Inverno, Natale e scelte di vita: un romanzo

Vista l’imminenza delle feste natalizie, segnalo La suora giovane, un romanzo di Giovanni Arpino e una delle più belle opere letterarie del secondo Novecento. La vicenda del protagonista, Antonio Mathis, si svolge proprio nel mese di dicembre, in una Torino freddissima e spettrale. La narrazione è in prima persona ed è pervasa da un tono ansioso, spesso frenetico, che dà voce ai tormenti interiori del protagonista, imprigionato in un’esistenza ripetitiva e vuota che viene sconvolta dall’incontro con una giovanissima novizia.

La storia è ambientata negli anni Cinquanta del secolo scorso, ossia in un’epoca con valori e stili di vita assai distanti dai nostri; tuttavia la lacerazione interiore di Antonio Mathis, le sue tante insicurezze e il piatto meccanismo che governa la sua quotidianità sono tutti elementi sempre attuali, che sollecitano riflessioni e interrogativi.

Ho commentato questo romanzo circa un anno fa. Lo raccomando per la sua bellezza semplice, accompagnata da un’intensità emotiva rara e commovente.

Ombre, misteri e fantasmi: un romanzo e un film

In un mese come novembre, ricco di colori e di atmosfere malinconiche, mi sento di suggerire la lettura di un bellissimo romanzo e la visione di un ottimo film, entrambi adatti all’umore e ai toni di questo periodo.

Il romanzo è L’amante senza fissa dimora, di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che ho commentato circa un anno fa qui sul blog. Ambientato proprio a novembre, in una Venezia decadente e affascinante, non è un romanzo rosa, come potrebbe far pensare il titolo, ma un’opera complessa costruita intorno a una misteriosa leggenda.

Il film è Suspense, titolo orribile e assurda traduzione italiana di The innocents, che è una versione cinematografica del celebre romanzo Il giro di vite, di Henry James. Il film è un autentico gioiello, caratterizzato da un’eleganza formale non comune: colpisce l’atmosfera malsana che si respira durante tutta la pellicola, e che è in contrasto con lo splendore dell’ambientazione. L’orrore è soprattutto suggerito, a cominciare dalla figura del bambino che si comporta quasi come un adulto e che perciò diventa via via sempre più inquietante. Deborah Kerr nella parte dell’istitutrice è spettacolare. Da vedere assolutamente se si amano le storie di fantasmi, declinate però in maniera molto raffinata. Attualmente il film è disponibile su Youtube.

Il prete bello

Trama

Vicenza, 1938-1940. Il piccolo Sergio vive in un quartiere molto povero e, insieme ad altri bambini indigenti, cerca in ogni modo di procurarsi un po’ di denaro o di cibo. Gli stratagemmi sono tanti, ma uno, in particolare, sembra più efficace di altri: adattarsi a fare da informatori e confidenti di un gruppo di devote cattoliche, tutte innamorate di don Gastone, un prete di bell’aspetto che ha anche scritto un libro. Sergio e il suo amico Cena, fra alterne fortune, spiano le mosse del prete per riferirle alle pie signorine, alimentando così la loro passione e ottenendo in cambio soldi o regali. Il prete, intanto, s’approfitta delle cortesie di tutte queste donne, e soprattutto della ricchezza della signorina Immacolata, che addirittura regala a don Gastone una bella macchina nuova. Don Gastone, però, s’innamora di una giovane prostituta, di cui diventa gelosissimo. A un certo punto il prete s’ammala gravemente e il piccolo Cena finisce in riformatorio. Sullo sfondo delle vicende c’è il fascismo con i suoi riti, la sua ideologia e l’acritico asservimento delle masse.

Commento

Il prete bello (1954) è un romanzo di Goffredo Parise. La trama è incentrata sulle vicende di un gruppo di persone che vivono in un quartiere povero di Vicenza, in un caseggiato miserabile fra topi e immondizie. A distinguersi è soltanto la signorina Immacolata, ricca proprietaria di molti appartamenti e amica di don Gastone. La sua devozione nei confronti del sacerdote è totale, così come quella di altre donne del caseggiato, disposte a qualsiasi cosa pur di ottenere un po’ d’attenzione da parte del prete. Don Gastone, infatti, è la figura quasi mitica intorno alla quale s’addensano, con rara intensità, i desideri e le ingenue fantasie di molte, giovani e meno giovani; peraltro don Gastone, abilissimo diplomatico sempre impegnato a fingere modestia, riesce a sfruttare tanta ammirazione a proprio vantaggio, senza mai compromettersi con nessuna di costoro. Quando però scrive un libro, che nessuno comprerebbe se non intervenisse provvidenzialmente la signorina Immacolata ad aiutarlo, perde la testa e non nasconde il suo narcisismo, pretendendo recensioni e attenzioni ovunque possa trovarle:

Non stava più quieto. Andava qua e là, a visite, a salotti, sempre di corsa, la sottana al vento: […] il suo bel saluto romano, teso, faticoso, al federale, vice-federale e uffici minori, giù, fino agli uscieri. Lettere sopra lettere, da un capo all’altro d’Italia, a tutti i giornali, a tutti i critici. Spedì una lettera anche a D’Annunzio […].

Ma, alla fine del romanzo, questo prete tanto desiderato e baciato dalla fortuna è vittima della tubercolosi, e la sua stella smette di brillare:

Tutto il rione aveva dimenticato don Gastone e la notizia di una malattia così disonorevole gli aveva strappato di dosso ogni fascino. Inoltre si avvicinava l’inverno e bisognava far legna o passare le giornate a trovare espedienti per procurarsela.

Nel romanzo, la squallida quotidianità delle persone più indigenti è evocata in modo realistico, con abbondanza di dettagli e senza lasciare nulla all’immaginazione, ma con un tono così scanzonato e ironico da sfociare spesso nella descrizione di irresistibili scene comiche. Un esempio emblematico è rappresentato dalla compiaciuta insistenza con cui l’autore descrive il gabinetto del cavalier Esposito, ex carceriere capo delle prigioni di San Biagio. Esposito è molto orgoglioso di questo gabinetto, perché rappresenta un mezzo di distinzione sociale in quel palazzo di derelitti:

Il cav. Esposito possedeva due beni, ché tali si possono chiamare, tanto in senso spirituale che materiale, a cui teneva molto più che alle figlie, ai baffi e al cavalierato. Due beni che riassumevano tutti i suoi principi e credenze […]. Questi beni erano il Duce e il gabinetto. I problemi sociali egli li concentrava per lo più nel gabinetto, uno sgabuzzo cupo con una feritoia dall’aspetto sinistro, sospeso all’altezza dei tetti, sul cortile. Questo sgabuzzo possedeva però il water […]. L’aveva fatto installare a sue spese con entusiasmo senza pari, noncurante dei dubbi dell’idraulico circa la solidità e la portata delle travicelle del pavimento […]Un grande accanimento poneva nel difendere il luogo da ogni desiderio altrui, e i desideri, in un edificio dove abitavano una trentina di famiglie con un solo gabinetto, erano senza posa impellenti. […]Nessuno del resto, salvo in casi disperati, tentava l’assalto al gabinetto, e il cav. Esposito aveva così modo di ammirarlo e di tesserne le lodi a se stesso e ad altri con una certa sicurezza.

Nel romanzo spicca anche la figura di Cena, che è figlio di una donna alcolizzata e vive in condizioni di estremo degrado. Per sopravvivere, Cena è disposto a tutto:

[…]in Cena l’istinto di imbrogliare il prossimo era connaturato, faceva parte del suo corpo come una vena di sangue in più. […]Ma […] alla fine bastava parlargli un po’, commuoverlo, e lui dava, donava, divideva al punto che non gli restava in tasca che poco o niente.

Nella descrizione di tanta miseria, a volte il tono dell’autore perde la consueta ironia per farsi vibrante di profonda partecipazione emotiva, soprattutto quando rievoca la gioia infantile dei bambini durante le feste natalizie, quando tratteggia l’entusiasmo di Sergio nel ricevere in dono una bellissima bicicletta nuova rossa fiammante e alla fine, quando Cena viene mostrato per ciò che effettivamente è, un povero essere inchiodato dal suo destino, cioè dalle condizioni materiali in cui si è trovato a vivere, a comportarsi da ladro, pur avendo l’anima e il candore di un bambino.

Lo stile del romanzo è scorrevole e, nello stesso tempo, caratterizzato da una notevole ricchezza lessicale; inoltre si distingue per le molte metafore e similitudini che identificano gli esseri umani con gli animali, abbassando così i primi alla loro dimensione puramente biologica. Un’altra particolarità del testo è la frequente, minuziosa descrizione di interni, borghesi e miserabili, e di oggetti di ogni tipo, spesso superflui e di cattivo gusto, anche oggetti minuti e insulsi come le piume di strani cappellini o i bottoni dei vestiti, tutti catturati attraverso immagini molto vivide e intense, che sembrano richiamare suggestioni proprie della poetica crepuscolare.

Perché leggere questo romanzo:

– perché è la rievocazione dei modi di vita e dei valori di un determinata epoca storica, lo spaccato fedele di una piccolissima realtà della provincia italiana, che diventa una fotografia di quel tempo, un modo per conoscere quel passato non troppo lontano.

– perché, nonostante il crudo realismo di tante immagini, la miseria è raccontata con accenti lievi e spesso comici. E questo è probabilmente l’unico modo per renderla pienamente leggibile e accettabile sulla pagina scritta.

A ciascuno il suo

Trama

Sicilia. Il farmacista Manni riceve una lettera minacciosa. Ma non ha nulla da temere, e ne parla con altre persone. Dopo pochi giorni viene ucciso insieme al dottor Roscio, col quale era andato a caccia.  Il professor Laurana, docente di italiano in un liceo, resta colpito da un particolare della lettera minatoria, e comincia a fare ricerche. Incontra varie persone, collega diverse trame e, a un certo punto, ritiene di aver trovato la soluzione del giallo. Ma non si accorge di aver confidato troppe cose alle persone sbagliate.

Commento

A ciascuno il suo (1966) è un bellissimo romanzo di Leonardo Sciascia. Qui l’autore fotografa, in modo brillante e acuto, un piccolo mondo con tutti i suoi riti, i suoi valori, la mentalità della sua gente, le sue ombre, le sue tante crudeltà.

Il professor Laurana è intelligente e studioso, ma la sua debolezza consiste nell’essere in parte distaccato dal contesto in cui vive, nell’essere forse troppo ingenuo, inadatto al microcosmo in cui si muove. E poi è un uomo solo e sensibile al fascino femminile, e anche questo è un fattore di debolezza, almeno per lui. La sua figura è fondamentale, perché è il motore della vicenda; ma anche i personaggi di contorno sono ben rappresentati, definiti con grande finezza attraverso i dialoghi, che ne mettono in risalto valori, debolezze e ambiguità.

L’ambiente in cui si muove Laurana è pericoloso e soffocante, e, nel procedere della narrazione, questo dato acquista particolare vividezza. A questo proposito, sono illuminanti le parole di un uomo anziano, fratello di un compagno di università di Laurana:

…A un certo punto della mia vita ho fatto dei calcoli precisi: che se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente, di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli che stanno lì, pronti a comunicarmi le loro opinioni sull’umanità, sul governo, sull’amministrazione municipale, su Moravia…le pare che valga la pena?

In generale la narrazione ha un ritmo vivace, a volte incalzante, e, come spesso avviene nei romanzi di Sciascia, è attraversata da intelligente ironia, che fa da contraltare al cupo realismo della vicenda. Lo stile è conciso, elegante e caratterizzato da preziosismi lessicali.

Perché leggere questo romanzo:

-perché la storia è avvincente, priva di inutili lungaggini, e la suspense è ottima, tutti elementi che possono attrarre anche chi non ama troppo leggere.

-perché coglie con grande acume, e con sguardo rapido e sicuro, le infinite meschinità dell’animo umano. E solo i grandi scrittori sono capaci di farlo con tanta disinvoltura.

-perché è una lettura intelligente, di un’intelligenza che si dispiega riga dopo riga, di un’intelligenza che addirittura sembra incalzare il lettore, senza lasciargli soste. Una lettura densa, che offre molti spunti di riflessione sulla natura umana e sulla vita associata.

Todo modo

Todo modo para buscar la voluntad divina (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)

Trama

Sicilia. Un famoso pittore, per puro spirito d’avventura, decide di fermarsi presso un albergo gestito da un certo don Gaetano. L’albergo, a quanto pare, sorge là dove un tempo c’era un monastero. All’albergo stanno per arrivare ministri, deputati, vescovi e altri personaggi importanti per partecipare ad alcuni esercizi spirituali. Durante la recita di un rosario, l’ex senatore Michelozzi viene ucciso. Cominciano le indagini, molto difficili dato l’ambiente in cui è maturato il crimine, e la situazione si complica ulteriormente quando avviene un altro omicidio. In apparenza il mistero è irrisolvibile, ma l’astuto pittore forse comprende la verità, pur non rivelandola. O, meglio, rivelandola in maniera molto enigmatica.

 

Commento

Todo modo (1974) è un breve romanzo di Leonardo Sciascia, un romanzo in cui i delitti sono soprattutto un’occasione per far emergere il volto agghiacciante dei rapporti di potere, declinati secondo cerimoniali ipocriti fra persone che non affermano mai ciò che realmente pensano. Persone che nascondono, eludono, recitano con estrema disinvoltura pur di mantenere le proprie ragguardevoli posizioni sociali.

Don Gaetano è senz’altro il personaggio più stupefacente: coltissimo, freddo, razionale, cinico, ironico, è un abilissimo manipolatore, scaltro, narcisista, impietoso nei suoi giudizi taglienti. Anche il pittore, che narra le vicende in prima persona, sperimenta ben presto,  quasi all’inizio della storia, la ferocia di don Gaetano:

«Un pittore…Già, mi pare di riconoscerla…Aspetti, non mi dica il suo nome […]. Giulio Cesare Vanini, che è stato bruciato come eretico, riconosceva la grandezza di Dio contemplando una zolla; altri contemplando il firmamento. Io la riconosco dall’imbecille. Non c’è niente di più profondo, di più abissale, di più vertiginoso, di più inattingibile…Solo che non bisogna contemplare troppo…Ecco, ci sono arrivato: lei è…» e disse il mio nome.

Fra il pittore e don Gaetano si instaura una relazione singolare, a suo modo profonda, perché don Gaetano è a volte affascinato dal suo ospite, e con lui si lascia andare a lunghe conversazioni ricche di citazioni dotte. Il pittore, feroce anticlericale, lo provoca spesso, ma don Gaetano non si scompone mai. Al riguardo, è emblematico l’episodio in cui il pittore si mostra stupito del fatto che nell’albergo alloggino anche le amanti di alcuni dei convenuti agli esercizi spirituali; don Gaetano spiega allora il suo peculiare punto di vista:

«Ebbene: questi cinque disgraziati hanno mogli, figli, elettori, avversari, amici e nemici che li ricattano, amici e nemici che controllano i loro passi e i loro telefoni…Si sono fatta la loro amante, come d’uso. E per tutto un anno vagheggiano questa settimana, qui, degli esercizi: e finiscono col farli davvero…Mandano prima le loro donne, raccomandandomele, si capisce, ché non le accetterei senza le loro raccomandazioni, come persone dai nervi a pezzi, che cercano serenità e riposo alle loro vicissitudini familiari, alle loro sventure, in un ambiente confortevolmente religioso. Io faccio finta di non capire, di non sapere: e le accetto. Perché so bene che quel loro vagheggiamento di una settimana di amore si risolverà in una settimana d’inferno […]. Se lei va ad ascoltare dietro le loro porte (lo fanno tanti, in questo momento), li sentirà litigare: più che una qualsiasi coppia legittima, con più furore, con peggior crudeltà […] ».

Il pittore, di cui non viene mai fatto il nome, è anche uno scrittore di gialli e, quando Michelozzi è assassinato, comincia a riflettere sull’omicidio e a stimolare le indagini, guidate da un suo ex compagno di liceo, l’ottuso procuratore Scalambri. Sia Scalambri sia il commissario, se potessero, arresterebbero tutti, essendo consapevoli della fitta rete di affari loschi e criminali che forma la trama dei rapporti fra gli ospiti dell’albergo. È il commissario a dirlo, ottenendo l’approvazione del procuratore:

«Li arresterei tutti, don Gaetano compreso […].Tanto sono tutti nella condizione di quel tale che quando gli lessero la sentenza di condanna disse “per tanti che ne ho fatto mai mi avete incastrato, per questo che non ho fatto mi state condannando”»

Gli inquirenti, in sintesi, comprendono di non poter abbattere il muro di omertà su cui si reggono le precarie relazioni degli uomini di potere presenti nell’albergo.

I dialoghi del romanzo sono acuti, spesso destabilizzanti per la crudezza con cui rivelano le dinamiche che legano i vari personaggi della storia. Il ritmo della narrazione è rapido, quasi incalzante, e la suspense è creata con maestria. Lo stile è essenziale, a tratti molto asciutto ma forbito. 

 

Perché leggere questo romanzo

-perché svela in maniera sintetica, con sguardo rapido ma acutissimo, gli aspetti squallidi e crudeli degli intrecci di potere politico ed economico, in cui ovviamente anche la Chiesa è coinvolta.

-perché la trama è scorrevole e accattivante, ben costruita e tale da suscitare interesse sino alla fine.

-perché non è vero ciò che si dice spesso, e cioè che in questo romanzo il finale è vago. La soluzione forse c’è, nel senso che è possibile comprendere o ipotizzare chi siano gli assassini, ma bisogna leggere con estrema attenzione soprattutto le ultime pagine, soffermandosi sull’uso delle parole e sulla posizione della pistola. Si tratta quindi di un interessante esercizio di riflessione.

-perché è una lettura colta e, com’è tipico della narrazione di Sciascia, densa di riflessioni profonde e realistiche sul potere, sugli esseri umani, sulle relazioni interpersonali. C’è tutto un mondo, un mondo intero nei romanzi di Sciascia, e una saggezza che oltrepassa sempre le singole trame per assumere valore universale e atemporale.

In casa, a leggere

L’isolamento forzato, dovuto al Coronavirus, può essere un’ottima occasione per leggere. Leggere buoni romanzi, ad esempio, perché, grazie a essi, si possono imparare innumerevoli cose sugli uomini, sulle donne e sull’esistenza. I bei romanzi, proprio perché scritti bene, hanno in sé lo straordinario potere di elevarci intellettualmente e moralmente; e allora sono occasioni da non lasciarsi sfuggire.

Ubriacarsi di notte in un pub no, non ci eleva da nessun punto di vista; al contrario, ci degrada al rango di bestie. Leggere, invece, sì, leggere fa sempre la differenza: significa imparare a parlare, a scrivere, a riflettere, a guardare il mondo e le persone con occhi nuovi, a porsi problemi, a inventare soluzioni. E significa non sentirsi mai soli, perché leggere implica aprire un dialogo con scrittori e scrittrici, creare con loro una relazione salda.

E poi i bei libri non ci tradiscono mai. Sono sempre lì, a nostra disposizione, pronti a farci compagnia in ogni momento, eternamente fedeli.

Vera

Trama

Inghilterra, anni ’20 del Novecento. La ventiduenne Lucy Entwhistle perde improvvisamente il padre durante un soggiorno in Cornovaglia. Stordita e profondamente infelice, mentre se ne sta aggrappata al cancello del giardino di casa, vede comparire un uomo di mezza età, Everard Wemyss, rimasto vedovo da pochi giorni: sua moglie Vera, infatti, è morta precipitando da una finestra della loro casa di campagna.
L’uomo entra immediatamente in confidenza con Lucy, aiutandola nell’organizzazione del funerale del padre e rendendosi indispensabile con ogni sorta di premura. Attratta dalla condotta di Everard, che ben presto inizia a corteggiarla, Lucy si lascia sedurre e in pochi mesi lo sposa. Ma il matrimonio le svela ciò che non aveva voluto vedere.

 

Commento

Vera (1921) è un romanzo scritto da Elizabeth von Arnim. L’inizio è un po’ lento, incentrato sul lutto e sul funerale del padre della protagonista, ma sfocia ben presto nel singolare corteggiamento di Everard.

I personaggi sono delineati con estrema bravura, soprattutto perché l’autrice ne mette in luce le caratteristiche in maniera progressiva, pagina dopo pagina, evento dopo evento. Lucy, buona, un po’ ingenua e fragile, dopo la morte del padre si trasferisce a vivere a casa della zia. Quest’ultima è una figura fondamentale nel romanzo. All’inizio dell’opera appare soltanto come una donna in lacrime, debole e affranta per la perdita del fratello; ma in seguito, a poco a poco, emergono la sua intelligenza, la sua arguzia e l’acutezza con cui riesce a cogliere in fretta alcuni indizi che svelano la personalità di Everard. Però zia Dot non può opporsi alla volontà dell’amata nipote, che così comincia la sua triste carriera matrimoniale trasferendosi nella bella tenuta di Everard.

Everard è un uomo egoista in maniera patologica, feroce e anaffettivo. Le sue perversioni vengono via via mostrate con disinvoltura nei piccoli gesti dell’esistenza quotidiana – durante il rito del tè, nei rapporti con il personale di servizio, nelle ridicole cerimonie dei pranzi e delle cene, nella glaciale freddezza con cui addirittura nega un’indisposizione di Lucy.

Non si pensi, però, che questi temi siano affrontati con tono solenne e austero, e che il romanzo sia un’opera a tinte fosche o, peggio, pesante. Al contrario, com’è tipico della produzione letteraria di Elizabeth von Arnim, questo agghiacciante ritratto della vita di coppia è raccontato con raffinatissima ironia, un’ironia sottile ma costantemente presente nelle varie scene che compongono la vicenda. È proprio quest’ironia, questa capacità di narrare con tono lieve fatti che, in realtà, sono drammatici, a rendere la lettura dell’opera piacevole e indimenticabile. A ciò si aggiunge uno stile di scrittura molto elegante e scorrevole.

 

Perché leggere questo romanzo:

– perché mostra, con inarrivabile bravura, il tipo psicologico del narcisista perverso, e lo fa con grazia e arguzia, talvolta persino con leggerezza, ma senza trascurare nessun dettaglio utile a inquadrare la struttura di personalità di Everard. L’autrice, infatti, riesce a disseminare, fin dal principio del romanzo, una serie di minuscoli indizi – qualche breve frase, alcuni rapidi pensieri – che possono far comprendere certe stranezze di questo personaggio, un suo modo di ragionare che apre scenari inquietanti. Sono peraltro quegli indizi che pochissime persone, nella vita reale, sanno cogliere e interpretare correttamente per non finire stritolate da individui come Everard.

-perché la zia di Lucy è un personaggio indimenticabile, ed è colei che guida lettori e lettrici alla progressiva scoperta della vera indole di Everard. Zia Dot è la parente che tutti vorrebbero avere, intelligente e capace di profonda empatia, acuta e molto affettuosa, protettiva ma senza mai osare manipolazioni. Una donna che resta nel cuore.

-perché Vera, la moglie defunta di Everard, s’insinua a poco a poco nel racconto e influenza tutta la vicenda, pur restando circondata fino all’ultimo da un alone di mistero. Ciò conferisce una certa suspense alla vicenda, ammantandola di ambiguità. Vera c’è ma, nello stesso tempo, è assente, e fin dall’inizio è una delle chiavi per catturare la verità.

-perché il finale del romanzo è inaspettatamente aperto, enigmatico e amaro nel suo realismo, e lascia a chi legge il compito di immaginare la direzione che prenderanno gli eventi.

Enigma in luogo di mare

Trama

Maremma toscana, periodo natalizio. In una pineta sul mare chiamata Gualdana, c’è un villaggio turistico di lusso di cui fanno parte poco più di 150 ville. D’estate è affollata ma adesso, a dicembre, vi risiedono in pochi. A un certo punto viene trovato un cadavere: è quello di un conte, nullafacente mantenuto da una moglie distratta e lontana e giunto al villaggio con un’aspirante top-model. Contemporaneamente scompare una coppia. Tocca al maresciallo Butti occuparsi del caso, anche se a risolverlo è un abitante fisso della Gualdana, il signor Monforti, intelligente ma molto depresso.

Commento

Enigma in luogo di mare (1991) è un romanzo firmato da Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Definirlo semplicemente giallo è forse incongruo o almeno riduttivo. Come sempre avviene nelle opere di questi autori, infatti, a prevalere è l’attenzione nei confronti degli innumerevoli personaggi che popolano la storia, un campionario di eterogenea umanità disegnato con realismo e ironia, spesso indugiando su quegli aspetti comici o stupefacenti che inevitabilmente riconducono donne e uomini ai loro tanti limiti morali e intellettuali.

In questo caso, fra i personaggi spiccano i due grandi depressi, il signor Monforti e la signora Zeme. Mirabile è lo sproloquio di quest’ultima quando viene accompagnata dal marito alla stazione di Firenze, così come è tratteggiato con cura, fin dall’inizio del romanzo, il costante pessimismo di Monforti, che però si accompagna a una viva intelligenza. Ci sono poi il conte Delaude, classico playboy da strapazzo, la signora Borst che vive con la sua amica Eladia, esperta di Tarocchi, un vecchio musicista tedesco ormai in ritiro, un ministro con villa invasa dai topi, uno strano filosofo-predicatore che vive in assoluta povertà ma accetta volentieri inviti a pranzo e a cena, e tante altre figure, tra cui quelle dei vari lavoratori della pineta.

Buona parte del romanzo è incentrata sulla descrizione del microcosmo della Gualdana, tanto che il giallo vero e proprio ha inizio verso la metà dell’opera, e la sua soluzione è abbastanza originale, anche se non fondata su prove vere e proprie.

Certamente Enigma in luogo di mare non è allo stesso livello de La donna della domenica e di A che punto è la nottesempre degli stessi autori. In Enigma, infatti, si ha l’impressione di una maggiore superficialità sia nella costruzione dei personaggi sia sul piano stilistico, e, sebbene l’ironia sia presente e molto piacevole, non arriva alle vette delle altre opere. Naturalmente la scrittura degli autori è sempre di alto livello, pur non raggiungendo però l’eccellenza di altri romanzi (sul piano stilistico, ad esempio, L’amante senza fissa dimora è superbo).

Perché leggere questo romanzo

-perché l’ambientazione è delineata in maniera magistrale. Chi legge ha l’impressione di trovarsi alla Gualdana, di sentire persino, sul proprio volto e sui capelli, il libeccio e la pioggia che disturbano la quiete di questo angolo remoto. E si ha anche l’impressione di trovarsi in ciascuna di quelle ville insieme ai vari personaggi.

-perché un depresso cronico riesce a sciogliere un mistero, e ciò significa connotare positivamente chi, in genere, è guardato con poca simpatia.

A che punto è la notte

Trama

Torino. Don Alfonso Pezza, un sacerdote che svolge attività parrocchiali assai bizzarre, salta per aria in chiesa durante una  rappresentazione a metà fra una recita amatoriale, involontariamente comica, e una preghiera. Ma non è il solo a morire, perché la storia si complica. Il commissario Santamaria si occupa del caso, e così comincia un lungo percorso di indagini che coinvolge numerosi personaggi fino all’inaspettata, stupefacente soluzione.

Commento

A che punto è la notte (1979) è un romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Definirlo giallo è riduttivo: ci sono sì alcuni cadaveri e c’è anche un’indagine, ma, come di solito avviene nelle opere di questi autori, la narrazione è soprattutto un incontro appassionato con i tipi umani più disparati, colti con straordinaria abilità attraverso i loro gesti quotidiani, le loro debolezze, i loro vergognosi segreti.

Nella narrazione, caratterizzata da numerosi colpi di scena, si fondono dramma e comicità, tragedia e ironia. Don Pezza, vicino all’eresia gnostica, sembra autoritario, narcisista e infastidito dai comuni doveri parrocchiali. È solito fare messe speciali per i nostri fratelli travestiti, per nostra sorella immondizia e altre amenità, oltre a essere impegnato nella costruzione, in chiesa, di una torre di legno dall’alto della quale vorrebbe ammaestrare i suoi fedeli. Tutto questo dà l’impressione che sia un prete attento alle questioni sociali, ma ben presto ci si accorge di qualche strana dissonanza.

Don Pezza è circondato da una piccola corte dei miracoli, da un gruppo di persone almeno all’inizio indecifrabili; fra queste, l’ingegner Sergio Vicini, viscido, vizioso e ambiguo, e la professoressa Caldani, alcolizzata e con mansioni da vice-parroco. Una congrega bislacca, insomma, che soltanto verso la fine del romanzo mostra il suo autentico volto. Ma sono tanti i personaggi degni di menzione: c’è la signora Guidi, ricca e annoiata, che va ad ascoltare la recita di Don Pezza soltanto per curiosità, e c’è sua figlia Thea, che ha una relazione con un mafioso; c’è un editore alle prese con gli umori altalenanti dei suoi collaboratori, e c’è la simpatica poliziotta Pietrobono, che compila uno spassosissimo diario usando abbreviazioni particolari e annotando le sue impressioni sulle persone che la circondano. A costoro si aggiungono molte altre figure – addirittura l’arcivescovo -, tutte ritagliate con ottima capacità di analisi psicologica e sociologica. Poi c’è Torino, con le sue strade, le sue bellezze, le sue chiese, i suoi squallori, le sue ambiguità, e c’è persino la Fiat, che con Torino è in stretta simbiosi.

Perché leggere questo romanzo:

-per la capacità degli autori di tratteggiare ogni singolo ambiente – religioso, borghese, proletario – in maniera così dettagliata da regalarci l’impressione di trovarci sul posto, testimoni della vicenda. Sono immagini dense, effetti pittorici in rilievo che pochi scrittori sanno creare.

-per la ricchezza lessicale e i giochi stilistici e linguistici, che testimoniano una rara perizia nell’arte della scrittura. Non è una lettura immediata, questa, anche se scorrevole; non è immediata se si è abituati a leggere soltanto testi semplici e sciatti. Ma vale la pena, come ho scritto altrove, volare alto confrontandosi con autori colti e pieni di talento.

-perché anche i temi più seri sono affrontati con affilata ironia e perché sono molte le scene esilaranti, che ci restituiscono il quadro di un’esistenza umana eternamente in bilico fra dramma e commedia. La stessa recita di Don Pezza, prima della morte, è un capolavoro d’involontaria comicità.

-perché gli autori sono chiaramente pessimisti, non hanno alcuna fiducia negli esseri umani e lo dimostrano spesso ridicolizzandoli e svelandone ogni meschinità; ma lo fanno con grazia, con classe e con quella meravigliosa ironia che è una delle cifre costanti della loro produzione artistica. Così, indirettamente, c’insegnano anche a vivere, a tollerare il mondo per ciò che è.

L’amante senza fissa dimora

Trama

Novembre. Mr. Silvera, guida turistica che accompagna un gruppo di persone a Venezia, incontra una ricca antiquaria romana in viaggio per lavoro. Lui è sfuggente ed enigmatico, lei è sposata, colta, curiosa e piena di vita. Fra i due nasce una relazione, destinata a concludersi in fretta a causa di uno sconvolgente segreto di Mr. Silvera.

 

Commento

L’amante senza fissa dimora (1986) è un’opera di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Non ci si lasci fuorviare dal titolo: non si tratta di un romanzo rosa, perché la vicenda sentimentale è soltanto lo sfondo per un’affascinante narrazione che si dipana a più livelli. Al centro della storia, infatti, c’è un mistero, un’antica leggenda che il lettore può scoprire soltanto alla fine, ma sulla scena si muovono e s’incontrano vari personaggi, ben delineati grazie a un’ottima capacità di indagine psicologica e sociologica, spesso accompagnata da un tocco di sapiente ironia. E sono personaggi che, tutti insieme, formano un interessante campionario di varia umanità, come, ad esempio, i viaggiatori scortati da Mr. Silvera:

In ogni comitiva c’è sempre un’adolescente che s’innamora di Mr. Silvera, sempre un paio di anziane signorine d’inesauribile energia, sempre una coppia di coniugi litigiosi, sempre un’ipocondriaca, sempre un pignolo saccente e scontento di tutto, sempre un ficcanaso pettegolo. È come viaggiare con un campionario, pensa Mr. Silvera (p.16).

E poi c’è Venezia, anch’essa protagonista. Venezia a novembre – malinconica, buia, decadente – è la condizione stessa di possibilità di una trama interamente giocata sul mistero, sull’elusività, sull’incertezza:

Strada facendo avevo scoperto una Venezia ovvia eppure a me […]del tutto ignota. Una Venezia di frequentissimi anfratti, portichetti, angoletti oscuri, minuscoli campielli deserti, calli quasi segrete, di cui sarebbe stato delittuoso non approfittare […] (p.117).

 

Perché leggere questo romanzo:

– per immergersi nella raffinata trama di una scrittura elegante, caratterizzata da uno stile sontuoso ma non barocco, e da una non comune ricchezza lessicale. Perché è bello volare alto ed evitare di appiattirsi nella palude della mediocrità, specialmente in un’epoca come la nostra, in cui si assiste spesso a un’eccessiva semplificazione della lingua scritta.

– per la sottile analisi dei tanti personaggi, attuata attraverso gesti, rapide occhiate, frasi, inaspettate suggestioni, ossia attraverso quegli effetti indiretti che soltanto i bravi scrittori e le brave scrittrici sanno creare.

– per l’atmosfera decadente, romantica e poetica di Venezia, colta in un malinconico mese d’autunno e catturata nei suoi angoli più remoti, lungo le vie meno frequentate, davanti ai suoi tanti portoni sbreccati.

– perché è ambientato negli anni Ottanta del secolo scorso, ossia nel passato prossimo, e descrive con garbata ironia un fenomeno  come quello dei viaggi organizzati low cost, già diffuso in quel periodo e ormai diventato parte integrante del nostro attuale stile di vita.

– per la profonda consistenza di tante riflessioni, sparse nel romanzo come gemme preziose da cogliere senza indugio. Come quella della protagonista che, a proposito di se stessa, ammette: mi avvilisce l’idea – ma non è propriamente un’idea, è come una cicatrice d’idea – di aver malamente tradito me stessa. Né mi consola pensare che non soltanto la mia, ma qualsiasi vita è così: un premere formicolante, incalcolabile, che poi, messo alle strette, si risolve in rivoletti incolori (p.131).