Frammenti di tranquillità

Alzarmi in una domenica d’aprile, il silenzio in sottofondo e il cielo inquieto, turbato, sgomento; e sentirmi in pace, invasa da una calma indefinibile ma pura, senza tormenti, senza increspature – un mare calmo, una collina fresca di rugiada.

Frammenti di tranquillità assoluta – e non desiderare altro. Mi sento fortunata ogni volta che accade.

Saluti da parte di persone sconosciute

Talvolta accadono fatti un po’ bizzarri. La scorsa settimana ho trascorso una giornata anomala, perché sono stata salutata più volte da persone sconosciute. Io ho risposto, è chiaro: in fondo, come si fa a rifiutare un saluto? Ma che stupore!

Mi successe anche due anni fa circa, in un tardo pomeriggio autunnale. In ogni caso è un’esperienza molto piacevole, anche se un po’ insondabile. Tra l’altro, ciò che la rende incomprensibile, è il fatto che tutti questi saluti siano avvenuti nello stesso giorno. Un po’ come le disgrazie, che avvengono tutte insieme. Solo che qui, per fortuna, si tratta di un avvenimento piacevole, sebbene poco significativo. Almeno in apparenza.

Passeggiata fra città e campagna

Stamattina ho approfittato della giornata serena per concedermi una lunghissima passeggiata. Dei giorni festivi come questo, amo la calma e il silenzio, ideali per camminare senza stress.

Viale Buon Pastore, ancora addormentato, mi ha accolta senza traffico e con i colori tipici di questo mese straordinario:

Il pregio di questo viale è la bassa densità abitativa, dovuta alla presenza di parchi e aree verdi che impediscono la speculazione edilizia selvaggia. I pochi palazzi sono interrotti da ville e villette, in alcuni casi di notevole pregio, e il viale è sempre tranquillo, a parte il traffico dei giorni feriali. E poi è il “mio” viale, teatro della mia infanzia e adolescenza, e, nonostante i lunghi anni trascorsi in centro storico, ritrovarmi a vivere qui d’improvviso è stato un fatto sconcertante, inatteso ma bellissimo.

Stamattina sono uscita presto, per cui ho trovato il parco Buon Pastore vuoto. Non è bellissimo, ma con l’erba alta e i fiori gialli mi è sembrato persino grazioso:

Ho proseguito sul viale girando poi a destra, lungo via Sassi, per raggiungere il mio parco preferito, il Bonvi Park o parco Amendola vecchio:

Ho camminato lungo tutto il parco per uscire poi su viale Amendola, che è un incubo di traffico in ogni stagione e a qualsiasi ora del giorno. Qui, però, basta attraversare la strada per entrare nel parco Amendola nuovo, molto grande e assai frequentato. Come ho già scritto altrove, io non lo amo molto, ma d’autunno è davvero suggestivo. Stamattina il mio scopo era percorrerlo tutto e uscire su via Panni, per dirigermi in campagna verso la chiesetta di Saliceta San Giuliano.

E così ho fatto. La prima campagna alla fine della città mi ha avvolta con lo splendore del silenzio:

A differenza dello scorso autunno, oggi la chiesetta era vuota:

Così sono entrata e sono rimasta stupita, perché la chiesa è molto curata e ha un’atmosfera allegra:

All’uscita ho fotografato una casa di campagna a pochi metri dalla chiesa. L’ho fatto perché aveva il cancello aperto, e mi ha stupita per la sua aria d’altri tempi:

Sulla via di ritorno, mi sono accorta di una presenza discreta, molto defilata:

Fra andata e ritorno, ho camminato per circa sei chilometri. Spero di arrivare anche a dieci, in futuro.

Ricordi di aprile: comunione e cresima

Intanto Buona Pasqua e buona primavera a chiunque passi sul blog:

Della primavera m’incantano i colori, soprattutto quelli di aprile, freschi, vivi e un po’ ingenui. Sono toni brillanti, alcuni molto decisi e altri più delicati, tipici della vita all’inizio del suo percorso, la vita che splende di luce infinita, ignorando ancora quanto le accadrà.

Questo mese meraviglioso evoca sempre, in me, ricordi d’infanzia. Ai miei tempi, aprile era dedicato alla celebrazione delle prime comunioni, che erano ancora avvenimenti di grande rilievo, quasi cruciali. Bastava passare davanti a una chiesa di domenica, per vedere intere frotte di cuccioli umani ben vestiti e circondati da gruppi di parenti, tutti in festa per il lieto evento, che prevedeva grandi libagioni e tanta allegria.

Anch’io feci la prima comunione nel mese di aprile. Ciò che mi colpisce, a distanza di tanti anni, fu che assomigliò in modo impressionante a un matrimonio. Indossavo un abito bianco bellissimo, addirittura ricamato e di stoffa molto raffinata, un autentico abito da sposa. E venne persino il fotografo, che mi obbligò a posare nella cappella della mia parrocchia, come una piccola modella. Ricordo ancora quando mi disse di congiungere le mani e mettermi in ginocchio. Io eseguii tutto meccanicamente perché era mattina, non mi sentivo bene e avevo un gran sonno.

Dopo la cerimonia fui costretta a partire per l’appennino, perché guai a non coinvolgere tutta la parentela in quest’evento epocale. Per l’occasione fu invitato persino Amos, che era il cugino del cognato di mio padre, peraltro una persona simpaticissima, molto aperta e generosa, sempre felice di poter stare in compagnia. Andammo in un ristorante che ci accolse con un menù ricco di ottimi piatti, e io ebbi anche la gioia di collezionare molti regali sotto forma di catenine, braccialetti e tanto denaro contante.

Purtroppo, a fine giornata mi sentii molto male. Ero sotto antibiotici a causa di una bronchite asmatica e molto indebolita dalla malattia. Un farmaco mi fece allergia, mi gonfiai tutta come un otre, tanto da non riuscire ad aprire gli occhi per un giorno intero, e trascorsi due settimane orribili con uno sfogo cutaneo su tutto il corpo e un prurito indescrivibile. Non so come ne uscii, perché fui in pericolo di vita e nessuno mi portò all’ospedale: il medico mi curò a casa, mentre, se accadesse ora, mi trascinerebbero di corsa al Pronto Soccorso. Ma tant’è. Per fortuna, da allora abbiamo fatto molti progressi in campo medico.

Il ricordo della cresima, invece, è quasi del tutto sbiadito. Mi torna in mente soltanto l’abito che indossai e qualche frammento della mia permanenza in chiesa. Non ricordo invece cosa accadde dopo.

Al di là di tutto ciò, se ripenso alla mia infanzia, aprile mi appare come un mese da sogno perché rappresentava la fine dell’inverno, con i suoi colori cupi e spenti, e l’inizio di un periodo colmo di colori e di gioia di vivere. Un periodo in cui poter stare all’aperto, incontrare gli amici, correre nei parchi e, perché no, sognare in libertà.

Questo splendore

La primavera è radiosa persino quando il cielo diventa di grigioazzurro tutto scuro, perché non è questo il tempo della fine, dello smorzarsi lento, ma siamo soltanto all’inizio, e il vento furioso e la pioggia e i nostri pensieri cupi nulla possono – e nulla sanno.

Dobbiamo arrenderci a questo splendore e tornare adolescenti, dobbiamo sentire che il temporale è un momento, il passaggio di un’ombra destinata a svanire in fretta – il sole sarà qui a breve, che tu lo voglia o meno.

Nel dormiveglia

Stamattina mi sono svegliata in modo strano e anche un po’ divertente. La luce di aprile filtrava con allegria nella stanza mentre io stavo sognando, pur non essendo del tutto addormentata: ero immersa nel classico dormiveglia, intontita, ancora in un’altra dimensione, incapace di alzarmi eppure conscia di doverlo fare.

A un certo punto mi sono chiesta: ma che giorno è oggi? Deve essere venerdì. E intanto sognavo, sognavo di affacciarmi a una finestra di questa casa e di vedere un panorama meraviglioso, il verde intenso delle montagne in una radiosa mattina di primavera. Il paesaggio era molto simile a quello che mi accoglieva ogni giorno, molti anni fa, quando trascorrevo le vacanze in appennino. Ma nel sogno ero in città, dove mi trovo ora. E mentre mi beavo di fronte a quel paesaggio ed ero felice di vivere in un posto tanto bello, la parte di me già sveglia continuava a chiedersi: ma che giorno è? Ah, ecco, oggi è domenica!“.

Intanto il mio sogno continuava come se niente fosse. E così mi vedevo intenta a dover andare nell’altra casa, sempre mia anche quella e in centro storico. Ma, strano a dirsi, persino la seconda casa si affacciava sul verde di montagne e colline, un fatto davvero anomalo. Per arrivare a questa casa dovevo camminare lungo un campo sportivo, quello del paese in appennino, e mi trovavo forse a metà del percorso. Su tutto, aleggiava la mia felicità per il panorama, mista a vivo stupore.

A un certo punto, la realtà ha preso il sopravvento. Mentre la mia psiche era avvolta dal meraviglioso abbraccio di questo sogno, ho capito tutto e mi sono detta: “Ma no, oggi è lunedì“. E ho aperto gli occhi.

La mia settimana è iniziata così e non mi lamento.

Proteggersi sempre, a qualsiasi costo

Ma perché capita sempre a me? Perché succedono sempre queste cose a chi non le merita? Perché i guai capitano tutti insieme?

Sono domande che sento spesso e che svelano un sentimento d’impotenza o un atteggiamento fatalistico, molto deleterio. Ieri le ho sentite persino alla fermata dell’autobus, fra lunghi e ingenui discorsi su amicizie e affetti. Ciò che ho udito ha stimolato in me alcune riflessioni, e così ora ne approfitto per scrivere qualche pensiero.

È vero che non possiamo controllare tutti gli eventi che ci accadono, ed è vero che le conseguenze delle nostre azioni possono sfuggirci; ma se ci s’impegna nella ricerca delle cause dei fenomeni, spesso si può rispondere anche a domande che sembrano evanescenti e trovare soluzioni concrete. Dunque, perché succedono certe cose a chi non le merita? Perché i guai capitano tutti insieme?

  1. Se ne approfittano, è la regola

Quando ci si trova in difficoltà materiali o psicologiche o entrambe, molti se ne approfittano. L’istinto di sopraffazione fa parte della natura umana ed è ineliminabile, così come sono ineliminabili certe pulsioni sadiche. Pertanto, chi è in difficoltà si trova sempre esposto alla cattiveria e alla meschinità altrui, e accumula quindi guai su guai, problemi su problemi, in una girandola che sembra infinita.

Se poi si entra in contatto con individui affetti da disturbi di personalità anche gravi, come ad esempio narcisisti patologici e maligni, è chiaro che l’impatto possa essere devastante, perché costoro sono predatori e predatrici che, per rinforzare il loro ego malato, hanno un bisogno costante di vittime. Le fiutano, le cercano, le colgono a colpo sicuro scegliendo apposta chi è in un momento di fragilità e orientandosi sempre verso le persone migliori, cioè quelle dotate di un buon senso etico e di capacità empatiche.

Perché lo fanno? Perché scelgono di nutrire il proprio ego raggirando le persone migliori? Semplice: 1) sono certi di garantirsi affetto e attenzioni da parte di chi è capace di provare sentimenti profondi; 2) per un predatore sadico è meraviglioso poter rovinare la vita di chi ha tutte le qualità che lui non possiede. Perché lo sa – eccome se lo sa – di essere disgustoso e di avere il Nulla dentro.

2) Stabiliamo alcuni punti fermi

Bisogna distinguere in modo netto fra vittime e carnefici. Questo è un punto molto rilevante, perché a volte si tende a confondere cause ed effetti, e persino a considerare furbo chi manipola e rovina gli altri per il solo gusto di farlo, per sentirsi forte e importante. Ma non è così. Chi mente, chi manipola, chi truffa, chi si diverte a far passare gli altri per stupidi, chi si diletta in voltafaccia improvvisi, chi trascorre la vita a sottolineare e a cercare solo i difetti e le debolezze altrui ha sempre torto ed è una brutta persona.

Chi invece cade nei tranelli di gente simile, è una vittima e non deve vergognarsene: una persona sana ed equilibrata, infatti, non può immaginare cosa si annidi nelle menti perverse, non può capire fino a che punto certuni possano spingersi. Non si tratta di stupidità, ma di mancanza di conoscenza. E qui arriviamo al punto più importante: se il problema è una mancanza di conoscenza, è chiaro che si possa trovare una soluzione impegnandosi a capire come funziona l’animo umano e ricavando preziosi insegnamenti dall’esperienza. Però bisogna volerlo fare.

3) Empirismo, questo sconosciuto

Per vivere bene e proteggersi dalla cattiveria delle persone di cui sopra, bisogna attenersi ai fatti e ragionare soltanto in base a essi. E i fatti sono l’insieme dei comportamenti di chi ci circonda, da osservare sempre con attenzione.

Esistono senz’altro individui molto abili a ingannare il prossimo, ma tale abilità non dura mai a lungo, perché si tradiscono sempre abbastanza in fretta, con le parole e con le azioni. I segnali non mancano mai, sfumati o meno. E questa è un’ottima notizia, perché significa che ci si può difendere. Come si fa? Semplice: si abbandona il regno delle favole e ci si attiene a ciò che si vede e a ciò che si sente. Può essere duro, in qualche caso traumatico, ma è indispensabile per apprendere e quindi vivere bene.

Chi ti maltratta, ti disprezza. Fine, non esistono altre spiegazioni. E allora perché perdi tempo con chi ti disprezza? Taglia, chiudi. Chi comunica in maniera ambigua o fumosa, nasconde qualcosa. Perché allora ti fidi? Taglia, chiudi. Chi usa il trucco del bastone e della carota, ti fa un complimento e poi t’insulta, ti fa una carezza e poi ti offende, è un individuo senza scrupoli che ti sta manipolando per esercitare un potere su di te, per sottometterti distruggendo la tua autostima e tenendoti in bilico, in un perenne stato di sospensione. Perché sprechi la tua esistenza dietro a gente tanto sadica? Ti rendi conto che stai facendo divertire un essere che non merita nulla? Ti rendi conto che stai gettando al vento le tue buone qualità? Ti rendi conto che la vita è breve? Come fai a stimare un individuo perverso e complessato?

4) Vuoti e mancanze

Desiderare che qualcuno ci dimostri affetto, comprensione, amore e stima è umano e non bisogna vergognarsene. Oltretutto è un desiderio particolarmente forte se si devono colmare penosi vuoti affettivi. C’è però un problema, che è anche un grave rischio: questo desiderio tanto umano può renderci fragili e trasformarci in vittime perfette per le tante persone disturbate che affollano il mondo. Tante, eh, davvero tante. Perciò è opportuno difendersi ed evitare di consegnarsi allegramente a chiunque. Dovrebbe diventare un assioma: mai consegnarsi allegramente a nessuno.

5) L’equivoco della solitudine

Molte persone si consegnano allegramente a chiunque e tendono a tollerare ogni sorta di rapporto malsano per il timore della solitudine. Sopportano vessazioni, mancanze di rispetto, offese, tradimenti e ripetute violenze psicologiche. In alcuni casi anche fisiche. Oppure sprofondano nella palude della mediocrità.

Spesso ciò nasconde il terrore del giudizio altrui, che deriva da una mancanza di autostima; così, avere molti, presunti amici o un partner diventa un modo per acquistare un po’ di sicurezza, per sentirsi come tutti gli altri, oltre che più belli, più desiderabili, più importanti. Se ho qualcuno, allora valgo qualcosa: il ragionamento è più o meno questo. Ma incatenarsi con le proprie mani a relazioni molto insoddisfacenti è il trionfo della solitudine, quella autentica, devastante.

Quanta straziante solitudine si prova in certi rapporti? Quanto dolore, quante mancanze, quanto spreco di energie ci sono nel trascinare a lungo simili relazioni? Al contrario, scegliere con consapevolezza di stare da soli, ed evitare di abbassarsi a livelli così infimi, significa aprire le porte a tante belle possibilità. A patto però di usare la razionalità, che significa, come ho scritto sopra, valutare bene le persone osservando i fatti, senza nascondere la testa sotto la sabbia.

6) In sintesi

Per risolvere un problema, occorre conoscerlo in tutti i suoi aspetti. Perciò è opportuno essere realisti, attenersi ai fatti, cogliere tutti i segnali che gli altri ci mandano e agire di conseguenza, per salvarci e avere una vita serena e gratificante. Soprattutto, quando ci si trova in difficoltà è bene avere il massimo rispetto per se stessi, amarsi, proteggersi ed evitare di affidarsi a chiunque, perché è proprio in quei momenti che attiriamo le persone peggiori. E così finiamo per dire: perché capita sempre a me?

Mattine ad aprile

Succede che all’inizio d’aprile certe mattine siano così, irresolute e opache, le nuvole cupe in cielo a raccontare storie di pioggia – oppure la nebbia, e qualche sprazzo luminoso, lì accanto, a rassicurarci.

Gli umori d’aprile sono indecifrabili, fra insoddisfazione, aspettative e lunghe attese – un tempo sospeso fra tinte radiose e ciò che eravamo.

Aprile ti entra dentro adagio, per dirti che, in fondo, non è mai finita.