L’autunno che verrà

Sembra che l’estate non voglia cedere e che abbia deciso di ostacolare il silenzioso, prudente arrivo della nuova stagione. Ma ciò non deve stupire: settembre è un confine, una dolce contraddizione – l’incontro stupefacente fra l’arroganza dell’estate e la raffinata discrezione dell’autunno.

Intanto, mentre attendiamo che i colori mutino davvero, a soccorrerci resta l’immaginazione. E allora io l’immagino così, l’autunno che verrà: davanti a una finestra, mentre le foglie abbandonano gli alberi senza fermarsi, senza alcun ripensamento – come fosse uno spettacolo per l’eternità.

Non sempre

Oggi è il primo, vero giorno autunnale dopo l’inferno estivo. Una lieve foschia di mattina sotto il cielo stanco, quasi smarrito: è l’autunno che inizia, l’autunno cortese e dal tono sommesso – niente più che un sussurro. E per questo l’amiamo, perché avanza con garbo, solo un passo alla volta, senza chiedere nulla.

Ciascuno ha il proprio, di autunno, e non sempre lo si può raccontare.

All’orizzonte

Agosto volge al termine col cielo scuro, forse presagio della nuova stagione che verrà. I passaggi non sono mai indolori, neppure quando li desideriamo: portano sempre con sé qualche brivido inaspettato, alcune incertezze, malinconici ricordi. Ma i passaggi sono anche il segno concreto dell’ininterrotto fluire del tempo, del suo scorrere senza posa. E questo è un conforto.

All’orizzonte il cielo sta cambiando colore.

 

Quando l’estate

Agosto prosegue il suo cammino adagio, come se non volesse terminare, come se fosse eterno. Il cielo resta opaco, quasi non avesse senso. Si attende un mutamento, l’irrompere di nuvole scure e di pioggia – almeno un lungo, lunghissimo giorno di pioggia per spezzare la sfrontata sicurezza dell’estate.

Lo so, la pioggia non è mai indolore: certe giornate cupe possono spalancare abissi di malinconia, e indurci al silenzio o alla rassegnazione. Però la strada – la nostra strada – è fatta anche di pioggia, di stagioni che scorrono, di estati che finalmente svaniscono; e, quando l’estate si sfalda, si comincia a respirare e a stupirsi di fronte a nuovi colori.

Adesso

L’azzurro del cielo diluito, grigio e bianco che si mescolano adagio, esausti come i nostri poveri corpi accaldati. Le foglie degli alberi si muovono al vento, ma è una brezza incerta, come impaurita. L’estate, caparbia ed egoista, non cede.

Suonano le campane, in lontananza; e poi il rumore delle automobili, e le voci che non si spengono mai, neppure ad agosto.

Adesso sta cominciando a piovere.

L’estate è un’attesa

In città i giorni sono tutti identici, durante l’estate. L’afa è troppo tenace e l’eccesso di luce sembra, in alcuni momenti, una persecuzione o un’offesa. Si trascorre il tempo a difendersi, a chiudersi in casa o in luoghi in cui sia possibile il respiro.

Sembra un’assurdità: la stagione che invita all’allegria, alle uscite frequenti, all’estroversione e al divertimento non è altro che una parentesi in cui ci si rifugia il più possibile al chiuso, aspettando che tutto si concluda e che la vita torni possibile.

Quando l’adolescenza si è ormai dissolta sotto il peso del tempo, l’estate diventa soltanto una lunga, estenuante, malinconica attesa.

Estate, marachelle e libertà

Era giugno, in Tuscia e al mare, e stavamo trascorrendo il mese in una bella villetta. Quell’anno eravamo in sette: io, mia madre, mio zio con la sua famiglia e i miei nonni. All’epoca – un’epoca non poi così remota – era normale  fare le vacanze in gruppi familiari allargati: ciò non era considerato né vergognoso né sinonimo d’immaturità.

Ricordo che, una sera, mentre tutti si trovavano a tavola assorbiti nelle loro chiacchiere, io e mio cugino, dopo esserci scambiati un’occhiata d’intesa, ci alzammo calmi e sereni e, con notevole disinvoltura e audace sprezzo del pericolo, trotterellammo serafici verso la porta di casa, che era aperta, e uscimmo tranquilli al buio per andarcene in spiaggia, cosa che, almeno in teoria, non avremmo dovuto fare.

In spiaggia, a quell’ora, non c’era nessuno. Restammo lì circa venti minuti, a giocare con la sabbia e ad ascoltare il rumore del mare. Poi rientrammo e ci accorgemmo che la nostra assenza non era stata notata. Così, ci sedemmo sul divano con i volti angelici e innocenti, ma intimamente soddisfatti di aver gabbato la nostra parentela.

Gabbare genitori e parenti era uno sport che amavamo molto, perché era un modo per renderci un po’ indipendenti e per provare qualche emozione – la gioia di farla franca con qualche minuscola marachella. Nella casa in appennino, dove trascorrevo il mese di agosto, io e mia cugina raggiungevamo la felicità suprema quando i nostri familiari, dopo pranzo, si sedevano in giardino intenti a chiacchierare e, le donne, a lavorare a maglia o all’uncinetto. Per me e per mia cugina era un sollazzo indescrivibile poter inforcare la Vespa a motore spento, e lanciarci in discesa oltrepassando il cancello senza che nessuno se ne accorgesse. Se ne accorgevano però al ritorno, quando il motore della Vespa era, per forza di cose, in piena funzione, e noi ci divertivamo come matte nel constatare quanto fosse facile eludere la sorveglianza degli adulti.

Certo, in se stessi sono episodi insignificanti, racconti da poco, che qualcuno definirebbe racconti di una piccola vita – sempre ammesso che ce ne sia una grande, di vita. Ma tralascio l’argomento per cristiana misericordia. Ciò che invece m’interessa, ossia il motivo per cui ho scritto questo post, è la malinconia che ogni tanto mi assale quando penso all’impossibilità di provare le medesime emozioni adesso, da adulta. Ormai, se voglio uscire di casa a qualsiasi ora, non ho bisogno di squagliarmela di nascosto provando un po’ di sana adrenalina nel farlo; ormai posso prendere la porta in qualsiasi momento e andare fuori, portando con me il solito fardello di pensieri.

Sembrano sciocchezze, ma, a pensarci bene, tali non sono. Qualche volta sarebbe bello tornare indietro almeno per un giorno, e rivivere quel magico senso di libertà e di onnipotenza destinato a non ripresentarsi mai più.