Vento di fine estate

C’è questo vento, questo vento feroce che stordisce, che costringe a chiudere le finestre – una prigione, un enigma, tanta stanchezza. Ma è vento di fine estate, e ieri anche la pioggia, e il cielo d’inchiostro, e l’aria fredda nella sera precipitata addosso d’improvviso, come a voler chiudere una giornata senza senso – e chiuderla in fretta, cacciarla in un abisso scuro.

C’è questo vento, e questa sadica soddisfazione nello scorgere l’estate ormai atterrita, e l’arroganza destinata al fallimento – l’estate piegata, il suo ritrarsi a poco a poco. Resisterà ancora, tenace, per poi svanire fra le braccia di settembre.

Una bella sorpresa

Nel palazzo in cui trascorsi la mia infanzia, in Via Savani, quando capitava un guasto alle antenne televisive chiamavamo Giorgio, che aveva un  negozio in Viale Buon Pastore. Giorgio vendeva apparecchi tv e, se non ricordo male, anche lampadari e altro. Era un bell’uomo dall’aspetto distinto, e una persona gentile e onesta.

Nel mio indimenticabile condominio di allora, la spumeggiante signora Fernanda, estroversa e amante della compagnia e delle chiacchiere, era solita informarci circa le biografie dei vicini di casa e di altre persone del quartiere. Il padre della signora Fernanda era stato un maestro di musica, amante della bella vita e delle infedeltà coniugali; ebbene, Giorgio, che aspirava a diventare tenore e aveva una bellissima voce, aveva studiato dal padre di questa signora, ma poi l’esistenza l’aveva condotto lungo altre vie ed era diventato commerciante, nonché esperto di televisioni. Tuttavia, Giorgio non abbandonò mai il canto e continuò, nel corso degli anni, a esibirsi con molto successo nella nostra provincia.

Ed ecco, qualche mese fa, la sorpresa: Giorgio, ormai anziano, ha suonato al citofono del palazzo in cui vivo ora, perché stava cercando un amico. Il mio passato remoto ha così fatto improvvisa irruzione nel presente, come un piccolo dono della sorte a ridestare quel tempo lontano, e a ricordarmi che non è ancora finito. E pochi giorni fa, quasi a ribadire questo concetto, mio padre ha incontrato Giorgio in un bar qui vicino e ha chiacchierato con lui a lungo.

Dopo così tanti anni – perché sono davvero tanti – è stata una grande emozione, una vera gioia. Come tornare a casa, alla mia vera casa.

(Nell’immagine, Viale Buon Pastore)

Ancora ristrutturazioni

Questa mattina è arrivata una novità di cui avrei fatto volentieri a meno: lunedì prossimo, saranno montate le impalcature intorno a tutto il perimetro del palazzo in cui vivo. Cominceranno lavori di ristrutturazione di cui non so nulla, a parte la durata prevista, che è di sette mesi. Sette, lunghi mesi con le impalcature a rendere impraticabili i balconi, e a rovinare il  bel panorama su cui si aprono le finestre del mio appartamento.

Mi viene da ridere. Mi sono trasferita qui in via temporanea, in attesa che finisca la ristrutturazione del palazzo in centro storico in cui vivevo, e adesso mi trovo alle prese con un’altra ristrutturazione, sebbene soltanto all’esterno del condominio. Mi sento come Fantozzi, giuro.

Cene all’aperto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo che, quand’ero ragazzina, nelle bellissime serate di agosto mi capitava spesso di mangiare all’aperto. Avevamo un giardino grande nella casa in appennino, e così, in poco tempo, riuscivamo ad apparecchiare un tavolo sotto le stelle. Avveniva tutto in famiglia e perciò in maniera semplice, senza cerimonie.

Per me, che trascorrevo le vacanze vivendo il più possibile in giardino, e che consideravo la casa alla stregua di un albergo da cui allontanarmi prima possibile, cenare all’aperto, mentre il cielo si oscurava avvinto dalla sera, era una gioia indescrivibile, ed era un preludio per successive delizie: mi sentivo libera e pronta per altri divertimenti, pronta per una notte di danze sotto la luna e di chiacchiere spensierate – quante parole ho consumato in quei giorni lontani, io che adesso resto muta per ore intere. Era l’incontenibile energia della prima giovinezza, una vitalità che travolgeva ogni cosa, prepotente, inarrestabile, quasi folle.

Era un altro agosto, era un altro tempo, ero un’altra persona.

Buon Ferragosto

Posso dire che non mi è mai importato quasi nulla di Ferragosto? Lo so, sono impopolare. Da ragazzina mi sembrava una festa inutile, visto che ad agosto ero già in vacanza da tempo, e perciò la ricorrenza del 15 mi sembrava superflua e un po’ ridicola. Da adulta, le cose non sono cambiate: se ad agosto sono in vacanza, questa festa mi è indifferente; se, invece, mi trovo in città, mi è indifferente allo stesso modo.

Quest’anno, però, sono contenta del fatto che la ricorrenza cada di sabato e quindi si possa parlare, un po’ pomposamente, del week-end di Ferragosto. Sarà che abbiamo vissuto la quarantena da Covid-19, sarà che ci siamo sentiti tutti un po’ in prigione, sarà quel che sarà, ma quest’anno il povero, inutile Ferragosto mi è quasi simpatico. Adoro il silenzio del mio quartiere, adoro la calma con cui le tante persone che si trovano in città stanno affrontando questo fine settimana. E, soprattutto, sono contenta di poter rimandare al prossimo lunedì ogni incombenza, compresi i pensieri meno felici.

E allora buon Ferragosto a chiunque passerà su questo blog.

L’estate che non ci appartiene

 

 

 

 

 

 

 

 

Un signore cammina adagio sulla strada, quasi trascinato dal suo bel cane. Un altro siede immobile sul suo balcone, come se niente avesse senso. Una donna si affanna con le borse della spesa, sfinita, lo sguardo assente, come se rifiutasse tutto, come se fosse altrove – per dimenticare. E poi le automobili, troppe per il mese di agosto.

È l’estate della maturità, l’estate vissuta con distacco e fastidio, l’amarezza per una stagione che non ci appartiene più. È il sentirsi estranei a questo flusso e, nello stesso tempo, l’esservi incatenati, avvinti – come a soffocare sotto il cielo indifferente.

Allora si attende la pioggia, il cielo scuro – aprire le finestre e respirare, aprire le finestre e sentire che qualcosa sta mutando, l’estate che si sfalda adagio, orgogliosa ma sconfitta.