Riflessioni d’inverno

Questa mattina, mentre camminavo lungo viale Veneto per tornare a casa, sono stata folgorata dalla bellezza dell’inverno. Nonostante i colori freddi, gli alberi scuri e il cielo tetro, ho avvertito un calore e un coinvolgimento emotivo nuovi. In un certo senso, è stato come scoprire questa stagione per la prima volta, sentirne tutto il fascino oscuro e non temerlo. Devo essere cambiata molto, profondamente.

Credo che ciascuno di noi dovrebbe dedicare un giorno intero all’inverno, senza pensare ad altro, senza perdersi in altro, lasciandosi ammaliare dal cielo livido, minaccioso, e poi scialbo, monotono, spento. E capirne il senso, tutto il suo valore, il mistero racchiuso nella sua lunga inquietudine.

Tutto è compiuto. Ciò che non si è realizzato non poteva realizzarsi, ciò che è finito doveva terminare. E la notte non è mai stata così bella.

Il portatore sano di felpa e i contanti

Matteo Salvini, grande statista, mente brillante e portatore sano di felpa, ha proposto d’innalzare il tetto dei pagamenti in contanti a 10000 euro. Un altro politico della stessa cricca, di cui non ricordo il nome e non mi sforzo neppure di farlo, ha dichiarato che ciò va a vantaggio dei poveri.

In effetti, pensandoci bene, è vero. I poveri hanno l’abitudine di girare ogni giorno con 10000 euro dentro a una valigetta. Così, giusto per le piccole spese, gli sfizi, le voglie improvvise. E per evadere il fisco, ché come evadono i poveri, si sa, non evade nessuno.

La regina e i sogni di gloria

Alcuni si stracciano le vesti per la morte della regina Elisabetta, commentando quest’avvenimento con toni decisamente sopra le righe. A volte, sono uomini e donne che neppure ricordano di avere nonni o parenti ormai vecchi, il cui decesso, quando arriva, li sfiora appena.

Mentre singhiozzano per Elisabetta, mi rammentano quelle persone che si dedicano con grande zelo al volontariato, visitando gli anziani soli, e però, nel frattempo, hanno collocato i propri genitori nelle cosiddette strutture protette.

Va bene, la regina è un pezzo importante della storia inglese. Ma un conto è valutarne la figura in maniera razionale, per l’impatto che ha avuto sulla sua nazione, un altro conto, invece, è dolersi e considerarla alla stregua di una persona cara. Sì, eravamo abituati a vederla, d’accordo; ma cerchiamo di mantenere le giuste proporzioni.

La verità è che spesso, in questi casi, ad attirare è lo sfarzo, quel lusso sfrenato al quale la grande maggioranza della popolazione mondiale non ha e non avrà mai accesso. Le regine, i principi e le principesse rappresentano un mondo “altro”, affascinante e per molti versi misterioso, reso sacro proprio dalla sua unicità e dai privilegi che lo puntellano, quei privilegi che molti vorrebbero avere.

Peccato, però, che tali privilegi costino parecchio alla collettività e che, nel lungo, complicato corso della storia, siano stati sempre ottenuti a colpi di violenze, crudeltà e durezze inenarrabili.

Bisognerebbe ricordarselo, per maturare un po’ e capire che le enormi diseguaglianze presenti nel mondo non sono effetti del caso.

Eccomi

Ho lasciato trascorrere il tempo, ho lasciato che agosto percorresse da solo parte della sua strada. E lo so che un blog abbandonato, sia pure per poco, perde fascino e lettori; ma una breve pausa estiva è necessaria, se non altro per ricominciare con entusiasmo.

Si riparte. E sarà bello assistere al declino dell’estate, al volgere delle stagioni, al tempo che non vuole saperne di fermarsi.

La caduta di Draghi e Giuseppe Conte: il diritto di salvare il proprio partito

Dopo la caduta del governo Draghi, abbiamo assistito a commenti e dichiarazioni scomposte da parte di vari leader politici, impegnati ad accusarsi a vicenda della fine dell’esecutivo.

I toni sono forti e aspri, in alcuni casi melodrammatici e un po’ ridicoli: sembra quasi che la caduta di Draghi sia un reato di lesa maestà. Ma non è saggio tratteggiare il santino di Draghi, perché lascia intendere che, senza di lui, nessun politico sia in grado di mandare avanti il Paese. Ciò potrebbe anche essere vero, ma dichiararlo così apertamente non depone a favore di chi si straccia le vesti per la conclusione dell’esperienza draghiana.

Non condivido la violenza degli attacchi a Giuseppe Conte da parte di alcuni esponenti politici. Conte è il leader di un movimento che, dopo essersi affermato come primo partito alle elezioni del 2018, si trova ora in vertiginoso calo di consensi. L’appiattimento sulle posizioni di Draghi, che il M5S ha messo in atto negli ultimi mesi, è stato il canto funebre di un’esperienza politica al tracollo; in questa situazione, Conte non può fare altro che tentare un rilancio del suo movimento, occupando il vuoto lasciato da chi si dichiara di centrosinistra e invece persegue da anni politiche di centrodestra.

Forse si tratta di un suicidio elettorale, ma Conte ha il diritto e anche il dovere di tentare il salvataggio del suo partito, un’impresa assai più dignitosa dei voltafaccia di chi ha fatto carriera sfruttando il M5S per poi abbandonarlo. Ma si sa, quando la nave affonda i topi scappano.

A scanso di equivoci e per evitare commenti impropri, io non sono grillina. Però non mi piace la disonestà intellettuale di certa informazione.

Parlamento, democrazia e partiti: qualche riflessione

Un generale con le medaglie sul petto, un banchiere e un Parlamento in cui si discute poco perché, sempre più spesso, si ricorre al voto di fiducia: questa, in estrema sintesi, è la fotografia della situazione politica italiana degli ultimi mesi.

Con la scusa delle emergenze, lo spazio della democrazia si è ristretto e questa tendenza non mostra segni di cedimento. Intanto, si profila all’orizzonte il successo di una destra essenzialmente illiberale e attraversata da venature fasciste, con tutto ciò che questo comporta sul piano politico, sociale, economico e culturale. D’altro canto, nulla nasce a caso e sono tanti gli attori responsabili di questa situazione, compreso il centrosinistra.

Avremmo un gran bisogno di uno schieramento progressista autentico e impegnato a combattere le troppe diseguaglianze presenti nel nostro Paese, ma è un discorso vano, una perdita di tempo, perché tutti quanti sono impegnati a non intaccare lo status quo: guai a toccare i privilegi, guai a combattere seriamente l’evasione fiscale.

Un generale, un banchiere, un Parlamento che non svolge del tutto la sua funzione, una destra becera e volgare, un centrosinistra che non c’è o che arranca: la nostra condizione è questa. E infatti la percentuale di chi si astiene dal voto sta aumentando, perché ormai alcuni si sono stancati di andare ai seggi turandosi il naso.

Non è un quadro rassicurante.

Cronaca dei femminicidi: tra superficialità e ipocrisia

Il linguaggio della cronaca che racconta i femminicidi è spesso frutto di superficialità e ipocrisia. Molto frequentemente, infatti, i titoli o i sommari degli articoli che riportano simili mattanze sono accompagnati da frasi come questa: lui non sopportava la separazione e l’ha uccisa.

Tale linguaggio, in apparenza neutro, è portatore di una pericolosa ambiguità che, sotto la superficie di parole innocue, trasmette un messaggio inquietante, effetto di una mentalità ancora profondamente radicata nella nostra cultura: l’idea che, in fondo, lui sia stato lasciato, poverino, e quindi sia in qualche modo vittima di un grande dolore provocato dalla donna. E il dolore, si sa, può rendere folli e causare reazioni incontrollate.

Quest’idea, ambiguamente evocata dal linguaggio giornalistico, può stimolare nei lettori altri pensieri, come la convinzione che l’assassino provasse ancora qualche sentimento d’amore prima di uccidere la sua compagna, altrimenti non avrebbe reagito così alla separazione. In altre parole, una frase come lui non sopportava la separazione stimola interpretazioni distorte della realtà e sottintende, in maniera molto velata, una sorta di giustificazione per l’omicida.

I giornalisti e le giornaliste che si esprimono così agiscono spesso per superficialità: scrivono in fretta, vogliono creare titoli a effetto e usano luoghi comuni accettati come verità assolute, senza interrogarsi sul significato e sulle conseguenze delle loro parole. A volte la superficialità è accompagnata da totale assenza di consapevolezza e da ipocrisia: chi descrive certi fatti è prigioniero di una mentalità che non sa o non vuole scardinare.

Ignoranza, superficialità e ipocrisia sono però gravide di conseguenze negative, perché contribuiscono a consolidare quel retaggio culturale che faticosamente cerchiamo di combattere. Un uomo che uccide la propria compagna o la ex non agisce mai, in nessun caso, perché addolorato a causa della separazione, cioè per ragioni affettive, sentimentali.

I criminali di questo tipo sono mossi da altri interessi, meschini e materiali, poiché nella grande maggioranza dei casi agiscono per motivi economici: la separazione comporta una divisione o una perdita di beni mobili e immobili che questi assassini non tollerano. La causa dell’omicidio è il denaro, non la separazione, in un rapporto in cui l’uomo è anche un predatore e uno sfruttatore sotto il profilo economico. Per favore, evitiamo le ipocrisie e la confusione tra cause ed effetti.

Naturalmente questi delitti sono anche frutto di una mentalità primitiva e bestiale, dell’idea che una donna non debba permettersi di prendere iniziative per liberarsi da situazioni intollerabili. Per certuni essere lasciati è un’onta insopportabile, perché significa perdere la possibilità di sfogare tutte le proprie frustrazioni su una vittima sacrificale sempre a portata di mano. Non c’entra nulla l’amore: non esiste la minima traccia d’amore in questi rapporti malati, nei quali la partner è considerata soltanto un oggetto da usare, sfruttare, brutalizzare. L’amore non è abuso: l’amore è cura e desiderio che l’altra persona stia bene e sia serena.

Sarebbe allora opportuno che i giornalisti e le giornaliste evitassero di scrivere frasi come lui non sopportava la separazione e l’ha uccisa, perché insistendo con queste espressioni non descrivono la realtà dei fatti, ma la deformano in maniera pericolosa, rafforzando le convinzioni più becere e criminali che rendono la nostra società un posto spesso invivibile.

Stagioni e saggezza esistenziale

Accadde tanti anni fa, quando frequentavo le scuole elementari. In una fredda mattina di novembre, presi un quaderno e cominciai a descrivere tutti i mesi dell’anno per mezzo di disegni e frasi o frammenti di frasi. Dei disegni, ricordo soltanto una sciarpa colorata che, nella mia immaginazione infantile, rappresentava una delle caratteristiche fondamentali di novembre, insieme a un ombrello. E così, per un’intera mattinata di un giorno festivo, mi divertii a definire mesi e stagioni ricorrendo a colori e a pensierini sparsi.

Oggi, ripensandoci, mi accorgo che questo blog è la riproposizione, in forme diverse, di quel piccolo svago di tanti anni fa, uno svago che rispondeva a un’esigenza profonda, a un modo di afferrare la realtà e d’interpretarla che non è svanito col tempo, ma si è riaffermato ora in tutta la sua urgenza. Perché nel corso degli anni tutti noi cambiamo, è vero, ma la nostra essenza più profonda non va perduta.

Parlare delle stagioni non è soltanto un’occasione per suscitare emozioni, ricordi e fantasie. Il flusso delle stagioni è parte integrante del mondo della natura, di cui noi siamo frammenti; osservare le stagioni, allora, significa anche osservare se stessi e comprendere molto di ciò che si è.

Dalle stagioni possiamo ricavare numerosi insegnamenti sul modo migliore per compiere il viaggio della vita, pericoloso, ambiguo, irto di complicazioni ma affascinante.

Primavera: inizi, entusiasmo, semplicità

La primavera è il principio, il necessario inizio, perché, si sa, tutto comincia. E l’inizio reca con sé grande entusiasmo, un’energia istintiva e un po’ scomposta. La primavera è il camminare incerto fra timori e curiosità, fra l’osare e il trattenersi, tra l’andare avanti e il tornare bruscamente indietro. Ne sono prova le giornate miti e serene che d’improvviso si fanno cupe, il sole alto che si ritrae di colpo a causa della pioggia, il caldo e il freddo che si rincorrono in maniera caotica.

Il grande insegnamento della primavera è il valore della semplicità, rappresentato dai suoi fiori di campo, bellissimi e modesti, e dai suoi colori freschi, vivi e un po’ ingenui. Basta poco per essere felici: il cielo sereno, un bel campo verde, un albero rigoglioso, le margherite, il rumore della pioggia sui tetti. Non occorre affannarsi a cercare lontano: è tutto lì, davanti ai nostri occhi.

Estate: divertimento, spensieratezza, eccesso

L’estate è un desiderio profondo, una necessità cui non si sfugge: è la voglia di abbracciare il mondo senza riserve, di divertirsi, di fare baccano, di tralasciare imposizioni e doveri. L’estate è il giorno che vince sulla notte, il vivere randagio a scapito della permanenza, l’insofferenza alle regole, lo scherzo e la follia di una serata magica. L’estate è la giovinezza dopo l’adolescenza, il calore intenso delle passioni che bruciano fino a consumarci, la presunzione del sentirsi immortali, il bisogno di esagerare. L’estate è ostentazione, vacanza, senso di onnipotenza che sa trasformarsi in crudeltà.

L’estate c’insegna il valore del mondo esterno e della fisicità. C’è un momento in cui bisogna uscire nel mondo, osare, scontrarsi con esso, fare qualche follia. E non pensare troppo.

Autunno: introspezione, mistero, complessità

Ormai il mondo si è svelato, con le sue luci abbaglianti e le sue pochezze. Così, il fuoco dell’estate è destinato a spegnersi adagio, giorno dopo giorno. Scompaiono superficialità e ardori momentanei, e subentra la riflessione, lenta ma decisiva. L’autunno è il ripiegarsi per capire, chiedere spiegazioni, cogliere sfumature e differenze. È il piacere intenso dell’introspezione, ma senza severità, è il senso profondo del mistero che ci avvolge tutti, la vita indissolubilmente legata alla morte e la sensazione che non è tutto qui e ora. Adesso si cominciano a chiudere alcune porte e ad apprezzare le ombre, la nebbia, le distanze.

L’autunno c’insegna il valore della complessità. Dopo l’ebbrezza del mondo esterno, è indispensabile rientrare in se stessi e soffermarsi a capire, senza stancarsi, andando fino in fondo.

Inverno: severità, rigore, autosufficienza

Con l’inverno tutto è ormai compiuto: l’introspezione ha portato i suoi frutti, la comprensione è definitiva, le incertezze sono scomparse. Il freddo è molto intenso, i giorni sono scuri: adesso bisogna difendersi. L’inverno è rigore, severità, giudizio tagliente e senza appello, decisione irrevocabile. Non si può più procrastinare. È il momento di bastare a se stessi, di affilare le proprie armi, di preparare strategie per non farsi trovare impreparati.

Bisogna liberarsi di tutto ciò che è inutile e che impedisce di procedere, bisogna fare pulizia e conservare soltanto l’essenziale, per camminare senza fardelli. Tutto è chiaro e affilato come una lama lucente, che ci chiede di tagliare, tagliare subito e senza tentennamenti. Ora le porte sono davvero tutte chiuse.

L’inverno c’insegna il valore dell’autosufficienza, che è la condizione indispensabile per vivere senza farsi troppo male. Per essere sereni a dispetto di tutto.

Nel dormiveglia

Stamattina mi sono svegliata in modo strano e anche un po’ divertente. La luce di aprile filtrava con allegria nella stanza mentre io stavo sognando, pur non essendo del tutto addormentata: ero immersa nel classico dormiveglia, intontita, ancora in un’altra dimensione, incapace di alzarmi eppure conscia di doverlo fare.

A un certo punto mi sono chiesta: ma che giorno è oggi? Deve essere venerdì. E intanto sognavo, sognavo di affacciarmi a una finestra di questa casa e di vedere un panorama meraviglioso, il verde intenso delle montagne in una radiosa mattina di primavera. Il paesaggio era molto simile a quello che mi accoglieva ogni giorno, molti anni fa, quando trascorrevo le vacanze in appennino. Ma nel sogno ero in città, dove mi trovo ora. E mentre mi beavo di fronte a quel paesaggio ed ero felice di vivere in un posto tanto bello, la parte di me già sveglia continuava a chiedersi: ma che giorno è? Ah, ecco, oggi è domenica!“.

Intanto il mio sogno continuava come se niente fosse. E così mi vedevo intenta a dover andare nell’altra casa, sempre mia anche quella e in centro storico. Ma, strano a dirsi, persino la seconda casa si affacciava sul verde di montagne e colline, un fatto davvero anomalo. Per arrivare a questa casa dovevo camminare lungo un campo sportivo, quello del paese in appennino, e mi trovavo forse a metà del percorso. Su tutto, aleggiava la mia felicità per il panorama, mista a vivo stupore.

A un certo punto, la realtà ha preso il sopravvento. Mentre la mia psiche era avvolta dal meraviglioso abbraccio di questo sogno, ho capito tutto e mi sono detta: “Ma no, oggi è lunedì“. E ho aperto gli occhi.

La mia settimana è iniziata così e non mi lamento.