La forza delle immagini

Il potere delle immagini è straordinario. Le immagini evocano infiniti mondi interiori, sensazioni inattese, memorie di ogni tipo. Le immagini stimolano riflessioni, calmano, guariscono, preparano strade nuove, annunciano il domani. Non bisogna sottovalutarle mai, queste compagne benefiche.

Le immagini parlano di noi, della nostra essenza più profonda, dei nostri desideri, persino di ciò che sarà, perché lavorano silenziosamente nelle profondità del nostro essere influenzandoci, guidandoci, tessendo trame nascoste che, prima o poi, verranno alla luce. Io scelgo sempre belle immagini perché so che il loro potere è immenso, la loro forza rigenerante, la loro compagnia insostituibile.

La densità cromatica della stagione autunnale è talmente evocativa da poter ridisegnare una giornata intera o addirittura l’esistenza – tutta quanta, istante dopo istante.

Dove finisce la città

Domenica mattina, ore 9:52. Prendo l’autobus, il 3, da viale Medaglie d’oro, quartiere Sant’Agnese. La mia meta è lontana, è la fine della città, quartiere Torrazzi, area industriale e popolare. L’autobus arriva al capolinea in via Portorico dopo 17 fermate. Ma è domenica, il traffico è ridotto e così il viaggio è rapido: in meno di un quarto d’ora raggiungo via Portorico, una strada tranquilla costellata da villette con giardini e palazzine minuscole. Eccola:

Il parco dei Torrazzi è raggiungibile in fretta, all’incrocio con via Cuba. Se il parco della Resistenza è una fedele ricostruzione della campagna nella prima periferia della città, il parco dei Torrazzi è invece un tipico parco cittadino che però si estende ai margini della campagna, confondendosi con essa. Gli alberi sono belli e alti, le panchine sono nuove, i viali ghiaiati sono larghi. Il parco è molto grande e poco frequentato, un’oasi di verde ideale per chi voglia perdersi nei propri pensieri e allontanarsi dal caos cittadino. Nell’insieme, però, si respira un’aria di abbandono: qui si è davvero ai margini della città e si sente, si avverte dentro. Qualche foto:

Ecco la campagna che si dispiega accanto al parco:

Come ho già scritto altrove, io non amo le pianure perché m’infondono un gran senso di morte. E la pianura modenese non fa eccezione. Fatico a descrivere il senso di desolazione che provo di fronte a questi paesaggi, per cui evito di farlo e passo volentieri oltre. Tornata in via Portorico per prendere l’autobus, ho fotografato la chiesa di via Argentina, parrocchia di S. Anna:

In questo piccolo viaggio sono stata fortunata. La pioggia, infatti, è giunta dopo il mio ritorno a casa e renderà piacevole il mio pomeriggio di festa.

Ville abbandonate

Ne ho già accennato. Sant’Agnese vecchia è un quartiere signorile contiguo al centro storico e al Buon Pastore. Ospita le più belle ville della città, spesso in stile liberty, e palazzi di notevole pregio. Alcune vie sono un susseguirsi ininterrotto di splendide case: via Vedriani, via Prampolini, via Valdrighi, via Savelli, viale Moreali, via Andreoli, via Contri, viale Nicola Fabrizi e altre strade ancora.

Nonostante ciò, compaiono anche segni di degrado sparsi qua e là, pochi ma molto appariscenti, soprattutto perché lo splendore dell’insieme fa risaltare la triste decadenza di alcuni angoli. Ogni tanto s’incontrano persino palazzine con gli scuri delle finestre quasi a pezzi, e ci si chiede come possano resistere in mezzo a tanto lusso.

Oggi, però, mi concentro soltanto su due bellissime ville abbandonate, due gioielli lasciati a se stessi, addormentati dentro giardini incolti. Qui sotto la casa è in via Prampolini:

In via Valdrighi all’angolo con viale Moreali, ecco una villa in cui i segni dell’abbandono e dell’incuria sono molto più evidenti:

E sì, queste foto si addicono all’autunno, perché l’autunno è anche declino, nostalgia, abbandono. Perciò immagino questa villa in sfacelo avvolta dalla nebbia di novembre, in una mattina tetra e silenziosa. Credo che le donerebbe, la nebbia fitta, un po’ come certi abiti dai toni cupi e smorzati si addicono ad alcune persone, rendendole uniche, figure antiche precipitate in questo mondo per ragioni in apparenza incomprensibili.

Equinozio d’autunno

Il giorno magico è oggi. Dal punto di vista astronomico, infatti, nell’emisfero boreale l’autunno compare ufficialmente stasera, alle 20 e 21 ora italiana. Sono un po’ emozionata, quasi turbata da questo evento che è un inizio a tutti gli effetti e, come tale, un’incognita, un enigma, un intrico di sogni, speranze e timori.

Quest’anno immagino l’autunno vibrante d’intensità, di colori saturi, pieno di vita, caldo di passioni – i frutti raccolti in abbondanza, la bellezza della maturità, le tante consapevolezze, gli sguardi del sole mite.

Però, accanto a questo sfolgorio di luci e d’intenzioni, desidero anche l’autunno più smorzato, l’autunno dei toni polverosi, di veli grigiastri a ricoprire il rosso e l’arancione, dell’oro che si arrende alle giornate nebbiose e spente – i ricordi, i morti che tornano, le malinconie, l’ineluttabile sfaldarsi del tempo.

Dell’autunno bisogna accogliere tutto, ogni frammento, perché non si può mai eludere la complessità, specialmente dopo l’estate. Finita la leggerezza, si torna alla serietà. L’autunno ci chiede di riprendere il nostro posto, di accettare la routine, di chiudere porte e finestre. Ma lo chiede con garbo e senza costrizioni, perché sa che infiniti sono i suoi doni e i suoi consigli e il suo parlare sommesso e saggio.

L’autunno dialoga, non impone. Perciò merita di essere ascoltato.

Il passaggio stretto

Stupore, gioia, entusiasmo. Questo è ciò che ho provato ieri, intorno alle 19, quando sono entrata in via Tiraboschi. Di ritorno da un breve giro di esplorazione nel quartiere Sant’Agnese vecchia, per rientrare a casa ho deciso di passare lungo viale Carlo Sigonio. Superata una bellissima villa liberty, ho visto d’improvviso questa strada, questa via Tiraboschi e, data la posizione, ho capito che in qualche modo mi avrebbe ricondotta a casa.

Non conoscevo via Tiraboschi, non l’avevo mai percorsa prima nonostante sia vicina a casa mia. Ma siccome in questi ultimi tempi mi sto dedicando a esplorare la città in lungo e in largo, non ci ho pensato due volte e ho svoltato a sinistra. La via appariva tranquilla e silenziosa, la classica strada residenziale tipica del mio quartiere; procedendo, mi sono però accorta che era senza uscita, perché vedevo tanto verde in fondo alla strada e una villa a fare da barriera. Tuttavia non mi sono scoraggiata, il mio istinto mi ha invitata a proseguire, a guardare meglio, ad andare avanti; e così ecco la sorpresa:

Eccolo qui il passaporto per la mia felicità: un bel cartello a segnalare una stradina per pedoni. La mia immaginazione si è subito accesa e mi sono tuffata dentro al percorso con un lieve batticuore. Tutto qui? Ti entusiasmi per roba simile? Conosco queste obiezioni e ammetto che sono ragionevoli, ma io appartengo una minoranza strana: trovare un passaggio stretto in città, a pochi metri da un viale costantemente trafficato, è per me un dono, una sorpresa, una piccola magia. E poi – che meraviglia! – ho scoperto che non è neppure brevissima, questa via striminzita e solitaria:

Come si vede nella foto sopra, qui il passaggio si allarga e via Tiraboschi torna alle sue normali proporzioni. Eccola tutt’intera:

Finita la stradella, finito l’incanto. Ma adesso questa via è entrata ufficialmente nel complicato gioco dei miei itinerari urbani.

Autunno, splendore e declino

Ciascuno ha il proprio autunno, quello che avverte dentro quando l’estate s’addormenta. L’autunno muta a seconda di chi se lo sente addosso, un abito viola che non si addice a tutti; l’autunno muta a seconda dei giorni, degli umori contingenti, dello sguardo che ci concedono gli altri passo dopo passo.

Allora l’autunno può essere sontuoso, da mille colori avvolto, come una tavola imbandita a festa – e broccati d’oro e porcellane dipinte a mano. Altre volte, l’autunno è l’appassire lento della vita, la luce sfinita che resiste a stento e la capacità di accettarla, quell’agonia, e quelle ombre tetre di saggezza infinita pervase.

Convivono, d’autunno, lo splendore e il declino, le gioie intense e le malinconie improvvise: è il mistero profondo dell’esistenza, capire che ci siamo e non dovremmo esserci, che l’equilibrio è instabile, che i rami prima o poi si spezzano.

Ciascuno ha il proprio autunno, l’autunno che muta di giorno in giorno. Ciascuno lo sogna di nascosto, agli angoli di strade vuote, soltanto da fantasmi popolate; ma non sa dirlo, no – non osa dirlo.

Il parco della Repubblica

Durante l’infanzia, quando vivevo in via Savani, ogni tanto mia madre mi portava al parco della Repubblica. Era molto lontano da casa nostra: vi entravamo da via Cividale, che all’epoca era quasi alla fine della città. Adesso, invece, l’area urbana si è estesa notevolmente, ben oltre quella strada.

Il parco era grande e ospitava due stagni melmosi e un po’ inquietanti. L’atmosfera che vi si respirava era quella tipica di una palude prosciugata, e io non ho mai sopportato questo genere di paesaggi. Non mi piacciono, non li tollero, m’infondono un grande, grandissimo senso di morte.

Ebbene, lo scorso 25 aprile ho superato la mia antipatia per quel parco e ho deciso di visitarlo. A distanza di decenni ha finalmente perso un po’ quell’aria malsana che lo pervadeva tutto, ma continua a non piacermi. Pubblico però qualche foto, anche come ricordo di primavera. In fondo, a qualcuno potrebbe ispirare sentimenti diversi dai miei.

Da notare, qui sopra, i tavoli posti sotto al sole, lontani dall’ombra degli alberi. Considerando che d’estate il caldo è terrificante, mi sembra una scelta molto intelligente. Da premio Nobel.

Un altro parco a fine agosto

A fine agosto ho visitato il parco Vittime dell’Olocausto, che è contiguo al parco della Resistenza. Nell’insieme è maggiormente trascurato rispetto al suo gemello più nobile: mancano i vitigni e alcune parti sono decisamente decadenti. Però ho fotografato un bel campo:

In effetti questo spazio verde non offre altro, e assomiglia a un pezzo di campagna lasciata un po’ a se stessa. Ho però deciso di voler visitare due parchi nell’estrema periferia della città, là dove i cartelli segnaletici indicano la fine della realtà urbana e l’inizio della campagna: il parco dei Torrazzi e il parco Oristano. Mai visti in vita mia: non sospettavo neppure che esistessero. 😲

Benvenuto settembre

Ogni anno l’inizio di settembre è una svolta, una metamorfosi emozionante, un mutamento necessario. Nonostante il sole e le temperature estive, infatti, il principio di settembre è un passaggio, è quella curva della strada oltre la quale incontreremo, a poco a poco, nuovi colori, nuove atmosfere, nuovi sentimenti. E alcune incognite.

Nei momenti di passaggio sono inevitabili bilanci e progetti, ansie e sogni a occhi aperti, entusiasmo e malinconia. Chi ama l’autunno pregusta ciò che sarà e si augura che la nuova stagione sia generosa, ricca di tutti quei doni che la rendono unica, che la fanno risplendere nell’interiorità di chi sa comprenderla e amarla. Perché l’autunno è uno stile di vita, un modo di essere nel mondo, una consapevolezza, un guardare sempre oltre.

Buon inizio di settembre a chiunque passi su questo blog.