In casa, a leggere

L’isolamento forzato, dovuto al Coronavirus, può essere un’ottima occasione per leggere. Leggere buoni romanzi, ad esempio, perché, grazie a essi, si possono imparare innumerevoli cose sugli uomini, sulle donne e sull’esistenza. I bei romanzi, proprio perché scritti bene, hanno in sé lo straordinario potere di elevarci intellettualmente e moralmente; e allora sono occasioni da non lasciarsi sfuggire.

Ubriacarsi di notte a un pub no, non ci eleva da nessun punto di vista; al contrario, ci degrada al rango di bestie. Leggere, invece, sì, leggere fa sempre la differenza: significa imparare a parlare, a scrivere, a riflettere, a guardare il mondo e le persone con occhi nuovi, a porsi problemi, a inventare soluzioni. E significa non sentirsi mai soli, perché leggere implica aprire un dialogo con scrittori e scrittrici, creare con loro una relazione salda.

E poi i bei libri non ci tradiscono mai. Sono sempre lì, a nostra disposizione, pronti a farci compagnia in ogni momento, eternamente fedeli.

Vera

Trama

Inghilterra, anni ’20 del Novecento. La ventiduenne Lucy Entwhistle perde improvvisamente il padre durante un soggiorno in Cornovaglia. Stordita e profondamente infelice, mentre se ne sta aggrappata al cancello del giardino di casa, vede comparire un uomo di mezza età, Everard Wemyss, rimasto vedovo da pochi giorni: sua moglie Vera, infatti, è morta precipitando da una finestra della loro casa di campagna.
L’uomo entra immediatamente in confidenza con Lucy, aiutandola nell’organizzazione del funerale del padre e rendendosi indispensabile con ogni sorta di premura. Attratta dalla condotta di Everard, che ben presto inizia a corteggiarla, Lucy si lascia sedurre e in pochi mesi lo sposa. Ma il matrimonio le svela ciò che non aveva voluto vedere.

 

Commento

Vera (1921) è un romanzo scritto da Elizabeth von Arnim. L’inizio è un po’ lento, incentrato sul lutto e sul funerale del padre della protagonista, ma sfocia ben presto nel singolare corteggiamento di Everard.

I personaggi sono delineati con estrema bravura, soprattutto perché l’autrice ne mette in luce le caratteristiche in maniera progressiva, pagina dopo pagina, evento dopo evento. Lucy, buona, un po’ ingenua e fragile, dopo la morte del padre si trasferisce a vivere a casa della zia. Quest’ultima è una figura fondamentale nel romanzo. All’inizio dell’opera, appare soltanto come una donna in lacrime, debole e affranta per la perdita del fratello; ma in seguito, a poco a poco, emergono la sua intelligenza, la sua arguzia e l’acutezza con cui riesce a cogliere in fretta alcuni indizi che svelano la personalità di Everard. Però zia Dot non può opporsi alla volontà dell’amata nipote, che così comincia la sua triste carriera matrimoniale trasferendosi nella bella tenuta di Everard.

Everard è un uomo egoista in maniera patologica, feroce e anaffettivo, le cui perversioni vengono via via mostrate con disinvoltura nei piccoli gesti dell’esistenza quotidiana – durante il rito del tè, nei rapporti con il personale di servizio, nelle ridicole cerimonie dei pranzi e delle cene, nella glaciale freddezza con cui addirittura nega un’indisposizione di Lucy.

Non si pensi, però, che questi temi siano affrontati con tono solenne e austero, e che il romanzo sia un’opera a tinte fosche o, peggio, pesante. Al contrario, com’è tipico della produzione letteraria di Elizabeth von Arnim, questo agghiacciante ritratto della vita di coppia è raccontato con raffinatissima ironia, un’ironia sottile ma costantemente presente nelle varie scene che compongono il mosaico della vicenda. È proprio quest’ironia, questa capacità di narrare con tono lieve fatti che, in realtà, sono drammatici, a rendere la lettura dell’opera piacevole e indimenticabile. A ciò si aggiunge uno stile di scrittura molto elegante e scorrevole.

 

Perché leggere questo romanzo:

– perché mostra, con inarrivabile bravura, il tipo psicologico del narcisista perverso, e lo fa con grazia e arguzia, talvolta persino con leggerezza, ma senza trascurare nessun dettaglio utile a inquadrare la struttura di personalità di Everard. L’autrice, infatti, riesce a disseminare, fin dal principio del romanzo, una serie di minuscoli indizi – qualche breve frase, alcuni rapidi pensieri – che possono far comprendere certe stranezze di questo personaggio, un suo modo di ragionare che apre scenari inquietanti. Sono peraltro quegli indizi che pochissime persone, nella vita reale, sanno cogliere e interpretare correttamente per non finire stritolate da individui come Everard, molto meno rari di quanto si pensi.

-perché la zia di Lucy è un personaggio indimenticabile, ed è colei che guida lettori e lettrici alla progressiva scoperta della vera indole di Everard. Zia Dot è la parente che tutti vorrebbero avere, intelligente e capace di profonda empatia, acuta e molto affettuosa, protettiva ma senza mai osare manipolazioni. Una donna che resta nel cuore.

-perché Vera, la moglie defunta di Everard, s’insinua a poco a poco nel racconto e influenza tutta la vicenda, pur restando circondata fino all’ultimo da un alone di mistero. Ciò conferisce una certa suspense alla vicenda, ammantandola di ambiguità. Vera c’è ma, nello stesso tempo, è assente, e fin dall’inizio è una delle chiavi per catturare la verità.

-perché il finale del romanzo è inaspettatamente aperto, enigmatico e amaro nel suo realismo, e lascia a chi legge il compito di immaginare la direzione che prenderanno gli eventi.

Enigma in luogo di mare

Trama

Maremma toscana, periodo natalizio. In una pineta sul mare chiamata Gualdana, c’è un villaggio turistico di lusso di cui fanno parte poco più di 150 ville. D’estate è affollata ma adesso, a dicembre, vi risiedono in pochi. A un certo punto viene trovato un cadavere: è quello di un conte, nullafacente mantenuto da una moglie distratta e lontana e giunto al villaggio con un’aspirante top-model. Contemporaneamente scompare una coppia. Tocca al maresciallo Butti occuparsi del caso, anche se a risolverlo è un abitante fisso della Gualdana, il signor Monforti, intelligente ma molto depresso.

Commento

Enigma in luogo di mare (1991) è un romanzo firmato da Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Definirlo semplicemente giallo è forse incongruo o almeno riduttivo. Come sempre avviene nelle opere di questi autori, infatti, a prevalere è l’attenzione nei confronti degli innumerevoli personaggi che popolano la storia, un campionario di eterogenea umanità disegnato con realismo e ironia, spesso indugiando su quegli aspetti comici o stupefacenti che inevitabilmente riconducono donne e uomini ai loro tanti limiti morali e intellettuali.

In questo caso, fra i personaggi spiccano i due grandi depressi, il signor Monforti e la signora Zeme. Mirabile è lo sproloquio di quest’ultima quando viene accompagnata dal marito alla stazione di Firenze, così come è tratteggiato con cura, fin dall’inizio del romanzo, il costante pessimismo di Monforti, che però si accompagna a una viva intelligenza. Ci sono poi il conte Delaude, classico playboy da strapazzo, la signora Borst che vive con la sua amica Eladia, esperta di Tarocchi, un vecchio musicista tedesco ormai in ritiro, un ministro con villa invasa dai topi, uno strano filosofo-predicatore che vive in assoluta povertà ma accetta volentieri inviti a pranzo e a cena, e tante altre figure, tra cui quelle dei vari lavoratori della pineta.

Buona parte del romanzo è incentrata sulla descrizione del microcosmo della Gualdana, tanto che il giallo vero e proprio ha inizio verso la metà dell’opera, e la sua soluzione è abbastanza originale, anche se non fondata su prove vere e proprie.

Certamente Enigma in luogo di mare non è allo stesso livello de La donna della domenica e di A che punto è la nottesempre degli stessi autori. In Enigma, infatti, si ha l’impressione di una maggiore superficialità sia nella costruzione dei personaggi sia sul piano stilistico, e, sebbene l’ironia sia presente e molto piacevole, non arriva alle vette delle altre opere. Naturalmente la scrittura degli autori è sempre di alto livello, pur non raggiungendo però l’eccellenza di altri romanzi (sul piano stilistico, ad esempio, L’amante senza fissa dimora è superbo).

Perché leggere questo romanzo

-perché l’ambientazione è delineata in maniera magistrale. Chi legge ha l’impressione di trovarsi alla Gualdana, di sentire persino, sul proprio volto e sui capelli, il libeccio e la pioggia che disturbano la quiete di questo angolo remoto. E si ha anche l’impressione di trovarsi in ciascuna di quelle ville insieme ai vari personaggi.

-perché un depresso cronico riesce a sciogliere un mistero, e ciò significa connotare positivamente chi, in genere, è guardato con poca simpatia.

A che punto è la notte

Trama

Torino. Don Alfonso Pezza, un sacerdote che svolge attività parrocchiali assai bizzarre, salta per aria in chiesa durante una  rappresentazione a metà fra una recita amatoriale, involontariamente comica, e una preghiera. Ma non è il solo a morire, perché la storia si complica. Il commissario Santamaria si occupa del caso, e così comincia un lungo percorso di indagini che coinvolge numerosi personaggi fino all’inaspettata, stupefacente soluzione.

Commento

A che punto è la notte (1979) è un romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Definirlo giallo è riduttivo: ci sono sì alcuni cadaveri e c’è anche un’indagine, ma, come di solito avviene nelle opere di questi autori, la narrazione è soprattutto un incontro appassionato con i tipi umani più disparati, colti con straordinaria abilità attraverso i loro gesti quotidiani, le loro debolezze, i loro vergognosi segreti.

Nella narrazione, caratterizzata da numerosi colpi di scena, si fondono dramma e comicità, tragedia e ironia. Don Pezza, vicino all’eresia gnostica, sembra autoritario, narcisista e infastidito dai comuni doveri parrocchiali. È solito fare messe speciali per i nostri fratelli travestiti, per nostra sorella immondizia e altre amenità, oltre a essere impegnato nella costruzione, in chiesa, di una torre di legno dall’alto della quale vorrebbe ammaestrare i suoi fedeli. Tutto questo dà l’impressione che sia un prete attento alle questioni sociali, ma ben presto ci si accorge di qualche strana dissonanza.

Don Pezza è circondato da una piccola corte dei miracoli, da un gruppo di persone almeno all’inizio indecifrabili; fra queste, l’ingegner Sergio Vicini, viscido, vizioso e ambiguo, e la professoressa Caldani, alcolizzata e con mansioni da vice-parroco. Una congrega bislacca, insomma, che soltanto verso la fine del romanzo mostra il suo autentico volto. Ma sono tanti i personaggi degni di menzione: c’è la signora Guidi, ricca e annoiata, che va ad ascoltare la recita di Don Pezza soltanto per curiosità, e c’è sua figlia Thea, che ha una relazione con un mafioso; c’è un editore alle prese con gli umori altalenanti dei suoi collaboratori, e c’è la simpatica poliziotta Pietrobono, che compila uno spassosissimo diario usando abbreviazioni particolari e annotando le sue impressioni sulle persone che la circondano. A costoro si aggiungono molte altre figure – addirittura l’arcivescovo -, tutte ritagliate con ottima capacità di analisi psicologica e sociologica. Poi c’è Torino, con le sue strade, le sue bellezze, le sue chiese, i suoi squallori, le sue ambiguità, e c’è persino la Fiat, che con Torino è in stretta simbiosi.

Perché leggere questo romanzo:

-per la capacità degli autori di tratteggiare ogni singolo ambiente – religioso, borghese, proletario – in maniera così dettagliata da regalarci l’impressione di trovarci sul posto, testimoni della vicenda. Sono immagini dense, effetti pittorici in rilievo che pochi scrittori sanno creare.

-per la ricchezza lessicale e i giochi stilistici e linguistici, che testimoniano una rara perizia nell’arte della scrittura. Non è una lettura immediata, questa, anche se scorrevole; non è immediata se si è abituati a leggere soltanto testi semplici e sciatti. Ma vale la pena, come ho scritto altrove, volare alto confrontandosi con autori colti e pieni di talento.

-perché anche i temi più seri sono affrontati con affilata ironia e perché sono molte le scene esilaranti, che ci restituiscono il quadro di un’esistenza umana eternamente in bilico fra dramma e commedia. La stessa recita di Don Pezza, prima della morte, è un capolavoro d’involontaria comicità.

-perché gli autori sono chiaramente pessimisti, non hanno alcuna fiducia negli esseri umani e lo dimostrano spesso ridicolizzandoli e svelandone ogni meschinità; ma lo fanno con grazia, con classe e con quella meravigliosa ironia che è una delle cifre costanti della loro produzione artistica. Così, indirettamente, c’insegnano anche a vivere, a tollerare il mondo per ciò che è.

L’amante senza fissa dimora

Trama

Novembre. Mr. Silvera, guida turistica che accompagna un gruppo di persone a Venezia, incontra una ricca antiquaria romana in viaggio per lavoro. Lui è sfuggente ed enigmatico, lei è sposata, colta, curiosa e piena di vita. Fra i due nasce una relazione, destinata a concludersi in fretta a causa di uno sconvolgente segreto di Mr. Silvera.

 

Commento

L’amante senza fissa dimora (1986) è un’opera di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Non ci si lasci fuorviare dal titolo: non si tratta di un romanzo rosa, perché la vicenda sentimentale è soltanto lo sfondo per un’affascinante narrazione che si dipana a più livelli. Al centro della storia, infatti, c’è un mistero, un’antica leggenda che il lettore può scoprire soltanto alla fine, ma sulla scena si muovono e s’incontrano vari personaggi, ben delineati grazie a un’ottima capacità di indagine psicologica e sociologica, spesso accompagnata da un tocco di sapiente ironia. E sono personaggi che, tutti insieme, formano un interessante campionario di varia umanità, come, ad esempio, i viaggiatori scortati da Mr. Silvera:

In ogni comitiva c’è sempre un’adolescente che s’innamora di Mr. Silvera, sempre un paio di anziane signorine d’inesauribile energia, sempre una coppia di coniugi litigiosi, sempre un’ipocondriaca, sempre un pignolo saccente e scontento di tutto, sempre un ficcanaso pettegolo. È come viaggiare con un campionario, pensa Mr. Silvera (p.16).

E poi c’è Venezia, anch’essa protagonista. Venezia a novembre – malinconica, buia, decadente – è la condizione stessa di possibilità di una trama interamente giocata sul mistero, sull’elusività, sull’incertezza:

Strada facendo avevo scoperto una Venezia ovvia eppure a me […]del tutto ignota. Una Venezia di frequentissimi anfratti, portichetti, angoletti oscuri, minuscoli campielli deserti, calli quasi segrete, di cui sarebbe stato delittuoso non approfittare […] (p.117).

 

Perché leggere questo romanzo:

– per immergersi nella raffinata trama di una scrittura elegante, caratterizzata da uno stile sontuoso ma non barocco, e da una non comune ricchezza lessicale. Perché è bello volare alto ed evitare di appiattirsi nella palude della mediocrità, specialmente in un’epoca come la nostra, in cui si assiste spesso a un’eccessiva semplificazione della lingua scritta.

– per la sottile analisi dei tanti personaggi, attuata attraverso gesti, rapide occhiate, frasi, inaspettate suggestioni, ossia attraverso quegli effetti indiretti che soltanto i bravi scrittori e le brave scrittrici sanno creare.

– per l’atmosfera decadente, romantica e poetica di Venezia, colta in un malinconico mese d’autunno e catturata nei suoi angoli più remoti, lungo le vie meno frequentate, davanti ai suoi tanti portoni sbreccati.

– perché è ambientato negli anni Ottanta del secolo scorso, ossia nel passato prossimo, e descrive con garbata ironia un fenomeno  come quello dei viaggi organizzati low cost, già diffuso in quel periodo e ormai diventato parte integrante del nostro attuale stile di vita.

– per la profonda consistenza di tante riflessioni, sparse nel romanzo come gemme preziose da cogliere senza indugio. Come quella della protagonista che, a proposito di se stessa, ammette: mi avvilisce l’idea – ma non è propriamente un’idea, è come una cicatrice d’idea – di aver malamente tradito me stessa. Né mi consola pensare che non soltanto la mia, ma qualsiasi vita è così: un premere formicolante, incalcolabile, che poi, messo alle strette, si risolve in rivoletti incolori (p.131).

La suora giovane

Trama

Torino, dicembre 1950. Antonio Mathis è un impiegato quarantenne che trascorre la sua esistenza prigioniero di una routine asfissiante, fatta di un lavoro ripetitivo, di una relazione grigia e meschina con Anna, di un rapporto ambiguo con la collega Iris. Ma qualcosa di nuovo irrompe nella sua vita: è l’incontro con una giovanissima novizia, Serena. Per lungo tempo, ogni sera alla stessa ora, Antonio e la misteriosa ragazza si trovano ad aspettare il medesimo tram e non si parlano; ma l’interesse è reciproco e così, finalmente, Antonio rompe il ghiaccio. In una lunga conversazione notturna, che avviene nel palazzo in cui la novizia assiste un uomo morente, emergono i sogni della ragazza, che non vuole diventare suora, non vuole tornare a Mondovì – il suo paese d’origine – ma desidera sposarsi. Antonio si lascia travolgere da un innamoramento inaspettato che lo atterrisce, finché la giovane d’improvviso scompare. L’uomo va a cercarla a Mondovì e, parlando con i  genitori di Serena, contadini distrutti  dalle fatiche di un’esistenza grama, scopre alcune scomode verità.

 

Commento

Pubblicato per la prima volta nel 1959, La suora giovane è un bellissimo, intenso, breve romanzo di Giovanni Arpino. La vicenda, raccontata dal protagonista sotto forma di diario, si dispiega lungo un breve arco di tempo, fra il 10 dicembre del 1950 e il 2 gennaio 1951. Antonio è il paradigma dell’inetto, del timoroso, del conformista inserito nell’agghiacciante meccanismo di un’esistenza incolore, da cui si lascia dominare passivamente:

Non ricordo un amore da ragazzo, se non stupidaggini o porcherie. Ho dimenticato persino i nomi di qualche lontana amicizia. Ma quanti saranno con me?
Non ho mai fatto politica, non sono sportivo, non sono buono a spingermi, nelle vacanze, dove altri vanno, magari faticosamente, pur di vedere, toccare con mano, curiosare.
Non so niente. I giorni mi sono scappati via come le notizie dei giornali, a cui credi e non credi […].

Così, quando scopre di provare un forte interesse per questa piccola suora sconosciuta, è sconvolto: per un uomo di quarant’anni, che ha sempre cercato di stare nell’ordine, è una brutta storia.

Serena è, all’inizio, una figura senza voce che impariamo a conoscere attraverso le parole e l’emotività di Antonio. Quando poi, dopo una lunga attesa, i due si parlano, la ragazza svela  tutta la sua inaspettata vitalità, la sua ansia di vivere, i suoi tanti sogni, la sua intelligenza. Travolge Antonio con un fiume di parole ed è sincera nel mettere in luce anche le miserie della sua esistenza. Ma c’è un problema: Serena ha fretta, mentre Antonio è vittima della propria insicurezza e ha una fidanzata-amante di cui vuole liberarsi.

I personaggi di contorno sono delineati con precisione chirurgica attraverso poche frasi e alcuni gesti che ne ritagliano impietosamente la grigia mediocrità. A questo riguardo è emblematica la cena della vigilia di Natale, che Antonio trascorre con Anna, Iris e il volgare collega Mo, e che disgusta il protagonista in maniera irreversibile, mostrandogli tutto lo squallore di chi lo circonda e della sua stessa esistenza.

La vicenda di Antonio è accompagnata in ogni istante dall’atmosfera invernale che avvolge Torino, altra grande protagonista di questo romanzo. E spesso è una Torino notturna, sferzata dal gelo, ostile, con strade ghiacciate e deserte:

Aveva nevicato, le strade erano lame di ghiaccio, i fili della luce pendevano lampeggiando, la seguivo in un quartiere che conosco appena […]. Camminava una ventina di metri davanti a me, attenta al marciapiedi ghiacciato.

Questo ghiaccio e questo freddo tagliente si adattano a un personaggio che teme persino la sua ombra, che si vergogna del sentimento che prova e che cerca disperatamente una via per costruirsi una nuova esistenza:

Le sette. Devo uscire. Ci fosse almeno gran nebbia lungo il viale: mi sentirei più protetto. Perché ho anche paura degli altri, di occhi curiosi che mi sorprendano. Certamente anche lei ha questa paura.
Il corso solitamente è deserto, con luci fioche che oscillano al vento invernale, non c’è che un caffè, lontano, e il largo davanti alla Chiesa della Gran Madre che luccica di intrichi di rotaie. Ma quando sono su quella pedana mi pare che milioni d’occhi spiino dalla siepe lungo il fiume, dalle cupole secche degli alberi, mi pare che tutto il mondo trattenga il fiato per sorprendermi e balzarmi addosso.

Perché leggere questo romanzo:

– per la bellezza dello stile, asciutto, elegante, con una sintassi semplice e un tono a volte così concitato da far emergere con maestria l’ansia  ricorrente e la profonda lacerazione interiore del protagonista.

– per la possibilità di tuffarsi nell’Italia degli anni Cinquanta del secolo scorso – l’Italia del dopoguerra – e scorgerne alcuni valori, stili di vita e aspirazioni. La buona letteratura, infatti, non è soltanto un’impresa artistica, ma è anche storia, costume, filosofia, psicologia, sociologia. Inoltre l’Italia di quasi settant’anni fa è l’Italia dei nostri genitori o dei nostri nonni, il mondo da cui proveniamo; e conoscere il nostro passato prossimo ci consente di comprendere meglio il presente e di attuare confronti, porsi domande, rivedere certe nostre convinzioni.

– perché descrive con spietato realismo i vuoti conformismi e le meschine banalità che avviluppano certe esistenze, soffocandole, svuotandole di significato.

– perché il finale svela ciò che spesso non vogliamo né vedere né sapere, e cioè che l’amore, quello vero e quindi raro, rende generosi, aperti e solidali.

La morte nel villaggio

Trama

A  St.  Mary  Mead, quieto  villaggio  della  campagna  inglese, viene  ucciso  il  colonnello  Protheroe, un  uomo  arrogante  e  molto  avaro. Il  cadavere  del  colonnello  è  rinvenuto  nella  biblioteca  del  vicario  del  paese, Leonard  Clement. Ben  presto  l’assassino  si  costituisce: si  tratta  del  pittore  Lawrence  Redding, che  ha  una  relazione  con  la  moglie  di  Protheroe. Quando  sembra  che  il  caso  sia  risolto, emergono  però  molti  dubbi: il  racconto  del  pittore  non  convince  gli  investigatori, perché  presenta  alcuni  lati  oscuri  e  sembra  non  accordarsi  con  le  tempistiche  del  delitto. Il  giovane  viene  quindi  rilasciato  e  la  vicenda, almeno  in  apparenza,  si  complica. Ma  grazie  alla  presenza  di  Miss  Marple, innocua  vecchietta  dedita  al  lavoro  a  maglia, al  giardinaggio  e  al  pettegolezzo, il  mistero  viene  svelato.

Commento

Pubblicato  nel  1930, La  morte  nel  villaggio  è  il  primo  romanzo  di  Agatha  Christie  in  cui  compare  la  figura  di  Miss  Marple. La  vicenda  viene  raccontata  attraverso  il  punto  di  vista  del  vicario  Leonard  Clement; ciò  significa  che  il racconto  di  tutti  gli  eventi  e  le  riflessioni  su  di  essi  sono   influenzati  dalla  personalità  del  vicario, un  uomo  dotato  di  notevole  ironia  e  autoironia, elementi  che  conferiscono  al  romanzo  un  tono  vagamente  scanzonato.

Come  sempre   avviene  nelle  opere  della  Christie, anche  qui  compaiono  numerosi  personaggi. In  alcuni  casi  sono  figure  appena  abbozzate  o  caratterizzate  in  modo  superficiale, mezzi  utili  a  creare  una  certa  suspense  e  a  complicare  l’intreccio  attraverso  una  fitta  rete  di  sottotrame  o  di  piccoli  misteri. Del  resto, si  tratta  di  un  espediente  tipico  della  Christie,  un  espediente  che, a  mio  parere,  costituisce  anche  il  limite  più  evidente  della  sua  produzione  letteraria, perché  a  volte  dà  luogo  alla  creazione  di  personaggi  privi  di  autentico  spessore  psicologico, a  situazioni  poco  realistiche  e  a  troppi  colpi  di  scena  fini  a  se  stessi.

Al  di  là  di  ciò, in  quest’opera  il  dato  interessante – quello  che  spicca  su  tutto –  è  l’impietosa  e  acuta  descrizione  di  alcuni  personaggi. Come  si  è  detto, è  il  vicario  del  paese, Leonard  Clement, a  raccontare  gli  eventi,  e  lo  fa  dal  suo  punto  di  vista, con  sottile  e  persistente   ironia  e  senza  alcuna  indulgenza  per  nessuno, neppure  per  se  stesso. Il  romanzo  è  dunque  ferocissimo  perché  nessuno  si  salva, neppure  il  narratore  e  Miss  Marple: ciascuno  ha  le  proprie  manie, i  propri  limiti, le  proprie  cattiverie  più  o  meno  segrete, i  propri  pensieri  inconfessabili, le  proprie  meschinità. Solo  che  tutto  ciò  viene  narrato  con  garbo, con  disinvoltura, quasi  con  leggerezza. Probabilmente  è  questo  il  pregio  maggiore  de  La  morte  nel  villaggio, ossia  la  capacità  di  mostrare  i  lati  peggiori  della  natura  umana  in  maniera  molto  scorrevole  e, a  tratti, divertente.

Qualche  anticipazione

Miss  Marple  entra  in  scena  per  la  prima  volta  a  casa  del  vicario. Qui, insieme  ad  altre  donne, è  stata  invitata  per  un  tè  da  Griselda, la  giovane  moglie  di  Leonard  Clement. Ed  è  Leonard, il  narratore, a  dire: Miss  Marple  è  una  vecchietta  coi  capelli  bianchi  e  dai  modi  sempre  molto  timidi  e  mansueti. La  signora  Wetherby  è  un  misto  di  miele  e  aceto. Miss  Marple  è  certamente  la  più  pericolosa  delle  due.

Nel  corso  del  tè  e  dei  tanti  pettegolezzi  che  l’accompagnano, la  pericolosa  Miss  Marple  dispensa  perle  di  saggezza  e, soprattutto, dichiara: «Caro  vicario, lei  non  è  abbastanza  uomo  di  mondo. Temo  che  osservando  la  natura  umana  per  molto  tempo, come  ho  fatto  io, si  arrivi  a  non  fidarsene  troppo. Ammetto  che  le  chiacchiere  e  i  pettegolezzi  possono  essere  nocivi  e  poco  caritatevoli, ma  molto  spesso  sono  anche  veri, non  le  pare?». Miss  Marple, insomma, è  una  vecchia  arpia  dotata  di  grande  buon  senso, esperienza, lucidità  e  disincanto, tutte  caratteristiche  che  le  consentono  di  risolvere  misteri  più  o  meno  complessi. Perché, come  lei  stessa  afferma  più  volte  nel  romanzo, la  natura  umana  è  quella  che  è. Compresa  la  sua.

Ma  anche  il  vicario, accusato  da  Miss  Marple  di  non  essere  abbastanza  uomo  di  mondo, ha  le  sue  pecche. Verso  la  fine  dell’opera, infatti, Clement  trova  un  suo  collaboratore  agonizzante  e  non  chiama  alcun  aiuto. Quando  il  colonnello  Melchett,  incaricato  delle  indagini,  gli  chiede  perché  mai  non  abbia  chiamato  il  dottore, Leonard  Clement  commenta  così: per  fortuna  Melchett  non  sospetta  mai  che  uno  possa  avere  idee  differenti  dalle  sue. In  altre  parole, soccorrere  un  moribondo  è  soltanto  questione  di  gusti  personali. Basta  questo  a  far  comprendere  la  sottile  ferocia  che  percorre  tutto  il  romanzo.

A  chi  è  consigliato: a  chi  ama  svagarsi  con  i  gialli, senza  eccessive  pretese, ma  vuole  anche  immergersi  in  una  narrazione  ricca  di  ironia  e  scorrevole. Forse  è  uno  dei  migliori  romanzi  della  Christie.

Mia cugina Rachele

Trama

Ambrose Ashley, un ricco proprietario terriero che vive in Cornovaglia insieme al nipote adottivo Philip, parte per l’Italia in seguito a problemi di salute. A Firenze conosce Rachele, una sua lontana parente  rimasta vedova in giovane età. Improvvisamente, Philip riceve una lettera che annuncia  il  matrimonio  tra  Ambrose  e  questa  donna.

Dopo poco più di un anno dalle nozze, Ambrose si ammala gravemente e in breve tempo muore a Firenze. Philip inizia così a nutrire alcuni sospetti nei confronti di Rachele, che considera responsabile di questo improvviso decesso. Ma quando la donna giunge in Inghilterra, Philip è costretto a ospitarla e, contrariamente a ogni sua aspettativa, ne rimane affascinato.
Durante il  soggiorno in Cornovaglia, la personalità di Rachele si rivela complessa e a tratti sfuggente. Capace di tenere manifestazioni d’affetto ma anche di repentini scatti d’ira, enigmatica, elegante e raffinata, saggia e ironica, dolce ma nel contempo autoritaria, a poco a poco manifesta uno dei suoi difetti maggiori: la prodigalità. A volte sembra disinteressata nei suoi sentimenti verso Philip, altre volte, invece, appare fredda e calcolatrice. Instaura così un rapporto ambiguo con il ragazzo, che ne resta talmente soggiogato da perdere completamente la testa e da diventare fin troppo generoso nei suoi confronti.
Ma certe lettere di Ambrose, scritte durante la  malattia e trovate per caso dal nipote, gettano terribili ombre sulla figura di Rachele, ombre che, unite alla passione frustrata di Philip e al non limpido comportamento della donna, conducono a un tragico epilogo.

 

Commento

Mia cugina Rachele (1951) è un romanzo di Daphne Du Maurier. Due sono i pregi fondamentali di quest’opera: la sapienza con cui è tratteggiata l’affascinante e pericolosa ambiguità di Rachele, tanto che è impossibile comprendere se sia stata davvero responsabile della morte del marito, e la bravura con cui viene mostrata la natura puramente soggettiva della passione amorosa, tale da trasfigurare l’immagine della persona amata in un ideale che non trova corrispondenza nella realtà.

Non ci sono sbavature: ricostruzione ambientale ed elaborazione della psicologia dei personaggi sono ottime, e ottima è la capacità dell’autrice di costruire la suspense. Lo stile fonde in modo impeccabile una notevole capacità descrittiva con belle suggestioni poetiche. Il finale è un colpo al cuore, tragico e commovente, pesante come un macigno e indimenticabile.

Dal libro è stato tratto anche un bel film del 1952, intitolato come il romanzo e interpretato da Richard Burton e Olivia De Havilland.

 

Perché leggere questo romanzo

– perché consente di comprendere bene e senza annoiarsi la psicologia di una donna narcisista e manipolatrice.

-perché è affascinante immergersi in un’atmosfera ottocentesca e romantica, fatta di remote dimore patrizie, di forti passioni e di giornate scandite da riti che non trovano più spazio nella nostra quotidianità. Ma non si tratta di un romanticismo da quattro soldi, ossia di quel ciarpame diseducativo, tipico dei romanzi rosa di bassa lega, che dipinge mondi e relazioni inesistenti; al contrario, qui la trama mostra con tagliente efficacia i troppi rischi connessi al distacco dalla realtà, e il prezzo che ne consegue.

-perché tutti i personaggi, anche quelli minori, sono tratteggiati con tale maestria da assumere la consistenza di persone in carne e ossa.

-perché è bene lasciarsi trasportare da una narrazione lenta, avvolgente, scorrevole ma tale da richiedere anche attenzione. In un mondo come il nostro, disastrosamente incentrato sul mordi-e-fuggi in ogni ambito dell’esistenza, sulle relazioni liquide e sulla velocità a tutti i costi, è bene recuperare la capacità di soffermarsi sui particolari. Le buone letture c’insegnano anche questo.

-perché il finale racconta molto dell’inevitabile ambiguità che sempre percorre i rapporti umani.