L’autunno profondo

Ottobre  sta  per  dissolversi  nel  freddo  di  questa  lunga  serata  buia. Col  ritorno  all’ora  solare, è  iniziato  il  periodo  dei  pomeriggi  brevi  e  misteriosi, enigmatici  nel  loro  fluire  rapido  mentre  il  sole  impallidisce  ogni  giorno  di  più, le  ombre  avanzano  impietosamente  e  l’oscurità  diventa  un’abitudine.

È  la  seconda  parte  dell’autunno, quella  che  richiede  una  predisposizione  particolare  per  essere  amata  e  compresa. È l’autunno  profondo, quello  delle  fitte  nebbie, dei  cieli  disperati  e  stanchi, dell’umidità  che  non  concede  tregua, delle  memorire  più  scolorite, degli  alberi  sempre  più  spogli, di  cumuli  di  foglie  a  ogni  angolo  di  strada. È  l’autunno  di  chi  ha  il  coraggio  di  pensare, di  chi  non  cede  alla  tristezza, di  chi  sa  inventarsi  l’esistenza  a  dispetto  dell’atmosfera  tetra.

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Passeggiata di ottobre

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Questa  mattina, ho  colto  l’occasione  del  giorno  festivo  per  fare  una  tipica  passeggiata  di  ottobre, ossia  per  immergermi  completamente  nell’atmosfera  autunnale. E  sono  stata  molto  fortunata  proprio  perché  l’atmosfera  era  grigia, leggermente  piovigginosa, malinconica  ma  quieta.

Il  segreto  del  fascino  di  ottobre  è  tutto  lì, nella  sua  strana  calma  e  nella  sua  ambiguità: le  foglie  cadono  ma  lentamente, con  quieto  garbo; le  foglie  sono  gialle  ma  anche  verdi  e  gli  alberi  non  sono   ancora  spogli. Ottobre  è  la  metamorfosi  che  non  freme  per  esibirsi, la  bellezza  accompagnata  dalla  modestia, la  profondità  priva  di  orgoglio: ottobre  offre  senza  pretendere  nulla  in  cambio; ottobre  arriva  e  dispiega  i  suoi  regali  per  chiunque  voglia  accettarli, ma  senza  costringere  nessuno  a  dedicare  loro  attenzione. E  infatti  il  parco, questa  mattina, era  un  enigma  di  colori  e  silenzio. A  tratti, sembrava  di  camminare  in  un  altro  mondo, in  un  Altrove  misterioso, accogliente  e  comprensivo.

Con  la  sua  pacatezza, la  sua  elegante  austerità, la  sua  rara  saggezza, ottobre  insegna  a  pensare, a  ricordare, a  distinguere, a  interpretare  luci  e  ombre, a  osservare  quello  che  sfugge  ai  più. Ottobre  è  una  porta  che  si  apre  sull’infinito.

Foglie, fango e pioggia

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Oggi  è  una  splendida, grigia, malinconica  giornata  di  ottobre. La  pioggia  ininterrotta, i  colori  spenti  e  i  lunghi  intervalli  nei  quali  il  silenzio  regna  indisturbato  sono  uno  dei volti  più  belli  e  indecifrabili  dell’autunno. E  il  silenzio, austero  ma  non  opprimente, si  fa  discorso  quando, cedendo  a  un  impulso  momentaneo, ci  si  ferma  e  ci  si  pone  in  ascolto. Così, finalmente  è  la  voce  interiore  a  parlare, mentre  le  foglie, il fango, la  pioggia – un  abbraccio  di  toni  cupi  indistinguibili – sembrano  entrare  dentro  di  noi  e  suggerirci  nuovi  percorsi. Oppure  risolvere  ciò  che  è  rimasto  sospeso.

 

Di comunicazioni e mistero

Sono  molto  contenta  delle  infinite  possibilità  che  ci  offrono  internet  e  le  comunicazioni  veloci  in  genere. Però  ogni  tanto  mi  assale  il  desiderio  di  tornare  indietro  e  di  vivere  per  qualche  giorno come  si  viveva  quando  adsl,  cellulari  e  affini  non  esistevano. Mi  piacerebbe  potermi  ritrovare – che  so – negli  anni  Ottanta  del  secolo  scorso, quando  bisognava  cercarsi  una  cabina  telefonica  per  chiamare  qualcuno  se  si  era  fuori  casa  e  quando  tutte  le  comunicazioni  erano  più  lente.

Se  esistesse  una  macchina  del  tempo  capace  di  trasportarci  indietro, ogni  tanto  farei  una  puntatina  nel  passato  privo  di  internet. Come  una  specie  di  temporanea  vacanza  dello  spirito  dopo  l’orgia  delle  comunicazioni  continue  e  rapidissime. Naturalmente  si  tratterebbe  solo  di  brevissimi  intervalli, perché  preferisco le  tante  comodità  che  ci  sta  offrendo  ora  la  tecnologia; ma  sarebbe  bello  poter  ‘staccare’  ogni  tanto  e  poter  tornare  a  vivere  certe  emozioni.

Se  è  vero, infatti, che  comunicare  tanto  facilmente  ha  migliorato  la  nostra  esistenza  sotto  molti  punti  di  vista, è  altrettanto  vero  che  sono  venute  meno  certe  attese  che, in  alcuni  casi, avevano  un  loro  fascino: aspettare  una  lettera, ad  esempio,  significava  coltivare  ansie, speranze  e  tutte  quelle  emozioni  che  soltanto  la  mancanza  di  immediatezza  può  offrire. Anche telefonare  ad  amici  e  parenti  lontani  aveva  il  sapore  di  un  piccolo  ‘evento’: le  telefonate  interurbane  costavano  molto, non  si  facevano  tutti  i  giorni  e  quindi  sentirsi  per  telefono  a  volte  acquistava  la  fisionomia  di  un  fatto  importante, di  un  piccolo  rito  colmo  di  significati.

E  che  dire  delle  ‘difficoltà’  di  comunicare  con  amiche  e  amici? In  genere, nelle  case  c’era un  unico  telefono. Se  si  voleva  dire  qualcosa  di  rilevante  e  di  segreto  all’amica  o  all’amico  del  cuore  bisognava  scriversi, scambiarsi  biglietti  o  conversare  in  privato  e  trovare  il  momento  giusto  per  farlo. Anche  darsi  un  appuntamento  era  un  po’  meno  immediato  rispetto  a  oggi, e  ciò  conferiva  un  fascino  particolare  all’arte  di  coltivare  relazioni, proprio  perché  tutto  era  sempre  accompagnato  dall’attesa  e  quindi  da  momenti  di  sospensione  o, meglio, da  mistero. Ecco, questo  è  il  nucleo  della  questione: un  certo  alone  di  mistero  conferisce  sempre  attrattiva  a  ciò  che  si  aspetta, si  desidera  e  si  fa, mentre  la  possibilità  di  avere  tutto  e  subito, cioè  la  totale  assenza  di  ostacoli,  tende  a  banalizzare  pensieri  e  azioni  e  può  essere  fonte  di  noia. Insomma, quando  si  è  sazi  il  cibo  dà  la  nausea.

Ma  è  un  discorso  per  anime  un  po’  romantiche – me  ne  rendo  conto – e  quindi  non  può  essere  approvato  da  tutti.

 

 

Una scura, piovosa giornata di ottobre

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Questo  post  è  “in  divenire”: sarà  aggiornato  a  poco  a  poco, come  un  diario. Il  diario  di  una  giornata  di  ottobre  scura  e  malinconica.

Ore 15:32. Poco  fa  il  cielo  è  diventato  così  scuro  da  incutere  timore, se  non  vero, autentico  terrore: è  difficile  vedere  una  giornata  d’ottobre  tanto  cupa  e  disperata. Ma  questa  improvvisa  oscurità  è  stata  il  segnale  di  un  temporale  imminente. E  infatti  adesso  piove  a  dirotto, piove  come  se  non  dovesse  smettere  mai  più, piove  mentre  i  tuoni  accompagnano  il  rumore  delle  gocce  che  cadono  fitte. Ottobre  sta  piangendo.

Ore 16:41. Piove  intensamente  anche  se  i  tuoni  non  si  avvertono  più. Adesso  l’estate  è  davvero  un  ricordo  molto  lontano. La  strada  non  è  soltanto  cupa: è  straziata  dal  tempo, straziata  dal  grigio  scuro  che  si  è  riversato  su  di  noi  d’improvviso. Ma  è  ancora  giorno  e  il  pomeriggio  scorre  quieto  nonostante  tutto.

Ore 17:41. Apprezzare  una  giornata  come  questa  è  uno  sforzo  non  da  poco, persino  per  me  che  porto  l’autunno  nel  cuore. Però  mi  sento  serena, qui, nella  mia  stanza  illuminata,  mentre  fuori  il  cielo  continua  a  soffrire  e  a  piangere  lacrime  disperate.

Ore 19:20. Continua  a  piovere  e  l’atmosfera  è  decisamente  malinconica, se  si  ha  l’ardire  di  guardare  fuori  dalla  finestra. Ma  preferisco  evitare  e  concentrarmi  sull’interno, che  è  molto  più  piacevole  e  gaio.

Ore 22:02. Finalmente  un  po’  di  pace  e  di  riposo. Continuo  a  sentire  la  voce  della  pioggia, delicata, suggestiva, triste. La  notte  sarà  lunga.

Stagioni e silenzi

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Ogni  stagione  ha  un  proprio, inconfondibile  silenzio. D’inverno, il  silenzio  assume  coloriture  inquietanti: è  il  nulla  delle  strade  vuote  a  causa  del  gelo  e  dei  passi  rapidi  per  cercare  un  riparo. Durante  la  primavera, il  silenzio  è  un  intervallo  ricco  di  aspettative, un  breve  momento  di  pace  in  attesa  della  luce  e  delle  ingenue  esplosioni  di  entusiasmo  della  vita  che  ritorna. D’estate, il  silenzio  è  l’intermezzo  che  precede  la  festa  e  il  riposo  prima  dell’allegria  o  delle  chiacchiere  vuote  e  inconsistenti. E  non  è  mai  lungo, tetro  e  saggio  come  quello  invernale.

Durante  l’autunno, invece, il  silenzio  è  un  richiamo  solenne – educato, serio  ma  privo  di  severità. Non  s’impone  come  quello  invernale, ma  s’insinua  adagio  nelle  stanze, lungo  le  strade  e  perfino  dentro  di  noi. S’insinua  adagio  come  l’incerta  oscurità  di  alcune  giornate  di  ottobre, quando  il  grigio  del  cielo  è  presagio  di  freddo, di  pioggia, di  nuove  malinconie.

Il  silenzio  d’autunno  è  tutto  ciò  che  non  abbiamo  mai  raccontato  ad  anima  viva: memorie, segreti, frammenti  d’incontenibili  passioni, vane  attese, speranze  infinite. Il  silenzio  d’autunno  siamo  noi  quando, mentre  lenta  scende  la  sera  e  fuori  piove, decidiamo  di  ricominciare.

Di misteriosa grandezza

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Un’incontenibile  esplosione  di  vita: arancione, giallo, marrone  caldo, viola, rosso. Sono  colori  che  parlano  di  allegria, di  entusiasmo, di  risate. Ma  l’autunno  è  anche  questo, un  insieme  di  toni, di  umori, di  sapori  la  cui  straordinaria  bellezza  riposa  sulla  varietà. L’autunno  è  generoso  perché  ci  regala  un’infinità  di  sfumature, di  luci, di  ombre, di  odori  che  non  possono  essere  racchiusi  negli  angusti  limiti  di  una  frase, sia  pure  ben  scritta. E  ottobre  è  la  poesia  che  dispiega  tale  varietà  davanti  ai  nostri  occhi, invitandoci  a  leggerla, a  interpretarla, a  coglierne  il  senso  più  remoto.

Raffinato, sensibile  e  sereno, ottobre  sussurra  dolci  parole – talvolta  incomprensibili, talvolta  bizzarre, talvolta  di  una  chiarezza  disarmante. È  un  privilegio  riuscire  ogni  anno  ad  ascoltarlo,  cogliendone  la  misteriosa  grandezza. E  cogliendola  sempre  con  estremo  stupore, sempre  come  se  fosse  la  prima  volta.

Canto di ottobre

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È  arrivato  ottobre, enigmatico, sensibile  e  profondo. La  sua  delicata  complessità  sfugge  anche  allo  sguardo  più  attento: davanti  ai  nostri  occhi, ottobre  dispiega  gioia  e  malinconia, lacrime  e  sorrisi, estatiche  lentezze  e  improvvise  accelerazioni.

Il  primo  freddo  pungente  al  mattino, l’indecisione  del  cielo  fra  il  sole  e  l’oscurità, le  ombre  che  si  allungano  durante  il  pomeriggio, l’atmosfera  rarefatta. E  poi  la  nebbia, timida  e  incerta, ad  accarezzare  dolcemente  pensieri,  sentimenti  e  segreti; e  i  viali  calmi, muti  spettatori  della  vita  che  passa  e  scompare  in  fretta. Comincia  lo  spettacolo  delle  foglie  morenti – e  comincia  adagio: foglie  rosse  nei  parchi, lungo  le  strade, nelle  aiuole  che  tutti  ignorano  e  che  invece  sono  lì, anno  dopo  anno, stagione  dopo  stagione.

Talvolta, si  vorrebbe  che  quelle  foglie  parlassero, che  ci  indicassero  la  via, che  ci  suggerissero  il  sentiero  da  percorrere. Tavolta  si  percepisce  invece  qualcosa  di  oscuro, un  presagio  o  forse  il  nulla – la  fantasia  malata  dei  giorni  più  tetri  e  spenti. Eppure, ottobre  racconta  sempre  qualcosa. Magari  inaspettatamente, quando  il  crepuscolo   diventa  un  canto  misterioso  e  lento.