Ombre, misteri e fantasmi: un romanzo e un film

In un mese come novembre, ricco di colori e di atmosfere malinconiche, mi sento di suggerire la lettura di un bellissimo romanzo e la visione di un ottimo film, entrambi adatti all’umore e ai toni di questo periodo.

Il romanzo è L’amante senza fissa dimora, di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che ho commentato circa un anno fa qui sul blog. Ambientato proprio a novembre, in una Venezia decadente e affascinante, non è un romanzo rosa, come potrebbe far pensare il titolo, ma un’opera complessa costruita intorno a una misteriosa leggenda.

Il film è Suspense, titolo orribile e assurda traduzione italiana di The innocents, che è una versione cinematografica del celebre romanzo Il giro di vite, di Henry James. Il film è un autentico gioiello, caratterizzato da un’eleganza formale non comune: colpisce l’atmosfera malsana che si respira durante tutta la pellicola, e che è in contrasto con lo splendore dell’ambientazione. L’orrore è soprattutto suggerito, a cominciare dalla figura del bambino che si comporta quasi come un adulto e che perciò diventa via via sempre più inquietante. Deborah Kerr nella parte dell’istitutrice è spettacolare. Da vedere assolutamente se si amano le storie di fantasmi, declinate però in maniera molto raffinata. Attualmente il film è disponibile su Youtube.

Quando il cinema era arte: Olivia de Havilland

Ieri è morta a Parigi Olivia de Havilland, star della Hollywood dei tempi d’oro. Dotata di un talento non comune e di grande personalità, ha sempre saputo infondere notevole spessore psicologico ai suoi personaggi. Qui scelgo di ricordarla come protagonista di un film splendido, L’ereditiera (1949), tratto da un romanzo di Henry James, Washington Square. Il regista del film è William Wyler, che ci ha regalato un autentico gioiello, un’opera raffinatissima sotto tutti i punti di vista: recitazione, dialoghi, ambientazione. Un film profondo, intelligente e, nello stesso tempo, esteticamente ineccepibile: un felice incontro fra la letteratura e la settima arte, elaborato con stile inimitabile.

In un momento storico come questo, caratterizzato da un’involuzione sul piano del gusto artistico e letterario, ricordare Olivia de Havilland e recuperare un film come L’ereditiera è doveroso: è un modo per volare alto, senza rassegnarsi alla mediocrità e alla superficialità in cui siamo immersi.

Fantasma d’amore

Trama

Pavia. Nino Monti  (Marcello  Mastroianni), maturo  commercialista, incontra  su  un  autobus  una  donna (Romy  Schneider),  dall’aspetto  molto  trasandato,  che  non  ha  i  soldi  per  fare  il  biglietto. Nino  le  presta  cento  lire  e  la  sconosciuta  promette  di  restituirglieli. Poi  scende  dall’autobus  e  corre  via, mentre  Nino  la  osserva  serio  e  perplesso.  All’ora  di  cena,  Nino  riceve  una  telefonata  e  resta  stupito  nel  riconoscere la  voce  della  donna  incontrata  sull’autobus  che  afferma  di  essere  una  sua  ex  fidanzata, Anna  Brigatti.

Nino,  sposato  con  una  donna  fredda  e  molto  religiosa,  conduce  un’esistenza  scialba  e  monotona; così, comincia  a  ripensare  al  passato  e  alla  sua  storia  con  Anna, che  risale  a vent’anni  prima. Una  domenica  si  reca  in  Via  Luigi  Porta, la  strada  in  cui  Anna  viveva  da  ragazza, e  d’improvviso  la  vede  comparire  nella  nebbia, pallida, spettinata, così  trasandata  da  suscitare  in  lui  persino  disgusto. I  due  scambiano  alcune  parole  e  Anna  rievoca  il  passato. Poi  fugge  via.  Tornato  a  casa  Nino  viene  a  sapere  che, proprio  quella  sera,  in  Via  Porta  è  avvenuto  un  delitto.

Nino  parla  del  suo  incontro  con  Anna  ad  alcuni  amici. Ma  uno  di  questi, un  medico, gli  dice  che  Anna  è  morta  tre  anni  prima  a  causa  di  un  cancro. Eppure  Nino  la  incontra  di  nuovo, a  Sondrio, e  questa  volta  la  rivede  bella  come  in  gioventù. In  seguito  si  danno  appuntamento  sul  Ticino, in  barca. Ma  gli  avvenimenti  precipitano.

Commento

Fantasma  d’amore (1981)  è  un  film  di  Dino  Risi,  tratto  dall’omonimo  romanzo  dello  scrittore  pavese  Mino  Milani. Snobbato  colpevolmente  dalla  critica, il  film  è  in  realtà  un  interessante  gotico  all’italiana  pervaso  da  un’atmosfera  rarefatta  e  malinconica, struggente  e  poetica, che  esprime  alla  perfezione  gli  stati  d’animo  dei  protagonisti  e  lo  squallore  di  esistenze  prive  d’amore, tutte  incanalate  negli  ipocriti  e  facili  schemi  della  rispettabilità  borghese. Non  a  caso  la  vicenda  si  svolge  d’autunno, fra  strade  invase  dalla  nebbia  e  ricoperte  da  foglie  morte, a  testimonianza  di  uno  sfacelo  che  riguarda  non  solo  la  natura,  ma  la  vita  stessa  dei  personaggi  principali.

Non  manca  qualche  difetto: le  figure  di  don  Gaspare – sacerdote  “spretato”  che  ritiene  di  poter  comunicare  con  gli  spiriti – e  del  ragioniere  dipendente  di  Nino  sono  macchiette,  a  tratti  un  po’  ridicole  e  troppo  sopra  le  righe. Tuttavia  il  film  resta  un  buon  lavoro, apprezzabile  per  la  diafana  atmosfera  autunnale, la  bella  fotografia, la  recitazione  misurata  ma  efficace  dei  due  protagonisti. Inevitabile  che  susciti  qualche  riflessione:  l’incontro  col  passato  può  essere  devastante  e  certe  esperienze  “estreme” conducono  a  un  punto  di  non  ritorno.

Voto: 7,5

 

L’albero degli impiccati


Trama
Il dottor Frail (Gary Cooper) giunge in un accampamento di cercatori d’oro in Montana. Qui, mentre si dedica con passione alla sua professione di medico, salva Rune (Ben Piazza), un giovane ladro che sta per essere linciato, riducendolo però a una sorta di servo privo di diritti. Poi cura Elizabeth, una ragazza svizzera (Maria Schell) rimasta temporaneamente cieca in seguito a un grave incidente. La giovane s’innamora di lui, ma Frail, enigmatico e con un passato oscuro alle spalle, la respinge. Elizabeth decide così di dedicarsi alla ricerca dell’oro insieme a Rune. Quando il suo rozzo socio in affari (Karl Malden) tenta di violentarla, il dottor Frail interviene e rischia il linciaggio.

Commento
The Hanging Tree (1959), in italiano L’albero degli impiccati, è un film western diretto da Delmer Daves. Incentrato sull’indagine psicologica dei protagonisti, dei quali mette in rilievo le contraddizioni e i molti lati oscuri, è un western un po’ anomalo, che dà grande spazio alla descrizione fredda e realistica di un’umanità avida e priva di scrupoli, disposta a tutto per denaro.

Il dottor Frail nell’esercizio della sua professione è sempre molto generoso e attento. Ma è anche un individuo problematico, tormentato da un terribile ricordo e incline a manipolare le esistenze altrui. Un protagonista particolare, dunque, non il classico eroe buono, ma un uomo la cui ambiguità percorre tutta l’opera fino al termine.
Nella vicenda, poi, spicca senz’altro il personaggio del rozzo cercatore d’oro interpretato da un eccellente Karl Malden, che sa rendersi così odioso da non suscitare alcuna pietà neppure quando viene ucciso.

Il film, piuttosto lento, acquista un ritmo quasi vertiginoso solo verso il termine, quando Frail viene attaccato da una folla violenta ed esaltata composta dai peggiori individui dell’accampamento. Il finale è splendido e commovente perché, mostrando il contrasto tra la ferocia irrazionale e malvagia della folla e il generosissimo gesto di Elizabeth, disperata e disposta a qualsiasi cosa pur di salvare Frail, mette in luce nello stesso tempo il peggio e il meglio di cui gli esseri umani sono capaci.
Molto buona la recitazione degli attori.

Voto: 8

Ratataplan


Trama
Milano. Colombo (Maurizio Nichetti), un ingegnere neolaureato, si presenta a una prova d’ammissione per un posto di lavoro, ma, essendo il più creativo di tutti, è respinto. Per sopravvivere accetta allora di lavorare in un sudicio chiosco adibito a bar e, in seguito, in una scalcinatissima cooperativa teatrale.
Invaghito di una ragazza (Edy Angelillo) che vive nel suo condominio, ma troppo timido e goffo per proporle di uscire, costruisce un robot con le sue sembianze e, guidandolo da casa con un complesso marchingegno, lo invia in discoteca con la giovane. Purtroppo, però, il meccanismo a un certo punto s’inceppa e la serata non termina nel modo sperato.

Commento
Ratataplan (1979) è una commedia grottesca diretta da Maurizio Nichetti, che ne è anche il protagonista. Film girato con soli cento milioni di lire dell’epoca, si distingue per la completa assenza di dialoghi, a parte, in alcuni momenti, qualche voce distorta.
Nonostante sia sospesa fra ingenua poesia e momenti di pura comicità, l’opera è anche caratterizzata da pennellate di neorealismo che tratteggiano con acutezza l’esistenza degli emarginati nella grande città, in una quotidianità squallida e senza speranza. Il grande e povero condominio in cui vive Colombo è un microcosmo di perdenti d’ogni genere, che però non indugiano nel vittimismo ma tentano di sopravvivere e di divertirsi come possono.

Geniale la lunga gag in cui Colombo, aiutante nel chiosco, attraversa tutta Milano per portare un bicchiere d’acqua a un industriale paralitico che si è sentito male nel corso di una riunione d’affari. Durante il tragitto, il bicchiere d’acqua è accidentalmente contaminato più volte nei modi più impensati e così, quando il paralitico lo beve, riacquista l’uso delle gambe. Ma per Colombo, eterno destinato alla sconfitta, quell’involontario “miracolo” significa la perdita del posto di lavoro.

Decisamente comico l’episodio in cui il protagonista, insieme agli altri abitanti del condominio riuniti nella cooperativa teatrale, si reca in una fattoria alle porte di Milano per offrire un improbabile spettacolo ai contadini lì riuniti. Diffidenti e poi stanchi di fronte all’esibizione disastrosa di questi scalcinati artisti, i contadini finiscono per picchiarli e rincorrerli con i forconi.

Divertente, bizzarro, privo di volgarità e con qualche venatura di malinconia, il film, che fu un successo strepitoso al botteghino, merita di essere riscoperto dopo i troppi anni d’oblio. Nonostante qualche momento sottotono e un episodio, quello del robot, forse un po’ monotono, è infatti una commedia piacevole che offre anche qualche spunto di riflessione su temi sempre attuali. Basti pensare soltanto all’inizio del film, quando Colombo non ottiene il posto di lavoro perché ha l’imperdonabile colpa di essere il candidato più bravo.

Voto: 7,5.

Segnalazione – Ombre rosse


In questo periodo, sta uscendo nelle edicole una collana di dvd intitolata I capolavori del cinema western. Da oggi è possibile acquistare Ombre rosse (1939), diretto da John Ford.
Un anno fa scrissi una dettagliata recensione di questo film, capolavoro assoluto del cinema di tutti i tempi. Approfittando dell’uscita odierna del dvd, che costa 9,90 €, lo segnalo volentieri a tutti gli amanti del buon cinema. In Ombre rosse si fondono armoniosamente epica e poesia, romanticismo e avventura, dando luogo a un esito che trascende il genere d’appartenenza.
Per la profondità e la pluralità di significati che lo caratterizzano, per la bravura del cast e per alcuni dettagli tecnici che erano all’avanguardia nel 1939, Ombre rosse può essere a buon diritto definito un’opera d’arte. Una menzione speciale merita poi il regista John Ford, unico, straordinario e insuperabile poeta del genere western.

La scala a chiocciola


TRAMA
New England, 1906. In una cittadina, qualcuno uccide giovani donne affette da handicap fisici.
Helen Caper (Dorothy McGuire) lavora come governante nella villa della famiglia Warren. Essendo muta fin dall’infanzia a causa di un trauma psicologico, è una potenziale vittima del serial killer. Nella villa risiedono la signora Warren (Ethel Barrymore), il figlio Steven (Gordon Oliver), il figliastro Albert (George Brent), la segretaria di quest’ultimo e una coppia di servitori. Helen accudisce la signora Warren, molto malata e costretta a letto.
Nell’arco di una serata con un forte temporale, nella villa si scatenano tensioni che culminano in un pericolo mortale per Helen. Ma questa volta l’assassino non riuscirà a farla franca.

COMMENTO
The Spiral Staircase, in italiano La scala a chiocciola (1946), è un famoso thriller diretto da Robert Siodmak. Si distingue per la bellissima fotografia, con un ottimo bianco e nero privo di sbavature, e per alcuni elementi che in seguito diventeranno tipici di questo genere: l’ambientazione in una villa isolata, la notte accompagnata da un forte temporale, la cantina desolata e buia dove avviene l’ennesimo delitto, la presenza in uno spazio ristretto di vari personaggi apparentemente ambigui, l’inquadratura insistente di un occhio dell’assassino.

L’identità del serial killer viene scoperta prima del termine del film, che però mantiene una buona tensione fino all’ultimo. Il mutismo di Helen, che le impedisce di gridare quando s’accorge di essere in pericolo, contribuisce poi a rendere ancora più claustrofobica l’atmosfera che pervade tutta l’opera. Da antologia la sequenza in cui l’assassino vede Helen riflessa nello specchio, immaginandola senza bocca.
L’interpretazione di Dorothy McGuire, nella sua struggente intensità, è eccellente.

Voto: 8,5

Ladyhawke


Non ho visto ciò che i miei occhi hanno visto, non credo ciò che la mia mente crede, mio Dio. Queste sono cose magiche, sono cose misteriose, di cui ti prego, Signore, non rendermi partecipe (Philippe Gaston).

TRAMA
Basso Medioevo. Un ladruncolo simpatico e irrimediabilmente bugiardo, Philippe Gaston detto il topo (Matthew Broderick), evade dalla prigione di Aguillon. Raggiunto dalle guardie del vescovo durante la fuga, Philippe è salvato da un misterioso cavaliere, Etienne Navarre (Rutger Hauer), che viaggia con un cavallo nero e un falco. In parte per riconoscenza, ma soprattutto perché non può fare altrimenti, Philippe diventa scudiero di Navarre e lo segue, scoprendo poi una storia inquietante. Il vescovo di Aguillon, un uomo corrotto e privo di scrupoli, si è innamorato d’Isabeau (Michelle Pfeiffer), la fidanzata di Navarre, ma, non tollerando il rifiuto da parte dalla ragazza, ha diviso la coppia attraverso un sortilegio: ogni giorno Isabeau si trasforma in falco – il falco con cui viaggia Navarre -, mentre tutte le notti, non appena Isabeau torna donna, Navarre si trasforma in lupo.

Dopo gravi incidenti, incontri inaspettati e l’elaborazione di una strategia per affrontare il vescovo, i due innamorati riusciranno a liberarsi della maledizione.

COMMENTO
Diretto da Richard Donner nel 1985, Ladyhawke è un fantasy girato quasi interamente in Italia, in località quali, ad esempio, il Parco Nazionale d’Abruzzo e le province di Parma e Piacenza.
Privo di sofisticati e pretenziosi effetti speciali, il film punta sulla bella fotografia, gli splendidi paesaggi autunnali e invernali e i dialoghi vivaci nei quali si mescolano dramma e leggerezza, romanticismo e comicità. Questa varietà di toni, peraltro collegati con sapienza nel corso di tutta l’opera, rende il film molto piacevole e tale da non annoiare lo spettatore. Philippe Gaston, infatti, con la sua tendenza a mentire e a esagerare anche nel riportare le notizie, e lo scalcinato monaco Pompeius che, senza volerlo, era stato la causa indiretta del malvagio sortilegio del vescovo, bilanciano, con la loro vena comica, il cupo dramma che avvolge la vicenda dei due protagonisti.

Continuamente sospeso tra dimensione onirica e dimensione fiabesca, Ladyhawke si segnala anche per il buon intreccio e l’originale colonna sonora, opera di uno dei membri degli Alan Parson Project, Andrew Powell.
Delicato, romantico, violento, avventuroso e tragico nello stesso tempo, è un piccolo gioiello da non dimenticare.
Voto: 9

Casa Howard


Trama
Inghilterra, primi del Novecento. Margaret (Emma Thompson) e Helen (Helena Bonham Carter) Schlegel, esponenti della media borghesia cólta e progressista, fanno amicizia con i ricchi e conservatori Wilcox. Helen s’innamora del giovane Paul Wilcox, che però non vuole impegnarsi in un fidanzamento. Dopo la rottura fra i due e la partenza di Helen per la Germania, Margaret entra in relazione con la madre di Paul, Ruth (Vanessa Redgrave). Le due diventano buone amiche ma Ruth s’ammala e muore, lasciando in eredità a Margaret il suo adorato cottage di campagna, Casa Howard. Per il marito Henry (Anthony Hopkins) e per i tre figli si tratta di un duro colpo. Considerando assurdo il gesto di Ruth, bruciano il foglio sul quale la donna aveva scritto le sue ultime volontà.

Intanto Helen e Margaret hanno conosciuto Leonard Bast, un povero impiegato molto amante della lettura, attraverso la quale cerca di rendere meno squallida la sua grigia esistenza. Consigliate da Henry Wilcox, con cui hanno rinnovato l’amicizia, le due donne invitano Leonard ad abbandonare la compagnia di assicurazioni per la quale lavora e a cercarsi un altro posto. Ma il suggerimento del signor Wilcox si rivela sbagliato e Leonard viene licenziato dal suo nuovo impiego. Nel frattempo, Margaret ha accettato la proposta di matrimonio di Henry e questo complica i suoi rapporti con la sorella. Alcuni eventi improvvisi causeranno una profonda crisi matrimoniale fra Margaret ed Henry, e Casa Howard tornerà inaspettatamente al centro delle vicende che coinvolgono la famiglia Wilcox e le Schlegel.

Commento
Howards End (1992), diretto da James Ivory, è tratto dal romanzo omonimo scritto da Edward Morgan Forster. Il film mette in scena uno scontro fra classi sociali, mentalità e abitudini diverse fra loro e perciò inconciliabili. Se è vero che sono le differenze a costituire la causa principale dell’attrazione fra le Schlegel e la famiglia Wilcox, è altrettanto vero però che esse, fin dall’inizio, sono un ostacolo che lascia presagire le inevitabili difficoltà che emergeranno nel corso della vicenda.
Le idee di Forster, sulle quali è costruito il film, sono chiare: posizione economica e formazione culturale influenzano irrimediabilmente l’esistenza esteriore e interiore degli individui; a ciò si aggiungono le contraddizioni e gli egoismi, propri di tutti gli esseri umani, a rendere i rapporti interpersonali perennemente fragili.

Nel film la ricostruzione ambientale è molto accurata, com’è tipico della regia di Ivory che si distingue per eleganza, classe e, a tratti, un eccesso di algido bon ton. Molto buona la recitazione degli attori.
Voto: 8

Passaggio in India

passaggio1
Trama
Adela Quested (Judy Davis) parte dall’Inghilterra per recarsi in India, a Chandrapore. Adela viaggia insieme a Mrs. Moore (Peggy Ashcroft), l’anziana madre del suo fidanzato che in India lavora come magistrato civile.
Affascinate dall’India, le due donne si comportano in maniera molto diversa rispetto agli altri inglesi residenti a Chandrapore, che evitano di coltivare rapporti da pari a pari con gli indigeni. Mrs. Moore e Adela, infatti, stringono amicizia con un intelligente e sensibile medico del luogo, il dottor Aziz, che le invita a una gita alle grotte dei monti Marabar. Purtroppo, in quest’occasione capita però un fatto strano: Adela, che si reca da sola con Aziz a visitare alcune grotte, fugge via improvvisamente accusando il medico di tentata violenza.

Aziz viene messo in prigione nonostante si proclami innocente, mentre a Chandrapore i rapporti fra inglesi e indiani diventano sempre più tesi. Ma quando si arriva al processo avviene un colpo di scena: Adela ritira le accuse, accorgendosi di aver commesso un errore. Tuttavia, ormai nulla potrà più essere come prima.

Commento
Tratto da un noto romanzo di Edward Morgan Forster, A Passage to India (1985) è un film di David Lean.
Abbastanza fedele all’opera originale, a parte alcuni ovvi cambiamenti dovuti a necessità di sceneggiatura, il film si segnala per l‘ottima ricostruzione storica e ambientale dell’India sotto la dominazione britannica e per l’accurata caratterizzazione psicologica dei personaggi, di cui vengono messi sapientemente in luce qualità e difetti.
Da sottolineare la presenza di un bravissimo Alec Guiness nella parte dell’imperscrutabile bramino Godbole.

Proprio come il romanzo, il film pone l’accento sulle inevitabili difficoltà che nascono dall’incontro fra civiltà tanto diverse: la fredda razionalità degli inglesi si scontra con l’ingenuo sentimentalismo degli indiani, creando una barriera che è quasi impossibile infrangere, perché valori, mentalità e culture diverse costituiscono enormi ostacoli per la comprensione reciproca.
A tratti algido ma ben diretto, Passaggio in India è una buona trasposizione del bellissimo romanzo di Forster, di cui consiglio la lettura.
Voto: 8
passaggio