E luce fu (quasi)

E così la fine di luglio mi ha portato una bella novità: il balcone della cucina è finalmente praticabile. Dopo dieci lunghissimi, frustranti mesi di chiusura, ho potuto aprire la portafinestra, in precedenza sbarrata con tavole di compensato. Ci sono ancora le impalcature, ma saranno tolte a partire da martedì 3 agosto:

Il balcone della camera da letto, invece, che è più grande e si affaccia sul parco, non è ancora completato, anche se manca poco. Infatti qui siamo ancora chiusi come in prigione:

Sono già state tolte le impalcature all’entrata del palazzo, cosa che mi riempie di gioia, ma la parte interna del condominio, dove si trova la scala b, resterà prigioniera ancora per un po’:

A quanto pare metteranno anche le tende da sole sui balconi e ovviamente le finestre nuove – hanno già preso le misure -, ma non so quando e neppure m’importa: ciò che conta è poter finalmente vedere la luce. Sembra una questione banale, ma dopo dieci mesi di carcere duro, con frastuono quasi costante per otto ore al giorno, mi sembra di andare in Paradiso. Naturalmente non è finita. Ridipingeranno l’androne e cambieranno gli ascensori, ma intanto siamo a buon punto.

Fine di questo imperdibile post. 😆

Vacanze, fotografie e confronti

Ai miei tempi le vacanze erano, fra le altre cose, il periodo in cui fotografare diventava un rito quasi sacro, al pari dell’inviare cartoline. All’epoca esistevano le macchine fotografiche che funzionavano con un rullino, il rullino costava e costava soprattutto far sviluppare le foto; perciò non esisteva l’attuale fenomeno della bulimia fotografica, cioè la mania di fotografare tutto il fotografabile, compresa la triste pizzetta surgelata appena uscita dal frigo o il bombolone sfatto del supermercato, usato come prima colazione.

All’epoca di solito si comprava il rullino da 24 foto e allora, avendo un limitato numero di scatti a disposizione, tendevamo a discriminare, a scegliere in maniera mirata, a salvare fra i ricordi indelebili ciò che davvero c’interessava. Già questo conferiva all’atto di fotografare un sapore ormai smarrito, la sensazione di fare qualcosa di diverso dal solito, di abbastanza infrequente, e che perciò meritava attenzione e impegno. Poi, una volta fatte le fotografie, arrivava il momento tanto agognato in cui farle sviluppare nel negozio apposito, cosa che richiedeva tempo e che recava con sé la formidabile dimensione dell’attesa. Quando non si ha a disposizione tutto e subito, infatti, si vive un groviglio di emozioni e sentimenti, si avvertono dubbi, curiosità e impazienza, quel batticuore che impedisce di scivolare nell’apatia e nella noia.

All’epoca si pregustava per giorni il momento in cui avremmo mostrato le fotografie agli amici, un altro rito sacro che aveva lo scopo di ricordare le vacanze appena terminate, solennizzandole. Non si trattava, nella maggioranza dei casi, di vanità, ma era soprattutto un modo per racchiudere entro un’aura quasi sacrale il momento irripetibile delle vacanze, che avvenivano soltanto una volta l’anno e in genere ad agosto – luglio era un po’ meno gettonato.

Non c’era il web, non c’erano Instagram e Facebook, ossia mancava la possibilità di condividere gli scatti con chiunque attraverso un semplice clic. Così si portavano le foto agli incontri con gli amici e, mentre le guardavamo tutti stretti gli uni gli altri – era proprio una faccenda anche fisica – in genere passavamo il tempo a commentarle un po’, persino a spiegare perché avevamo ripreso quel certo paesaggio o ci eravamo fermati in quel determinato luogo. D’altro canto allora non si viaggiava facilmente in lungo e in largo su tutto il globo, come avviene adesso, non c’era la possibilità di acquistare infiniti pacchetti con orride vacanze last-minute e affini, per cui mostravamo curiosità e interesse per ogni spostamento, per ogni viaggio che oggi sarebbe considerato banale e modesto, o addirittura ridicolo. Poi si potrebbe parlare a lungo di chi ostenta foto esotiche su Facebook e chiacchiera, al bar, di vacanze alle Maldive, e inaspettatamente viene beccato dai conoscenti al Lido delle Cornacchie o a Monte Trecase; ma per carità cristiana stendo un velo e sto zitta.

Sono contenta delle possibilità che ci sono state regalate dal progresso: anch’io, come tutti, fotografo molto e spesso, e sono felice di poter scartare a piacimento gli scatti che non mi convincono, tutte cose che in passato mi erano precluse. Però ora non provo più le sensazioni di un tempo. Scomparsi i riti sacri delle fotografie col rullino e dell’invio delle cartoline ad amici a parenti, le vacanze hanno perso un po’ del loro colore. Almeno per me.

Vaccino e notte d’estate

Alle 4 di notte del 21 luglio, col sadico caldo padano che infieriva sulla città, mi sono improvvisamente svegliata scossa da brividi forti. Il segnale era chiaro: febbre. Così mi è venuto da ridere mentre mi alzavo per raccattare una coperta di lana e uno scialle, allo scopo di attutire un po’ la sensazione di freddo. In piena estate.

Poi, dalla mattina alla sera, tutto il resto dei sintomi, nessuno escluso: continui capogiri che mi hanno costretta a passare la mattina sdraiata (non trascrivo il tipo d’imprecazioni cui ho pensato mentre mi trovavo in quelle condizioni), forte mal di testa, dolore a tutte le ossa e persino agli occhi, spossatezza, sensazione di nausea e, nel tardo pomeriggio, febbre fino a 38 e 6. Così ho preso una Tachipirina, la febbre è sparita nel giro di due ore, ieri sono stata molto meglio, oggi sono completamente sana.

Tutto questo per dire che la seconda dose del vaccino Moderna, fatta alle 17:45 di martedì 20 luglio, mi ha causato alcuni effetti spiacevoli. Niente di grave, per carità, ma ho sperato fino all’ultimo che non mi accadesse, dato che, a quanto sembra, soltanto il 10% dei vaccinati con Moderna presenta questo tipo di disturbi, e io ovviamente speravo di appartenere al restante 90%.

Il mio piccolo sacrificio, però, mi ha regalato una ricompensa: proprio ieri ho ricevuto un sms con il mitico authcode, utile per scaricare l’ormai celebre Green pass, che così è già tutto mio. Non che io abbia intenzione di darmi a divertimenti sfrenati fra ristoranti, eventi rabberciati alla meno peggio, sagre della cipolla o del rosmarino fritto e strane riunioni; al contrario, la mia vita procederà serenamente lungo i consueti binari della prudenza e della sobrietà, per cui il certificato di immunità resterà inutilizzato. Però ‘sto Green pass è una bella soddisfazione, considerando che se ne parla tanto e che fa discutere e litigare politici e cittadini, compresi negazionisti e complottisti, attualmente scatenatissimi su Faccialibro e social vari. 😆

Lettere, messaggi, spionaggio e vapore

Nel palazzo della mia infanzia viveva la signora Fernanda, di cui ho parlato più volte sul blog. Estroversa, scherzosa, chiacchierona e un po’ ingenua, amava raccontare vita, morte e miracoli delle persone che risiedevano nella nostra strada e in zone limitrofe. Era un specie di Gazzetta umana, insomma, la Novella2000 di via Savani. Va detto però che le sue chiacchiere non erano malevole, che la brava donna era in genere ben disposta verso tutti e che raccontava anche molti aspetti della sua biografia, senza filtri e senza limiti.

Un giorno, al colmo di uno dei suoi eccessi di apertura, la signora Fernanda disse candidamente a mia madre: “Ma è facile leggere la posta altrui: dalle cassette si riesce a prelevarla bene e poi basta mettere le buste delle lettere sul vapore, per aprirle”. L’ovvia conseguenza di questa esternazione fu una maggiore sorveglianza della nostra cassetta postale da parte di mia madre, fino a quel momento ignara del vizietto della nostra vicina.

Attualmente la simpatica tecnica del vapore come mezzo per lo spionaggio è sorpassata, perché le lettere sono quasi estinte, al pari delle cartoline. Con la rivoluzione delle comunicazioni e il possesso selvaggio di smartcosi e affini, l’unica via per carpire i segreti di amici, fidanzati/e, coniugi, parenti et similia consiste nel latrocinio rapido, cioè nella veloce sottrazione dello smartcoso nei rari momenti in cui il possessore se ne separa. Tizio corre al gabinetto dimenticando la sua preziosa tavoletta elettronica in cucina? Ecco la moglie/fidanzata/amica che piomba sull’oggetto con l’avidità di un rapace a digiuno da una settimana, e comincia a cliccare tutto il cliccabile alla ricerca di ogni tipo di sconcezza. Si narra di liti furibonde tra fidanzati e novelli sposi a causa di strani messaggini su Uozzappa o fotografie dalla provenienza ambigua. Amicizie interrotte, rotture varie e divorzi a causa di un uso disinvolto dei social sono destinati a moltiplicarsi.

Certo, il furto rapido e indolore dello smartcoso è inapplicabile ai vicini di casa: non è che si possa rubare il telefonino della vecchietta del terzo piano, o dello strafigo scapolo che incontriamo in ascensore due volte a settimana. E allora il pensiero torna agli intrallazzi caserecci dei bei tempi che furono, al pentolone pieno d’acqua sapientemente collocato sul fornello acceso dalla cara signora Fernanda e da tutte quelle come lei. Le immaginiamo nelle loro cucine, queste signore, col grembiule addosso e la lettera rubata in mano, in frenetica attesa dell’ebollizione della pentola; e poi, quando il vapore ha fatto il suo corso e la busta ha ceduto di schianto, le vediamo intente a decifrare la calligrafia del mittente, ignaro del triste destino della sua lettera, che però sarà di nuovo imbustata e ricollocata nottetempo nel suo luogo naturale, la cassetta del povero vicino gabellato senza pietà.

Ma insomma, vogliamo mettere il fascino del pentolone con quello del furto rapido di smartphone? Comunque la si pensi, un consiglio è d’obbligo: se si decide di darsi al furto di telefonini, lo si faccia almeno alla maniera di Arsenio Lupin, l’impareggiabile ladro gentiluomo. Con classe, disinvoltura, eleganza, spirito giocoso, ironia. E, dopo aver scoperto la sospettata nefandezza, si chiuda la relazione con garbo, perché è sempre meglio perderli/e che trovarli/e.

La stagione delle cartoline

Ai miei tempi, quand’ero adolescente, l’estate non era soltanto la stagione della spensieratezza, ma anche il momento magico in cui scrivere e ricevere quegli oggetti ormai obsoleti chiamati cartoline. I cellulari e gli smartcosi non esistevano, l’ormai mitico Uozzappa non era neppure nei nostri sogni e telefonare col fisso o nelle apposite cabine costava parecchio; così, per tutti questi motivi, le comunicazioni erano lente, e tessere le fragili trame delle relazioni interpersonali, cercando di mantenerle in ogni circostanza, prevedeva la scrittura di lettere e di cartoline.

Durante l’estate, le cartoline erano un modo veloce e pratico per conservare un flebile legame con amici e parenti mentre ci si trovava in vacanza. Non sempre si scrivevano per vero affetto: a volte mandare cartoline era quasi un dovere, altre volte era un modo per far sapere che sì, si era in vacanza, e guarda un po’ in che bel posto mi trovo, tiè! Però, a differenza di quanto accade ora con Uozzappa et similia, l’invio delle cartoline richiedeva un piccolo impegno, un certo sforzo, e allora si tendeva a selezionare le persone cui mandarle: difficilmente si perdeva tempo a scriverle a qualcuno di cui nulla c’importava o che, peggio, ci era antipatico. Bisognava, infatti, entrare in un negozio, scegliere le cartoline, scrivere un pensiero e l’indirizzo esatto, e poi comprare i francobolli per farle giungere a destinazione, dopo averle infilate nella meravigliosa cassetta postale rossa fiammante.

Non bisogna sottovalutare la rilevanza di queste cassette, perché, oltre all’ovvia funzione pratica, svolgevano anche un importante ruolo sul piano psicologico: le cassette postali, infatti, erano la certezza visibile e tangibile della presenza dello Stato in luoghi sperduti e impervi. Incontrarle in un remoto paesino di montagna o in una piccola località di mare confinata a casa di Dio, infondeva un senso di sicurezza, perché erano il segno inconfondibile della nostra appartenenza a un’ampia comunità. Quelle cassette lucide e rosse ci dicevano che non eravamo soli, nonostante ci trovassimo al Lido delle Zanzare o a Bosco Tre Case.

Inviare un cartolina comportava, come si è visto, un certo impegno e un piccolo investimento economico, poche cose, è vero, ma impegnative se paragonate al convulso invio d’immagini via Uozzappa, dove c’è un tasto che consente di mandare rapidamente la stessa foto a tutti i propri contatti, fra cui il conoscente del quale a stento si ricorda il nome e il presunto amico conosciuto su Facebook, di cui s’ignora tutto ma non importa, perché ciò che conta è avere un buon numero di contatti e inviare. Ormai siamo in preda alla mistica dell’invio.

Le cartoline erano, ai miei tempi, un complemento indispensabile dell’estate e si trovavano ovunque, anche in paesini sconosciuti. La mia casa in appennino, ad esempio, era in una piccola frazione a tre chilometri dal Comune principale della zona. Eppure, oltre a un bel campo sportivo grande (ci si giocava anche il torneo di calcio dell’appennino), a un parco con le altalene e a una bella chiesa con annesso campanile, nella mia frazione c’erano anche due negozi di alimentari e altri prodotti, fra cui le cartoline, che immortalavano quel luogo regalandogli la dignità di paese da ricordare. Così, fra due etti di prosciutto e un chilo di pane, si poteva decidere quale cartolina mandare fra quelle presenti, perché c’era persino una discreta possibilità di scelta. Quasi superfluo aggiungere che, nella mia frazioncina, non mancava una bella cassetta postale.

All’epoca molte persone conservavano le cartoline che ricevevano per rileggerle, guardarle e parlare di chi le aveva inviate. Erano segni concreti delle nostre relazioni sociali e preziosi ricordi, perché lasciavano una traccia di chi era lontano e di chi aveva abbandonato per sempre questa valle di lacrime. Il fatto che fossero scritte a mano conferiva alle cartoline un fascino che nessun messaggio elettronico potrà mai avere. La calligrafia, infatti, è un’espressione della propria individualità, perché nessuna calligrafia può essere identica a un’altra; perciò rileggere poche parole vergate a mano su una vecchia cartolina rievoca con forza particolare l’immagine di chi l’ha scritta.

Chi non ha vissuto quei tempi non può comprendere cosa significhi una piccola cartolina e quale valore affettivo possa avere. Certo, si possono rileggere anche le email, si possono guardare più volte le immagini ricevute sullo smartphone e le foto su Instagram; però, toccare con le mani una cartolina e osservare la calligrafia di chi magari non c’è più, è un’esperienza che coinvolge ricordi e affetti con una profondità sconosciuta ai nuovi mezzi di comunicazione. Che poi questi siano utilissimi e piacevoli è cosa che non metto in dubbio, altrimenti non scriverei qui; ma chi ha conosciuto il tempo delle cartoline sa che esse restano, per alcuni versi, insostituibili.

Pioggia di luglio

La pioggia, e il suo canto sui tetti, e il suo crepitio frenetico sui vetri delle finestre stanche, è il passato che abbraccia il presente, il ritorno inatteso di altre strade e altri giorni, scomparsi, per sempre sfaldati oppure eterni – sarà il tempo a raccontarlo.

È che la pioggia estiva, e il cielo che d’un tratto si oscura, giustifica la nostra assenza, quell’esserci per forza, quel trovarsi dentro e fuori nello stesso istante, disorientati ma fermi.

È che la pioggia di luglio oltrepassa la tua essenza, e allora lo sai – diventa una certezza – che nulla conta se non quel sentire attraverso; e sono le gocce che cadono, e tu che non sai rispondere.

Estate, cielo e mutamento

Forse è un bene che oggi il cielo sia distratto, l’azzurro scomparso sotto il peso di un colore indefinito. L’estate ha deciso di riposarsi un poco, dormire qualche ora per tornare a splendere radiosa.

Forse è un bene, dicevo, perché s’intravede la possibilità del mutamento. Dell’estate, infatti, molti amano le certezze, quello sfolgorio quotidiano di luce indomita e il brillare degli alberi al sole, giorno dopo giorno, come a proseguire in eterno. Così, il cielo riluttante e sbiadito di un pomeriggio di luglio qualsiasi ci racconta che persino l’estate, prima o poi, sarà costretta a oltrepassare l’orizzonte.

Sere di luglio

Me le ricordo tutte, quelle sere estive, le sere trascorse a parlare e a dire troppo, ciò che non si doveva; e poi il vento sui capelli e il non voler dormire – la notte, promessa di vita eterna. Me le ricordo tutte le sere sotto le stelle e le canzoni senza fine e i nostri scherzi – e il giorno dopo, e ricominciare.

Me le ricordo tutte, io, quelle sere, e so che torneranno, perché non è finita.

Ore 21:30

ore 21:50