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Archive for the ‘pensieri e riflessioni’ Category

Avviso: questo non è un post allegro. Perciò, chi non se la sente di immergersi in una lettura faticosa e opprimente, farebbe bene a evitarlo. Da parte mia, posso soltanto dire che mi dispiace di non riuscire a scrivere diversamente. 

Dalla finestra della sala vedo alberi verdi a profusione. Il fatto è che ho cambiato casa, almeno temporaneamente, e in questa strada gli alberi sono tanti. Ma dover traslocare subito dopo un lutto è un’esperienza pessima: è una violenza, una fatica del corpo e dello spirito, un’ulteriore frattura dell’anima. E poi, come se non bastasse, mi trovo addirittura a vivere nel quartiere in cui trascorsi l’infanzia e la prima adolescenza, persino a pochi metri dalla strada in cui abitai all’epoca. Quasi superfluo dire che, in questo momento, ne avrei fatto volentieri a meno.

Provengo da una devastante esperienza di malattia e di amore – lunghi anni di malattia e di infinito amore, di preoccupazioni e di cura, di stanchezza fisica e mentale. A tre mesi esatti dalla perdita mia madre, a stento mi accorgo che è primavera, nonostante viale Buon Pastore sia tutto in fiore: è il viale che ho percorso quasi ogni giorno durante la mia infanzia, in tutte le stagioni, sotto la pioggia e sotto il sole, molto spesso con mia madre.

Anche se ho vissuto più a lungo in centro storico – e lì tornerò – tutte le memorie legate all’infanzia e alla prima adolescenza qui riemergono con forza da sole:  in ogni angolo, in ogni strada, in ogni palazzo ritrovo la mia esistenza di tanti anni fa, che significa ritrovare gli anni più importanti, forse quelli decisivi, nel bene e nel male. I ricordi sono talmente nitidi, talmente particolareggiati, da non lasciarmi tregua. E così avverto un senso di orrore, orrore profondo nonostante il sole, nonostante la quieta bellezza della primavera. Avverto un senso di orrore perché mi sembra ingiusto essere qui proprio adesso.

Anche per questo fatico a scrivere e ho voluto dirlo a chi ha la bontà di leggere e commentare nonostante tutto.

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Da qualche giorno non scrivo su questo blog. E non lo faccio perché sto vivendo un momento estremamente difficile.

Per molti anni ho assistito mia madre, vittima del morbo di Alzheimer. Chi ha vissuto la mia esperienza sa cosa significhi dover convivere con il progressivo deterioramento delle facoltà cognitive e della salute di una persona molto cara: è un dolore opprimente e uno stress mentale e fisico difficile da descrivere. Ma molto dipende anche dal legame che si ha con la persona malata; e siccome io ho avuto un legame estremamente forte con mia madre, che è la persona che ho più amato al mondo, nel corso di questi anni ho sofferto parecchio.

A partire dall’inizio di gennaio, abbiamo affrontato la fase finale della malattia. Ma non descrivo tutto quello che ho provato nell’essere costretta ad assistere a ciò cui nessuno vorrebbe assistere mai. Ho trascorso le ultime settimane sempre all’ospedale, anche se ho continuato, sia pure con qualche interruzione, ad aggiornare il blog. L’ho fatto per cercare di  avere, o  fingere di avere, un’esistenza normale nonostante tutto, e anche perché, lo si voglia o no, la vita prosegue.

Adesso che mia madre non c’è più, sono molto addolorata, stanca e frastornata. Ciò mi ha impedito, oggi, di scrivere un post diverso da questo. So che a nessuno piace sentir parlare di malattie e di dolore, però non posso fingere una serenità che non ho, non posso inventarmi nulla per celare le mie emozioni e i miei sentimenti.

Naturalmente ho intenzione di ricominciare a scrivere regolarmente e senza tornare a soffermarmi su un simile argomento. Ma, appunto, ho bisogno di qualche giorno di pausa, e anche per questo ho preferito chiarire le ragioni che mi portano a sospendere, sia pure per poco, l’aggiornamento del blog.

(Nell’immagine il dipinto Le madri, di Federico Zandomeneghi)

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Non ho mai amato prendere il caffè al bar, di mattina. Lo faccio raramente e soltanto se obbligata dalle circostanze, come mi sta capitando in queste ultime settimane. In realtà, ora non mi dispiace trovarmi in compagnia al bar quando fuori non è ancora giorno: vedere molte persone intorno a me, anche se sconosciute, mi rincuora.

Ma, in generale, nei locali pubblici mi assale sempre una fastidiosa sensazione di provvisorietà: mi sembra di essere e di non-essere allo stesso tempo. Di una cosa sono certa: non potrei mai trascorrere ogni giorno della mia esistenza trotterellando fra bar e ristoranti. So di essere molto impopolare, ma questi luoghi di passaggio a volte mi fanno sentire instabile, quasi una fragile, fragilissima pedina malamente gettata nel caos del mondo.

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Oggi pomeriggio, mentre mi trovavo sull’autobus, ho sperimentato quanto possano essere dannosi i social network per certuni. Un individuo sui quarant’anni, non appena salito sul mezzo, ha sfoderato il suo smartphone e ha contattato un amico. Con voce squillante ha poi pronunciato più o meno queste parole: “Vai sul mio profilo Facebook e mettimi un like alla nuova foto che ho postato. Aggiungi anche un commento, tipo che bella cosa, si vede proprio che stai bene“.

Avevo letto, tempo fa, che esiste gente disposta a mendicare qualche like su Facebook. Ecco, oggi ne ho avuto la conferma. Ora non ho il tempo per scrivere un post adeguato su questo tema; perciò mi limito a sottolineare il mio sconcerto. Profondo, profondo sconcerto.

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Spesso, su questo blog, ho parlato della magica atmosfera che invade gli ultimi giorni dell’anno, fra Natale e San Silvestro. Forse sono i giorni che preferisco e per tante ragioni. Prima di tutto, si avverte un silenzio particolare nelle strade, nei viali, persino nelle piazze: è la quiete che inevitabilmente segue alla festa e che, nello stesso tempo, preannuncia altre feste e altri riti. Poi c’è questo senso di sospensione che deriva dall’attesa del nuovo anno, un’aspettativa cui non ci si può sottrarre, un appuntamento ineludibile.

Ed è inverno, inverno freddissimo e scuro. Ma, lungo le vie cittadine, restano alcuni segni dell’autunno appena trascorso: certe foglie rosse tenaci, ancora abbracciate ai rami degli alberi, sono un’eredità della stagione precedente e, con la loro tranquilla presenza, spezzano quel confuso intreccio di antracite e marrone cupo che caratterizza la monotona tavolozza dei colori invernali. Del resto, in questo periodo è facile dimenticare il cupo volto dell’inverno, perché è un momento di bilanci, di riflessioni severe, di progetti, di ripensamenti. Così, si oscilla costantemente fra il desiderio di quiete e il desiderio di agire, muoversi in fretta, decidere.

Ma forse occorre altro. Forse occorre soltanto fermarsi, guardare fuori – con calma – oltre la pioggia e la nebbia, e cercare, al di là del vuoto apparente, la via più giusta.

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Il freddo invernale è arrivato e, con esso, l’atmosfera natalizia ha invaso la città: alberi, addobbi, luci, mercatini, trenino e pista di pattinaggio su ghiaccio sono tutti elementi destinati, come ogni anno, a creare il clima festivo che accompagna il mese di dicembre e che rallegra il centro storico.

L’inizio dell’inverno è sempre il principio di una nuova stagione, di nuovi toni e di nuovi umori, e l’autunno, con la sua agonia, ci ha preparati a questo mutamento. Anche il blog oggi è cambiato, ha mutato i  suoi vecchi, bellissimi abiti autunnali per rivestirsi di altri panni, quelli adatti a dicembre e al Natale. E sono nuovi colori, caldi, brillanti, intensi, sebbene privi della indecifrabile complessità delle sfumature autunnali.

Per me, dicembre inizia con una piccola novità: il mio amatissimo computer – quello da cui ora sto scrivendo – sta per andare in pensione. Poverino, ha lavorato moltissimo, mi ha assistita con pazienza, tenacia e complicità, ma ormai è molto stanco: è lento e non è più in grado di sostenere il peso di un antivirus. Da una settimana, ormai, sto navigando senza protezione: solo in questo modo, infatti, il mio computer riesce a connettersi alla rete. Malattie della vecchiaia, insomma.

Il tecnico, che ho contattato giorni fa, mi sta preparando un bel portatile ed è in attesa dell’hard disk di questo pc per trasferire tutti i miei file sul computer nuovo. Domani mattina, quindi, spegnerò per sempre il mio amato compagno di tante avventure. Non so quanti giorni trascorreranno prima che io possa avere il computer nuovo: considerando che venerdì è festa e poi arriva il week-end, tendo a pensare che potrò ricominciare a scrivere sul blog la prossima settimana.

In ogni caso, non bisogna preoccuparsi: tornerò senz’altro a incombere sui miei lettori nell’arco di pochi giorni. 😀

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In  questi  giorni – più  che  altro  nel  poco  tempo  libero  che  ho  a  disposizione –  sto  valutando  un  romanzo  inedito. Devo  scriverne  un  commento  dettagliato, soffermandomi  su  tutti  i  suoi  aspetti: fabula, intreccio, personaggi, ambientazione, stile  e  così  via. Come  lavoro  mi  piace  moltissimo, ma  sto  sperimentando  tutta  la  fatica  che  si  prova  nel  doversi  soffermare  attentamente  su  un  testo  pieno  di  difetti  stilistici. Fra  le  altre  cose, ciò  che  mi  stupisce  è  trovare  nell’opera  numerosi  suoni  onomatopeici, quelli  presenti  in  abbondanza  nei  fumetti  di  Paperino  e  Topolino, tipo  sniff, crash, cling, patapuffete  e  moltissimi  altri.

Approfitto  di  questa  mia  esperienza  per  fare  qualche  osservazione  a  proposito  della  difficilissima  arte di  scrivere. In  generale, un’ottima  regola  cui  conformarsi  quando  si  vuole  scrivere  un  racconto  o  un  romanzo  è  cercare  di  essere  semplici, ossia  evitare  uno  stile  improntato  all’estenuante, continua  ricerca  di  metafore, immagini  e  similitudini  bizzarre. Inventare  immagini  strane, paragoni  troppo  arditi  e metafore  incomprensibili  non  significa  essere  originali  e  perciò  creativi; al  contrario, operando  in  questo  modo  si  rischia  di  scadere  nella  sciatteria  e  nel  vorrei  tanto  ma  non  posso. La  semplicità, quando  è  frutto  di  una  scelta  oculata  e  razionale, è  sinonimo  di  eleganza  ed  è  anche  il  risultato  di  una  buona  conoscenza  della  lingua  e  del  suo  uso. Si  è  semplici  e  ci  si  fa  capire  proprio  quando  si  è  padroni  della  lingua. E  soltanto  quando  si  è  davvero  padroni  della  lingua  immagini  e  metafore  esteticamente  gradevoli  emergono  senza  alcuno  sforzo; solo  quando  si  è  padroni  della  lingua  si  può  pensare  di  non  rispettare  più  determinate  regole.

Ma  questo  è  un  risultato  che  si  ottiene  esclusivamente  in  un  modo: leggendo  parecchio, leggendo  opere  scritte  bene, classici  della  letteratura, libri  che  molti  e  molte  snobbano  considerandoli  monotoni  o  pesanti  o  antipatici  perché  li  abbiamo  studiati  a  scuola  e  che  pizza! In  realtà, quei  libri  fanno  la  differenza  e chi  li  ha  letti  ha  appreso  cose  che  molti  ignorano, ossia  un  bagaglio  di  conoscenze  indispensabili  per  chiunque  voglia  cimentarsi  con  l’arte  della  scrittura.

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