esperienza  per  fare  qualche  osservazione  a  proposito  della  difficilissima  arte di  scrivere. In  generale, un’ottima  regola  cui  conformarsi  quando  si  vuole  scrivere  un  racconto  o  un  romanzo  è  cercare  di  essere  semplici, ossia  evitare  uno  stile  improntato  all’estenuante, continua  ricerca  di  metafore, immagini  e  similitudini  bizzarre. Inventare  immagini  strane, paragoni  troppo  arditi  e metafore  incomprensibili  non  significa  essere  originali  e  perciò  creativi; al  contrario, operando  in  questo  modo  si  rischia  di  scadere  nella  sciatteria  e  nel  vorrei  tanto  ma  non  posso. La  semplicità, quando  è  frutto  di  una  scelta  oculata  e  razionale, è  sinonimo  di  eleganza  ed  è  anche  il  risultato  di  una  buona  conoscenza  della  lingua  e  del  suo  uso. Si  è  semplici  e  ci  si  fa  capire  proprio  quando  si  è  padroni  della  lingua. E  soltanto  quando  si  è  davvero  padroni  della  lingua  immagini  e  metafore  esteticamente  gradevoli  emergono  senza  alcuno  sforzo; solo  quando  si  è  padroni  della  lingua  si  può  pensare  di  non  rispettare  più  determinate  regole.

Ma  questo  è  un  risultato  che  si  ottiene  esclusivamente  in  un  modo: leggendo  parecchio, leggendo  opere  scritte  bene, classici  della  letteratura, libri  che  molti  e  molte  snobbano  considerandoli  monotoni  o  pesanti  o  antipatici  perché  li  abbiamo  studiati  a  scuola  e  che  pizza! In  realtà, quei  libri  fanno  la  differenza  e chi  li  ha  letti  ha  appreso  cose  che  molti  ignorano, ossia  un  bagaglio  di  conoscenze  indispensabili  per  chiunque  voglia  cimentarsi  con  l’arte  della  scrittura.

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Molti  anni  fa, a  quest’ora  soffrivo  pensando  che  agosto  se  ne  sarebbe  andato  presto  per  dissolversi  nel  mese  di  settembre, tempo  di  autunno  e  di  scuola, tempo  di  doveri  e  di  varie  oppressioni.

Anche  a  quell’epoca, il  passaggio  fra  agosto  e  settembre  mi  colpiva  sempre  con  forza. Percepivo  tutta  l’intensità  dell’estate – estate  che  sembrava  non  dover  morire – ma, nello  stesso  tempo, il  lento  avanzare  delle  ombre  s’insinuava  in  me  annunciando  la  stagione  che  sarebbe  venuta. In  genere, dopo  la  metà  di  settembre  le  prime  piogge  autunnali  mi  lasciavano  sempre  un  po’  amareggiata  e  stanca. Non  sentivo  ancora  quel  calore  avvolgente  che  invece  adesso  mi  circonda  ogni  volta  che  l’autunno  compare  con  le  sue  incertezze, i  suoi  muti  rancori, i  suoi  tanti  colori  vivaci  e  spenti, le  sue  gioie  e  i  suoi  pianti, il  suo  insondabile  mistero.

Al  di  là  di  ciò, e  scendendo  a  un  livello  decisamente  più  terra  terra, dell’autunno  amo  anche  la  possibilità  di  mangiare  una  grande  varietà  di  cibi  che, durante  l’estate, è  bandita  dalle  nostre  tavole: brodi, zuppe, minestroni, tortellini, ravioli  e  molto  altro  ancora  a  seconda  dei  gusti  personali.

Certo, l’estate  è  ancora  viva  più  che  mai  e, stando  alle  previsioni, il  caldo  non  ci  abbandonerà. Per  ora, quindi, possiamo  soltanto  accontentarci  di  pregustare  i  molti  piaceri, spirituali  e  materiali, che  una  stagione  generosa  come  l’autunno  sa  regalarci.

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Mi  dispiace  essere  stata  assente  per  alcuni  giorni: amo  aggiornare  il  blog  spesso  e  detesto  lasciarlo  in  stato  di  quasi  abbandono. Ma  luglio  ha  sempre  questo  effetto  negativo  su  di  me: vorrei  scrivere  ma  poi  rimando, infastidita  dal  caldo, dall’atmosfera  opprimente  causata  dalle  persiane  chiuse  e  da  questa  sensazione  di  attesa  che  mi  pervade  e  un  po’  mi  lascia  inquieta.

Le  previsioni  del  tempo  sono  tremende, almeno  per  l’Emilia-Romagna: sembra  che  la  prossima  settimana  sfioreremo  i  40°. Mi  auguro  che  sia  l’ultima  ondata  di  calore  di  questa  maledetta  estate  rovente. In  ogni  caso, sono  molto  contenta  perché  luglio  sta  per  finire, per  dissolversi, per  sparire.

Ecco, intanto ho  spezzato  il  silenzio  di  queste  interminabili  giornate; e  fra  poco  tempo  pubblicherò  un  vero  post.

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Giugno  è  arrivato. Ogni  anno, quando  inizia  questo  mese, sono  invasa  da  un  vortice  di  memorie  e, se  anche  volessi, non  potrei  disfarmene. Sono  ricordi  di  un  tempo  in  cui  giugno  rappresentava  la  nascita  di  un  periodo  completamente  nuovo: le  vacanze, la  fine  della  scuola, la  fine  della  prigione, la  libertà. Non  era  soltanto il  principio  dell’estate, ma  un  vero  e  proprio  passaggio  verso  un’altra  dimensione. E  il  sole, i  pomeriggi  lunghissimi  e  le  notti  brevi  erano  quanto  di  più  bello  potesse  esistere.

In  montagna, le  giornate  apparivano  quasi  senza  fine: lunghe  le  mattine, interminabili  i  pomeriggi, lunghe  anche  le  sere. Ricordo  sempre  con  stupore  un  giorno  particolare, credo  un  lunedì. Io  e  le  mie  cugine  avevamo  finito  di  pranzare  ed  eravamo  rimaste  in  cucina  a  chiacchierare. A  un  certo  punto, mi  sembrò  che  fosse  trascorso  molto  tempo, mi  sembrò  che  le  nostre  chiacchiere  fossero  durate  troppo  e  che  fosse  il  momento  di  uscire  da  casa. Così  guardai  l’orologio  e  rimasi  sbalordita: erano  soltanto  le  13:40. Davanti  a  noi, avevamo  un  pomeriggio  infinito.

Il  ricordo  che  ho  di  quelle  estati  è  il  ricordo  della  mia  percezione  del  tempo: lo  avvertivo  quasi  fosse  qualcosa  di  concreto, di  vivo, dotato  di  un’anima  propria; e  ne  sentivo  persino  lo  scorrere, lentissimo, cauto, sornione. Il  tempo  era  un  amico, un  compagno  silenzioso  e  costante, un  alleato. Certo, spesso  mi  annoiavo  e  desideravo  che  fosse  più  veloce; ma  era  il  tempo  estivo, il  tempo  della  libertà  e  delle  piccole  follie. Perciò  era  bene  che  fosse  tanto pacato. In  fondo, mi  stava  facendo  un  regalo, anche  se  non  me  ne  accorgevo.

E  poi  lo  sguardo, lo  sguardo  sul  mondo. Non  era  soltanto  la  percezione  del  tempo  a  essere  così  peculiare, ma  anche  il  modo  in  cui  guardavo  tutto  l’insieme, cose  e  persone. Lo  so, è  un’affermazione  che  sembra  banale, perché  si  tratta  di  un  fatto  scontato. Però  è  il  ricordo  di  quello  sguardo  che  assume  contorni  particolari  e  che  non  può  essere  descritto  con  facilità: sarebbe  come  voler  catturare  l’immagine  di  un  arcobaleno  di  colori  che  si  trasforma  adagio – sempre  in  movimento – fino  ad  assumere  sfumature  sorprendenti, sfumature  con  le  quali  occorre  imparare  a  convivere.

Ogni  anno, quando  giugno  compare  e  annuncia  la  nuova  stagione, sono  il  tempo  e  lo  sguardo  ad  attraversare  i  miei  pensieri – e  a  parlarmi  e  a  raccontarmi  sempre  qualche  nuovo  dettaglio.

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Siamo  alla  fine  di  maggio  e  l’estate  è  entrata  in  città, quasi  silenziosamente. Un  passaggio  decisivo  come  questo  richiede  sempre  capacità  di  adattamento; è vero  però  che, per  tanti  motivi, abituarsi  a  una  trasformazione e accettarla  non  è  per  tutti  semplice.

Il  mutamento di  una  stagione  è  anche  una  metafora  dei  cambiamenti  che  attraversano  le  nostre  esistenze, cambiamenti  che  non  sempre  riguardano  aspetti  materiali  della  quotidianità. Trasformazioni  profonde, infatti, possono  anche  investire  il  nostro  modo  di  guardare  il  mondo  nel  suo  complesso  e  le  nostre  stesse  esperienze  passate  e  presenti. Ed  è  innegabile  come  certi  cambiamenti  radicali  possano  rivelarsi,  a  volte,  molto  destabilizzanti, pur  tracciando  un  sentiero  verso  il  futuro.

Ciò  che  era  già  nitido – già  perfettamente  chiaro – si  rivela  ancora  più  limpido. Proprio  come  un  cielo  terso  in  una  bella  mattina  d’estate, un  cielo  talmente  azzurro  da  lasciarsi  contemplare  per  raccontare  tutto  senza  remore. E  allora  ogni  cosa  viene  rimessa  al  suo  posto  con  calma, quasi  con  freddezza, perché  se  ne  conoscono  ormai  tutti  i  segreti. Ciò  che  appariva  grande  è  diventato  piccolo, ciò  che  sembrava  vitale  ora  non  lo  è  più, ciò  che  appariva  bello  e  colorato  si  è  ridimensionato  fino  a  scomparire. I  mutamenti  sono  sempre  faticosi, ma  necessari.

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Ieri  alcune  persone  mi  hanno  detto: se  vedo  certe  foto  su  Instagram  o  affini  mi  viene  da  ridere  e  da  fare  battutacce, mentre  se  le  vedo  su  un  blog  non  ho  la  medesima  reazione. Perché? La  domanda  è  interessante  e  allora  vale  la  pena  tentare  una  spiegazione.

Scorrendo  vari  profili  su  Instagram (e  non  solo),  mi  colpisce  l’omogeneità  di  certi  contenuti: tra  le  immagini  più  frequenti  vi  sono  quelle  che  ritraggono  cibi, vestiti, scarpe  e luoghi  di  vacanza. E  sono  tante, tantissime  le  immagini  di  questo  tipo: esistono  interi  profili  basati  soltanto  su  questo  tipo  di  fotografie. Ad  esempio, mi  capita  molto  spesso  di  vedere  persone  che  si  fotografano  i  piedi  per  mostrare  le  scarpe  che  indossano, pantofole  comprese. Naturalmente simili  immagini  si  possono  trovare  anche  nei  blog; però  l’effetto  che  producono  sul  lettore  è  quasi  sempre  o  molto  spesso  assai  diverso.

Di  fronte  alle  fotografie  di  una  persona  a  noi  estranea  che  pubblica  in  continuazione  ciò  che  mangia  ogni  giorno  o  le  immagini  delle  sue  vacanze  o  quelle  delle  sue  scarpe,  la  prima  reazione  che  si  può  avere  è  banalissima, scontata  e  prevedibile: cosa  me  ne  importa  di  ciò  che  mangi  tu? Cosa  me  ne  importa  di  vedere  il  tuo  Rolex? Che  me  ne  frega  del  pinzimonio  che  hai  mangiato  la  sera  di  Natale?

Come  ho  scritto  sopra, anche  sui  blog  si  pubblicano  fotografie  del  genere. Ma  vi  sono  alcune  differenze  importanti. A  parte  i  casi  di  blog  gestiti  in  maniera  estremamente  superficiale, le  immagini  sono  spesso  accompagnate  da  testi, magari  brevi  o  brevissimi, ma  di  senso  compiuto; in  altre  parole, nei  blog  le  immagini  più  disimpegnate  e  ‘allegre’  sono  spesso  un’occasione  per  scrivere  un  pensiero, per  poter  sorridere, per  spezzare  un’atmosfera  troppo  seria, per  prendere  in  giro  se  stessi  e  per  tanti  altri  motivi. E  se  anche, in  alcuni  casi,  alle  immagini  manca  il  testo  di  accompagnamento, resta  il  fatto  che, in  un  blog  ben  gestito,  si  trovano  sempre  foto  di  vario  tipo: Tizio  può  sì  pubblicare  le  fotografie  delle  sue  vacanze, ma  poi  pubblica  anche  post  e  immagini  di  altro  genere.

In  sintesi, nei  blog  le  immagini  sono  inserite  in  un  contesto  complesso, tale  da  conferire  loro  un  significato  che oltrepassa  l’immediatezza  del  puro  dato  visivo. Invece, le  fotografie  pubblicate  soltanto  con  qualche  tag – come  avviene  nei  social –  sono  immagini  definitivamente  cristallizzate  nel  loro  significato  letterale.  Ecco  che  allora  un  profilo  colmo  di  foto  di  scarpe  e  di  cene –  più  o  meno  sontuose  o  squallide – può  dare  luogo  a  commenti  ironici. Se  vedo  Tizia  che  pubblica  a  raffica  le  fotografie  di  tutte  le  scarpe  che  è  solita  indossare  o  dei  tanti  toast  che  mangia  a  pranzo, fatico  a  trovare  un  significato  che  vada  oltre  ciò  che  mi  è  davanti: in  questo  caso, cioè, una  scarpa  è  soltanto  una  scarpa, un  toast  è  soltanto  un  toast, niente  di  più  e  niente  di  meno. Perciò  a  volte, vedendo  alcuni  profili  del  genere,  scappano  frasi  di  questo  tipo: cosa  interessa  all’umanità  dei  toast  che  mangi  a  pranzo?

Che  poi  le  fotografie  raccontino  molto  della  personalità  di  chi  le  pubblica  e  possano  sempre  rimandare  anche  ad  altro, è  ovvio. E  qui  si  potrebbe  aprire  un  discorso  molto  articolato. Senza  contare  che, di  fronte  alle  migliaia  di  foto  di  scarpe, vestiti  e  cibi  che  popolano  i  social,  si  potrebbe  anche  riflettere  a  lungo  sui  valori  preponderanti  dell’attuale  momento  storico  e  sulla  cultura  di  massa. Ma  tralascio  questi  temi. Io  qui  mi  sono  limitata  a  spiegare  il  motivo  principale  e  più  immediato  per  cui, a  mio  parere, sui  social  network  determinate  foto  possono  suscitare  battute  ironiche, oltre  che  accuse, a  volte  giuste  e  a  volte  sbagliate, di  mero  esibizionismo.

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Concretezza, moderazione, autoironia: qualità  utili  per  vivere  bene  e  per  evitare  di  danneggiare  troppo  il  nostro  prossimo. Ci  si  rifletta  profondamente, perché  ne  vale  la  pena.

Sul  piano  paesaggistico  ed  estetico, le  colline  sono  uno  splendido  esempio  di  moderazione. Buona  domenica  a  tutti.

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