Colori estivi

La giornata è caldissima ma vestita di puro splendore. Non si può fare a meno di esultare per le tinte e i giochi di luce fra gli alberi:

Sono contenta senza ragione apparente, senza un motivo cui aggrapparmi, senza giustificazioni. Felice e basta, forse la forma più bella di esultanza o la più spericolata, irrazionale, bizzarra allegria che possa capitare.

Le cicale cantano ininterrottamente, le persone camminano adagio, il tempo sembra quasi arrestarsi e, in alcuni momenti, penso all’autunno che verrà. Ma intanto lascio che l’estate mi abbracci e mi faccia divertire e sognare con i suoi colori:

Cronaca dei femminicidi: tra superficialità e ipocrisia

Il linguaggio della cronaca che racconta i femminicidi è spesso frutto di superficialità e ipocrisia. Molto frequentemente, infatti, i titoli o i sommari degli articoli che riportano simili mattanze sono accompagnati da frasi come questa: lui non sopportava la separazione e l’ha uccisa.

Tale linguaggio, in apparenza neutro, è portatore di una pericolosa ambiguità che, sotto la superficie di parole innocue, trasmette un messaggio inquietante, effetto di una mentalità ancora profondamente radicata nella nostra cultura: l’idea che, in fondo, lui sia stato lasciato, poverino, e quindi sia in qualche modo vittima di un grande dolore provocato dalla donna. E il dolore, si sa, può rendere folli e causare reazioni incontrollate.

Quest’idea, ambiguamente evocata dal linguaggio giornalistico, può stimolare nei lettori altri pensieri, come la convinzione che l’assassino provasse ancora qualche sentimento d’amore prima di uccidere la sua compagna, altrimenti non avrebbe reagito così alla separazione. In altre parole, una frase come lui non sopportava la separazione stimola interpretazioni distorte della realtà e sottintende, in maniera molto velata, una sorta di giustificazione per l’omicida.

I giornalisti e le giornaliste che si esprimono così agiscono spesso per superficialità: scrivono in fretta, vogliono creare titoli a effetto e usano luoghi comuni accettati come verità assolute, senza interrogarsi sul significato e sulle conseguenze delle loro parole. A volte la superficialità è accompagnata da totale assenza di consapevolezza e da ipocrisia: chi descrive certi fatti è prigioniero di una mentalità che non sa o non vuole scardinare.

Ignoranza, superficialità e ipocrisia sono però gravide di conseguenze negative, perché contribuiscono a consolidare quel retaggio culturale che faticosamente cerchiamo di combattere. Un uomo che uccide la propria compagna o la ex non agisce mai, in nessun caso, perché addolorato a causa della separazione, cioè per ragioni affettive, sentimentali.

I criminali di questo tipo sono mossi da altri interessi, meschini e materiali, poiché nella grande maggioranza dei casi agiscono per motivi economici: la separazione comporta una divisione o una perdita di beni mobili e immobili che questi assassini non tollerano. La causa dell’omicidio è il denaro, non la separazione, in un rapporto in cui l’uomo è anche un predatore e uno sfruttatore sotto il profilo economico. Per favore, evitiamo le ipocrisie e la confusione tra cause ed effetti.

Naturalmente questi delitti sono anche frutto di una mentalità primitiva e bestiale, dell’idea che una donna non debba permettersi di prendere iniziative per liberarsi da situazioni intollerabili. Per certuni essere lasciati è un’onta insopportabile, perché significa perdere la possibilità di sfogare tutte le proprie frustrazioni su una vittima sacrificale sempre a portata di mano. Non c’entra nulla l’amore: non esiste la minima traccia d’amore in questi rapporti malati, nei quali la partner è considerata soltanto un oggetto da usare, sfruttare, brutalizzare. L’amore non è abuso: l’amore è cura e desiderio che l’altra persona stia bene e sia serena.

Sarebbe allora opportuno che i giornalisti e le giornaliste evitassero di scrivere frasi come lui non sopportava la separazione e l’ha uccisa, perché insistendo con queste espressioni non descrivono la realtà dei fatti, ma la deformano in maniera pericolosa, rafforzando le convinzioni più becere e criminali che rendono la nostra società un posto spesso invivibile.

L’estate dentro di noi

C’è un po’ d’estate dentro ciascuno di noi, anche quando non ce ne accorgiamo. Talvolta pensiamo che sia scomparsa, che sia ridotta a un pallido fantasma, evanescente, inafferrabile – soltanto un’ombra.

Eppure, l’estate vive ancora fra le pieghe dei nostri desideri, dei non detti, delle fantasie che d’improvviso arrivano a scuoterci, a risvegliarci – non è ancora finita, non è mai finita.

L’estate splende, e i colori e le sensazioni e le notti ad ascoltare le stelle – ma quante parole e quanti ricordi e la svolta. La svolta lungo la strada buia.

L’acqua che scorre

Sarà colpa del cambiamento, dell’arrivo della nuova stagione, del fatto che tutto muta e nulla possiamo per arrestarne il flusso. Sia quel che sia, non mi sono ancora abituata a questo passaggio, all’estate, ai nuovi ritmi – serate lunghissime, desiderio di uscire, stanchezza, stupore.

Ma voglio cominciarla così, la nuova stagione, con l’immagine dell’acqua che scorre impetuosa, incurante dei nostri pensieri, indifferente alle nostre preoccupazioni. L’acqua che dà la vita, che rinfresca, che regala sollievo e che racconta l’infinito.