Verso la zona rossa

Fra poche ore Modena e Bologna entreranno in zona rossa, e forse, dall’8 marzo, tutta l’Emilia-Romagna seguirà lo stesso destino. Mi dispiace, mi pesa, mi deprime. Mi dispiace non poter uscire a passeggiare liberamente, dove desidero, dove mi conducono i pensieri del momento, certe sensazioni inaspettate, alcuni ricordi. Mi sento in prigione, mi sento in una cella senza neppure la possibilità di un’ora d’aria. Ma so che bisogna reagire e immagino che ci riuscirò grazie ai miei libri.

Nel tardo pomeriggio, sono andata in centro storico per qualche commissione e per comprare un libro prima che tutto chiuda. Così ho scattato qualche foto. Qui mi trovo alla fermata dell’autobus in via Emilia, di fronte a piazza Matteotti, probabilmente la piazza più sfortunata della città: a nessuno piace, a nessuno è mai piaciuta. Negli anni Ottanta e Novanta qui si riunivano personaggi poco raccomandabili, spesso dediti allo spaccio di droga. Poi la situazione è nettamente migliorata, sono state prese varie iniziative per rivitalizzare questo disgraziato angolo del centro, e adesso c’è anche una bella giostra per i bambini. Prima del Covid, la piazza ospitava spesso mercatini di vario genere; tuttavia continua a restare la Cenerentola del centro storico. Eccola:

Mi sposto in piazza Grande, mentre comincia a calare la sera. Mi aspettavo maggiori presenze:

Sulla piazza si affaccia anche la banca Unicredit, edificio che, trovandosi di fronte alla cattedrale, rovina un po’ l’atmosfera:

Questa è via Francesco Selmi vista dalla piazza:

Da piazza Grande si arriva anche in un’altra piazza, più piccola e modesta: piazza XX Settembre. A destra c’è sempre la banca, e il davanzale che si vede è quello su cui due simpatici umarells si fermavano spesso a giocare carte. Anni fa scrissi un post su questi personaggi. La piazza è sinistra, dove c’è il palazzo rosso:

Eccola:

Adesso torno indietro:

E qui mi fermo, perché il mio umore m’impedisce di scrivere altro.

Mario Draghi, il giornalismo e il senso del ridicolo

Negli ultimi giorni, i quotidiani hanno fatto a gara nell’incensare la figura di Mario Draghi, nuovo Presidente del Consiglio. La tendenza a magnificare le qualità di personaggi importanti non è un fatto nuovo; però il giornalismo italiano si distingue da sempre nella pratica di questo sport, perché spesso raggiunge tali vette di piaggeria da sconfinare nel ridicolo.

In questo post, per ovvie ragioni di tempo e di spazio, mi limito soltanto a qualche esempio. Abbiamo appreso che Mario Draghi è un uomo “normale”, che è sempre di una grande discrezione, ma è anche il primo a salutare con gli occhi, e che (questa è una perla rara) deve chiamare i vigili quando la canna fumaria del suo casale prende fuoco. Sì, in effetti sorge il fondato sospetto che, in caso di problemi alla canna fumaria della sua villa, Draghi sia costretto, con enorme sprezzo del pericolo, a comportarsi proprio come Mario Bianchi o Salvatore Esposito, e dunque debba concedere ai vigili di calpestare il pavimento della sua magione.

Apprendiamo anche che Draghi partecipa a numerose funzioni religiose ed è molto riservato, umile: si mette in fila quando va a fare la spesa, al supermercato, è molto rispettoso. Be’, tutti, chi più chi meno, ci saremmo senz’altro aspettati che Draghi, in virtù del suo curriculum, facesse ciò che gli compete per diritto divino, ossia scavalcare le file scalciando e gettando a terra i plebei; e invece no, invece Draghi non fa ciò che dovrebbe e sceglie di mettersi in fila. Possiamo piangere adesso, travolti dalla commozione, o possiamo aspettare un po’?

Abbiamo poi scoperto che Draghi compra i croccantini per il suo cane e che – udite udite – li compra al supermercato. Siamo tutti molto felici di averlo saputo, perché si tratta di una notizia di notevole spessore, senza la quale non avremmo dormito sonni tranquilli, e perché, nella nostra immensa ingenuità, eravamo convinti che Draghi acquistasse i croccantini in qualche boutique di alta moda. Ci auguriamo dunque che il giornalismo nostrano continui a dissipare, con simili notizie, le vergognose nebbie della nostra scandalosa ignoranza.

Ma c’è una notizia che ci rincuora al di sopra di ogni altra, un’informazione che costituisce un autentico balsamo per le nostre tante ferite, ed è l’augurio che don Augusto, 83 anni, rivolge a Draghi [e che] muove dalla figura del santo di oggi, 3 febbraio: “E’ san Biagio – dice – che guarì un bimbo salvandogli la vita. Ecco, ci auguriamo che e gli auguriamo che possa aiutarci a guarire l’Italia e noi da queste due terribili pandemie: quella sanitaria e quella economica che ne deriva. Ecco, mi permetto un’osservazione: per quanto ne sappiamo, non ci sono ancora giunte notizie relative a presunti poteri taumaturgici di Mario Draghi; pare – e sottolineo con rispetto pare – che per ora non abbia moltiplicato i pani e i pesci e resuscitato morti. Sarei dunque molto cauta a considerarlo un Salvatore, cosa che forse neppure Draghi desidera, visto che di Salvatore ce ne fu soltanto uno e finì in croce.

Ma si sa: tenere la schiena dritta, scrivere articoli sobri e ragionevoli, riportare il curriculum del personaggio importante senza scivolare nel patetico sono tutte cose che costano troppa fatica. Attendiamo quindi con ansia di sapere se Mario Draghi frequenta il gabinetto e usa la carta igienica comprata al supermercato, proprio come tutti noi mortali.

Il narcisista patologico

Il narcisismo patologico è un disturbo di personalità molto grave. Però non si può curare, perché chi ne è affetto nega di avere problemi. Quindi il narcisista patologico continua a fare danni immensi finché campa. Anzi, è più corretto dire che il suo scopo primario, nella vita, è quello di danneggiare gli altri il più possibile per puro sadismo: soltanto così, infatti, il narcisista sente di valere qualcosa, soltanto così alimenta il suo povero ego malato, l’ego di una persona che, nella sua interiorità, ha lo spessore di una carta velina. Il narcisista patologico, in sintesi, è un miserabile.

Naturalmente un narcisista patologico ha enormi opportunità di carriera, se s’impegna, perché la sua patologia è una condizione che spesso rende possibile il raggiungimento di ottime posizioni socio-economiche, per le quali occorrono qualità come queste: infinito egoismo, arroganza senza limiti, incapacità di provare empatia, desiderio feroce e assillante di sentirsi superiore agli altri, totale amoralità, invidia come compagna costante. In politica i narcisisti patologici abbondano, ma qualcuno riesce a distinguersi dagli altri, qualcuno riesce a raggiungere vette tali da assurgere al ruolo di autentico caso umano e psichiatrico. Roba da TSO, insomma.

Mi fermo qui.

Il problema dell’inizio

Il lunedì è soltanto un giorno, proprio come tutti gli altri. Però gli è toccato in sorte l’arduo compito di rappresentare un inizio, di rivestire i panni di colui che dà origine all’intera settimana. E allora s’affollano pensieri, prendono forma progetti, s’insinuano speranze, affiorano turbamenti. Non sappiamo ciò che ci attende, forse soltanto un’intera settimana di gesti banali, lo sprofondare nella solita routine e basta; oppure, se le fitte cause sconosciute che compongono il nostro divenire si mescolano nel modo giusto – giusto per noi -, ci aspetta qualche novità, magari una di quelle che scaldano il cuore.

Riprendere il cammino

L’anno comincia così, fra incognite e un prima e un dopo, almeno nel nostro confuso immaginario. Si è disorientati – come uno sconquasso; occorre riprendere il cammino, stabilire priorità, riaversi dal tempo sospeso delle feste, ritornare sul solito sentiero dopo le svolte improvvise e le tante deviazioni.

E poi correre incontro all’inverno, lasciarsi avvolgere senza timori dal suo mantello cupo ma protettivo, e preparare ciò che verrà. Ci si ritrae adagio, con garbo, per rendere possibile il domani.

Il Natale in anticipo e la banalizzazione della festa

Ieri, nel tardo pomeriggio, il centro storico era abbastanza desolato. Colpa del tempo, almeno in parte, tanto che i tavolini all’aperto, in Corso Duomo, erano quasi tutti vuoti.

Nel mio breve giro di ricognizione davanti ad alcuni negozi, sono rimasta colpita dal fatto di aver visto, in una bella vetrina, alcuni addobbi natalizi, ghirlande colorate e qualche Babbo Natale. Non solo: in un bar all’aperto c’erano addirittura già le luminarie tipiche del periodo festivo più bello dell’anno.

Non se ne può più. Questa mania di anticipare l’atmosfera natalizia addirittura a ottobre spoglia di ogni fascino la festa che arriverà fra più di due mesi, privandola della sua unicità e banalizzandola in modo insopportabile. Ricordo che, negli anni Novanta, per vedere le prime, timide decorazione di Natale nei negozi bisognava attendere la fine di novembre. Dopo il 20 del mese, io diventavo sempre più impaziente e contavo i giorni che mancavano all’arrivo di dicembre, quando la città avrebbe cambiato volto. È l’attesa, infatti, a stimolare il desiderio, rendendo particolarmente prezioso ciò che verrà. Prezioso perché raro, unico, e perché richiede pazienza e bisogna guadagnarselo. Ma quando l’attesa viene meno, quando si può avere tutto subito e senza sforzo, il risultato è la noia, l’apatia, la mancanza di senso. E anche il Natale, allora, non è più un’importante festa religiosa o una splendida occasione per salutare l’arrivo dell’inverno e affrontare al meglio i suoi rigori, ma si appiattisce a mera occasione commerciale, a svago di cattivo gusto fra luci e carte colorate che cominciano a invadere la nostra vita quando le foglie hanno appena cominciato a cadere, quando bisognerebbe festeggiare l’autunno e non l’inverno. Sembrano questioni irrilevanti, eppure raccontano molto dello spirito dei nostri tempi.

Adesso, già da anni, il 31 ottobre compaiono gli alberi di Natale in Via Farini, e, come ho scritto all’inizio, ieri ho scoperto che alcune vetrine si riempiono di allegri festoni luccicanti fin dal 14 ottobre. Fra qualche anno, simili fenomeni si manifesteranno a partire da settembre. Propongo allora un ottimo salto di qualità: portare qualche Babbo Natale e altra paccottiglia festiva in spiaggia, a Ferragosto, vicino agli ombrelloni, ché qua ci si deve divertire, raga.

Luglio e il divenire

L’esistenza si snoda come una somma di problemi da risolvere o aggirare, come un percorso a ostacoli costanti. Qualche volta arriva anche il riposo, l’attimo di quiete e, con esso, l’illusione che il flusso inarrestabile, il mutamento perpetuo intrinseco al procedere nel mondo, si sia dissolto – per nostra fortuna, incomparabile fortuna.

Ma non è così, non è mai così. E, in un mese estremo come luglio, capita di essere felici nel pensare che la vita sia un divenire costante, e che questo movimento sia destinato a proseguire, sebbene ora sia un procedere come di nascosto, come se si dovesse attraversare un passaggio stretto, di quelli che ti fanno mancare il fiato.

A luglio, col sole rovente – a luglio inospitale.

Quando la politica usa la religione

Segnalo un ottimo articolo pubblicato su Famiglia cristiana. L’articolo sintetizza in maniera razionale e cristallina i motivi alla base dello sfruttamento del cristianesimo, per fini puramente strumentali, da parte di molti politici, che ovviamente tutto sono tranne che cristiani. L’articolo merita molta attenzione per i suoi contenuti, che sono inconfutabili, e perché proviene dal mondo cattolico.

Ne copio soltanto il finale.

Non conta che molti di questi leader abbiano una vita familiare a dir poco distante dall’ideale propugnato dalla Chiesa, non conta che non accettino il magistero dei Papi sull’accoglienza ai migranti e siano poco interessati anche a quello sulla famiglia e la bioetica, non conta che non pregano il rosario che ostentano o che in piena pandemia invochino a gran voce le chiese piene ma quando finisce il lockdown non corrano a messa. L’uso e l’abuso di simboli, parole, riferimenti cristiani è piuttosto un segnale di fumo destinato ad un elettorato smarrito dalla globalizzazione e dalla crisi economica, una rassicurazione a buon mercato a chi teme il futuro ed ha nostalgia di un piccolo mondo antico, dove non mancavano le processioni e le devozioni popolari. Il cristianesimo è ridotto ad una vecchia foto di famiglia, sbiadita e confortevole. La fede c’entra poco o niente. Quel che conta è una foto da mostrare mentre si bacia un rosario o si tiene in mano la Bibbia. Fino alle prossime elezioni.

Il flusso del tempo

L’inarrestabile flusso del tempo – quello destabilizzante, quello che sembra scuotere con forza le precarie fondamenta della nostra vita – emerge anche da dettagli in apparenza trascurabili. Mi riferisco, ad esempio, alla chiusura di negozi importanti, di attività commerciali che ci hanno accompagnato dall’infanzia e che forse credevamo eterne.

Negli ultimi anni, in centro storico, ho assistito alla definitiva serrata della libreria Muratori, della casa della pantofola in via Emilia, di due negozi di biancheria in Corso Duomo e di altro ancora. Piccole cose, si vorrebbe dire; eventi che prima o poi accadono, certo. Ma è complicato lasciarsi dominare da questo realismo quando, con il trascorrere dei decenni, ad accumularsi sono le perdite, anche quelle, per così dire, simboliche.