C’è questa strada

C’è questa strada, sì, c’è questa via che a volte percorro soltanto per sentirmi in pace. Vi si accede da viale Buon Pastore percorrendo un tratto apparentemente chiuso, senza uscita: si costeggia il lato di un palazzo e in fondo, a destra, un piccolo spazio, invisibile dal viale, consente ai pedoni di svoltare e di arrivarci. Le automobili, invece, possono entrarvi  da via Carlo Sigonio, ma sono soltanto quelle dei residenti.

C’è questa strada, dicevo. Via Solieri è sempre silenziosa, un piccolo angolo semi-rurale felicemente incastonato dentro la città, una sorta di presenza-assenza che la rende un po’ speciale. La incorniciano poche palazzine e alcune villette che sembrano emergere da un tempo remoto. Una di queste, in particolare, assomiglia a una casa di bambole, col suo minuscolo giardino silenzioso e la piccola facciata azzurro pallido che pare rubata a un vecchio libro di favole.

E c’è un’altra villetta, una villetta che mi affascina, silenziosa e un po’ trascurata: nel giardino l’erba ricopre il viale d’accesso alla casa, e un tavolino vecchio, circondato da sedie scalcinate, sembra aspettare la primavera che verrà. Poi c’è anche qualche villa in ottime condizioni, e, per uno strano contrasto, c’è anche un triste cancello arrugginito che svela un rettangolo di giardino abbandonato, con l’erba alta incolta e disperata.

In via Solieri si ha l’impressione di trovarsi in un’altra dimensione, in una realtà parallela che sopravvive disinteressandosi del resto della città. E ciò che soprattutto colpisce, in essa, è la pacifica convivenza fra alcuni segni di evidente sfacelo e altri di evidente vitalità, che sono poi l’essenza stessa della nostra esistenza, del nostro procedere nel mondo fra alti e bassi, fra momenti di esaltazione e momenti di stanchezza.

C’è questa strada, dicevo – come un’increspatura nella città. Mentre l’anno svanisce, mentre alcuni giochi sono conclusi, mentre ci si dispone ad accogliere il nuovo, mi piace pensare a quella via deserta e silenziosa, una via che non appartiene del tutto a questo mondo, una via che è qui ma anche altrove.

Intanto auguri di Buon Anno, auguri per un 2020 sereno, auguri affinché qualche sogno diventi realtà.

Luci e oscurità

Quando cala la sera, mi piace guardare le luci colorate – le luci di Natale – che fendono l’oscurità. Al di là dei vetri, al di là della portafinestra della cucina, lo spettacolo è coinvolgente e rassicurante: sui balconi dei palazzi e delle villette tanti colori, diverse armonie, intermittenze rosse, argento, oro, verde e blu salutano le feste e l’inverno, trionfano sul gelo e sulla nebbia. Sono il segno della festa, della nostra vitalità dirompente nonostante il gelo.

Soprattutto prima di cena, quando in genere esco per una breve passeggiata, mi piace vedere questo sfolgorio di luci mentre attraverso Viale Buon Pastore e i passanti sono rari, a parte le automobili che invece non mancano mai. L’inverno è duro, tutte le meraviglie dell’autunno sono scomparse: gli alberi sono soltanto scheletri rigidi e scuri, le poche foglie sui marciapiedi sono secche – miseri frammenti della stagione ormai dissolta -, ed è la monotonia del grigio scuro a dominare lungo le strade. Ma queste luci,  questo fremere audace di colori nella notte interrompe la severità dell’inverno. Come fosse un bel regalo.

Natale 2019

Il periodo che precede le feste natalizie è sempre caotico: si corre in continuazione, ci si muove come trottole impazzite e, spesso, non si comprende neppure il perché di tanto agitarsi. Si arriva così al benedetto 24 dicembre con ansie, paturnie di vario tipo e tanto inutile stress: si teme sempre di dimenticare qualcosa, di non essere abbastanza efficienti e di restare vittime di terribili imprevisti proprio all’ultimo minuto, quando tutto dovrebbe essere perfetto.

Ma per fortuna questo blog è uno spazio a parte, una dimensione alternativa, una casa tranquilla, un salotto in cui riposarsi e sognare lasciando fuori dalla porta gli aspetti più avvilenti della quotidianità. Perciò ho scelto, per celebrare il Natale ormai imminente, un’immagine molto ingenua e piena di colori caldi: è un Natale che non esiste e che non è mai esistito, lo so, ma Oltre il cancello è nato anche per questo, per mostrare l’impossibile.

E allora buon Natale, buone feste, buon inverno, buon tutto. 🙂

A che punto è la notte

Trama

Torino. Don Alfonso Pezza, un sacerdote che svolge attività parrocchiali assai bizzarre, salta per aria in chiesa durante una  rappresentazione a metà fra una recita amatoriale, involontariamente comica, e una preghiera. Ma non è il solo a morire, perché la storia si complica. Il commissario Santamaria si occupa del caso, e così comincia un lungo percorso di indagini che coinvolge numerosi personaggi fino all’inaspettata, stupefacente soluzione.

Commento

A che punto è la notte (1979) è un romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Definirlo giallo è riduttivo: ci sono sì alcuni cadaveri e c’è anche un’indagine, ma, come di solito avviene nelle opere di questi autori, la narrazione è soprattutto un incontro appassionato con i tipi umani più disparati, colti con straordinaria abilità attraverso i loro gesti quotidiani, le loro debolezze, i loro vergognosi segreti.

Nella narrazione, caratterizzata da numerosi colpi di scena, si fondono dramma e comicità, tragedia e ironia. Don Pezza, vicino all’eresia gnostica, sembra autoritario, narcisista e infastidito dai comuni doveri parrocchiali. È solito fare messe speciali per i nostri fratelli travestiti, per nostra sorella immondizia e altre amenità, oltre a essere impegnato nella costruzione, in chiesa, di una torre di legno dall’alto della quale vorrebbe ammaestrare i suoi fedeli. Tutto questo dà l’impressione che sia un prete attento alle questioni sociali, ma ben presto ci si accorge di qualche strana dissonanza.

Don Pezza è circondato da una piccola corte dei miracoli, da un gruppo di persone almeno all’inizio indecifrabili; fra queste, l’ingegner Sergio Vicini, viscido, vizioso e ambiguo, e la professoressa Caldani, alcolizzata e con mansioni da vice-parroco. Una congrega bislacca, insomma, che soltanto verso la fine del romanzo mostra il suo autentico volto. Ma sono tanti i personaggi degni di menzione: c’è la signora Guidi, ricca e annoiata, che va ad ascoltare la recita di Don Pezza soltanto per curiosità, e c’è sua figlia Thea, che ha una relazione con un mafioso; c’è un editore alle prese con gli umori altalenanti dei suoi collaboratori, e c’è la simpatica poliziotta Pietrobono, che compila uno spassosissimo diario usando abbreviazioni particolari e annotando le sue impressioni sulle persone che la circondano. A costoro si aggiungono molte altre figure – addirittura l’arcivescovo -, tutte ritagliate con ottima capacità di analisi psicologica e sociologica. Poi c’è Torino, con le sue strade, le sue bellezze, le sue chiese, i suoi squallori, le sue ambiguità, e c’è persino la Fiat, che con Torino è in stretta simbiosi.

Perché leggere questo romanzo:

-per la capacità degli autori di tratteggiare ogni singolo ambiente – religioso, borghese, proletario – in maniera così dettagliata da regalarci l’impressione di trovarci sul posto, testimoni della vicenda. Sono immagini dense, effetti pittorici in rilievo che pochi scrittori sanno creare.

-per la ricchezza lessicale e i giochi stilistici e linguistici, che testimoniano una rara perizia nell’arte della scrittura. Non è una lettura immediata, questa, anche se scorrevole; non è immediata se si è abituati a leggere soltanto testi semplici e sciatti. Ma vale la pena, come ho scritto altrove, volare alto confrontandosi con autori colti e pieni di talento.

-perché anche i temi più seri sono affrontati con affilata ironia e perché sono molte le scene esilaranti, che ci restituiscono il quadro di un’esistenza umana eternamente in bilico fra dramma e commedia. La stessa recita di Don Pezza, prima della morte, è un capolavoro d’involontaria comicità.

-perché gli autori sono chiaramente pessimisti, non hanno alcuna fiducia negli esseri umani e lo dimostrano spesso ridicolizzandoli e svelandone ogni meschinità; ma lo fanno con grazia, con classe e con quella meravigliosa ironia che è una delle cifre costanti della loro produzione artistica. Così, indirettamente, c’insegnano anche a vivere, a tollerare il mondo per ciò che è.

Divagazioni su fango e pozzanghere

Ieri pomeriggio ho fatto il mio giretto dell’oca, quello che ho già descritto qualche post fa. Non avviene a caso, ovviamente, perché nulla si fa per caso. Quel percorso ha per me un significato particolare e molto intimo, ma non intendo seccare chi legge spiegandone ragioni e sfumature. Preferisco invece soffermarmi su una cosa poco affascinante e molto concreta come il fango.

Dopo la neve di venerdì, nel sentiero-parchetto solitario che unisce l’orrido Viale don Minzoni a Via Riva del Garda, si sono formate piccole pozze d’acqua e poi, tutt’intorno, foglie ridotte a viscida poltiglia e fango, tanto fango, morbido, scuro, traditore. Così la mia passeggiata ha assunto i contorni di una minuscola avventura, forse un po’ fantozziana, visto l’alto rischio di scivolare su quel putridume assortito. Mi è andata bene, l’ammetto: non sono scivolata, ma sono tornata a casa sana e salva nonostante il pericolo.

Non è bello, infatti, scivolare sul fango e magari crollare di colpo dentro a una pozzanghera nera, inzaccherarsi in maniera pietosa e annaspare in modo patetico pur di riuscire a rimettersi in piedi per poi tornare a casa; e tornare a casa sperando che nessuno c’incontri, sperando che nessuno ci colga nella nostra miseria di esseri umani con gli abiti inzaccherati, vergognosamente sconfitti dalla melma in un angolo remoto di una città di provincia.

Se ci si pensa bene, basta un po’ di fango per nullificarci: uno spruzzo di fango e voilà, scompare la dignità dei vestiti ben stirati, del giaccone pulito in tinta con i pantaloni, della sciarpa elegante e ben annodata – il nodo giusto, mi raccomando, proprio quello adatto all’occasione. Perché sì, è proprio vero, l’abito fa sempre il monaco, che lo si voglia oppure no. Dunque, si stia attenti al fango e alle pozzanghere e alla melma sparsa per ogni dove.

Però si potrebbe anche tentare un esperimento, così, per vedere qualche reazione o per divertirsi un po’. Si potrebbe cercare una pozzanghera adatta, una bella pozzanghera marrone, profonda, piena di detriti limacciosi, e crollarci dentro apposta, con voluttà squisita, per poi rivoltarsi e rivoltarsi e rivoltarsi ancora fino a uscirne immondi; e dopo, con scioltezza e adeguato portamento, entrare in un bel bar come se niente fosse, con serafica calma, avvicinarsi al bancone e chiedere un buon caffè.

Quel fatto strano

 

E poi sì, c’è quel fatto strano che non sai spiegarti, quei luoghi che non tolleri senza alcun motivo apparente. Io, ad esempio, fatico ad apprezzare il balcone della mia camera da letto. Eppure è grande e bello e si affaccia sul parco – gli alberi sotto che mutano al passaggio delle stagioni, gli alberi che sembrano quasi sfiorarmi con i loro rami.

Non dovrei lamentarmene, lo so, mi sento persino in colpa ad ammetterlo, ma quel povero, innocente balcone mi deprime. Ci ho provato, eh, ci ho provato eccome a trascorrerci qualche minuto, a guardare la strada sfumare in lontananza, ad ammirare il cielo quando sembra precipitarmi addosso; ma ho sempre avvertito uno scoramento, un senso di estraneità e di vicinanza fusi nel medesimo istante – estraneità a questo mondo, forse, come se fossi e non fossi. Come fermarsi a un confine, su un crinale incerto, o come se un sogno si fosse realizzato, ma poi si volesse fuggire, fuggire da quel sogno, fuggire da quell’inganno.

Poi magari capita che ti piaccia l’angolo insulso, o le fitte crepe su una strada vecchia, o un muro divelto, o la campagna squallida straziata dalla nebbia. Vallo a capire, cosa capita.

(Nell’immagine il dipinto Donna al balcone, di Henri Gaudier Brzeska)

L’inverno s’insinua

Questa mattina pioviggine, nebbia e freddo hanno abbracciato la città: è l’inverno che s’insinua con forza, è l’inverno che irrompe sulla scena mentre l’autunno sta morendo.

L’inverno è l’essenziale, ciò che resta quando il superfluo è svanito, quando i colori troppo vivaci sono spenti. Ecco perché l’apprezziamo soltanto quando ogni cosa è tornata al suo posto, quando si ha la saggezza di chiudere molte porte, quando lo sguardo è mutato per sempre e ne siamo incantati.

Le ultime foglie, là dove ancora resistono, sono avvizzite.

Il blog si veste a nuovo

Lo faccio o non lo faccio? Questo l’amletico dubbio che mi sono posta, pensosa e accigliata, prima della decisione. Decisione che poi è arrivata e abbastanza in fretta. Sì, perché la giornata è uno splendore di luce, ma il freddo è gelido e la città si è già vestita a festa; così, a questo punto tocca anche al mio blog rivestirsi come da copione, e allora voilà, il gioco è fatto: ecco Oltre il cancello tutto decorato secondo lo spirito di questo mese. Lo so, Natale non è così, non lo è mai stato e mai lo sarà; però è bello immaginarlo con questi colori, con quest’atmosfera fiabesca che non ha nulla a che vedere con la realtà, ma soltanto con la dimensione dei sogni più ingenui.

Che ci sia almeno concesso sognare, mentre le giornate si accorciano e la luce muore in fretta. Buon martedì, buon inizio di dicembre, buon blog vestito a festa. 🙂