Passeggiata d’ottobre

Sono già ammonticchiate. Le foglie, dico. Mentre cammino mi domando quando siano cadute; ma lo so, è successo mentre io non potevo vederle.

Svolto a sinistra, lungo viale Buon Pastore, e sono anche lì, ai lati del largo marciapiede;  sono tante, color nocciola, scricchiolanti, mentre sugli alberi formano macchie di oro, verde, rosso – foglie tenacemente attaccate alla vita, deste fino all’ultimo respiro.

Le ombre si addensano, mentre il giorno si spegne adagio, ormai esausto. Mi chiedo quante volte i miei passi abbiano calpestato questo viale; mi chiedo quante altre volte, molti anni fa, ho camminato sulle foglie proprio qui, proprio alla medesima ora, nello stesso giorno – 26 ottobre – mentre la luce moriva e io correvo a casa per ritrovarla.

Svolto ancora a sinistra, in via Riva del Garda. Sul marciapiede stretto avanza un uomo, io mi sposto per farlo passare e lui mi sorride e mi saluta con gioia, quasi fossi un’amica. Gli rispondo felice, sebbene non lo conosca; ma è come un segno, come un benvenuto, e tante volte mi è successo da quando sono tornata: sconosciuti mi sorridono e mi salutano come farebbero con una vecchia conoscenza, un volto noto nonostante i lunghi anni di assenza.

Svolto ancora a sinistra e mi trovo in via Savani. La mia strada, la mia vecchia strada, quella da cui me andai in un freddissimo, lontano mattino di gennaio. E cammino, cammino per pochi metri e arrivo al mio palazzo – e il cancello di sempre e lo stesso strano dosso sul marciapiede, le stesse vecchie crepe sull’asfalto, tutto proprio come allora. Lo sguardo cade da quella parte, è inevitabile: l’appartamento è ancora vuoto, le finestre sbarrate come se non dovessero aprirsi mai più. La mia casa è chiusa. Ma non posso fermarmi, adesso non abito più qui. Continuo a camminare, ormai è scuro, si avvicina un uomo, mi guarda e mi saluta. Sono felice per la seconda volta, e felice gli rispondo. Poi, mentre si allontana, mi volto appena per vedere se oltrepassa quel cancello, il mio cancello; ed è così, quella è la sua destinazione. Lui abita lì, e mi ha salutata ignorando che un tempo, un tempo ormai remoto, anch’io ogni giorno varcavo quel cancello.

Continuo lungo la strada (adoro il marciapiede spaccato che sa di vecchio). Davanti alla villa più bella, un uomo sta spazzando le foglie, tante, tantissime foglie, morbidi cumuli che rendono difficoltoso il parcheggio delle macchine. Lo sconosciuto è irritato, le foglie sono per lui soltanto un fastidio, se potesse le farebbe sparire dalla faccia della Terra. Io, invece, le amo follemente e so che, lungo questa via, sono sempre state molte; io so che ottobre, lungo questa strada, è sempre stato una vertigine di vento, nebbia, malinconia e illusioni.

Giro a destra, lungo via Pagliani. Ad accogliermi è il silenzio profondo di questa strada lunga e un po’ tortuosa, fatta d’insolite curve strette, una strada che pare addormentata in un’altra dimensione. Oltrepasso una bella villa a tre piani, col suo giardino grande che sa d’altri tempi, col suo giardino un po’ trasandato e quei sassi, e quella ghiaia, e il magnifico gatto che si avvicina al cancello per guardarmi curioso. Ecco, potrei voltare a sinistra e sarei subito in via Matilde di Canossa; ma tiro dritto come faccio sempre, perché preferisco allungare e tornare a casa attraverso il piccolo parco.

Un uomo sta entrando dentro il portone della bassa casa rossa. Mi guarda un attimo, è soltanto un lampo, fa per sparire ma poi si gira e mi saluta. Sono felice per la terza volta, e saluto e cammino e guardo i due alberi vicini alla curva, dietro alla quale sparisco come un fantasma. Sono tante le foglie, sono d’intenso giallo lungo questo tratto di strada, a mucchi davanti ai cancelli delle villette.

Ecco il parco, una lunga striscia, un largo sentiero che si snoda fra gli alberi. E ancora foglie, foglie in terra, foglie nocciola, verdi, rame – e lampioni accesi, perché la sera è già arrivata. Un poco oltre, prima di raggiungere la strada, si trovano le foglie più belle, quelle sfacciatamente rosse e a grappoli, impudenti, lungo le reti che delimitano quest’angolo di solitudine.

  1. ” Mi chiedo quante volte i miei passi abbiano calpestato questo viale; mi chiedo quante altre volte, molti anni fa, ho camminato sulle foglie proprio qui, ” …” La mia strada, la mia vecchia strada, quella da cui me andai in un freddissimo, lontano mattino di gennaio” …”ma tiro dritto come faccio sempre, perché preferisco allungare e tornare a casa attraverso il piccolo parco”..quanto sentimento e quanto struggimento in queste frasi.
    ” La mia casa è chiusa. Ma non posso fermarmi, adesso non abito più qui” . Questa frase racchiude una profonda tristezza e da una sensazione di svolta e di brusco cambiamento, come quello che ci si aspetta dall’Autunno. ” Ecco il parco, una lunga striscia, un largo sentiero che si snoda fra gli alberi “…sei arrivata e ti abbraccio

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