Oggi

Nel tardo pomeriggio, sono uscita sul balcone a guardare la pioggia scendere – e tanti alberi mossi dal vento e il cielo né grigio né azzurro. Era tutto davanti a me: pioggia, alberi, asfalto lucido, alcuni passanti sotto l’ombrello e il cielo che sembrava precipitarmi addosso per poi fuggire lontano, per ritrarsi verso l’immenso. Ma non ho provato nulla, se non un senso di vuoto e l’idea che il mio essere qui, proprio ora, sia un’assurdità, un’insensatezza, uno scherzo del destino.

In centro storico, fra quelle strade vecchie e strette, una vista simile è impossibile. Però le preferisco, quelle vecchie strade strette, le preferisco nonostante d’estate assomiglino, talvolta, a una prigione. Le preferisco perché ormai sono diventate parte di me e perché sono più vive – come se non dormissero mai, neppure di notte.

Dalla finestra

Avviso: questo non è un post allegro. Perciò, chi non se la sente di immergersi in una lettura faticosa e opprimente, farebbe bene a evitarlo. Da parte mia, posso soltanto dire che mi dispiace di non riuscire a scrivere diversamente. 

Dalla finestra della sala vedo alberi verdi a profusione. Il fatto è che ho cambiato casa, almeno temporaneamente, e in questa strada gli alberi sono tanti. Ma dover traslocare subito dopo un lutto è un’esperienza pessima: è una violenza, una fatica del corpo e dello spirito, un’ulteriore frattura dell’anima. E poi, come se non bastasse, mi trovo addirittura a vivere nel quartiere in cui trascorsi l’infanzia e la prima adolescenza, persino a pochi metri dalla strada in cui abitai all’epoca. Quasi superfluo dire che, in questo momento, ne avrei fatto volentieri a meno.

Provengo da una devastante esperienza di malattia e di amore – lunghi anni di malattia e di infinito amore, di preoccupazioni e di cura, di stanchezza fisica e mentale. A tre mesi esatti dalla perdita mia madre, a stento mi accorgo che è primavera, nonostante viale Buon Pastore sia tutto in fiore: è il viale che ho percorso quasi ogni giorno durante la mia infanzia, in tutte le stagioni, sotto la pioggia e sotto il sole, molto spesso con mia madre.

Anche se ho vissuto più a lungo in centro storico – e lì tornerò – tutte le memorie legate all’infanzia e alla prima adolescenza qui riemergono con forza da sole:  in ogni angolo, in ogni strada, in ogni palazzo ritrovo la mia esistenza di tanti anni fa, che significa ritrovare gli anni più importanti, forse quelli decisivi, nel bene e nel male. I ricordi sono talmente nitidi, talmente particolareggiati, da non lasciarmi tregua. E così avverto un senso di orrore, orrore profondo nonostante il sole, nonostante la quieta bellezza della primavera. Avverto un senso di orrore perché mi sembra ingiusto essere qui proprio adesso.

Anche per questo fatico a scrivere e ho voluto dirlo a chi ha la bontà di leggere e commentare nonostante tutto.