Di bizzarra stagione

pioggia

In  questi  ultimi  giorni  ho  evitato  di  scrivere  non  per  mancanza  di  idee,  ma  per  pura  stanchezza. Stanchezza  fisica. Le  giornate  sono  trascorse  serene, spesso  soleggiate, a  volte  aspre  e  piovose, in  linea  con  la  strana  fusione  di  primavera  e  autunno  che  ha  caratterizzato  buona  parte  di  febbraio. Una  bizzarra, nuova  stagione  che  abbiamo  osservato  con  un  po’  di  stupore.

In  certi  giorni, quando  il  sole  e  la  pioggia  si  rincorrono  in  maniera  caotica, si  resta  confusi  e  forse  si  avverte  un  po’  d’insicurezza. Ma  se  la  pioggia  è  quella  silenziosa, sottile, quasi  impercettibile  tipica  della  primavera, ci  si  sente  avvolti  da  un  indefinibile  senso  d’intimità. Allora  si  cerca  un  momento  di  solitudine, si  evita  di  parlare, si  ascolta  soltanto  il  silenzio. E  talvolta, se  si  è  fortunati, ci  si  sente  rapiti  in  cammino  verso  l’Altrove, consapevoli  e  così  forti  da  non  temere  nulla. Sono  le  stagioni  strane  come  questa  a  toccare  il  cuore, a  scoprire  abissi  d’insospettata  saggezza, a  cancellare  ogni  traccia  d’affanno.

 

Di un’altra stagione

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Sono  stati  giorni  bizzarri, un  rincorrersi  di  sole  e  di  pioggia  a  dipingere  una  stagione  indefinibile, un  assurdo  groviglio  di  primavera  e  d’autunno  al  quale  è  impossibile  dare  un  nome.

Ieri, dopo  la  luminosità  del  mattino, l’oscurità  improvvisa: non  si  è  trattato  del  monotono, insistente, uniforme  grigiore  di  tante  giornate  invernali, ma  di  quel  repentino  mutamento  d’atmosfera  tipico  del  periodo  primaverile, quando  la  luce  scompare  in  un  attimo  travolta  con  prepotenza  dal  malumore  del  tempo  e  colora  il  pomeriggio  di  nero, come  capita  durante  certi  acquazzoni. Ma  l’opprimente, insidiosa  umidità  e  il  freddo  della  notte  sono  tratti  tipici  dell’autunno, e  allora  febbraio  diventa  un  caos, si  trasforma  in  un  mese  privo  d’identità  o  forse  soltanto  desideroso  d’inventarsi  una  nuova  stagione: primavera-autunno  o   autunno-primavera, abbraccio  d’umori  e  toni  differenti, incomprensibile  scontro  di  diverse  ambiguità.

I  capricci  primaverili  insieme  all’enigmatica  profondità  dell’autunno  impongono  una  riflessione, un  ripensamento, uno  sguardo  diverso: si  avverte  il  desiderio  di  chiudersi  in  casa  a  lungo  e  poi  di  uscire  e  poi  di  dormire. Ci  si  sente  giovanissimi  e  incredibilmente  vecchi  a  un  tempo, si  vorrebbe  correre  ma  anche  fermarsi, si  vorrebbe  gridare  di  gioia  ma  anche  tacere. Talvolta  si  sogna  l’oblio, ogni  tanto  la  fantasia  afferra  prati  in  fiore; ma  scende  la  notte, le  voci  si  attutiscono  e  i  pensieri  restano  avvolti  dalla  prudenza  del  silenzio.

Sciocchezze prima di cena

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In  questo  periodo, con  la  scusa  del  carnevale, del  quale  in  realtà  m’interessa  ben  poco, ho  pensato  alla  remota  possibilità  di  preparare  le  ciambelle  fritte, che  non  ho  mai  fatto  in  vita  mia. Questo  stravagante  desiderio, che  si  è  impossessato  di  me  circa  una  settimana  fa, mi  ha  spinta  a  cercare  sul  web  qualche  ricetta  non  troppo  astrusa. Ma  le  ricette  sono  tante, davvero  troppe, e  io  non  ho  il  tempo  necessario  per  lanciarmi,  con  audacia  e  sprezzatura,  in  una  simile  avventura, tenendo  anche  conto  del  fatto  che  il  risultato  potrebbe  essere  non  proprio  felice, data  la  mia  completa  inesperienza  a  riguardo. Pertanto  ho  infine  deciso  che, sabato  prossimo, mi  limiterò  a  preparare  il  ciambellone  marmorizzato  e  glassato, che  è  buono  assai,  si  mangia  molto  volentieri e  mi  riuscirà  perfettamente, visto  che, in  questo  caso, l’esperienza  non  mi  manca. In  altre  parole: la  cronica  assenza  di  tempo  mi  spinge  a  ripiegare  sul  noto  e  il  consueto, a  scapito  del  cambiamento. C’è  da  dire, però, che  adoro  torte  e  ciambelloni, preferendoli  a  qualsiasi  tipo  di   dolce  fritto, per  quanto  buono  possa  essere. Pertanto: w  il  ciambellone  marmorizzato!

Dopo  questo  post  di  così  intenso  spessore  intellettuale  e  speculativo, mi  alzo  e  vado  a preparare  la  cena. Non  mi  va, ma  mi  tocca. Buona  serata. 😀

Pensieri a febbraio

Febbraio, poverino,  non  m’ispira  pensieri  particolarmente  poetici, languori, sospiri  e  affini. Non  l’ho  mai  amato  troppo:   a  volte  è  di  una  tetraggine  spaventosa, altre  volte  non  si  capisce  dove  voglia  andare  a  parare. Però  anche  febbraio  ha  i  suoi  lati  positivi, come, ad  esempio, il  torneo  delle  Sei  Nazioni, imprescindibile  per  chi  ama  il  rugby. Inoltre  febbraio  è  il  mese  del  carnevale, anche  se  io, data  l’età, non  so  che  farmene  di  questa  pseudo-festa. Ogni  tanto  vengo  assalita  dallo  stravagante  desiderio  di  mascherarmi, proprio  come  se  fossi  ancora  bambina, ma  per  fortuna  simili  pensieri  svaniscono  in  fretta  dalla  mia  mente  affaccendata.

Altro  lato  positivo  di  febbraio  è  che  si  tratta  del  mese  dei  saldi, che  iniziano  sì  a  gennaio, ma  che  adesso  sono  nella  fase  più  calda, quella  in  cui, impegnandosi  e  con  un  po’  di  fortuna, si  può  talvolta  acchiappare  a  buon  prezzo  qualche  capo  di  vestiario  interessante. Io, ad  esempio, lo  scorso  venerdì  ho  comprato  una  maglia  lilla  di  ottima  qualità  scontata  del  50%. Ogni  volta  che  vedo  qualcosa  di  lilla, infatti, si  accende  in  me  il  profano  fuoco  della  passione, il  mio  sguardo  diventa  languido  e  le  mie  manine  desiderose  d’impossessarsi  dell’oggetto  lilla-colorato. Pertanto, sono  contenta  dell’acquisto  appena  fatto.

Dal  momento  che  quest’anno  febbraio  non  ci  ha  regalato  la  neve – ma  aspettiamo, la  speranza  è  l’ultima  a morire – ci  limitiamo  a  guardarla  in  qualche  immagine. Augurando  a  tutti  buona  domenica:

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Gioie infantili

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Piove, piove, piove. Non  vuole  saperne  di  smettere. Questa  atmosfera  cupa  e  priva  di  sfumature  è  abbastanza  opprimente, tanto  che  la  mia  mente  ballerina  ha  appena  afferrato  un’immagine  primaverile: una  primavera  di  tanti  anni  fa, col  cielo  azzurro, l’aria  tiepida  e  i  prati  in  fiore.

Ho  già  parlato  più  volte, su  questo  blog, della  signora  C., che  abitava  nel  condominio  in  cui  trascorsi  la  mia  discutibile  infanzia. Per chi  non  ricorda  la  signora  C., riscrivo  qualche  utile  dato: la  signora  C. era  maniaca  dell’ordine, tanto  che  in  casa  non  sedeva  neppure  in  salotto  per  non  rovinarlo, aveva  un  marito  sottomesso  e  mite  come  un  agnello   e  un  nipotino  molto  buono  e  simpatico  di  nome  Gianluca. Ebbene, in  un  bellissimo  giorno  d’aprile, uno  di  quei  giorni  in  cui  sembra  che  l’esistenza  sia  la  miglior  cosa  che  ci  possa  capitare  in  sorte, mia  madre  e  la  signora  C. decisero  di  condurre  me  e  Gianluca  ai  cosiddetti  baracconi, termine  modenese  usato  per  riferirsi  a  quel  Luna  Park  che, ogni  anno, compariva  e  compare   in  città  fra  aprile  e  la  festa  del  primo  maggio. A  quell’epoca, i  baracconi  arrivavano  all’ex  autodromo  della  città, ora  trasformato  in  Parco  Ferrari. Siccome  la  giornata  era  bella, mia  madre  e  la  signora  C. decisero  di  raggiungere  il  Luna  Park  a  piedi; così  facemmo  una  lunga  camminata, che  divertì  molto  me  e  Gianluca, piccoli, pieni  di  vita  ed  entusiasti  per  lo  splendore  della  primavera.

Come  ho  già  scritto, Gianluca  era  un  bambino  educato, privo  di  malizie  e  soprattutto  non  violento. All’arrivo  al  Luna  Park, però, anche  lui  cominciò  a  scatenarsi, com’è  giusto  che  sia,   manifestando  il  sanissimo  desiderio  di  salire  su  varie  tipologie  di  giostre. In  ciò  fu  calorosamente spalleggiato  da  me, che, quando  si  trattava  di  certi  divertimenti, non  mi  tiravo  indietro  e  non  sapevo  cosa  fosse  il  concetto  di  paura. Ricordo  che  c’era  una  giostra  con  tutte  macchine,  o  simil-macchine, attaccate  le  une  alle  altre,  che  giravano  velocissime  finché – sorpresa! –  si  alzava  un  bel  telone  e  copriva  le  sacre  teste  (e  pure  le  corna)  di  chi  vi  si  trovava  dentro. Io  e  Gianluca  insistemmo  per  salire  su  quella  diavoleria, mettendo  in  ansia  mia  madre  e  la  signora  C., che  non  conoscevano  quel  tipo  di  giostra  e  non  sapevano  cosa  aspettarsi.

Saliti  a  bordo  della  macchinina  e  partita  la  giostra  a  velocità  molto  sostenuta, io  e  Gianluca  cominciammo  a  sghignazzare  per  la  gioia. Quando, in  lontananza, cominciammo  a  sentire  la  voce  concitata  di  mia  madre,  ormai  in  ansia  vedendo  a  che  velocità  stavamo  girando, ridemmo  ancora  più  forte, con  le  bocche  tutte  spalancate, contenti  di  aver  turlupinato  le  nostre  accompagnatrici. Quando  poi   il  telone  ci  coprì  le  zucche, raggiungemmo  l’apoteosi  della  felicità, mettendoci  persino  a  urlare. Dopo  un  po’  il  telone  si  alzò, la  velocità  cominciò  a  diminuire  progressivamente  e   il  nostro  bel  giro  finì. Terminato  il  divertimento, ci  avvicinammo  alle  nostre  cortesi  accompagnatrici  sorbendoci  gli  inutili  rimproveri  di  mia  madre  e  le  lamentele  della  signora  C., che  iniziò  a  prendersela  col  nipote  per  non  so  più  che  motivo.

A  un  certo  punto, Gianluca, forse  ancora  eccitato  dall’ebbrezza  della  velocità  appena  sperimentata, chiese  a  sua  nonna,  con  aria  un  po’  arrogante, di  comprarle  un  certo  giornalino  a  fumetti. Apriti  cielo! La  signora  C., innervosita  da  tutto  quello  scatenarsi  d’infantili  passioni, attaccò  la  tiritera: eh  sì, perché  mi  avete  stancata, tu  e  i  tuoi  genitori! Non  fate  altro  che chiedermi  questo  e  quello, mi  fate  soltanto  spendere  soldi  e  bla, bla, bla. E  fu  così  che  il  timido, educato  e  gentile  Gianluca, evidentemente  esaltato  da  quel  pomeriggio  di  fuoco, ci  lasciò  letteralmente  di  stucco  perché  urlò  alla  nonna  una  colorita  espressione  in  dialetto  modenese,  che  preferisco  non  riportare  ma  che, grosso  modo, corrisponde  al  vaffa  italiano. Inutile  spiegare  la  reazione  della  povera  signora  C., gonfia  di  bile  dopo  essersi  sentita  appellare  in  quel  modo  non  proprio  elegante.

A  onor  del  vero, dopo  quell’episodio  Gianluca  tornò  a  essere  il  bambino  tranquillo  di  sempre  e, come  testimoniato  dalla  signora  C.  nonostante  il  vaffa, buono  come  suo  nonno. Io, poi, sperimentata  la  frenesia  della  velocità, non  mi  lasciai  mai  più  sfuggire  il  Luna  Park  primaverile  e  cominciai  a  frequentarlo  ogni  anno, arrivando  a   spingere  alcuni  miei  amici  maschi, timorosi  come  coniglietti, sulle  giostre  più  pericolose. Ma  di  questo  e  di  altro  ancora  parlerò  in  futuro. Perciò,  restate  sintonizzati  su  questo  canale. 😀