Estate e vacanze

Karlsaue Estate 027

E  così  luglio, il  mese  estivo  sempre  rovente  e  senza  pietà, si  accinge  a  terminare  il  suo  percorso  con  una  brusca  e  strana  svolta  autunnale. La  pioggia  di  queste  ore, infatti, non  ha  nulla  a  che  vedere, almeno  qui, con  le  tipiche  piogge  della  stagione  estiva, intense  ma  brevi; questa  è  una  pioggia  persistente   accompagnata  da  un  notevole  calo  termico. Basta  poi  aprire  le  finestre  per  avvertire  un  vento  freddo  che  ricorda  quello  delle  ultime  giornate  di  settembre, quando  l’autunno  richiama  l’attenzione  su  di  sé  annunciando  la  fine  della  vecchia  stagione.

Eppure  è  estate  e  ci  aspetta  agosto, il  mese  delle  vacanze-a-tutti-i-costi, della  finta  o  vera  spensieratezza, dei  tramonti  che  si  tingono  di  festa  e  di  allegria, delle  lunghe  giornate  in  riva  al  mare  o  sui  prati  in  montagna. Ma  non  pochi  trascorreranno  agosto  in  città, per  i  più  svariati  motivi; e  allora  ci  si  chiede  cosa  rappresenti  agosto  per  chi  deve  restare  a  casa.  Se  il  clima  è  abbastanza  mite, senza  la  cappa  del  caldo  infernale, rimanere  in  una  città  per  metà  vuota  e  con  il  traffico  automobilistico  ridotto  può  essere  una  bella  esperienza: il  caos  è  assente, le  strade  sono  più  pulite  e  spesso  si   avverte  la  magia  del  silenzio.  La  verità  è  che  ci  si  può  sentire  in  vacanza  anche  restando  in  città, perché  essere  in  vacanza  è  soprattutto  uno  stato  d’animo.

Non  si  tratta  di  un  semplice  modo  di  dire  o  di  un  espediente  autoconsolatorio: è  davvero  così.  Ricordo  di  aver  trascorso  alcune   pessime  vacanze  in  montagna  perché  ero  tormentata  da  pensieri  e  preoccupazioni  che   non  mi  abbandonavano  per  il  solo  fatto  di  non  trovarmi  in  città; ricordo  addirittura  l’agosto  del  2000 – non  lo  dimenticherò  mai – in  cui  trascorsi  l’intera  vacanza  sui  monti  afflitta  dall’insonnia. Perciò  so  con  certezza  che  le  vacanze  sono  soprattutto  uno  stato  dell’anima.  E  allora  ben  venga  anche  agosto  in  città, se  l’anima  o  l’interiorità – la  si  chiami  come  si  vuole – è  ben  disposta.

 

(Post  ispirato  alla  conversazione, avuta  questa  mattina, con  una  mia  vicina  di  casa  un  po’  malinconica  perché  costretta  a  restare  in  città   durante  il  mese  di  agosto)

La prima volta in discoteca

snoopy

Durante  l’adolescenza   ero  tranquilla  e  non  avevo  quelli  che, in  genere, sono  definiti  grilli  per  la  testa. Non  ero  scalmanata, non  m’interessava  fare  chissà  che  esperienze  – non  le  avevo  proprio  in  mente –  e  per  molti  versi  vivevo  nel  mondo  dei  sogni, senza  avvertire  alcuna  necessità  di  svegliarmi.  Tuttavia  avevo  una  smania, sola, unica  ma  prepotente: a  quindici  anni, mi  misi  in  testa  che  era  giunto  il  momento  di  fare  il  mio  ingresso  in  una  discoteca.  Qualcuno  potrà  giustamente  pensare: e  allora? Quale  sarebbe  il  problema? Il  problema  era  mio  padre, che  non  ne  voleva  proprio  sapere. Ma  aveva  torto, aveva  torto  marcio: le  discoteche  non  sono  terribili  luoghi  di  perdizione  e  poi, come  sempre, tutto  dipende  da  noi, da  ciò  che  siamo, dal  carattere  che  abbiamo, dalle  nostre  predisposizioni   e   dall’educazione  che  abbiamo  ricevuto. Io  sapevo  bene  che  non  avevo  alcun  desiderio  strano  se  non  quello  di  andare  in  un  luogo  affollato  in  cui  era  possibile  ballare.

E  fu  così  che  decisi  di  andare  in  discoteca  senza  dirlo  a  mio  padre.  Farlo  era  facile, facilissimo, perché  non  avevo  alcuna  intenzione  di  andarci  di  sera:  a  parte  il  fatto  che  uscire  di  sera  mi  era  vietato, a  me  comunque  non  interessava. Sarò  stata  strana, ma  non  ho  mai  avvertito  il  desiderio  di  uscire  di  sera  in  città – solo  in  montagna  mi  piaceva  farlo –  per  cui  il  divieto  non  mi  pesava. No, in  discoteca  volevo  andarci  di  domenica  pomeriggio. Anche  allora  frequentare  la  discoteca  di  domenica  pomeriggio  era  considerato, da  molti  giovanissimi, una  cosa  infantile  e  ridicola: per  certuni, essere  alla  moda  ed  emancipati   significava  andare  in  discoteca  soltanto  di  sera.  Ma  a  me  non  interessava  atteggiarmi  a  ragazza  finto-emancipata, e  poi, nell’ambiente  da  me  frequentato –  liceo  classico, famiglie  un  po’  tradizionaliste, spesso  religiose  e, come  si  suol  dire, a  volte  all’antica –  fra  le  ragazze  andare  in  discoteca  di  domenica  pomeriggio  non  era  ridicolo  ma  normale.

All’epoca, in  questa  città  il  battesimo  dei  ragazzini  avveniva  allo  Snoopy, nel  senso  che  era  la  prima  discoteca  nella  quale  si  entrava. Non  so  come  sia  ora, ma  a  quel  tempo  era  un  locale  non  molto  grande  e  sotto  terra: per  entrare  si  scendevano  alcune  scale, immergendosi  in  un’atmosfera  un  po’  ovattata  e  irreale. Ricordo  ancora  l’emozione  che  provai   quando, con  alcuni  amici, organizzammo  la  nostra  piccola  spedizione  allo  Snoopy. Del  gruppo  facevano  parte  Andrea, il  ragazzino  di  cui  ho  già  parlato  in  un  altro  post, una  nostra  compagna  di  ginnasio  di  nome  Isabella – anche  lei  piena  di  divieti  e  coi  genitori  sempre  addosso – e  altre  tre  ragazze  che  però  ora  non  ricordo  più. Una  doveva  forse  essere  una  mia  vicina  di  casa,  che  conoscevo  fin  dall’infanzia  e  che, in  teoria, era  la  mia  migliore  amica (per  fortuna  ormai  da  anni  ridotta  al   ruolo  di  ex  amica). Io  raccontai  a  mio  padre  che  sarei  andata  a  fare  la  vasca  in  centro  e  poi  forse  in  sala  da  tè. Tanto  sapevo  che  all’ora  di  cena  sarei  stata  a  casa.

Ricordo  che, dopo  esserci  dati  appuntamento  davanti  a  casa  di  Isabella, col  mio  gruppetto  partimmo   rigorosamente  a  piedi  per  il  mitico  Snoopy. Io  ero  felicissima  perché  il  mio  sogno  si  stava  avverando: per  la  prima  volta  nella  mia  vita  avrei  visto  una  discoteca.  Ma  appena  entrai  allo  Snoopy, non  provai  un’emozione  particolare  perché  mi  sembrò  di  essere  a  casa, mi  sembrò  di  entrare  in  un  posto  conosciuto  da  sempre. Mi  sentii  contenta, certo, quasi  entusiasta, ma  senza  trepidazioni. E  tutto  filò  liscio, ovviamente: non  era  un  tremendo  luogo  di  perdizione  e  non  vidi  nessuno  fare  cose  strane.

Io, che,  come  ho  scritto  sopra,  vivevo  felicemente  nel  mondo  dei  sogni  e  lì  avevo  intenzione  di   restare,  trascorsi  la  mia  prima  domenica  in  discoteca  a  scherzare  con  le  amiche  e  in  particolare  con  Andrea, che  amava  ascoltarmi  perché  si  sbellicava  per  le  storielle  che  raccontavo  e  le  tante  battute  che  inventavo. Naturalmente  ballai, sì, ma  mi  divertii  anche  a  starmene  seduta  a  chiacchierare  e  osservare  tutto  quello  che  vedevo  intorno  a  me.  Mi  è  sempre  piaciuto  studiare   il  mondo  e  i  suoi  abitanti  e  lì, in  un  ambiente  tanto  circoscritto, si  poteva  osservare  e  studiare  a   sazietà.

Fu  un  giorno  semplice  e  bellissimo. Semplice  perché  non  feci  nulla  di  bizzarro, bellissimo  perché  realizzai  il  mio  piccolo sogno. E,   da  quel  momento, trascorsi  molte  domeniche  allo  Snoopy  fino  all’età  di  diciassette  anni, quando  fu  il  momento  opportuno  per   spiccare  il  volo  verso  una  discoteca  in  cui, la  domenica  pomeriggio, andavano  ragazzi  un  po’  più  grandi: si  chiamava  Charlie, era  in  via  Riccoboni  e  adesso  non  esiste  più.

Di eccessi e Luna Park

La  prima  volta  che  ebbi  l’occasione  di  andare  al  Luna  Park  senza  mia  madre  fu  a  dodici  anni. Con  me  vennero  cinque  persone  fra  ragazzini  e  ragazzine:  tre  compagni  di  scuola  con  cui, alle  medie, ero  molto  affiatata, e  due  amichette  mie  vicine  di  casa. Da  brava  bambina, non  dissi  nulla  a  mia  madre  di  ciò  che  avrei  fatto  quel  pomeriggio,  per  evitare  di  vederla  ansiosa  e  piena  di  mille  paure:  non  desiderava, infatti, che  io  andassi  in  un  luogo  simile  senza  la  sua  presenza. Ma a  quell’età  scalpitavo  per  prendermi  qualche  piccola  libertà  e  non  avevo  alcuna  intenzione  di  perdere  la  possibilità  di  divertirmi  scatenandomi  senza  inibizioni  e  controlli. Così  mentii  sostenendo  con  disinvoltura  che  sarei  andata  al  parco  Tal  dei  Tali  con  alcuni  amici,  e  me  la  svignai  da  casa  con  moto  accelerato.  Era  una  bellissima  giornata  di  aprile, uno  splendore  di  primavera  dolcissima, ed  io  e  il  mio  gruppetto  eravamo  felici  come  lo  si  può  essere  quando  finalmente  si  pensa  solo  a  divertirsi, lasciandosi  alle  spalle  ogni  dovere.

Giunti  nel  luogo  tanto  agognato, cominciammo  a  fare  un  interessante  giro  di  ricognizione. Io, che  all’epoca  non  temevo  nulla, iniziai  subito  a  mettere  gli  occhi  su  tutte  le  giostre  più  ‘pericolose’  e  il  mio  sguardo  di  fuoco  cadde  presto  sull’Enterprise. Ne  ricordo  ancora  il  nome  perché  fu  un’esperienza  particolare: si  trattava  di  un’enorme  ruota  con  tante  navicelle  graziosamente  attaccate  e  tutte  penzolanti; dapprima  la  ruota  girava  su  stessa  lentamente  rimanendo  in  sicura  posizione  orizzontale, ma  poi   si  alzava  verticalmente  rispetto  al  suolo  e  i  soggetti  dentro  le  navicelle  giravano  beatamente  con  la  testa  all’ingiù. Attenzione, non  bisogna  confondere  questo  coso  con  la  Ruota  Panoramica, che  è  molto  più  tranquilla, sicura  e  monotona. Di  quest’ultima  non  ne  volli  sapere  perché, con  l’arroganza  dei  dodici  anni,  la  giudicai  adatta  a   gente  senza  sangue  nelle  vene  e  soprattutto  ai  pensionati. Mi  scuso  coi  pensionati, ovviamente, ma  purtroppo  a  quell’età  la  pensavo  così.

Siccome  su  ciascuna  delle   graziose  navicelle  c’era  posto  per  due, con  piglio  sicuro  e  voce  un  po’  prepotente – eh, che  ci  posso  fare? – chiesi  ai  cinque  del  mio  gruppo: “Chi  viene  con  me?”. Risultato: silenzio  di  tomba, sguardi  abbassati  e  tanta  incertezza. Le  due  ragazzine  non  ne  volevano  proprio  sapere, mentre  i  tre  maschietti  non  osavano  mostrare  la  propria  paura  e  prendevano  tempo, ma   si  capiva  che  avrebbero  preferito  andarsene  altrove. Fu  così  che  io  mi  rivolsi  a  Stefano, un  bravo  bambino  mio  compagno di  classe, e  tutta  giuliva  intimai: “Forza, vieni  con  me!”.  Il  poveretto  avrebbe  forse  potuto  rifiutare? Zitto  e  sottomesso   mi  seguì  prendendo  posto  dentro  il  coso  infernale, mentre  gli  altri   restarono  fermi  a  guardarci  incuriositi.

Una  volta  seduti  dentro  la  navicella, la  mia  gioia  infantile  non  ebbe  limiti. Appena  l’Enterprise  cominciò  a  girare, mi  sentii  entusiasta  e  piena  di  vita; quando  poi  si  alzò  in  verticale  aumentando  la  velocità, mi  sembrò  di  aver  toccato  il  cielo  con  un  dito:  vedere  il  mondo  tutto  capovolto  fu  un’esperienza  da  lasciarmi  senza  fiato.  Poi  il  giro  finì; ma,  a  una  come  me, tanto  amante  del  brivido,  poteva  forse  bastare  soltanto  un  giro? Certo  che  no.   E  così  ne  feci  un  altro  insieme  a  non  ricordo  chi.

Successivamente  fu  la  volta  delle  Montagne  Russe  e  subito  dopo  del  cosiddetto  Tokaido, una  specie  di  treno  scoperto  che  correva  forte  in  un  percorso  da  brivido   tipo  Montagne  Russe. In  questa  mia  frenetica  corsa  al  rischio, agevolata  dal   senso  di  eternità  che  sempre  accompagna  l’estrema  giovinezza, non  mancarono  divertimenti  più  tranquilli, tipo  la  visita  alla  cosiddetta  Casa  degli  Orrori, un’autentica  ciofeca: si  entrava  in  un  tunnel  buio  e, di  colpo, compariva  una  luce  a  mostrare  un  patetico  scheletro  di  gomma  e  un  mostriciattolo  di  cui  non  ricordo  le  sembianze. Quasi  inutile  aggiungere  che  uscii  dal  tunnel  disgustata  e  annoiata.

Di  quel  giorno  non  ricordo  altro, ma  i  fatti  che  ho  riportato  sono  ancora  vivi  nella  mia  mente  perché  rappresentarono  una  piccola  affermazione  di  libertà, fatta  attraverso  una  fuga  dall’universo  familiare  e  dalle  sue  restrizioni. Del  resto, il  processo  di  crescita  prevede  anche  queste  piccole  marachelle. E  per  finire, con  gioia  profonda  e  incomparabile  emozione  vi  mostro  l’indimenticabile   Enterprise:  🙂

Di luglio e ricordi

estate3

La  giornata  è  stata  magnifica, un  bellissimo  volto  di  luglio  come  non  si  vedeva  da  anni:  pura  luminosità  accompagnata  da  una  temperatura  mite. L’estate  senza  arroganza. In  giornate  come  questa, ci  si  sente  contenti  e  si  avverte  il  desiderio di  correre  incontro  alla  vita  ritornando  ragazzini. Così  rivedo  un’estate  particolare  di  parecchi  anni  fa, quando abitavo  ancora  al  quartiere  Buon  Pastore  e  frequentavo  il  ginnasio.

Avevo  un  amico  con  cui, terminato  l’anno  scolastico,  trascorrevo  ogni  giornata  di  luglio, senza  eccezioni. Lui  abitava  lontano  dal  mio  quartiere,  eppure   ogni  santo  giorno  arrivava  a  casa  mia,  in  bicicletta,  alle  dieci  della  mattina: uscivamo  e  camminavamo  parecchio  fino  all’ora  di  pranzo, quando  ciascuno  tornava  a  casa  per  mangiare. Queste  pause  dovute  a  ragioni  di  forza  maggiore  erano  da  noi  vissute  come  intervalli  un  po’  fastidiosi,  anche  se necessari: per  noi  quindicenni  pieni  di  vita,  che   non  avvertivamo  il  desiderio  di  una  siesta  pomeridiana  ma  volevamo  soltanto  uscire, uscire  e  poi  ancora  uscire, il  tempo  dedicato  ai  pasti  era  necessariamente  breve, lo  stretto  indispensabile  per  non  morire  di  fame. Non  a  caso,  puntuale  come  un  orologio  svizzero, alle  quindici  del  pomeriggio  e   in  piena  canicola  il  mio  amico  Andrea  ricompariva  e  tornavamo  a  uscire: andavamo   in  centro  o  nei  parchi  o  comunque  in  qualsiasi  posto  in  cui  fosse  possibile  parlare. E  parlavamo, parlavamo, parlavamo  all’infinito. Adesso  mi  sembra  strano  e  persino  assurdo  aver  parlato così  tanto, visto  che  sono  diventata  taciturna  e  considero  le  parole  spesso  inutili   e  vuote. Eppure l’ho  fatto, sì, ho  chiacchierato  molto  dando  sfogo  a  tutto  quello  che  sentivo.

All’ora  di  cena, il  buon  Andrea  se  ne  tornava  a  casa  per  riempirsi  lo  stomaco, ma, alle  ventuno  precise, ricompariva  e  andavamo  in  un  piccolo  parco  vicino  a  casa  mia. A  volte, si  univa  a  noi  un  altro  compagno  di  scuola  che  viveva  proprio  nei  pressi  di  quel  piccolo  parco; poi  si  abituò  a  raggiungerci  un  altro  compagno  ancora, che  abitava  in  centro  ma, dopo  cena, partiva  per  venire  nel  mio  quartiere, anche  lui  in  bicicletta. E  si  chiacchierava  fino  alle  ventidue  e  trenta, perché  a  me  non  era  consentito  rientrare  a  casa  più  tardi, e  del  resto  i  miei  genitori  mi  facevano  uscire  dopo  cena  solo  perché  restavo  nei  pressi  di  casa.

Mi  diverte  ora, a  distanza  di  tanti  anni, ricordare  quel  luglio  pieno  di  chiacchiere, di  passeggiate, di  risate  e  di  spensieratezza, vera  o  finta  che  fosse.  Non  rimpiango  nulla, non  vorrei  tornare  indietro, preferisco  mille  volte  la  serena  consapevolezza  della  maturità. Però  in  una  giornata  di  luglio  così  mite  e  dolce  è  bello  riandare  con  la  memoria  a  quei  momenti, a  un’età  in  cui  si  riusciva  a  sognare  nonostante  tutto.

Di rara quiete

Signora nel parco-1871_JPG

Un’immagine  che  infonde  un  senso  di  quiete  raro  in   un’epoca  permeata  dai  miti  della  velocità  e  dell’efficienza-a-tutti-i-costi. Ma  l’estate  è  anche  questa:  un’occasione  per  fermarsi  ogni  tanto  o  uno  spazio   da  colmare  con  pensieri  poco  invadenti  e  lievi, quasi  impalpabili  nella  loro  superficialità.

Guardare  in  lontananza,  immersi  nella  bellezza  di  un  paesaggio  che  non  teme  il  trascorrere  delle  stagioni, perché  sempre  destinato  a  rinascere; guardare  in  lontanza  senza  preoccuparsi  se  il  tempo  scorre, se  taluni  gridano, se  qualcuno  insiste  a  chiamarci. Guardare  in  lontanza  per  lasciarsi  trasportare  dal  susseguirsi  di  sensazioni  ed  emozioni. E  respirare, sentirsi  vivi  senza  dover  parlare  al  mondo, senza  dover  accontentare  qualcuno, senza  doversi   raccontare.  Muti, in  pace  con  se  stessi  qualsiasi  cosa  accada.

 

(Nell’immagine   il  dipinto  Signora  nel  parco, di  Federico  Zandomeneghi)