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Archive for marzo 2017

Rito di primavera

Ricomincio  a  scrivere  volentieri  dopo  giorni  pieni  di  impegni  e  di  tanta, tanta  stanchezza. E  voglio  ricominciare  in  sintonia  col  clima  sereno  e  luminoso  di  questo  marzo  così  felice, quasi  del  tutto  privo  di  capricci, inaspettatamente  allegro  e  disponibile. Cominciamo  allora  con  una  bella  merenda, importante  rito  pomeridiano  per  chi  può  permetterselo. Se  il  tè  invernale  è  un  momento  di  conforto  e  di  calore  chiamato  a  combattere  l’oscurità  e  l’oppressione  della  stagione  fredda, durante  la  primavera  diventa  invece  una  pausa  leggermente  frivola  e  giocosa, ma  indispensabile  per  scandire  il  ritmo  della  giornata, per  conferirle  un  senso, per  non  renderla  un  piatto  rincorrersi  di  ore  sempre  identiche  a  se  stesse:

In  primavera, i  fiori  prevalgono  in  ogni  occasione, anche  durante  il  rito  del  tè. E  ci  rasserenano  donandoci  tranquillità  e  benessere. In  fondo, alla  primavera  si  chiede  questo: un  po’  di  allegria  e alcuni  momenti  di  quieta  leggerezza. Buon  pomeriggio  a  tutti. 🙂

(L’immagine  è  tratta  da: http://www.pensieriepasticci.ifood.it/2013/02)

 

 

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A  pensarci  bene, la  primavera  si  riduce  a  un  indomabile, prepotente, implacabile  desiderio  di  evadere, di  perdersi  fra  prati  verdi  e  fiori  colorati  dopo  la  monotona, piatta  oscurità  invernale: è  il  desiderio  di  lasciarsi  alle  spalle  ogni  catena  e  ogni  stanca  ripetizione  per  correre  verso  il  nuovo, verso  il  sole, verso  la  luce.

La  primavera  è  un  aprirsi  al  mondo, ammesso  che  si  desideri  farlo  o  che  se  ne  abbia  davvero  la  possibilità, quella  possibilità  che  non  sempre  ci  appartiene. Un  aprirsi  al  mondo  che  diventa  sogno  o  impotenza  o,  ancora  una  volta,  ripetizione. E  allora  si  vorrebbe  che  la  primavera  fosse  magia  pura, che  il  suo  vento  leggero  recasse  messaggi, parole, divertimento, allegria – tutto  in  maniera  inaspettata, casuale, come  fosse  un  dono  del  cielo  e  perciò  infinitamente  caro.

Certo  è  che  le  mezze  stagioni, con  le  loro  incertezze, le  loro  delicatezze  e  le  loro  tante  screziature, hanno  il  pregio  di  non  opprimere, di  non  irritare  e  di  saper  sorprendere. Magari  con  poco.

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Nella  società  contemporanea, moderna  ed  evoluta – almeno  così  ce  la  raccontano – l’esistenza  quotidiana  prevede  la  ricezione  di  telefonate  a  carattere  commerciale: offerte  e  presunte  promozioni  di  prodotti  di  telefonia, di  contratti  per  energia  elettrica, gas, acqua  e  altro  ancora.

Da  almeno  due  anni, la  società  Hera, che  gestisce  la  fornitura  di  acqua, gas  ed  elettricità  in  Emilia-Romagna,  mi  telefona  per  tentare  di  convincermi  a  modificare  la  tipologia  di  contratto. La  mia  risposta  è  sempre  stata  invariabilmente  la  stessa: per  adesso  non  m’interessa. Quando  sarò  interessata, vi  contatterò  senz’altro. Naturalmente, le  mie  parole  sono  completamente  inutili, visto  che  ormai  ricevo  telefonate  in  media  una  volta  alla  settimana: talvolta  mi  chiamano  da  Bologna, talaltra  dalla  Toscana, in  qualche  caso  addirittura  da  un  call  center  di  Napoli. Io  rispondo  sempre  in  maniera  cortese  soltanto  per  rispetto  nei  confronti  dei  lavoratori  dei  vari  call-center, che  non  hanno  colpa  di  nulla  e  sono  obbligati  a  tartassare  noi  cittadini, ormai  ridotti  soltanto  al  rango  di  consumatori, ossia  al  rango di  polli  da  spennare.

Poi, ogni  settimana  mi  chiama  anche  la  Tim, che  vuole  obbligarmi  a  installare  la  fibra  ottica. Anche  in  questo  caso, io  rispondo  sempre  allo  stesso  modo, come  un  disco  rotto: per  ora  non  m’interessa. Sarò  io  a  richiamarvi  in  futuro. Ovviamente, tempo  una  settimana, la  Tim  mi  richiama, cercando  di  convincermi  con  strane, imperdibili  offerte  di  cui  non  può  importarmi di  meno, visto  che  il  prezzo  della  bolletta, fatti  tutti  i  conti, resta  esattamente  il  medesimo.

Meno  insistente  e  più  discreto  appare  invece  l’Olio  Carli. In  questo  caso, dal  call  center  mi  chiamano  poche  volte  in  un  anno  e  perciò  l’Olio  Carli  mi  è  più  simpatico  rispetto  alla  società  Hera  e  alla  Tim. Però  non  lo  acquisto.

Ecco, tutto  questo  per  dire  che  rimpiango  moltissimo  i  tempi  in  cui, durante  la  mia  infanzia, non  esistevano  telefonate  di  questo  genere. All’epoca, quando  il  telefono  squillava  ero  contenta  perché  sapevo  che  si  trattava  sempre  di  una  persona  di  mia  conoscenza  che  chiamava  per  motivi  privati. Insomma, le  telefonate  avevano  un  senso, una  sfumatura  affettiva  o  sociale  che  le  rendeva  un  prezioso  ponte  per  le  relazioni  con  gli  altri. Nessun  estraneo  telefonava  per  cercare  di vendermi  un  prodotto.

E  siccome  sono  stressata  a  causa  di  tanti  impegni, tutto  questo  squillare  di  telefoni  e  telefonini, tutta  questa  continua  connessione  col  mondo  intero, tutta  questa  urgenza  di  dover  dare  risposte  immediate, di  dover  decidere  in  meno di  dieci secondi, di  dover  lottare  contro  tutto  e  contro  tutti, mi  fa  sorgere  il  prepotente  desiderio  di  andare  a  vivere  a  Rocca  Cannuccia, rompendo  del  tutto  con  la  cosiddetta  civiltà. Poi,  però,  anche  a  Rocca  Cannuccia  avrei  il  telefono,  e  allora  sarei  perseguitata  anche  lì  dalle  innumerevoli  società  commerciali  che  trascorrono  il  loro  tempo  cercando  di  vendere  prodotti  e  contratti. Non  se  ne  esce.

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Quest’anno  la  primavera  è  arrivata  in  fretta, ben  prima  del  solito. In  genere, almeno  qui, marzo  comincia  con  un  umore  grigio  e  incerto, e  spesso  è  freddo, scostante, antipatico. Perciò  sono  stupita  di  fronte  a  questa  luminosità, a  queste  giornate  che  parlano  di  allegria, di  desiderio  di  uscire, di  novità. Siamo  nel  pieno  di  una  rinascita, confortante  e  avvolgente.

La  primavera, si  sa,  è  anche  un  po’  tentatrice: con  i  suoi  cieli  chiari  e  con  le  sue  ombre  pacate  e  rassicuranti, invita  al  sogno, al  cambiamento, alla  libertà. La  primavera, insomma, distrae, seduce  e  ammalia, evocando  l’adolescenza  con  le  sue  bellezze  e  i  suoi  infiniti  timori, con  la  sua  ingenua  allegria  e  le  sue  improvvise  tristezze, con  le  sue  assurde  fantasie  e  la  sua  irriverente  vitalità. Così, tornano  in  mente  le  uscite  con  gli  amici  e  le  amiche, certe  lunghe  telefonate  che  sembravano  non  voler  finire  mai, le  interminabili  conversazioni  del  sabato  pomeriggio, il  quieto, indisturbato  riposo  della  domenica. Certo, era  un’altra  stagione, un  altro  tipo  di  primavera. Però, al  di  là  del  ricordo  di  un  tempo  lontano  che  non  tornerà, resta  ogni  anno  una  speranza: la  speranza  che  la  primavera  sia  lunga  e  dolce  e  comprensiva.

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