Dove finisce la città (2)

Toccata e fuga. Oggi sono uscita da casa alle 15 e sono rientrata alle 16:20, dopo essere stata al Parco dei Caduti della Fanfara Olandese, nella parte ovest della città, là dove l’area urbana incontra la campagna. Naturalmente ho preso l’autobus, il 5, che per fortuna passa vicino a casa mia, e ho affrontato un bel viaggetto lungo venticinque minuti.

Era da tempo che desideravo passare attraverso il quartiere Madonnina, che visitai soltanto una volta, quando avevo sei anni, e al quale si arriva percorrendo via Emilia Ovest. Non è uno dei quartieri migliori di Modena: il traffico, l’inquinamento, alcune parti decisamente degradate e la presenza della criminalità rendono quest’area un po’ meno vivibile rispetto ad altre zone della città, almeno in generale.

Sono scesa dall’autobus in via d’Avia. La strada è ordinata e pulita, piena di villette a schiera e di belle palazzine, e il parco è grande e molto curato. So che sono i volontari, per lo più anziani, a occuparsene, e il risultato è ottimo:

Come si può notare in questa parte del quartiere non ci sono tracce di degrado, ma soltanto molta quiete e belle case. Uscendo dal parco lungo via Don Zeno Saltini, la città termina la sua corsa affannosa per lasciarsi lambire dalla campagna:

Tracce di stagioni

Ottobre merita di essere colto nella sua bellezza senza indugi. Ogni giorno, infatti, l’autunno avanza, si trasforma, muta le sue innumerevoli sfumature, che rischiano di passare inosservate se non si ha la prontezza di afferrarle. Due scatti lungo via Vedriani ci raccontano l’anima di ottobre, quella serena e dolce che si vorrebbe prolungare all’infinito:

Poi arrivano i confronti, senza i quali nessuna stagione può essere compresa nelle sue pieghe più sottili, nelle sue screziature. Ecco allora un parco in viale Buon Pastore, lo stesso identico scorcio catturato nelle diverse stagioni a partire dall’inverno. Sono quattro storie differenti, quattro modi di essere nel mondo, quattro stati d’animo in apparenza incompatibili fra loro. Ma, osservandoli insieme, se ne rintraccia il senso profondo, la loro unità, la loro rilevanza fuori e dentro di noi:

Messaggi, complottismo e parentela

Ebbene sì, succede anche a me e devo sfogarmi. Ho una parente che mi scrive assurdità via whatsapp, tanto che mi viene da maledire il giorno in cui ho installato questa applicazione. La mia parente, infatti, è una persona che s’infiamma per nulla, una di quelle che perdono la testa facilmente, un po’ come i bambini, e che invia a tutti i suoi contatti messaggi pieni di idee complottiste. Tali messaggi sono rigorosamente raccattati su Faccialibro, e a questo punto non può non venire in mente il grande capo indiano Estiqaatsi.

Siccome la mia parente non s’intende di politica, nel senso che non conosce neppure i rudimenti della materia né la Costituzione, è convinta che siamo in dittatura perché il governo non è stato eletto dal popolo, che in Italia siamo vittime dei terribili comunisti che c’impediscono da anni di votare, e che uno di questi tremendi bolscevichi è il democristiano Sergio Mattarella.

Cercare di spiegare alla mia parente il concetto per cui, quando votiamo, eleggiamo il Parlamento e non il Primo Ministro, e che chi ha la maggioranza deve governare anche se a lei non piace, è stata una fatica immane che non ha prodotto alcun risultato: lei, infatti, mi ha risposto che effettivamente non conosce la Costituzione, ma non se ne è vergognata e ha continuato a ripetere le sciocchezze che legge su certi giornalacci e che ascolta su Rete4. Per dirne una, siccome odia i 5 Stelle non capisce che costoro sono in Parlamento perché nel 2018 hanno democraticamente ottenuto la maggioranza dei voti, e dunque, anche se ora scontano un’emorragia di consensi, hanno il diritto di restare nelle due Camere. Non è che possiamo eliminarli a piacimento, magari con qualche fucilata, per fare posto a quelli che sono simpatici a lei.

Sui vaccini il livello argomentativo è lo stesso: mi ha inviato una fitta serie di fake news deliranti raccolte su Facebook, e altre sciocchezze diffuse da giornalisti che non cito per pura carità cristiana. Ho tentato di spiegarle che i social non sono fonti d’informazione, e ho persino cercato di farle capire in cosa consiste il metodo scientifico, ma è stata una perdita di tempo. Niente da fare, non c’è speranza, non esiste alcuna possibilità di farle raggiungere una qualche forma di razionalità.

Evitiamo gli equivoci. Non è una persona in condizioni di fragilità economico-sociale, frustrata e vittima di slogan facili; al contrario, è ricca e ha molto tempo a disposizione per fare ciò che vuole. Magari potrebbe leggere, studiare, approfondire. Invece no, preferisce buttarlo via, il suo tempo, e perderlo sui social insultando i “comunisti”. Durante il lockdown strillava contro le chiusure augurando la morte a Giuseppe Conte – sì, la morte -, ma nello stesso tempo aveva il terrore di ammalarsi, per cui mi tempestava di messaggi riguardanti il corretto uso delle mascherine. Poi si è vaccinata, ma continua a tuonare contro i vaccini e la dittatura sanitaria imposta da quel violento del ministro Speranza.

Ecco, i suoi sproloqui assurdi mi fanno girare la testa. L’unico dato positivo di questa vicenda è che, pur essendo parenti, posso dire con certezza che no, non ci assomigliamo. Per fortuna.

Autunno e case in rovina

Esistono case abbandonate, case in disfacimento. A volte le incontriamo lungo strade silenziose ed eleganti, che non sembrano adatte a ospitare dimore in rovina. Ma lo sfacelo vive ovunque, non lo si può rimuovere, è parte dell’esistenza. E capita che d’autunno l’atmosfera sia quella giusta, quella che, più di altre, si adatta a certe ville:

La dolcezza di ottobre è la vita che si oppone alla decadenza, la bellezza che resiste al tempo, la grazia che non si rassegna all’incuria. Fra quelle vecchie mura, lunghe conversazioni e incontri e feste – e il buio dei giorni tristi. In quei giardini passeggiano ancora fantasmi, celati dalle ombre inquiete dell’autunno.

Fra poesia e degrado

Ieri, in via Vedriani, le tracce dell’autunno erano disseminate in modo discreto, ma non potevano sfuggire al mio sguardo attento. A ottobre passeggiare è un’avventura meravigliosa, un viaggio dentro se stessi, un percepire sfumature di pensieri che in genere si dissolvono troppo in fretta, pallidi frammenti di verità sepolti dalla prepotenza del vivere quotidiano.

Ma non c’è soltanto la bellezza di ottobre a farci compagnia. Nel mio bel quartiere – Buon Pastore – esistono anche tracce di degrado persistenti. Qui sotto i cassonetti di via Peretti, una strada tranquilla, con bei palazzi e persino alcune ville:

Da notare il contenuto del cassonetto dell’indifferenziata, perché fotografa impietosamente l’inciviltà di certuni. Se si trattasse di un caso sporadico, eviterei di riportarlo sul mio blog. Ogni tanto certe cose, sebbene deprecabili, possono capitare ovunque. Ma questa situazione è costante, quotidiana, e allora è un problema. Per non parlare del piccolo parco sotto casa mia. Ieri la situazione era anche buona, perché spesso accade di peggio:

Come ho detto, di solito il parco è in condizioni peggiori, fra mozziconi di sigarette e bottiglie vuote vicino alle panchine. Negli ultimi mesi si è anche ampiamente diffuso lo sport di lasciare sacchi neri aperti in giro, perché chiuderli, si sa, è troppo faticoso. Il picco dell’osceno, però, si riscontra in via Belluno, dove viene scaricato di tutto: televisioni, materassi, mobili rotti, lavatrici, oltre agli immancabili sacchi neri aperti. Ma via Belluno merita un post a parte, per cui ora mi fermo.

Un’ultima nota. Il servizio di raccolta e di spazzamento a Modena esiste. Anche qui, come in molte città, ci si preoccupa in modo particolare di mantenere pulito il centro storico, e forse è comprensibile perché, se così non fosse, il centro annegherebbe nella sporcizia, fra movide varie e mandrie di persone che lo invadono nei fine settimana. Però, al netto di qualche sfasatura e lentezza, nell’insieme il servizio della Hera è abbastanza buono in tutti i quartieri, per cui gli unici veri responsabili di questi numerosi angoli d’inciviltà urbana sono alcuni cittadini maleducati e spesso italianissimi.

Incertezza di ottobre

I colori non sono ancora questi, perché il verde continua a predominare. Ma l’atmosfera dell’inizio di ottobre è qui, indefinibile, polverosa. Si vive come in uno stato d’incertezza, col cielo che non sa decidersi, non sa scegliere un tono, un grigio che sia davvero tale. C’è soltanto una vaga idea d’azzurro stinto, e un blu cobalto smorzato dal nero, e un bianco opaco intento a soffocarlo. Non se ne coglie la direzione, non si comprende se vincerà il sole o se la pioggia allungherà le sue braccia per costringerci alla resa, fra quattro pareti, avvolti dal groviglio dei nostri pensieri.

Il mistero di ottobre

Ottobre. Il cielo azzurro, che sembra raccontare favole di primavera, si accompagna all’aria fredda del mattino; i pomeriggi brillano di luce chiara, che a volte si spegne in fretta per l’arrivo del vento o della pioggia, o per uno sbalzo d’umore inatteso. E le foschie, i silenzi improvvisi, quel venir meno che dura solo un istante, quando il mattino fatica ad aprire gli occhi – e quasi non siamo.

Il mistero di ottobre riposa fra gli alberi che mutano colore, le foglie verdi e rosse, le parole non dette, il fango scuro dei giorni piovosi.

La forza delle immagini

Il potere delle immagini è straordinario. Le immagini evocano infiniti mondi interiori, sensazioni inattese, memorie di ogni tipo. Le immagini stimolano riflessioni, calmano, guariscono, preparano strade nuove, annunciano il domani. Non bisogna sottovalutarle mai, queste compagne benefiche.

Le immagini parlano di noi, della nostra essenza più profonda, dei nostri desideri, persino di ciò che sarà, perché lavorano silenziosamente nelle profondità del nostro essere influenzandoci, guidandoci, tessendo trame nascoste che, prima o poi, verranno alla luce. Io scelgo sempre belle immagini perché so che il loro potere è immenso, la loro forza rigenerante, la loro compagnia insostituibile.

La densità cromatica della stagione autunnale è talmente evocativa da poter ridisegnare una giornata intera o addirittura l’esistenza – tutta quanta, istante dopo istante.

Dove finisce la città

Domenica mattina, ore 9:52. Prendo l’autobus, il 3, da viale Medaglie d’oro, quartiere Sant’Agnese. La mia meta è lontana, è la fine della città, quartiere Torrazzi, area industriale e popolare. L’autobus arriva al capolinea in via Portorico dopo 17 fermate. Ma è domenica, il traffico è ridotto e così il viaggio è rapido: in meno di un quarto d’ora raggiungo via Portorico, una strada tranquilla costellata da villette con giardini e palazzine minuscole. Eccola:

Il parco dei Torrazzi è raggiungibile in fretta, all’incrocio con via Cuba. Se il parco della Resistenza è una fedele ricostruzione della campagna nella prima periferia della città, il parco dei Torrazzi è invece un tipico parco cittadino che però si estende ai margini della campagna, confondendosi con essa. Gli alberi sono belli e alti, le panchine sono nuove, i viali ghiaiati sono larghi. Il parco è molto grande e poco frequentato, un’oasi di verde ideale per chi voglia perdersi nei propri pensieri e allontanarsi dal caos cittadino. Nell’insieme, però, si respira un’aria di abbandono: qui si è davvero ai margini della città e si sente, si avverte dentro. Qualche foto:

Ecco la campagna che si dispiega accanto al parco:

Come ho già scritto altrove, io non amo le pianure perché m’infondono un gran senso di morte. E la pianura modenese non fa eccezione. Fatico a descrivere il senso di desolazione che provo di fronte a questi paesaggi, per cui evito di farlo e passo volentieri oltre. Tornata in via Portorico per prendere l’autobus, ho fotografato la chiesa di via Argentina, parrocchia di S. Anna:

In questo piccolo viaggio sono stata fortunata. La pioggia, infatti, è giunta dopo il mio ritorno a casa e renderà piacevole il mio pomeriggio di festa.

Ville abbandonate

Ne ho già accennato. Sant’Agnese vecchia è un quartiere signorile contiguo al centro storico e al Buon Pastore. Ospita le più belle ville della città, spesso in stile liberty, e palazzi di notevole pregio. Alcune vie sono un susseguirsi ininterrotto di splendide case: via Vedriani, via Prampolini, via Valdrighi, via Savelli, viale Moreali, via Andreoli, via Contri, viale Nicola Fabrizi e altre strade ancora.

Nonostante ciò, compaiono anche segni di degrado sparsi qua e là, pochi ma molto appariscenti, soprattutto perché lo splendore dell’insieme fa risaltare la triste decadenza di alcuni angoli. Ogni tanto s’incontrano persino palazzine con gli scuri delle finestre quasi a pezzi, e ci si chiede come possano resistere in mezzo a tanto lusso.

Oggi, però, mi concentro soltanto su due bellissime ville abbandonate, due gioielli lasciati a se stessi, addormentati dentro giardini incolti. Qui sotto la casa è in via Prampolini:

In via Valdrighi all’angolo con viale Moreali, ecco una villa in cui i segni dell’abbandono e dell’incuria sono molto più evidenti:

E sì, queste foto si addicono all’autunno, perché l’autunno è anche declino, nostalgia, abbandono. Perciò immagino questa villa in sfacelo avvolta dalla nebbia di novembre, in una mattina tetra e silenziosa. Credo che le donerebbe, la nebbia fitta, un po’ come certi abiti dai toni cupi e smorzati si addicono ad alcune persone, rendendole uniche, figure antiche precipitate in questo mondo per ragioni in apparenza incomprensibili.