Vecchie corriere, viaggi e ricordi

Mentre lo splendore della primavera sta per lasciare il posto all’estate, i ricordi tornano inaspettati: sono le memorie dell’adolescenza, le memorie di un tempo lontano, fatto di spensieratezza e di libertà, oltre che d’infiniti sogni. L’estate, infatti, è bellissima quando ci si possono permettere un po’ di lentezza e di anarchia, quando si possono sciogliere molte catene, inventare giochi inaspettati e perdere ore e ore a parlare, al tramonto, di notte o sotto il sole, così, come viene, senza preoccuparsi di nulla, mentre il consueto corso dell’esistenza, fitto di regole e di orari, sembra svanito. E tutto ciò è possibile soltanto quando si è giovanissimi.

In questo ritorno al passato, a me sovvengono spesso immagini semplici, forse perché di semplicità ho bisogno. Rimuovo dalla mente i piccoli o grandi drammi, le vacanze più belle, le emozioni più intense, per soffermarmi su fatti di poca importanza, anonimi, in apparenza irrilevanti – quelli che preferisco.

In questi ultimi giorni, la mia memoria recupera spesso certi piccoli viaggi fatti in corriera, viaggi che, a distanza di tanti anni, mi appaiono buffi e mi sorprendono. Ai miei tempi, infatti, ossia quand’ero minorenne e trascorrevo l’estate in montagna, spostarsi con questi mezzi lungo le strade dell’appennino assomigliava a una specie di viaggio della speranza: l’odore di benzina era intollerabile, un vero attentato per l’incolumità dei passeggeri, i sedili erano stretti e le sospensioni non svolgevano bene il loro compito; se a ciò si aggiunge lo stato delle strade non sempre eccelso, si capisce che viaggiare non era un trionfo di benessere e comodità. Però eravamo tutti abituati a questo stato di cose, la realtà era quella, prendere o lasciare.

Ricordo che, quando viaggiavo in corriera, a colpirmi erano sempre le fermate, soprattutto quelle remote, quelle che comparivano d’improvviso isolate, fra un paesino e l’altro, in posti assurdi. Quelle fermate erano lì, sole, dimesse, quasi pudiche, un palo e un piccolo cartello azzurro ad autorizzarne l’esistenza. Spesso mi chiedevo chi mai potesse attendere la corriera standosene in mezzo al nulla, sul ciglio della strada, vicino a una curva, sotto al sole o alla pioggia a seconda delle stagioni; eppure, con mia grande meraviglia, talvolta capitava che qualcuno salisse proprio da una di queste fermate, e, quando ciò accadeva, mi chiedevo da dove fosse sbucato quello strano essere capace di aspettare un mezzo pubblico in un angolo di mondo dimenticato persino da Dio. Poi capivo subito che si trattava di chi risiedeva in qualche area isolata, in luoghi per me incomprensibili, formati da quattro o cinque abitazioni strette fra loro lungo qualche sentiero invisibile, minuscoli agglomerati che non appartenevano a nessun paese ma esistevano, suggerendo così la presenza di esseri della mia specie che, come me, avevano bisogno di prendere una corriera.

Ma sono soltanto io a subire il fascino di simili ricordi, in apparenza irrilevanti?

(L’immagine proviene da qui: https://curiosando708090.altervista.org/fiat-3063-lautobus-degli-italiani/)

Cammina silenziosa

Cammina silenziosa, la primavera, cammina verso l’estate – e i pomeriggi, i pomeriggi sono estenuanti, il nostro tramonto. Si rincorrono emozioni, frammenti di vitalità intensa, chiudere la porta di casa, afferrare i sogni – quelli sfregiati dagli anni.

Le sere erano interminabili, il giardino ascoltava – erano i nostri discorsi -, il giardino ascoltava e taceva. Ma io lo so che torneremo sotto le stelle, e sarà una notte d’agosto – come se il tempo avesse deciso di oltrepassare quella curva.

Merenda di primavera

Ogni tanto pubblico immagini di ricche colazioni e sontuose merende. Lo faccio animata da uno spirito di compensazione e da un sincero desiderio di emendarmi: di mattina, infatti, io sono più di là che di qua, non ho mai fame e quindi mi limito a trangugiare tè e qualche biscotto con aria affranta; per quanto riguarda invece la merenda, mi rifaccio durante il sabato, perché ho abbastanza tempo a mia disposizione per lasciarmi andare a questo rito così piacevole.

E poi oggi è mercoledì, un giorno strano, un giorno di passaggio, un giorno che non ho mai compreso e che continuo a non comprendere – e lo so che non è un problema. Ma in un giorno come questo, a maggio, col sole che sorride beato e le rose intente a custodire i giardini, a chi non piacerebbe trastullarsi adagio con una bella merenda?

La nostra primavera

Il pomeriggio scorre radioso, di luce chiara che inonda le strade e sugli alberi brilla – la nostra primavera, quella che non ricordi.

Il pomeriggio scorre, passeggia assorto verso il tramonto; poi tace e s’addormenta, s’addormenta fra le morbide braccia della sera, tra le fitte pieghe nere del suo mantello stanco – poi s’addormenta, è vero, ma tu non riposi.

Le rose e il silenzio

Le rose sono il regalo più bello dell’ultimo mese di primavera, il tratto peculiare di maggio, la sua essenza profonda. Compaiono nei giardini a infrangere la monotonia del verde – compaiono maliziose, quasi sfrontate. E intorno tutto muta. Si affacciano vanitose ai cancelli delle case, lasciandosi ammirare; e ci accompagnano, ci guardano affettuose mentre attraversiamo le strade, mentre pensiamo a tutto fuorché alla primavera, mentre rischiamo di smarrirci.

Le rose non temono il cielo sbiadito dei giorni più stanchi e il nostro umore spento, la nostra debolezza, quel voler camminare e non sapere dove. Le rose ci accolgono in silenzio e di silenzio vivono – e in quei giardini loro, le rose, prima nascono e poi scompaiono.

Ho scattato la prima foto in via Barbieri e tutte le altre in via Solieri.

Chiacchiere all’inizio di maggio

Questa mattina, approfittando della giornata festiva, sono andata in centro storico e sono rimasta quasi sconvolta nel vederlo affollato come un tempo, come nel periodo pre-pandemia: bar all’aperto presi d’assalto, gruppi di persone ovunque, voci e urla in ogni dove. Da molto tempo, ormai, non sono abituata all’atmosfera vivace, talvolta da sagra paesana, che caratterizza il centro storico di sabato e di domenica.

Quando abitavo in centro, evitavo accuratamente d’uscire durante il sabato pomeriggio: mi bastava sentire le voci sulla strada, percepire il clima allegro che inondava le vie e, intanto, restarmene tranquilla, perché sapevo che, trascorsa la tempesta del fine settimana, dal lunedì il mio quartiere sarebbe tornato un luogo piacevole e vivibile, vivace ma senza eccessi.

Ho sempre amato molto il centro storico durante l’autunno e l’inverno, perché è un luogo in cui non si avverte alcun senso di solitudine; nello stesso tempo, quando si sta in casa ci si sente davvero “dentro”, chiusi, al riparo, una sensazione, questa, che non riesco a provare altrove: sono le vie strette, i palazzi legati gli uni agli altri, i cortili interni angusti e le mura spesse a infondermi un profondo senso di pace e di calore. Ma in primavera e d’estate il centro storico non mi è mai piaciuto troppo, perché l’avvertivo e l’avverto come una prigione, per gli stessi motivi che invece lo rendono bellissimo nelle altre stagioni.

Stamattina, dopo aver constatato l’assalto dei cittadini al centro, sono scappata via in fretta, e mi sono sentita libera e felice quando mi sono ritrovata immersa nella tranquillità e nel verde del quartiere Buon Pastore, a contemplare l’inizio dell’ultimo mese di primavera.

E allora adesso parlo del niente, del poco che ho fatto prima dell’ora di pranzo, attardarmi sul viale a guardare gli alberi che stanno cambiando colore. Quindici giorni fa il rosa era predominante:

Oggi è il verde a farsi spazio sugli stessi alberi:

Mi ha colpita l’estrema lentezza delle persone intente a passeggiare, nei parchi e sulle strade, quel procedere quasi senza meta, senza alcun fine, il puro piacere di andare senza dover rispettare scadenze, orari, impegni – il puro piacere di lasciarsi inebriare dalla primavera. Ed ecco le rose gialle – maggio ormai arrivato – le rose gialle avvinghiate a un cancello, per farsi ammirare:

Ci attende un’esplosione di rose e di sole, e un avvicinarsi all’estate di corsa, come a non voler attendere. Cerchiamo allora di viverlo intensamente, maggio, di viverlo nei suoi colori intensi, quasi sfacciati, e di lasciarci sedurre dai suoi tramonti.