Novembre

La pioviggine è talmente sottile da sembrare inconsistente, quasi fosse una percezione errata o un sogno o persino un fantasma; ed è l’essenza stessa di novembre, la sua meraviglia. E poi i colori: il giallo-ocra che sfuma nel nocciola intenso, la tenace persistenza del verde, il borgogna declinato in tutte le sue sfumature – rosso rosa pallido vivace stanco. Il fango marrone e grigio, i rari passanti in bicicletta, lo sfacelo delle foglie morte sui marciapiedi, le villette immerse nel silenzio, anni e anni di cancelli, di recinti, di strade sconnesse, di assenze.

Novembre è la sintesi, ieri e oggi in un abbraccio eterno, ciò che è stato e che continua a essere – e quelle curve, quelle svolte improvvise, quel restare appesi al niente.

L’autunno a novembre

Le dolci ambiguità di ottobre, un mese sempre in bilico fra dorato splendore e toni di grigio sfumato, a novembre scompaiono, per lasciare spazio alla dimensione più introversa dell’autunno, fatta di nebbie, di mattine tetre, di pioggia e di fango, ma anche di sprazzi di sole e d’inconsueta mitezza.

Novembre non può celare disagi, oscurità improvvise, lo sfacelo delle foglie e degli alberi, la tristezza dell’imbrunire. Novembre richiede uno sforzo, la capacità di guardarsi dentro, la disposizione a scoprire i colori anche sotto un cielo offuscato dalle lacrime. E i colori sono quelli delle foglie: il giallo intenso che illumina i pomeriggi più lugubri, il verde screziato di marrone e di rosso a comporre capolavori di ardimento.

Di moda e cattivo gusto

Domenica mattina ho fatto una bella passeggiata autunnale, a coronamento del ponte del primo novembre. In centro storico mi sono soffermata a guardare le vetrine dei negozi di abbigliamento, soprattutto perché, negli ultimi tempi, è un genere di attività che ho evitato come la peste, e perciò ho voluto recuperare.

Ho già parlato, nei commenti a qualche vecchio post, del mio fastidio nei confronti della moda attuale, che considero orribile, un vero insulto al buon gusto e all’intelligenza delle donne. Non me ne voglia chi l’apprezza – ognuno ha i propri gusti, ci mancherebbe -, ma io non riesco a pensarla diversamente. E siccome la moda non nasce a caso, ma riflette i valori dell’epoca in cui si vive, osservarla significa apprendere qualcosa a proposito del disgraziato periodo storico in cui ci troviamo.

Torniamo a domenica mattina. Dopo aver osservato le vetrine di vari negozi e aver compreso cosa bolle in pentola, ho deciso di andarmi a “divertire” nello store di un noto brand che non cito.

All’inizio ho guardato alcuni presunti abiti lunghi a fiori. Dico presunti perché erano senza forma e quindi di difficile identificazione. D’altra parte, l’assenza di forma non è frutto di chissà quale estro o capacità artistica o bizzarra innovazione: no, no, non vi è nulla di creativo in un simile scempio. Tutto ciò rivela semplicemente il desiderio di guadagnare il più possibile, cosa attuabile soltanto attraverso l’impiego del minimo sforzo, ossia senza neppure impegnarsi a rispettare quelle cose ininfluenti che sono le taglie. Per non parlare poi delle stoffe: gli abiti suddetti erano di lucido e leggerissimo poliestere, un materiale senz’altro adatto per affrontare i rigidi inverni della Padania.

Ho poi proseguito per bearmi nell’osservare la cosiddetta maglieria, che dovrebbe servire per ripararci dal freddo e non per attirarlo. Da  anni, ormai, i maglioni sono spesso cartonati, anche quelli venduti nei negozi considerati di alto livello. Ebbene, domenica ho visto maglioni trasparenti come garze e creati con materiali che definirei autarchici soltanto per non infierire troppo; ho visto sedicenti maglioni mezzi lucidi  e così sintetici da sembrare prodotti con bottiglie di plastica malamente riciclate, maglioncini tristissimi destinati a diventare vecchi stracci subito dopo il primo uso, secondo un trend ormai decennale. Quando mi sono avvicinata per guardarli meglio, nel disperato tentativo di capire se fossero veri o frutto di un’allucinazione, sembravano quasi invocare pietà, del tipo: “Lo sappiamo che facciamo schifo, ma abbi compassione e passa oltre”. E che dire dei colori? Quest’anno sembra che il giallo ocra e il ruggine siano i must delle stagioni fredde, e allora ecco il tripudio di capi di vestiario ocra-zabaione accostati, con audace sprezzo del pericolo, all’arancione, utilissimi per fendere la nebbia nei giorni più cupi dell’anno.

Ho anche assistito con sgomento a un revival di forme, tessuti e colori della moda anni Settanta: malinconici cappottini color cammello con stoffe in apparenza sdrucite, come se qualcuno si fosse divertito a prenderle a unghiate; pelliccette con manto somigliante a capelli ricci devastati dalla nebbia padana (e chi li ha sa di cosa parlo); maniche a campana molto ampia, in modo che il freddo possa penetrare meglio, avvolgere i nostri corpi e farci provare l’imperdibile ebbrezza della polmonite.

Si apre poi il capitolo pantaloni. Nel mio giro di ricognizione dentro al simpatico negozio, ho visto delle cose di plastica che, a quanto ho potuto capire, dovrebbero essere dei pantacollant (argh!) in finta pelle, da abbinare a quegli oggetti comunemente denominati scarpe, che però assomigliano a scatoloni con zeppe altissime, roba che farebbe impallidire persino gli zatteroni di Frankestein.

A questo punto, qualsiasi persona crederebbe di aver raggiunto l’apice dell’orrore, l’apoteosi del terrificante. E invece no, perché quando si ritiene di aver toccato il fondo, ci si accorge che si può pure scavare e cadere ancora più a fondo. Così, davanti al mio sguardo, si sono palesati dei pantaloni con stampa animalier, cioè leopardati, un po’ lucidi e tutti aderenti, abbinati a un maglione color ruggine screziato di giallo. Si tratta del look da me battezzato galera-style, perché, data la sobria raffinatezza dell’insieme, indossandolo si rischia di essere subito scambiate per parenti dei Casamonica, e condotte quindi in galera senza neanche beneficiare di uno sconto di pena.

E qui mi fermo, altrimenti dovrei compilare un intero trattato. E a voi piace la moda attuale?

Per sempre ottobre

Ottobre, purtroppo, si dissolve oggi sotto il peso dell’autunno che avanza. Sta terminando il suo percorso dopo averci regalato trentuno giorni di poesia, quella poesia accessibile soltanto a chi ama oltrepassare la superficie delle cose.

In genere ottobre comincia in sordina: all’inizio è un prolungamento di settembre, luminoso come un’estate tardiva e stranamente benevola. Gli alberi sono ancora verdi, almeno in buona parte, ma è chiaro che qualcosa sta cambiando. Mentre i giorni trascorrono, si scoprono i primi tappeti di foglie sulle strade, che sembrano quasi comparsi dal nulla; poi, a mano a mano che il tempo passa, ottobre assume tutte le caratteristiche del primo, vero, magico autunno: dagli alberi, le foglie cominciano a cadere costantemente e i loro colori si fanno intensi, vividi, quasi volessero esibirsi per gli spettatori più attenti e capaci di gratitudine.  A dominare sono ormai il giallo vivo, il rosso vermiglio, il verde screziato di nocciola e i toni del marrone, che richiamano la terra e la vita e la concretezza.

Anche il clima comincia a cambiare: le mattine sono più fredde, mentre una nebbia impalpabile, evanescente, sembra voler addolcire anche il cammino più malinconico. È il momento in cui ottobre s’insinua, con rarissima delicatezza, nei recessi dei nostri pensieri, e ci invita ad abbandonare il chiasso, i discorsi inconsistenti, certe miserabili futilità. La sua incomparabile grandezza consiste nel fare tutto questo senza costringere, senza ferire: ottobre invita, suggerisce, accoglie, è solidale. E oggi, congedandosi, ci regala pioviggine e  freddo e umori incerti, per abituarci a tollerare nebbie più dense, fitte oscurità, aspri sentieri.

Passeggiata d’ottobre

Sono già ammonticchiate. Le foglie, dico. Mentre cammino mi domando quando siano cadute; ma lo so, è successo mentre io non potevo vederle.

Svolto a sinistra, lungo viale Buon Pastore, e sono anche lì, ai lati del largo marciapiede;  sono tante, color nocciola, scricchiolanti, mentre sugli alberi formano macchie di oro, verde, rosso – foglie tenacemente attaccate alla vita, deste fino all’ultimo respiro.

Le ombre si addensano, mentre il giorno si spegne adagio, ormai esausto. Mi chiedo quante volte i miei passi abbiano calpestato questo viale; mi chiedo quante altre volte, molti anni fa, ho camminato sulle foglie proprio qui, proprio alla medesima ora, nello stesso giorno – 26 ottobre – mentre la luce moriva e io correvo a casa per ritrovarla.

Svolto ancora a sinistra, in via Riva del Garda. Sul marciapiede stretto avanza un uomo, io mi sposto per farlo passare e lui mi sorride e mi saluta con gioia, quasi fossi un’amica. Gli rispondo felice, sebbene non lo conosca; ma è come un segno, come un benvenuto, e tante volte mi è successo da quando sono tornata: sconosciuti mi sorridono e mi salutano come farebbero con una vecchia conoscenza, un volto noto nonostante i lunghi anni di assenza.

Svolto ancora a sinistra e mi trovo in via Savani. La mia strada, la mia vecchia strada, quella da cui me andai in un freddissimo, lontano mattino di gennaio. E cammino, cammino per pochi metri e arrivo al mio palazzo – e il cancello di sempre e lo stesso strano dosso sul marciapiede, le stesse vecchie crepe sull’asfalto, tutto proprio come allora. Lo sguardo cade da quella parte, è inevitabile: l’appartamento è ancora vuoto, le finestre sbarrate come se non dovessero aprirsi mai più. La mia casa è chiusa. Ma non posso fermarmi, adesso non abito più qui. Continuo a camminare, ormai è scuro, si avvicina un uomo, mi guarda e mi saluta. Sono felice per la seconda volta, e felice gli rispondo. Poi, mentre si allontana, mi volto appena per vedere se oltrepassa quel cancello, il mio cancello; ed è così, quella è la sua destinazione. Lui abita lì, e mi ha salutata ignorando che un tempo, un tempo ormai remoto, anch’io ogni giorno varcavo quel cancello.

Continuo lungo la strada (adoro il marciapiede spaccato che sa di vecchio). Davanti alla villa più bella, un uomo sta spazzando le foglie, tante, tantissime foglie, morbidi cumuli che rendono difficoltoso il parcheggio delle macchine. Lo sconosciuto è irritato, le foglie sono per lui soltanto un fastidio, se potesse le farebbe sparire dalla faccia della Terra. Io, invece, le amo follemente e so che, lungo questa via, sono sempre state molte; io so che ottobre, lungo questa strada, è sempre stato una vertigine di vento, nebbia, malinconia e illusioni.

Giro a destra, lungo via Pagliani. Ad accogliermi è il silenzio profondo di questa strada lunga e un po’ tortuosa, fatta d’insolite curve strette, una strada che pare addormentata in un’altra dimensione. Oltrepasso una bella villa a tre piani, col suo giardino grande che sa d’altri tempi, col suo giardino un po’ trasandato e quei sassi, e quella ghiaia, e il magnifico gatto che si avvicina al cancello per guardarmi curioso. Ecco, potrei voltare a sinistra e sarei subito in via Matilde di Canossa; ma tiro dritto come faccio sempre, perché preferisco allungare e tornare a casa attraverso il piccolo parco.

Un uomo sta entrando dentro il portone della bassa casa rossa. Mi guarda un attimo, è soltanto un lampo, fa per sparire ma poi si gira e mi saluta. Sono felice per la terza volta, e saluto e cammino e guardo i due alberi vicini alla curva, dietro alla quale sparisco come un fantasma. Sono tante le foglie, sono d’intenso giallo lungo questo tratto di strada, a mucchi davanti ai cancelli delle villette.

Ecco il parco, una lunga striscia, un largo sentiero che si snoda fra gli alberi. E ancora foglie, foglie in terra, foglie nocciola, verdi, rame – e lampioni accesi, perché la sera è già arrivata. Un poco oltre, prima di raggiungere la strada, si trovano le foglie più belle, quelle sfacciatamente rosse e a grappoli, impudenti, lungo le reti che delimitano quest’angolo di solitudine.

Giornate di ottobre

Le giornate di ottobre, quelle vere, sono un capolavoro di elusività. Il cielo incolore e immobile sembra temporeggiare annoiato, come fosse esausto, incapace di scelta, o soltanto impigliato in un’attesa colma d’inafferrabili tensioni. Le foglie cadono e i viali cominciano a mutare colore – macchie dorate sull’asfalto, ad ammorbidire la spietatezza di strade troppo monotone e affrante per fingere compassione.

Le giornate di ottobre, quelle vere, sono un capolavoro di fiochi richiami, di preziosi ricordi – e quei pomeriggi, quei pomeriggi di tanti anni fa, quando l’autunno ci avvolgeva ancora di sogni e di calore, come a non voler finire, come a non voler sapere.

Ottobre è il sentiero

Ottobre è arrivato con grazia: il cielo è mite e il freddo del mattino non può ancora ferire. Nel parco, l’atmosfera è quella delle attese senza turbamenti: solenne ma non grave, austera ma senza traccia di severità.

Ottobre è il sentiero dei segreti, delle parole non dette, dei ricordi – quelli preziosi – consegnati alla dignità del silenzio.

La suora giovane

Trama

Torino, dicembre 1950. Antonio Mathis è un impiegato quarantenne che trascorre la sua esistenza prigioniero di una routine asfissiante, fatta di un lavoro ripetitivo, di una relazione grigia e meschina con Anna, di un rapporto ambiguo con la collega Iris. Ma qualcosa di nuovo irrompe nella sua vita: è l’incontro con una giovanissima novizia, Serena. Per lungo tempo, ogni sera alla stessa ora, Antonio e la misteriosa ragazza si trovano ad aspettare il medesimo tram e non si parlano; ma l’interesse è reciproco e così, finalmente, Antonio rompe il ghiaccio. In una lunga conversazione notturna, che avviene nel palazzo in cui la novizia assiste un uomo morente, emergono i sogni della ragazza, che non vuole diventare suora, non vuole tornare a Mondovì – il suo paese d’origine – ma desidera sposarsi. Antonio si lascia travolgere da un innamoramento inaspettato che lo atterrisce, finché la giovane d’improvviso scompare. L’uomo va a cercarla a Mondovì e, parlando con i  genitori di Serena, contadini distrutti  dalle fatiche di un’esistenza grama, scopre alcune scomode verità.

 

Commento

Pubblicato per la prima volta nel 1959, La suora giovane è un bellissimo, intenso, breve romanzo di Giovanni Arpino. La vicenda, raccontata dal protagonista sotto forma di diario, si dispiega lungo un breve arco di tempo, fra il 10 dicembre del 1950 e il 2 gennaio 1951. Antonio è il paradigma dell’inetto, del timoroso, del conformista inserito nell’agghiacciante meccanismo di un’esistenza incolore, da cui si lascia dominare passivamente:

Non ricordo un amore da ragazzo, se non stupidaggini o porcherie. Ho dimenticato persino i nomi di qualche lontana amicizia. Ma quanti saranno con me?
Non ho mai fatto politica, non sono sportivo, non sono buono a spingermi, nelle vacanze, dove altri vanno, magari faticosamente, pur di vedere, toccare con mano, curiosare.
Non so niente. I giorni mi sono scappati via come le notizie dei giornali, a cui credi e non credi […].

Così, quando scopre di provare un forte interesse per questa piccola suora sconosciuta, è sconvolto: per un uomo di quarant’anni, che ha sempre cercato di stare nell’ordine, è una brutta storia.

Serena è, all’inizio, una figura senza voce che impariamo a conoscere attraverso le parole e l’emotività di Antonio. Quando poi, dopo una lunga attesa, i due si parlano, la ragazza svela  tutta la sua inaspettata vitalità, la sua ansia di vivere, i suoi tanti sogni, la sua intelligenza. Travolge Antonio con un fiume di parole ed è sincera nel mettere in luce anche le miserie della sua esistenza. Ma c’è un problema: Serena ha fretta, mentre Antonio è vittima della propria insicurezza e ha una fidanzata-amante di cui vuole liberarsi.

I personaggi di contorno sono delineati con precisione chirurgica attraverso poche frasi e alcuni gesti che ne ritagliano impietosamente la grigia mediocrità. A questo riguardo è emblematica la cena della vigilia di Natale, che Antonio trascorre con Anna, Iris e il volgare collega Mo, e che disgusta il protagonista in maniera irreversibile, mostrandogli tutto lo squallore di chi lo circonda e della sua stessa esistenza.

La vicenda di Antonio è accompagnata in ogni istante dall’atmosfera invernale che avvolge Torino, altra grande protagonista di questo romanzo. E spesso è una Torino notturna, sferzata dal gelo, ostile, con strade ghiacciate e deserte:

Aveva nevicato, le strade erano lame di ghiaccio, i fili della luce pendevano lampeggiando, la seguivo in un quartiere che conosco appena […]. Camminava una ventina di metri davanti a me, attenta al marciapiedi ghiacciato.

Questo ghiaccio e questo freddo tagliente si adattano a un personaggio che teme persino la sua ombra, che si vergogna del sentimento che prova e che cerca disperatamente una via per costruirsi una nuova esistenza:

Le sette. Devo uscire. Ci fosse almeno gran nebbia lungo il viale: mi sentirei più protetto. Perché ho anche paura degli altri, di occhi curiosi che mi sorprendano. Certamente anche lei ha questa paura.
Il corso solitamente è deserto, con luci fioche che oscillano al vento invernale, non c’è che un caffè, lontano, e il largo davanti alla Chiesa della Gran Madre che luccica di intrichi di rotaie. Ma quando sono su quella pedana mi pare che milioni d’occhi spiino dalla siepe lungo il fiume, dalle cupole secche degli alberi, mi pare che tutto il mondo trattenga il fiato per sorprendermi e balzarmi addosso.

Perché leggere questo romanzo:

– per la bellezza dello stile, asciutto, elegante, con una sintassi semplice e un tono a volte così concitato da far emergere con maestria l’ansia  ricorrente e la profonda lacerazione interiore del protagonista.

– per la possibilità di tuffarsi nell’Italia degli anni Cinquanta del secolo scorso – l’Italia del dopoguerra – e scorgerne alcuni valori, stili di vita e aspirazioni. La buona letteratura, infatti, non è soltanto un’impresa artistica, ma è anche storia, costume, filosofia, psicologia, sociologia. Inoltre l’Italia di quasi settant’anni fa è l’Italia dei nostri genitori o dei nostri nonni, il mondo da cui proveniamo; e conoscere il nostro passato prossimo ci consente di comprendere meglio il presente e di attuare confronti, porsi domande, rivedere certe nostre convinzioni.

– perché descrive con spietato realismo i vuoti conformismi e le meschine banalità che avviluppano certe esistenze, soffocandole, svuotandole di significato.

– perché il finale svela ciò che spesso non vogliamo né vedere né sapere, e cioè che l’amore, quello vero e quindi raro, rende generosi, aperti e solidali.