Sta nevicando

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Quindici  giorni  fa, ho  passeggiato  lungo  viali  pervasi  dalla  struggente  e  delicata  bellezza  dell’autunno. Questa  sera, invece, sta  nevicando: è  vento, è  gelo, è  inverno.

Domani  preparerò  gli  alberi  di  Natale  e  perderò  ore  ad  addobbare  la  casa. Ma, con  la  neve  fuori, forse  sarà  più  piacevole  farlo. Per  ora, nel  pensare  al  Natale  e  a  tutto  ciò  che  comporta, mi  torna  in  mente  una  poesia  di  Giuseppe  Ungaretti.

NATALE

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

(In  alto, una  foto  scattata  da  me  tre  anni  fa)

Il pensiero politico altomedioevale (2)

Come  si  è  visto, con  il  procedere  della  cristianizzazione  dei  Regni  romano-barbarici  il  confine  tra  potere  temporale  e  potere  spirituale  diventa  sempre  più  labile. Tale  processo  culmina  con  l’ascesa, nel  Regno  franco,  dei  sovrani  carolingi  e,  in  modo  particolare, con  Carlo  Magno,  che  afferma  in  maniera  esplicita  il  proprio  ruolo  strumentale  in  relazione  al  cristianesimo  e  alla  Chiesa. Carlo, infatti,  è  rex  gratia  Dei, ossia  re  per  grazia  divina. Questa  formula  politica  gli  consente  di  essere  completamente  al  di  sopra  dei  suoi  sudditi, obbligati  alla  totale sottomissione, ma  nel  contempo  lo  subordina  al  controllo  da  parte  delle  gerarchie  ecclesiastiche. Del  resto, per  garantire  la  coesione  interna  al  suo  impero, vasto  ed  eterogeneo  a  livello  sociale  ed  economico, Carlo  si  serve  soprattutto  della  fedeltà  dei  suoi  collaboratori  e  dell’ideologia  cristiana, ossia  di  norme  di  carattere  morale.

La  concezione  politica  sintetizzata  dalla  formula  rex  gratia  Dei   si  richiama  all’insegnamento  di  Padri  della  Chiesa  come, ad  esempio,  Sant’Agostino  e  San  Paolo, e  domina  per  buona  parte  del  Medioevo. Si  tratta  di  una  prospettiva  teorica  strettamente  connessa  al  mito  cristiano  della  Cacciata  dell’uomo  dal  paradiso  terrestre  e  della  sua  Caduta. Il  peccato  originale, infatti, è  considerato  la  causa  di  un  generale  depotenziamento  delle  facoltà  dell’uomo, che, dopo  la  cacciata  dall’Eden,  perde  la  sua  naturale  disposizione  al  Bene  e  deve  quindi   essere  guidato  col  pugno  di  ferro. In  altri  termini, dopo  il  peccato  originale  gli  uomini  sono  diventati  una  massa  di  esseri  malvagi  e  disperati, che  Dio  affida  ai  sovrani  temporali  pur  di  contenerne  gli  impulsi  peggiori. In  tale  prospettiva, i  sudditi  non  possono  ribellarsi  all’autorità  temporale  perché  ciò  costituirebbe  un  atto  d’insubordinazione  nei  confronti  di  Dio.

Nel  corso  del  IX  secolo, i  temi  affrontati  dalla  trattatistica  politica  riguardano  l’origine  e  la  natura  dei  poteri  temporale  e  spirituale, oltre  ovviamente  alla  questione  fondamentale  del  rapporto  che  deve  intercorrere  fra  essi. In  genere, le  opere  incentrate  su  tali  argomenti  sono  per  molti  versi  simili. È  però  interessante  notare  come  l’evoluzione  del  pensiero  politico  di  questo  periodo  sia  legato  all’evoluzione  del  potere  dei  re  carolingi: a  mano  a  mano  che  la  sovranità,  coi  successori  di  Carlo  Magno, s’indebolisce,   le  concezioni  politiche  diventano  sempre  più  articolate  e  complesse, cioè  tese  ad  accentuare  il  ruolo  di  controllo  del  potere  regio  da  parte  dei  vescovi.

Nel  corso  del  IX  secolo, l’Impero  carolingio  si  sfalda  fino  a  frantumarsi  in  una  serie  di  potentati  autonomi  sotto  i  profili  politico  ed  economico. Da  tali  potentati  si  svilupperà  in  seguito  il  sistema  feudale.

Il pensiero politico altomedioevale (1)

All’origine  del  pensiero  politico  altomedioevale  si  colloca  il  passaggio  del  cristianesimo  da  culto  clandestino  a  religione  ufficiale  dell’Impero  romano. Tale   passaggio  è   sancito  dall’Editto  di  Tessalonica (380), emanato  dall’imperatore  Teodosio. Si  tratta  di  un  fatto  di  grande  rilievo perché, da  questo  momento,  la  Chiesa  inizia  ad  assumere  un  vero  e  proprio  ruolo  politico. Ciò  comporta  il  suo  progressivo  allontanamento  dallo  spirito  che  aveva  animato  le  prime  comunità  cristiane, uno  spirito  permeato  da  ideali  di  povertà  evangelica, uguaglianza  e  giustizia.

Sul  piano  della  riflessione  teorica, il  ruolo  istituzionale  assunto  dalla  Chiesa  implica  l’emergere  del  problema  centrale  del  pensiero  politico  altomedioevale, quello  relativo  al  rapporto  fra  i  poteri  temporale  e  spirituale.

Nei  150  anni  circa  che  seguono  la  morte  di  Teodosio, il  vescovo  di  Roma  consolida  la  propria  egemonia  sulla  cristianità,  soprattutto  perché  la  fine  dell’Impero  romano  d’Occidente  apre  un  vuoto di  potere  che  consente  alla  Chiesa  buoni  margini  di  manovra  politica. In  un  mondo  in  rovina, caratterizzato  dalla  perdita  delle  possibilità  materiali, dallo  sfacelo  delle  forme  del  vivere  civile  e  dall’impotenza  di  fronte  alle  invasioni  delle  popolazioni  barbariche, la  Chiesa  riesce  a  svolgere  una  funzione di  potere  “supplente”.

Con  il  crollo  definitivo  della  parte  occidentale  dell’Impero (476), la  più  grande  autorità  temporale  rimasta  sulla  scena – l’unica, cioè, a  configurarsi  come  ovvia  interlocutrice  della  Chiesa –  è  quella  dell’imperatore  di  Costantinopoli, che  si  erge  a  rappresentante  di  Dio  in  Terra  anche  a  proposito  delle  questioni  riguardanti  la  sfera  spirituale.  In  tale  situazione,   il  primo  a  porsi  esplicitamente  il  problema  del  tipo  di  rapporto  che  dovrebbe   sussistere  fra  i  due  poteri  è, sul  finire  del  V  secolo, Gelasio I (492-496).  Il  papa, a  scopo  soprattutto  difensivo, ossia  per  proteggersi  da  eventuali  ingerenze  dell’imperatore  bizantino,  elabora  la  teoria  del  dualismo  dei  poteri, secondo  cui  ciascuno  dei  due  poteri  è  autonomo  e  superiore  all’altro  nella  propria  sfera  di  competenza, mentre  è   sottomesso in  quella  che  non  gli  appartiene. Tuttavia, per  Gelasio  il  potere  spirituale  è  più  importante  di  quello  temporale  perché  gravato  da  una  responsabilità  maggiore, visto  che  i  sacerdoti  dovranno  rispondere, nell’aldilà, anche  dei  comportamenti  che  i  sovrani  hanno  tenuto  sulla  Terra.

Se  il  dualismo  dei  poteri   evoca, più  o  meno, l’ottimistico  scenario  di  due  autorità  distinte  che  riescono  a  convivere  in  maniera  pacifica,  senza  che  l’una  interferisca  nelle  decisioni  dell’altra,  nel  concreto  svolgimento  della  pratica   politica   le  cose  vanno  invece  diversamente. Infatti, a   mano  a  mano  che  procede  la  cristianizzazione  dei  nuovi  Regni  romano-barbarici,  sorti  dalle  macerie  dell’Impero  occidentale, i  due  poteri  tendono  sempre  più  a  confondersi  fino  a  giungere, col  tempo, all’assorbimento  del  diritto  dello  Stato  entro  quello  ecclesiastico.

Già  con  Gregorio  Magno (590-604)  si  assiste  a  una  decisa  rottura  del  precario  equilibrio  stabilito  dal  dualismo  gelasiano: nei  suoi  rapporti con  il  sovrano  d’Oriente  Gregorio  rispetta  la  distinzione  dei  poteri, mentre  nei  confronti  dei  nuovi  Regni  romano-barbarici  afferma  esplicitamente  la  supremazia  del  potere  spirituale, arrivando  a  sostenere  che  i  sovrani  temporali  hanno  il  compito  di  difendere  i  buoni, ossia  i  cristiani, dai   cattivi. In  altri  termini, i  sovrani  temporali  altro  non  sono, per  Gregorio  Magno, che  una  sorta  di  braccio  armato  della  Chiesa.

(continua)

Il Medioevo: oltre i luoghi comuni


La connotazione negativa ancora saldamente legata al concetto di Medioevo affonda le proprie radici nel Rinascimento e nell’Illuminismo.
Sono gli umanisti a parlare di media aetas vel media tempora per indicare la lunga età che li separa dagli antichi, e che considerano barbara e oscura sotto tutti i punti di vista. Non a caso, gli umanisti utilizzano il termine Rinascimento in riferimento alla nuova cultura di cui si fanno portatori, e guardano con entusiasmo e ammirazione all’antichità classica non per ripeterla, ma per ricollegarsi a essa dopo la parentesi dell’età di mezzo.

Il giudizio negativo nei confronti del Medioevo si aggrava nel corso dell’Illuminismo. Per Voltaire, ad esempio, la storia medioevale è una sequenza di avvenimenti privi di significato e caratterizzati dall’opprimente oscurantismo papale. Il Medioevo diventa, nell’immaginario degli uomini dell’età dei lumi, un’epoca di profonda, squallida decadenza, del tutto priva di tratti positivi.

Qualcosa cambia durante il Romanticismo, quando gli intellettuali tendono a considerare il Medioevo un’età rozza ma poetica e grandiosa, perché esprime con immediatezza la violenza delle passioni. Del Medioevo, inoltre, apprezzano molto la grande fiducia nei valori collettivi e la naturalezza dell’arte. Il limite di questa rivalutazione, però, consiste soprattutto nel fatto che il Medioevo è ancora immaginato come un’età compatta e unitaria.

Da almeno trent’anni, invece, la storiografia ha messo in luce la tante svolte che rendono il Medioevo un’epoca tutt’altro che compatta e oscura, ma ricca di fermenti culturali e di trasformazioni. Basti pensare al Trecento, quando nasce la categoria del nuovo o moderno. A tale proposito, è impossibile trascurare la figura di Giotto, che dà una svolta fondamentale alla cultura medioevale superando il simbolismo tipico delle immagini astratte bizantine per recuperare la natura e la storia. Ma questo è soltanto uno degli innumerevoli esempi che si possono fare a proposito dei cambiamenti e delle novità che percorrono l’intera epoca medioevale. In tale prospettiva, il Medioevo è senz’altro un’età complessa e ricca di finissima cultura. Un’età che merita di essere studiata senza pregiudizi.

(Nell’immagine, l’Entrata a Gerusalemme di Giotto)

La lettura nel Medioevo


Per molti di noi la lettura è un’attività estremamente piacevole, un mezzo per apprendere nuove conoscenze e rilassarsi. Si può leggere ovunque, volendo: nelle biblioteche, in riva al mare, davanti a un bellissimo paesaggio di montagna, ma anche sull’autobus, sul treno, al bar e in qualsiasi altro posto pubblico di nostra preferenza. Leggendo, infatti, non disturbiamo nessuno perché restiamo in silenzio.

Non è stato sempre così. Nel Medioevo, fino almeno all’VIII secolo, la maggior parte dei litterati leggeva a voce alta; spesso, poi, la lettura era collettiva. Ciò implicava una grande fatica fisica e tanta lentezza nello studio.

Le cose cominciarono a cambiare con la Rinascita carolingia, cioè con il rinnovato interesse per gli studi di cui si fece promotore Carlo Magno. Il sovrano carolingio, infatti, per governare il suo vasto impero, molto eterogeneo a livello economico-sociale, aveva bisogno di funzionari preparati e colti. Per questo promosse un’importante riforma degli studi chiamando a dirigerla l’intellettuale più dotto del tempo, il monaco Alcuino di York. La riforma previde, fra le altre cose, la nascita di scuole presso monasteri e sedi vescovili.
A tale proposito, è significativo quanto riportato dal primo capitolare (780 ca.- 800), nel quale si dice che al re sembra di grande utilità e profitto che vescovi e monasteri non si accontentino di praticare una vita devota, ma si assumano il compito d’insegnare […]. Le opere buone sono certamente un bene più grande della scienza, ma senza la conoscenza è impossibile fare il bene.

Non dobbiamo stupirci di questa ingerenza del sovrano nella vita dei religiosi. Per Carlo Magno, infatti, la religione cristiana costituì lo strumento ideologico fondamentale attraverso cui fornire una certa coesione interna all’impero e sostenerne la struttura politico-amministrativa.

In questo periodo, iniziò a diffondersi la scrittura carolina, che il sovrano volle imporre a tutte le sue genti attraverso un editto. Molto più nitida e semplice delle vecchie scritture nazionali sorte dalla degenerazione della scrittura romana, la carolina semplificò il faticoso lavoro della lettura e dello studio, stimolando così la progressiva diffusione della lettura visuale o silenziosa, che cominciò a diffondersi in quest’epoca e che però s’impose soprattutto negli ultimi secoli del Medioevo.

Col tempo, la lettura silenziosa consentì anche la diffusione di idee eterodosse o considerate pericolose: i litterati, infatti, nel segreto delle loro stanze poterono finalmente leggere i testi proibiti o clandestini, testi che non avrebbero potuto discutere in ambito universitario o nei luoghi pubblici. In altri termini, la diffusione della lettura silenziosa fu una premessa importante per la nascita dell’idea di libertà d’espressione e di pensiero.

(Aggiornamento del post-
Bibliografia di riferimento:
– Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri (a cura di), Pensare il Medioevo, Milano, Mondadori, 2007
– Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri e Massimo Parodi, Storia della filosofia medievale: da Boezio a Wyclif, Roma-Bari, Laterza, 2007)

Medioevo, anni e passaggi


Per lunghissimo tempo si è pensato che l’alba del Mille fosse stata, per gli uomini del Medioevo, colma di terrore, in quanto attesa dell’imminente fine del mondo. In realtà, nessun uomo aspettò il primo giorno del Mille con tanta angoscia, perché in quell’epoca il trascorrere degli anni era calcolato attraverso criteri imprecisi e molteplici.
L’idea che l’anno Mille dovesse coincidere con l’attesa della fine del mondo, quindi, è più che altro un’interpretazione data alla mentalità degli uomini medievali da parte delle epoche successive.

Per cercare di comprendere la questione relativa al mille non più mille, occorre pensare che nel Medioevo l’intera storia del mondo è concepita come un interminabile discorso divino: Dio parla agli uomini attraverso il libro della natura, i cui enti sono appunto le singole parole del suo peculiare linguaggio. Tocca all’uomo interpretare questi simboli e comprendere i messaggi di Dio, che comunica non solo tramite tutti gli enti della natura, ma anche attraverso fatti prodigiosi, miracoli, profezie, cioè attraverso i fenomeni soprannaturali. In questa prospettiva, forse l’anno Mille può essere stato considerato dagli uomini medievali come una sorta di scadenza privilegiata utile a interpretare tali segni prodigiosi, ma niente più di questo: nessun terrore, nessuna generalizzata attesa della fine tempi, nessuna angoscia collettiva di fronte al millennio.

Per noi, che a differenza degli uomini medievali calcoliamo lo scorrere degli anni con criteri precisi, domani sarà l’ultimo giorno del 2011 e, allo scoccare della mezzanotte, entreremo senza incertezza nel 2012. Si tratta di un giorno come un altro, ma lo investiamo di sogni, aspettative e simbolismi di ogni genere, regalando così un po’ di magia a questo passaggio per appropriarcene, per dominarlo, per mettere ordine nelle nostre esistenze.

Comunque si decida di trascorrerlo, è un passaggio che incide quasi sempre sugli umori e sulla psiche di ciascuno. Io scelgo di viverlo come un momento di relax, una pausa salutare, un saggio rallentamento dei ritmi di vita.
E allora buon 2012 a tutti, auguri per un nuovo anno all’insegna di tanta serenità. 🙂

Tracce di Medioevo


Molti sono solerti nel chiedere ma lenti nel restituire […]inoltre sciupano i libri maneggiandoli con poca cura. Avviene persino che chi riceve un libro in prestito lo passa poi a un altro e questi a un terzo, in modo che alla fine non si sa più a chi chiederlo […]. Per molti motivi dunque non si può rimproverare chi non presta libri.

A parlare così è Bonaventura da Bagnoregio (1217ca-1274), il più grande rappresentante, nel XIII secolo, della tradizione filosofica agostiniana influenzata dalla spiritualità francescana.
Le parole di Bonaventura non devono stupirci: in qualità di docente universitario, infatti, ha diretta esperienza dei rischi che si corrono prestando i libri di testo agli studenti. D’altra parte Bonaventura vive e insegna nel Duecento, ossia in un’epoca in cui le biblioteche universitarie sono già ben fornite, e la rinascita degli studi, accompagnata e stimolata dal fenomeno delle grandi traduzioni dal greco, dall’arabo e dall’ebraico, ha cambiato il volto culturale dell’Europa.

In questo periodo, i libri sono oggetti particolarmente preziosi a causa della lenta elaborazione che richiedono. Da una pelle di pecora si possono ricavare fra i due e i sedici fogli di carta pergamena, a seconda del formato scelto. A costare, però, è soprattutto il duro lavoro dei copisti, che al massimo riescono a copiare due o tre fogli al giorno, e solo se sono bravi.
In realtà, nel XII secolo è già comparsa in Spagna la carta fatta con gli stracci; ma, come spesso avviene per le novità, è guardata con diffidenza dagli studiosi in quanto più fragile della pergamena, e occorre quindi attendere il Trecento perché cominci a diffondersi anche negli altri paesi europei.

Ieri, mentre mi trovavo alla Feltrinelli, non ho potuto fare a meno di riandare con la mente al Medioevo. Di fronte alla notevole quantità di libri a nostra disposizione e alle tante edizioni, anche economiche, fra le quali possiamo scegliere, ho pensato ai copisti medievali chini sui fogli di carta pergamena, impegnati a tramandare faticosamente un sapere che, senza il loro instancabile impegno, sarebbe svanito per sempre.

Fra libri e cinema


In questi giorni sto leggendo Introduzione alla psicoanalisi di Sigmund Freud. Si sta rivelando uno studio interessante, anche grazie all’esposizione molto chiara dell’autore. Questa lettura è finalizzata a valutare le influenze della riflessione freudiana sulla cultura filosofica contemporanea. In tale prospettiva dovrò leggere anche L’interpretazione dei sogni, L’Io e l’Es, Il disagio della civiltà.

Ieri ho visto su Youtube il film Dr. Jekyll and Mr. Hyde nella versione del 1931, diretta da Rouben Mamoulian. Da tempo desideravo vederlo perché avevo letto critiche estremamente positive a riguardo. Ebbene, le aspettative non sono state deluse, anzi: splendida regia, per quei tempi molto innovativa, grande ritmo, atmosfera morbosa e assai sensuale, perciò davvero audace data l’epoca, e meravigliosa interpretazione di Fredric March nella parte di Jekyll/Hyde. Per un commento più articolato, però, aspetto di vederlo una seconda volta.

Saggezza


Oggi pomeriggio ho letto il quattordicesimo capitolo del Libro I dei Saggi di Michel de Montaigne. Ogni tanto cito questo autore perché mi è capitato più volte di doverlo studiare. Colpita in modo particolare da un concetto che condivido, lo trascrivo.

Per giudicare delle cose grandi ed elevate è necessaria un’anima analoga, altrimenti attribuiamo ad esse il difetto che è in noi.