Questo silenzio

C’è questo silenzio, intorno, e tutto immobile, tutto immobile tranne l’acqua – e il respiro lieve. C’è questo silenzio, e questo pomeriggio vuoto che non sa morire – la luce, il giorno interminabile, il tempo che verrà.

C’è questo silenzio, intorno, e l’inverno è arrivato e scomparso in fretta – debole, risentito, avaro. C’è questo silenzio, e la primavera come sfondo, la primavera che non so – si sfalderà d’improvviso e saremo travolti. C’è questo silenzio, intorno, e tu che passeggi e io che ti vedo – trasparente, muta, un velo.

C’è questo silenzio, e il non poter dire, e soltanto l’assenza.

E volersi fermare

I rami scuri degli alberi si agitano al vento, sotto il cielo irrequieto e confuso, come se il giorno avesse smarrito la sua strada – e il non sapere dove andare, e cosa fare, e cosa pensare.

Capitano giornate così, ripiegate su se stesse, il mondo fuori vigliacco e ininfluente – e volersi fermare e scegliere il silenzio.

Dall’alto

Capita di guardare la strada dall’alto, da un balcone, da una terrazza; ed è sempre la stessa strada, quella che si percorre quasi ogni giorno, quella ormai scontata, immobile spettatrice di innumerevoli esistenze. Però, vista così, da una diversa prospettiva, assume contorni inaspettati e una vita propria.

È trovarsi in alto a fare la differenza, è quell’essere sospesi fra terra e cielo, fra spirito e materia – e poter osservare con distacco, forse con indifferenza, chi, su quella strada, continua ad affannarsi.

Quel fatto strano

 

E poi sì, c’è quel fatto strano che non sai spiegarti, quei luoghi che non tolleri senza alcun motivo apparente. Io, ad esempio, fatico ad apprezzare il balcone della mia camera da letto. Eppure è grande e bello e si affaccia sul parco – gli alberi sotto che mutano al passaggio delle stagioni, gli alberi che sembrano quasi sfiorarmi con i loro rami.

Non dovrei lamentarmene, lo so, mi sento persino in colpa ad ammetterlo, ma quel povero, innocente balcone mi deprime. Ci ho provato, eh, ci ho provato eccome a trascorrerci qualche minuto, a guardare la strada sfumare in lontananza, ad ammirare il cielo quando sembra precipitarmi addosso; ma ho sempre avvertito uno scoramento, un senso di estraneità e di vicinanza fusi nel medesimo istante – estraneità a questo mondo, forse, come se fossi e non fossi. Come fermarsi a un confine, su un crinale incerto, o come se un sogno si fosse realizzato, ma poi si volesse fuggire, fuggire da quel sogno, fuggire da quell’inganno.

Poi magari capita che ti piaccia l’angolo insulso, o le fitte crepe su una strada vecchia, o un muro divelto, o la campagna squallida straziata dalla nebbia. Vallo a capire, cosa capita.

(Nell’immagine il dipinto Donna al balcone, di Henri Gaudier Brzeska)

All’orizzonte

Agosto volge al termine col cielo scuro, forse presagio della nuova stagione che verrà. I passaggi non sono mai indolori, neppure quando li desideriamo: portano sempre con sé qualche brivido inaspettato, alcune incertezze, malinconici ricordi. Ma i passaggi sono anche il segno concreto dell’ininterrotto fluire del tempo, del suo scorrere senza posa. E questo è un conforto.

All’orizzonte il cielo sta cambiando colore.

 

Il vento

 

Il vento ci accompagna in questo caldo pomeriggio di giugno – una domenica qualunque, un semplice passaggio fra una settimana e l’altra. Ed è silenzio, il silenzio profondo della giornata festiva, quello in bilico fra la presenza e l’assenza – fra l’esserci e il trovarsi aldilà.

Anche l’estate ha i suoi misteri.

Sera di aprile

Due ore fa il freddo, nel parco, era quello autunnale, nonostante gli alberi ricoperti di foglie, e il verde brillante tutt’intorno, e il rosa superbo di certi fiori in lontananza.

Ma adesso piove, piove a dirotto, e, nell’oscurità della sera, gli alberi sono soltanto ombre nere immobili: il verde è scomparso, la primavera non esiste più, aprile si è sfaldato sotto il peso opprimente del suo dolore. Resta la luce malata dei lampioni, stanca e indifferente, e il timore – quello sì – di non poter vedere.