Di moda e cattivo gusto

Domenica mattina ho fatto una bella passeggiata autunnale, a coronamento del ponte del primo novembre. In centro storico mi sono soffermata a guardare le vetrine dei negozi di abbigliamento, soprattutto perché, negli ultimi tempi, è un genere di attività che ho evitato come la peste, e perciò ho voluto recuperare.

Ho già parlato, nei commenti a qualche vecchio post, del mio fastidio nei confronti della moda attuale, che considero orribile, un vero insulto al buon gusto e all’intelligenza delle donne. Non me ne voglia chi l’apprezza – ognuno ha i propri gusti, ci mancherebbe -, ma io non riesco a pensarla diversamente. E siccome la moda non nasce a caso, ma riflette i valori dell’epoca in cui si vive, osservarla significa apprendere qualcosa a proposito del disgraziato periodo storico in cui ci troviamo.

Torniamo a domenica mattina. Dopo aver osservato le vetrine di vari negozi e aver compreso cosa bolle in pentola, ho deciso di andarmi a “divertire” nello store di un noto brand che non cito.

All’inizio ho guardato alcuni presunti abiti lunghi a fiori. Dico presunti perché erano senza forma e quindi di difficile identificazione. D’altra parte, l’assenza di forma non è frutto di chissà quale estro o capacità artistica o bizzarra innovazione: no, no, non vi è nulla di creativo in un simile scempio. Tutto ciò rivela semplicemente il desiderio di guadagnare il più possibile, cosa attuabile soltanto attraverso l’impiego del minimo sforzo, ossia senza neppure impegnarsi a rispettare quelle cose ininfluenti che sono le taglie. Per non parlare poi delle stoffe: gli abiti suddetti erano di lucido e leggerissimo poliestere, un materiale senz’altro adatto per affrontare i rigidi inverni della Padania.

Ho poi proseguito per bearmi nell’osservare la cosiddetta maglieria, che dovrebbe servire per ripararci dal freddo e non per attirarlo. Da  anni, ormai, i maglioni sono spesso cartonati, anche quelli venduti nei negozi considerati di alto livello. Ebbene, domenica ho visto maglioni trasparenti come garze e creati con materiali che definirei autarchici soltanto per non infierire troppo; ho visto sedicenti maglioni mezzi lucidi  e così sintetici da sembrare prodotti con bottiglie di plastica malamente riciclate, maglioncini tristissimi destinati a diventare vecchi stracci subito dopo il primo uso, secondo un trend ormai decennale. Quando mi sono avvicinata per guardarli meglio, nel disperato tentativo di capire se fossero veri o frutto di un’allucinazione, sembravano quasi invocare pietà, del tipo: “Lo sappiamo che facciamo schifo, ma abbi compassione e passa oltre”. E che dire dei colori? Quest’anno sembra che il giallo ocra e il ruggine siano i must delle stagioni fredde, e allora ecco il tripudio di capi di vestiario ocra-zabaione accostati, con audace sprezzo del pericolo, all’arancione, utilissimi per fendere la nebbia nei giorni più cupi dell’anno.

Ho anche assistito con sgomento a un revival di forme, tessuti e colori della moda anni Settanta: malinconici cappottini color cammello con stoffe in apparenza sdrucite, come se qualcuno si fosse divertito a prenderle a unghiate; pelliccette con manto somigliante a capelli ricci devastati dalla nebbia padana (e chi li ha sa di cosa parlo); maniche a campana molto ampia, in modo che il freddo possa penetrare meglio, avvolgere i nostri corpi e farci provare l’imperdibile ebbrezza della polmonite.

Si apre poi il capitolo pantaloni. Nel mio giro di ricognizione dentro al simpatico negozio, ho visto delle cose di plastica che, a quanto ho potuto capire, dovrebbero essere dei pantacollant (argh!) in finta pelle, da abbinare a quegli oggetti comunemente denominati scarpe, che però assomigliano a scatoloni con zeppe altissime, roba che farebbe impallidire persino gli zatteroni di Frankestein.

A questo punto, qualsiasi persona crederebbe di aver raggiunto l’apice dell’orrore, l’apoteosi del terrificante. E invece no, perché quando si ritiene di aver toccato il fondo, ci si accorge che si può pure scavare e cadere ancora più a fondo. Così, davanti al mio sguardo, si sono palesati dei pantaloni con stampa animalier, cioè leopardati, un po’ lucidi e tutti aderenti, abbinati a un maglione color ruggine screziato di giallo. Si tratta del look da me battezzato galera-style, perché, data la sobria raffinatezza dell’insieme, indossandolo si rischia di essere subito scambiate per parenti dei Casamonica, e condotte quindi in galera senza neanche beneficiare di uno sconto di pena.

E qui mi fermo, altrimenti dovrei compilare un intero trattato. E a voi piace la moda attuale?

  1. Ho un negozio di fiducia dove trovo cose carine. Preferisco acquistare meno, ma capi che mi durano con il passare del tempo e ovviamente pago la qualità. Vesto casual chic!

E tu che ne pensi?

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