A che punto è la notte

Trama

Torino. Don Alfonso Pezza, un sacerdote che svolge attività parrocchiali assai bizzarre, salta per aria in chiesa durante una  rappresentazione a metà fra una recita amatoriale, involontariamente comica, e una preghiera. Ma non è il solo a morire, perché la storia si complica. Il commissario Santamaria si occupa del caso, e così comincia un lungo percorso di indagini che coinvolge numerosi personaggi fino all’inaspettata, stupefacente soluzione.

Commento

A che punto è la notte (1979) è un romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Definirlo giallo è riduttivo: ci sono sì alcuni cadaveri e c’è anche un’indagine, ma, come di solito avviene nelle opere di questi autori, la narrazione è soprattutto un incontro appassionato con i tipi umani più disparati, colti con straordinaria abilità attraverso i loro gesti quotidiani, le loro debolezze, i loro vergognosi segreti.

Nella narrazione, caratterizzata da numerosi colpi di scena, si fondono dramma e comicità, tragedia e ironia. Don Pezza, vicino all’eresia gnostica, sembra autoritario, narcisista e infastidito dai comuni doveri parrocchiali. È solito fare messe speciali per i nostri fratelli travestiti, per nostra sorella immondizia e altre amenità, oltre a essere impegnato nella costruzione, in chiesa, di una torre di legno dall’alto della quale vorrebbe ammaestrare i suoi fedeli. Tutto questo dà l’impressione che sia un prete attento alle questioni sociali, ma ben presto ci si accorge di qualche strana dissonanza.

Don Pezza è circondato da una piccola corte dei miracoli, da un gruppo di persone almeno all’inizio indecifrabili; fra queste, l’ingegner Sergio Vicini, viscido, vizioso e ambiguo, e la professoressa Caldani, alcolizzata e con mansioni da vice-parroco. Una congrega bislacca, insomma, che soltanto verso la fine del romanzo mostra il suo autentico volto. Ma sono tanti i personaggi degni di menzione: c’è la signora Guidi, ricca e annoiata, che va ad ascoltare la recita di Don Pezza soltanto per curiosità, e c’è sua figlia Thea, che ha una relazione con un mafioso; c’è un editore alle prese con gli umori altalenanti dei suoi collaboratori, e c’è la simpatica poliziotta Pietrobono, che compila uno spassosissimo diario usando abbreviazioni particolari e annotando le sue impressioni sulle persone che la circondano. A costoro si aggiungono molte altre figure – addirittura l’arcivescovo -, tutte ritagliate con ottima capacità di analisi psicologica e sociologica. Poi c’è Torino, con le sue strade, le sue bellezze, le sue chiese, i suoi squallori, le sue ambiguità, e c’è persino la Fiat, che con Torino è in stretta simbiosi.

Perché leggere questo romanzo:

-per la capacità degli autori di tratteggiare ogni singolo ambiente – religioso, borghese, proletario – in maniera così dettagliata da regalarci l’impressione di trovarci sul posto, testimoni della vicenda. Sono immagini dense, effetti pittorici in rilievo che pochi scrittori sanno creare.

-per la ricchezza lessicale e i giochi stilistici e linguistici, che testimoniano una rara perizia nell’arte della scrittura. Non è una lettura immediata, questa, anche se scorrevole; non è immediata se si è abituati a leggere soltanto testi semplici e sciatti. Ma vale la pena, come ho scritto altrove, volare alto confrontandosi con autori colti e pieni di talento.

-perché anche i temi più seri sono affrontati con affilata ironia e perché sono molte le scene esilaranti, che ci restituiscono il quadro di un’esistenza umana eternamente in bilico fra dramma e commedia. La stessa recita di Don Pezza, prima della morte, è un capolavoro d’involontaria comicità.

-perché gli autori sono chiaramente pessimisti, non hanno alcuna fiducia negli esseri umani e lo dimostrano spesso ridicolizzandoli e svelandone ogni meschinità; ma lo fanno con grazia, con classe e con quella meravigliosa ironia che è una delle cifre costanti della loro produzione artistica. Così, indirettamente, c’insegnano anche a vivere, a tollerare il mondo per ciò che è.

  1. Appena ho letto il titolo del post mi è venuta in mente una vecchia canzone di Guccini chiamata Shomèr ma mi-llailah?” È la citazione di un brano del profeta Isaia e significa “Quanto resta della notte?”
    Guccini la scrisse ispirato dalla storia raccontata da Isaia, storia in cui si racconta di un viandante notturno che a un certo punto del cammino incontra una sentinella che sta ai margini di un accampamento. Il viandante si ferma e chiede alla sentinella: “Shomèr ma mi-Ilaihla?” Cioè, a che punto è la notte? E questa sentinella gli risponde che non lo sa e aggiunge che forse la notte sta per finire ma il giorno ancora non è arrivato, e quindi c’è questa situazione di… crepuscolo mattutino, si potrebbe dire, di forte incertezza. Ma la sentinella invita il viandante a tornare ancora, a chiedere ancora, a non stancarsi di domandare, pur sapendo che forse non avrà mai risposta.
    Ammetto che col romanzo di cui hai parlato questa storia non c’entra assolutamente nulla, ma spero mi perdonerai l’OT.
    Ciao 🙂

    • Ciao, Andrea. Pensa che la storia che hai raccontato, invece, c’entra eccome col romanzo, perché Don Pezza, quando inscena la sua rappresentazione, recita proprio la figura del viandante, entrando in chiesa con una valigia. Il romanzo è ricco di richiami alla religione.
      Però non conoscevo la canzone di Guccini e sono contenta di averla scoperta. O forse me l’ero soltanto dimenticata. 🙂

  2. Ma pensa un po’. A questo punto, dato che dici che il libro presenta molti richiami di tipo religioso, potrebbe pure darsi che i due autori abbiano volutamente preso ispirazione dal quel brano di Isaia. Chissà…
    In ogni caso la cosa mi intriga, mi precipiterò quanto prima in biblioteca a cercare quel libro.
    Ciao 🙂

    • Sì, sì, Isaia viene citato. Ma sono tante le citazioni, di vario tipo, e poi si parla a lungo anche di gnosticismo. Tieni presente che il romanzo è lungo 600 pagine, e quindi presenta abbondanza di temi e di personaggi, alcuni dei quali autentici casi umani. 😀
      Buona serata.

  3. Pingback: Enigma in luogo di mare | Petali di rose

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