Di negozi, beni e ricordi

Viviamo in un’epoca dominata dalla precarietà in ogni aspetto della nostra esistenza. Tutto appare provvisorio, sfilacciato, superficiale: relazioni interpersonali, forme di comunicazione reali e virtuali, impegni di vario genere. Molti degli oggetti di cui ci serviamo ogni giorno sono programmati per rompersi in fretta, per sfaldarsi e rovinarsi quanto prima, persino quando costano parecchio; del resto, se così non fosse, il ciclo produttivo fondato sul soddisfacimento di bisogni fittizi, indotti dalla pubblicità martellante e onnipervasiva, sarebbe destinato ad arrestarsi. Il fatto stesso che politici, economisti e persino alcuni intellettuali parlino sempre della necessità di una crescita costante del Pil, fingendo di dimenticare che non possono esistere crescite all’infinito, la dice lunga sul mondo in cui viviamo.

Tutto questo mi riconduce, con un percorso mentale solo in apparenza bizzarro, a un ricordo piacevole. Quando andavo in vacanza in Appennino, nel nostro paese c’era un negozio che vendeva una grande varietà di prodotti. Il negozio era alla buona, modesto, privo di orpelli scenografici, e vi si acquistavano prevalentemente generi alimentari; tuttavia vi si trovavano anche numerose cartoline, bei quaderni a righe e a quadretti e addirittura stoffe. Può far sorridere l’idea di un negozio di questo tipo, un luogo strano in cui prosciutti e pomodori convivevano felici con pile di quaderni e stoffe; ma all’epoca nei paesi di montagna ciò era normale, un’ovvietà di cui nessuno si stupiva.

Ricordo che, quando qualcuno glielo chiedeva, la proprietaria del negozio, di nome Santina, andava svelta in un angolo e voilà!, sul bancone comparivano all’istante numerosissimi tagli di stoffe in stile provenzale, con disegni a fiori di mille colori: c’era soltanto l’imbarazzo della scelta. Soprattutto, per quanto possa sembrare strano, quelle stoffe erano di ottima qualità, cotone purissimo e resistente che non si sarebbe mai scolorito dopo pochi lavaggi. E siccome all’epoca molte donne sapevano usare bene le mani e cucire begli abiti, la cara Santina non era mai sprovvista di stoffe.

Considerando che attualmente è frequente imbattersi in capi di abbigliamento e, più in generale, in prodotti di pessima qualità anche in negozi considerati di buon livello, mi capita spesso di riandare col pensiero alla simpatica e ruspante Santina e al suo negozio un po’ scassato ma utile e ben fornito, specchio di un’epoca più semplice e più ingenua, ma ancora in grado di produrre qualcosa di duraturo e di prezioso.

(La foto è tratta da qui)

  1. Io lavoro nel campo del tessile (solo stampa) e ti posso portare la mia piccola conferma: le macchine analogiche sono sempre più spesso sostituite dalle digitali, perché quest’ultime hanno il pregio di soddisfare questa moderna esigenza di continui cambiamenti di disegno.
    Hanno anche tanti ,tantissimi, “contro” rispetto alle analogiche (sono anche più lente), ma il “pro” della flessibilità passa sopra a tutto il resto.
    Una volta si stampavano km di tessuto sempre con lo stesso disegno, le mode duravano anni, mentre adesso è importante essere pronti a cambiare continuamente: si fanno pochi metri alla volta (soprattutto per abiti di alta moda), gli stilisti si inventano qualcosa di nuovo ogni mese e tutto deve essere pronto “per ieri”.
    Per cambiare disegno sulle analogiche occorre un mese, mentre con le digitali i disegni si mandano via email, si mettono su una chiavetta usb, la si infila nella macchina e via che si comincia a stampare.

    • Molto interessante. Hai fatto bene a scrivere queste cose, perché siamo in tanti a non conoscere nei dettagli questi procedimenti.
      Gli stilisti s’inventano qualcosa ogni mese, è vero, e anche per questo la qualità è bassa. Mi chiedo cosa accadrà continuando così: forse s’inventeranno qualcosa ogni giorno e poi, a un certo punto, dovranno arrestarsi per forza, visto che non si può accelerare all’infinito, proprio come non possono esistere crescite infinite di Pil.
      Prima o poi andremo a sbattere e sarà un gran botto.

  2. Questo post mi ricorda una bottega del genere, nel paese del Trentino dove andavo in vacanza. Era detta”da Morte” a causa del soprannome del proprietario e ci trovavi davvero di tutto

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