La regina e i sogni di gloria

Alcuni si stracciano le vesti per la morte della regina Elisabetta, commentando quest’avvenimento con toni decisamente sopra le righe. A volte, sono uomini e donne che neppure ricordano di avere nonni o parenti ormai vecchi, il cui decesso, quando arriva, li sfiora appena.

Mentre singhiozzano per Elisabetta, mi rammentano quelle persone che si dedicano con grande zelo al volontariato, visitando gli anziani soli, e però, nel frattempo, hanno collocato i propri genitori nelle cosiddette strutture protette.

Va bene, la regina è un pezzo importante della storia inglese. Ma un conto è valutarne la figura in maniera razionale, per l’impatto che ha avuto sulla sua nazione, un altro conto, invece, è dolersi e considerarla alla stregua di una persona cara. Sì, eravamo abituati a vederla, d’accordo; ma cerchiamo di mantenere le giuste proporzioni.

La verità è che spesso, in questi casi, ad attirare è lo sfarzo, quel lusso sfrenato al quale la grande maggioranza della popolazione mondiale non ha e non avrà mai accesso. Le regine, i principi e le principesse rappresentano un mondo “altro”, affascinante e per molti versi misterioso, reso sacro proprio dalla sua unicità e dai privilegi che lo puntellano, quei privilegi che molti vorrebbero avere.

Peccato, però, che tali privilegi costino parecchio alla collettività e che, nel lungo, complicato corso della storia, siano stati sempre ottenuti a colpi di violenze, crudeltà e durezze inenarrabili.

Bisognerebbe ricordarselo, per maturare un po’ e capire che le enormi diseguaglianze presenti nel mondo non sono effetti del caso.

Eccomi

Ho lasciato trascorrere il tempo, ho lasciato che agosto percorresse da solo parte della sua strada. E lo so che un blog abbandonato, sia pure per poco, perde fascino e lettori; ma una breve pausa estiva è necessaria, se non altro per ricominciare con entusiasmo.

Si riparte. E sarà bello assistere al declino dell’estate, al volgere delle stagioni, al tempo che non vuole saperne di fermarsi.

La caduta di Draghi e Giuseppe Conte: il diritto di salvare il proprio partito

Dopo la caduta del governo Draghi, abbiamo assistito a commenti e dichiarazioni scomposte da parte di vari leader politici, impegnati ad accusarsi a vicenda della fine dell’esecutivo.

I toni sono forti e aspri, in alcuni casi melodrammatici e un po’ ridicoli: sembra quasi che la caduta di Draghi sia un reato di lesa maestà. Ma non è saggio tratteggiare il santino di Draghi, perché lascia intendere che, senza di lui, nessun politico sia in grado di mandare avanti il Paese. Ciò potrebbe anche essere vero, ma dichiararlo così apertamente non depone a favore di chi si straccia le vesti per la conclusione dell’esperienza draghiana.

Non condivido la violenza degli attacchi a Giuseppe Conte da parte di alcuni esponenti politici. Conte è il leader di un movimento che, dopo essersi affermato come primo partito alle elezioni del 2018, si trova ora in vertiginoso calo di consensi. L’appiattimento sulle posizioni di Draghi, che il M5S ha messo in atto negli ultimi mesi, è stato il canto funebre di un’esperienza politica al tracollo; in questa situazione, Conte non può fare altro che tentare un rilancio del suo movimento, occupando il vuoto lasciato da chi si dichiara di centrosinistra e invece persegue da anni politiche di centrodestra.

Forse si tratta di un suicidio elettorale, ma Conte ha il diritto e anche il dovere di tentare il salvataggio del suo partito, un’impresa assai più dignitosa dei voltafaccia di chi ha fatto carriera sfruttando il M5S per poi abbandonarlo. Ma si sa, quando la nave affonda i topi scappano.

A scanso di equivoci e per evitare commenti impropri, io non sono grillina. Però non mi piace la disonestà intellettuale di certa informazione.

Parlamento, democrazia e partiti: qualche riflessione

Un generale con le medaglie sul petto, un banchiere e un Parlamento in cui si discute poco perché, sempre più spesso, si ricorre al voto di fiducia: questa, in estrema sintesi, è la fotografia della situazione politica italiana degli ultimi mesi.

Con la scusa delle emergenze, lo spazio della democrazia si è ristretto e questa tendenza non mostra segni di cedimento. Intanto, si profila all’orizzonte il successo di una destra essenzialmente illiberale e attraversata da venature fasciste, con tutto ciò che questo comporta sul piano politico, sociale, economico e culturale. D’altro canto, nulla nasce a caso e sono tanti gli attori responsabili di questa situazione, compreso il centrosinistra.

Avremmo un gran bisogno di uno schieramento progressista autentico e impegnato a combattere le troppe diseguaglianze presenti nel nostro Paese, ma è un discorso vano, una perdita di tempo, perché tutti quanti sono impegnati a non intaccare lo status quo: guai a toccare i privilegi, guai a combattere seriamente l’evasione fiscale.

Un generale, un banchiere, un Parlamento che non svolge del tutto la sua funzione, una destra becera e volgare, un centrosinistra che non c’è o che arranca: la nostra condizione è questa. E infatti la percentuale di chi si astiene dal voto sta aumentando, perché ormai alcuni si sono stancati di andare ai seggi turandosi il naso.

Non è un quadro rassicurante.

Cronaca dei femminicidi: tra superficialità e ipocrisia

Il linguaggio della cronaca che racconta i femminicidi è spesso frutto di superficialità e ipocrisia. Molto frequentemente, infatti, i titoli o i sommari degli articoli che riportano simili mattanze sono accompagnati da frasi come questa: lui non sopportava la separazione e l’ha uccisa.

Tale linguaggio, in apparenza neutro, è portatore di una pericolosa ambiguità che, sotto la superficie di parole innocue, trasmette un messaggio inquietante, effetto di una mentalità ancora profondamente radicata nella nostra cultura: l’idea che, in fondo, lui sia stato lasciato, poverino, e quindi sia in qualche modo vittima di un grande dolore provocato dalla donna. E il dolore, si sa, può rendere folli e causare reazioni incontrollate.

Quest’idea, ambiguamente evocata dal linguaggio giornalistico, può stimolare nei lettori altri pensieri, come la convinzione che l’assassino provasse ancora qualche sentimento d’amore prima di uccidere la sua compagna, altrimenti non avrebbe reagito così alla separazione. In altre parole, una frase come lui non sopportava la separazione stimola interpretazioni distorte della realtà e sottintende, in maniera molto velata, una sorta di giustificazione per l’omicida.

I giornalisti e le giornaliste che si esprimono così agiscono spesso per superficialità: scrivono in fretta, vogliono creare titoli a effetto e usano luoghi comuni accettati come verità assolute, senza interrogarsi sul significato e sulle conseguenze delle loro parole. A volte la superficialità è accompagnata da totale assenza di consapevolezza e da ipocrisia: chi descrive certi fatti è prigioniero di una mentalità che non sa o non vuole scardinare.

Ignoranza, superficialità e ipocrisia sono però gravide di conseguenze negative, perché contribuiscono a consolidare quel retaggio culturale che faticosamente cerchiamo di combattere. Un uomo che uccide la propria compagna o la ex non agisce mai, in nessun caso, perché addolorato a causa della separazione, cioè per ragioni affettive, sentimentali.

I criminali di questo tipo sono mossi da altri interessi, meschini e materiali, poiché nella grande maggioranza dei casi agiscono per motivi economici: la separazione comporta una divisione o una perdita di beni mobili e immobili che questi assassini non tollerano. La causa dell’omicidio è il denaro, non la separazione, in un rapporto in cui l’uomo è anche un predatore e uno sfruttatore sotto il profilo economico. Per favore, evitiamo le ipocrisie e la confusione tra cause ed effetti.

Naturalmente questi delitti sono anche frutto di una mentalità primitiva e bestiale, dell’idea che una donna non debba permettersi di prendere iniziative per liberarsi da situazioni intollerabili. Per certuni essere lasciati è un’onta insopportabile, perché significa perdere la possibilità di sfogare tutte le proprie frustrazioni su una vittima sacrificale sempre a portata di mano. Non c’entra nulla l’amore: non esiste la minima traccia d’amore in questi rapporti malati, nei quali la partner è considerata soltanto un oggetto da usare, sfruttare, brutalizzare. L’amore non è abuso: l’amore è cura e desiderio che l’altra persona stia bene e sia serena.

Sarebbe allora opportuno che i giornalisti e le giornaliste evitassero di scrivere frasi come lui non sopportava la separazione e l’ha uccisa, perché insistendo con queste espressioni non descrivono la realtà dei fatti, ma la deformano in maniera pericolosa, rafforzando le convinzioni più becere e criminali che rendono la nostra società un posto spesso invivibile.

Stagioni e saggezza esistenziale

Accadde tanti anni fa, quando frequentavo le scuole elementari. In una fredda mattina di novembre, presi un quaderno e cominciai a descrivere tutti i mesi dell’anno per mezzo di disegni e frasi o frammenti di frasi. Dei disegni, ricordo soltanto una sciarpa colorata che, nella mia immaginazione infantile, rappresentava una delle caratteristiche fondamentali di novembre, insieme a un ombrello. E così, per un’intera mattinata di un giorno festivo, mi divertii a definire mesi e stagioni ricorrendo a colori e a pensierini sparsi.

Oggi, ripensandoci, mi accorgo che questo blog è la riproposizione, in forme diverse, di quel piccolo svago di tanti anni fa, uno svago che rispondeva a un’esigenza profonda, a un modo di afferrare la realtà e d’interpretarla che non è svanito col tempo, ma si è riaffermato ora in tutta la sua urgenza. Perché nel corso degli anni tutti noi cambiamo, è vero, ma la nostra essenza più profonda non va perduta.

Parlare delle stagioni non è soltanto un’occasione per suscitare emozioni, ricordi e fantasie. Il flusso delle stagioni è parte integrante del mondo della natura, di cui noi siamo frammenti; osservare le stagioni, allora, significa anche osservare se stessi e comprendere molto di ciò che si è.

Dalle stagioni possiamo ricavare numerosi insegnamenti sul modo migliore per compiere il viaggio della vita, pericoloso, ambiguo, irto di complicazioni ma affascinante.

Primavera: inizi, entusiasmo, semplicità

La primavera è il principio, il necessario inizio, perché, si sa, tutto comincia. E l’inizio reca con sé grande entusiasmo, un’energia istintiva e un po’ scomposta. La primavera è il camminare incerto fra timori e curiosità, fra l’osare e il trattenersi, tra l’andare avanti e il tornare bruscamente indietro. Ne sono prova le giornate miti e serene che d’improvviso si fanno cupe, il sole alto che si ritrae di colpo a causa della pioggia, il caldo e il freddo che si rincorrono in maniera caotica.

Il grande insegnamento della primavera è il valore della semplicità, rappresentato dai suoi fiori di campo, bellissimi e modesti, e dai suoi colori freschi, vivi e un po’ ingenui. Basta poco per essere felici: il cielo sereno, un bel campo verde, un albero rigoglioso, le margherite, il rumore della pioggia sui tetti. Non occorre affannarsi a cercare lontano: è tutto lì, davanti ai nostri occhi.

Estate: divertimento, spensieratezza, eccesso

L’estate è un desiderio profondo, una necessità cui non si sfugge: è la voglia di abbracciare il mondo senza riserve, di divertirsi, di fare baccano, di tralasciare imposizioni e doveri. L’estate è il giorno che vince sulla notte, il vivere randagio a scapito della permanenza, l’insofferenza alle regole, lo scherzo e la follia di una serata magica. L’estate è la giovinezza dopo l’adolescenza, il calore intenso delle passioni che bruciano fino a consumarci, la presunzione del sentirsi immortali, il bisogno di esagerare. L’estate è ostentazione, vacanza, senso di onnipotenza che sa trasformarsi in crudeltà.

L’estate c’insegna il valore del mondo esterno e della fisicità. C’è un momento in cui bisogna uscire nel mondo, osare, scontrarsi con esso, fare qualche follia. E non pensare troppo.

Autunno: introspezione, mistero, complessità

Ormai il mondo si è svelato, con le sue luci abbaglianti e le sue pochezze. Così, il fuoco dell’estate è destinato a spegnersi adagio, giorno dopo giorno. Scompaiono superficialità e ardori momentanei, e subentra la riflessione, lenta ma decisiva. L’autunno è il ripiegarsi per capire, chiedere spiegazioni, cogliere sfumature e differenze. È il piacere intenso dell’introspezione, ma senza severità, è il senso profondo del mistero che ci avvolge tutti, la vita indissolubilmente legata alla morte e la sensazione che non è tutto qui e ora. Adesso si cominciano a chiudere alcune porte e ad apprezzare le ombre, la nebbia, le distanze.

L’autunno c’insegna il valore della complessità. Dopo l’ebbrezza del mondo esterno, è indispensabile rientrare in se stessi e soffermarsi a capire, senza stancarsi, andando fino in fondo.

Inverno: severità, rigore, autosufficienza

Con l’inverno tutto è ormai compiuto: l’introspezione ha portato i suoi frutti, la comprensione è definitiva, le incertezze sono scomparse. Il freddo è molto intenso, i giorni sono scuri: adesso bisogna difendersi. L’inverno è rigore, severità, giudizio tagliente e senza appello, decisione irrevocabile. Non si può più procrastinare. È il momento di bastare a se stessi, di affilare le proprie armi, di preparare strategie per non farsi trovare impreparati.

Bisogna liberarsi di tutto ciò che è inutile e che impedisce di procedere, bisogna fare pulizia e conservare soltanto l’essenziale, per camminare senza fardelli. Tutto è chiaro e affilato come una lama lucente, che ci chiede di tagliare, tagliare subito e senza tentennamenti. Ora le porte sono davvero tutte chiuse.

L’inverno c’insegna il valore dell’autosufficienza, che è la condizione indispensabile per vivere senza farsi troppo male. Per essere sereni a dispetto di tutto.

Nel dormiveglia

Stamattina mi sono svegliata in modo strano e anche un po’ divertente. La luce di aprile filtrava con allegria nella stanza mentre io stavo sognando, pur non essendo del tutto addormentata: ero immersa nel classico dormiveglia, intontita, ancora in un’altra dimensione, incapace di alzarmi eppure conscia di doverlo fare.

A un certo punto mi sono chiesta: ma che giorno è oggi? Deve essere venerdì. E intanto sognavo, sognavo di affacciarmi a una finestra di questa casa e di vedere un panorama meraviglioso, il verde intenso delle montagne in una radiosa mattina di primavera. Il paesaggio era molto simile a quello che mi accoglieva ogni giorno, molti anni fa, quando trascorrevo le vacanze in appennino. Ma nel sogno ero in città, dove mi trovo ora. E mentre mi beavo di fronte a quel paesaggio ed ero felice di vivere in un posto tanto bello, la parte di me già sveglia continuava a chiedersi: ma che giorno è? Ah, ecco, oggi è domenica!“.

Intanto il mio sogno continuava come se niente fosse. E così mi vedevo intenta a dover andare nell’altra casa, sempre mia anche quella e in centro storico. Ma, strano a dirsi, persino la seconda casa si affacciava sul verde di montagne e colline, un fatto davvero anomalo. Per arrivare a questa casa dovevo camminare lungo un campo sportivo, quello del paese in appennino, e mi trovavo forse a metà del percorso. Su tutto, aleggiava la mia felicità per il panorama, mista a vivo stupore.

A un certo punto, la realtà ha preso il sopravvento. Mentre la mia psiche era avvolta dal meraviglioso abbraccio di questo sogno, ho capito tutto e mi sono detta: “Ma no, oggi è lunedì“. E ho aperto gli occhi.

La mia settimana è iniziata così e non mi lamento.

Proteggersi sempre, a qualsiasi costo

Ma perché capita sempre a me? Perché succedono sempre queste cose a chi non le merita? Perché i guai capitano tutti insieme?

Sono domande che sento spesso e che svelano un sentimento d’impotenza o un atteggiamento fatalistico, molto deleterio. Ieri le ho sentite persino alla fermata dell’autobus, fra lunghi e ingenui discorsi su amicizie e affetti. Ciò che ho udito ha stimolato in me alcune riflessioni, e così ora ne approfitto per scrivere qualche pensiero.

È vero che non possiamo controllare tutti gli eventi che ci accadono, ed è vero che le conseguenze delle nostre azioni possono sfuggirci; ma se ci s’impegna nella ricerca delle cause dei fenomeni, spesso si può rispondere anche a domande che sembrano evanescenti e trovare soluzioni concrete. Dunque, perché succedono certe cose a chi non le merita? Perché i guai capitano tutti insieme?

  1. Se ne approfittano, è la regola

Quando ci si trova in difficoltà materiali o psicologiche o entrambe, molti se ne approfittano. L’istinto di sopraffazione fa parte della natura umana ed è ineliminabile, così come sono ineliminabili certe pulsioni sadiche. Pertanto, chi è in difficoltà si trova sempre esposto alla cattiveria e alla meschinità altrui e accumula guai su guai, problemi su problemi, in una girandola che sembra infinita.

Se poi si entra in contatto con individui affetti da disturbi di personalità anche gravi, come ad esempio narcisisti patologici e maligni, è chiaro che l’impatto possa essere devastante, perché costoro sono predatori e predatrici che, per rinforzare il loro ego malato, hanno un bisogno costante di vittime. Le fiutano, le cercano, le colgono a colpo sicuro scegliendo apposta chi è in un momento di fragilità e orientandosi sempre verso le persone migliori, cioè quelle dotate di un buon senso etico e di capacità empatiche.

Perché lo fanno? Perché scelgono di nutrire il proprio ego raggirando le persone migliori? Semplice: 1) sono certi di garantirsi affetto e attenzioni da parte di chi è capace di provare sentimenti profondi; 2) per un predatore sadico è un grande piacere rovinare la vita di chi ha tutte le qualità che lui non possiede. Perché lo sa – eccome se lo sa – di essere disgustoso e di avere il Nulla dentro.

2) Vittime e carnefici: stabiliamo alcuni punti fermi

Bisogna distinguere in modo netto fra vittime e carnefici. Questo è un punto molto rilevante, perché a volte si tende a confondere cause ed effetti e a considerare furbo chi manipola e rovina gli altri per il solo gusto di farlo, per sentirsi forte e importante. Ma non è così. Chi mente, chi manipola, chi truffa, chi si diverte a umiliare, chi si diletta in voltafaccia improvvisi, chi trascorre la vita a sottolineare e a cercare solo i difetti e le debolezze altrui ha sempre torto ed è una brutta persona.

Chi invece cade nei tranelli di gente simile è una vittima e non deve vergognarsene: una persona sana ed equilibrata, infatti, non può immaginare cosa si annidi nelle menti perverse, non può capire fino a che punto certuni possano spingersi. Non si tratta di stupidità, ma di mancanza di conoscenza. E qui arriviamo al punto più importante: se il problema è una mancanza di conoscenza, è chiaro che si possa trovare una soluzione impegnandosi a capire come funziona l’animo umano e ricavando preziosi insegnamenti dall’esperienza. Però bisogna volerlo fare.

3) Empirismo, questo sconosciuto

Per vivere bene e proteggersi dalla cattiveria delle persone di cui sopra, bisogna attenersi ai fatti e ragionare soltanto in base a essi. E i fatti sono l’insieme dei comportamenti di chi ci circonda, da osservare sempre con attenzione.

Esistono senz’altro individui molto abili a ingannare il prossimo, ma tale abilità non dura mai a lungo, perché si tradiscono sempre in fretta, con le parole e con le azioni. I segnali non mancano mai, sfumati o meno. E questa è un’ottima notizia, perché significa che ci si può difendere. Come si fa? Semplice: si abbandona il regno delle favole e ci si attiene a ciò che si vede e a ciò che si sente. Può essere difficile, in qualche caso traumatico, ma è indispensabile per apprendere e quindi capire come comportarsi.

Chi ti maltratta, ti disprezza. Fine, non esistono altre spiegazioni. E allora perché perdi tempo con chi ti disprezza? Taglia, chiudi. Chi comunica in maniera ambigua o fumosa, nasconde qualcosa. Perché allora ti fidi? Taglia, chiudi. Chi usa il trucco del bastone e della carota, ti fa un complimento e poi t’insulta, ti fa una carezza e poi ti offende, è un individuo senza scrupoli che ti sta manipolando per esercitare un potere su di te, per sottometterti distruggendo la tua autostima e tenendoti in bilico, in un perenne stato di sospensione. Perché sprechi la tua esistenza dietro a gente tanto sadica? Ti rendi conto che stai facendo divertire un essere che non merita nulla? Ti rendi conto che stai gettando al vento le tue buone qualità? Ti rendi conto che la vita è breve? Come fai a stimare un individuo perverso e complessato?

4) Vuoti e mancanze

Desiderare che qualcuno ci dimostri affetto, comprensione, amore e stima è umano e non bisogna vergognarsene. Oltretutto è un desiderio particolarmente forte se si devono colmare penosi vuoti affettivi. C’è però un problema, che è anche un grave rischio: questo desiderio tanto umano può renderci fragili e trasformarci in vittime perfette per le tante persone disturbate che affollano il mondo. Tante, davvero tante. Perciò è opportuno difendersi ed evitare di consegnarsi allegramente a chiunque. Dovrebbe diventare un assioma: mai consegnarsi allegramente a nessuno.

5) L’equivoco della solitudine

Molte persone si consegnano allegramente a chiunque e tendono a tollerare ogni sorta di rapporto malsano per il timore della solitudine. Sopportano vessazioni, mancanze di rispetto, offese, tradimenti e ripetute violenze psicologiche. In alcuni casi anche fisiche. Oppure sprofondano nella palude della mediocrità.

Spesso ciò nasconde il terrore del giudizio altrui, che deriva da una mancanza di autostima; così, avere molti, presunti amici o un partner diventa un modo per acquistare un po’ di sicurezza, per sentirsi come tutti gli altri, oltre che più belli, più desiderabili, più importanti. Se ho qualcuno, allora valgo qualcosa: il ragionamento è più o meno questo. Ma incatenarsi con le proprie mani a relazioni molto insoddisfacenti è il trionfo della solitudine, quella autentica, devastante.

Quanta straziante solitudine si prova in certi rapporti? Quanto dolore, quante mancanze, quanto spreco di energie ci sono nel trascinare a lungo simili relazioni? Al contrario, scegliere con consapevolezza di stare da soli, evitando di abbassarsi a livelli così infimi, significa aprire le porte a tante belle possibilità. A patto però di usare la razionalità, che significa, come ho scritto sopra, valutare bene le persone osservando i fatti, senza nascondere la testa sotto la sabbia.

6) In sintesi

Per risolvere un problema, occorre conoscerlo in tutti i suoi aspetti. Perciò è opportuno essere realisti, attenersi ai fatti, cogliere tutti i segnali che gli altri ci mandano e agire di conseguenza, per salvarci e avere una vita serena e gratificante. Soprattutto, quando ci si trova in difficoltà è bene avere il massimo rispetto per se stessi, amarsi, proteggersi ed evitare di affidarsi a chiunque, perché è proprio in quei momenti che attiriamo le persone peggiori. E così finiamo per dire: perché capita sempre a me?

Di bellezza e saldi valori

Per non lasciarsi trascinare dal caos del mondo, dalla volgarità dilagante e dagli umori maligni delle persone moleste, bisogna cercare la bellezza e restare ancorati ai propri valori, ammesso che se ne abbiano.

Nei momenti di crisi, nei periodi complicati, il ricorso alla bellezza e ai nostri principi più profondi sono l’unico mezzo per salvarci. La bellezza è declinata in tanti modi e tocca a ciascuno di noi coglierla: i colori del tramonto, i fiori primaverili che sbocciano per lasciarsi ammirare, la pioggia sottile che sembra cantare, la rugiada del mattino, un buon libro, la musica di quel tempo lontano; e poi ascoltare il silenzio, scoprire sentieri nascosti, parlare alla luna, afferrare ciò che sfugge a molti. Chi ritiene che ciò significhi accontentarsi, non ha compreso nulla della vita.

Oltre alla bellezza, sono indispensabili i valori, quelli cui aggrapparsi quando infuria la tempesta, i principi nei quali crediamo e che danno un senso a tutti i gesti quotidiani: sono loro a definire in modo chiaro le cose che non faremmo mai, quelle che nessuno può obbligarci a fare. Se si è talmente forti e saggi da attraversare il mondo saldamente legati ai propri valori, si troverà sempre una via d’uscita.