Intermezzo

Questi  ultimi  giorni  di  novembre  sono  volati  via  con  rapidità  sconcertante: i  troppi  impegni  mi  hanno  impedito  di  scrivere  quanto  avrei  voluto  e  questa  sera  sono  stanchissima.

È  arrivato  un  freddo  intenso  tipicamente  invernale, anche  se  i  colori  e  gli  alberi  sono  ancora  autunnali. Questa  mattina, in  treno  verso  Bologna, ho  potuto  ammirare  una  campagna  colma  di  cespugli  rossi  e  di  foglie  dorate, splendenti  sotto  il  sole  e  il  cielo  limpido.

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Ho  scattato  questa  foto  lo  scorso  ottobre, in  una  giornata  grigia  ma  non  molto  fredda, una  di  quelle  giornate  che  soltanto  ottobre  sa  regalare: accogliente, misteriosa, compiacente. La  pubblico  in  questa  serata  in  cui  non  sono  in  grado  di  scrivere  nulla  d’interessante  o  divertente, perché  troppo  stanca  persino  per  poter  pensare. Intanto, buon  fine  settimana  a  tutti. 🙂

Incantesimi di pensieri

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La  nebbia  fitta –  silenziosa  amica – il  desiderio  di  starsene  in  casa, il  desiderio  di  scomparire, il  desiderio  di  tornare. L’oscurità, l’incomprensione, la  solitudine  voluta, la  solitudine  cercata – e  trafitture  gelide  di  freddo  feroce, e  incantesimi  di  pensieri  sussurrati  al  niente  della  strada  vuota. Il  mondo  termina  qui, su  un  sentiero  cupo, dopo  una  notte  d’inchiostro  e  senza  luna.

A novembre, in un pomeriggio di pioggia

Oggi, il  primo  pomeriggio  è  un  groviglio  di  grigio  cupo  e  di  pioggia  sottile  ma  intensa. Una  vera  giornata  di  novembre, invasa  da  una  tetra  malinconia  che  induce  inevitabilmente  ai  ricordi. L’anno  non  è  ancora  terminato, ma  dicembre  si  avvicina  e  le  settimane  sembrano  fuggire  con  un  ritmo  che  ci  lascia  frastornati. Così, emerge  qualche  memoria  legata  alle  stagioni  che  si  sono  susseguite  in  questo  2013. Mi  torna  in  mente  lo  scorso  gennaio  con  la  sua  prima  neve:

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Ho  scattato  questa  fotografia  in  un  pomeriggio  freddissimo. Oscurità, desolazione, strade  vuote: l’inverno  è  anche  questo, ma  è  un  privilegio  saperlo  vivere  e  comprendere. Quando  svanisce,  lasciando  spazio  alla  timida, ingenua  ma  irruente  primavera, tutto  cambia:

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Quest’anno  aprile, che  a  volte  riserva  sorprese  meravigliose, è  stato  quasi  sempre  grigio, asfittico, lievemente  malinconico, tanto  che  ho  fotografato  questi  glicini  a  maggio, in  ritardo  rispetto  al  consueto  ritmo  di  primavera. Della  primavera, soprattutto  verso  la  fine  di  maggio, amo  il  tardo  pomeriggio  che,  con  la  sua  lunga  durata  e  accarezzato  da  un  clima  ancora  mite, si  stempera  nella  sera  adagio, fondendosi  con  essa  in  un  gioco  di  luci  e  ombre  così  intenso  da  creare  un’atmosfera  impregnata  di  gioia  e, nel  contempo, di  un  forte  senso  d’intimità. Per  questo, una  domenica, verso  le  diciotto  e  trenta, ho  voluto  fotografare  la  luce  in  una  stanza:

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Fotografare  la  città  d’estate  non  m’interessa, perché  l’afa  la  rende  squallida  e  volgare. Tutto  muta, però,  con  l’arrivo  dell’autunno, che  riesce  a  rendere  attraenti  anche  gli  angoli  più  banali. Quel  miracolo  della  natura  che  è  ottobre  non  fa  altro  che  regalare  bellezza  con  una  generosità  commovente:

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A  ottobre  non  occorre  cercare  strade  particolari  o  luoghi  inusitati: la  poesia  è  lì, completamente  dispiegata  davanti  ai  nostri  occhi. Richiede  soltanto  la  capacità  di  coglierla  e  di  farla  propria, la  disponibilità  a  lasciarsene  invadere  senza  opporre  barriere  o  sciocche  diffidenze. Poi  arriva  novembre, e  l’autunno  accentua  la  sua  splendida, arcana, coinvolgente  malinconia:

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La  scorsa  domenica, in  una  mattina  colma  di  oscurità  e  di  una  tristezza  quieta, quasi  evanescente: i  semafori  rossi, poche  persone  lungo  il  viale, il  profumo  del  tempo  perduto. Sono  gli  stessi  alberi  di  tanti  anni  fa, in  apparenza  immobili  ma  in  realtà  attenti  osservatori  dell’esistenza  che  scorre, delle  stagioni  che  nascono  e  muoiono, dei  nostri  passi  frettolosi  o  stanchi.

Lento autunno

Sono  stati  giorni  pieni, convulsi  e  con  pochissimo  tempo  libero  a  disposizione. Però, la  scorsa  domenica  mattina, ho  potuto  fare  qualche  fotografia  per  fissare  alcune  immagini  di  questo  novembre.

Ogni  autunno  è  diverso, per  quanto  ciò  possa, in  apparenza, sembrare  strano. Ricordo  che  l’anno  scorso, alla  metà  di  novembre, certi  viali  della  città  erano  uno  spettacolare  trionfo  di  agonia  autunnale, uno  sfacelo  di  foglie  gialle  in  lenta  ma  continua  caduta  dagli  alberi, come  in  una  danza  priva  di  pause. Quest’anno, invece, negli  stessi  viali, accanto  agli  alberi  gialli  e  rossi  ce  ne  sono  addirittura  alcuni  ancora  verdi, quasi  intatti  nonostante  lo  scorrere  di  novembre.

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Quest’albero  così  giallo, ad  esempio, fotografato  nel  novembre  del  2012, la  scorsa  domenica  era  quasi  verde, a  parte  qualche  foglia  un  po’  dorata. Capita  anche  con  alberi  che, tre  anni  fa, erano  meravigliosamente  rossi  già  a  ottobre. Sembra  quindi  che  l’autunno, almeno  per  quanto  riguarda  alcune  sue  sfumature, quest’anno  sia  un  po’  in  ritardo. Forse  si  può  sperare  allora  che  l’inverno  non  arrivi  subito  all’inizio  di  dicembre, e  che  qui  la  stagione  più  poetica  dell’anno  si  prolunghi  un  po’  per  farci  sognare.

La famigliola felice e Ambrogio

Chi  di  noi  non  ricorda  la  famigerata  famigliola  del  Mulino  Bianco? Madre, padre  e  due  figli, ovviamente  un  maschio  e  una  femmina; casa-fattoria  immersa  in  una  campagna  meravigliosa, perennemente  primaverile (mai  che  ci  fosse, ad  esempio, un  acquazzone  con  forti  tuoni  o  un  po’  di  sana  melma  in  giardino), una  natura  così  rigogliosa  e  festante  da  suscitare  l’invidia  del  paradiso  terrestre. In  questa  atmosfera  proiettata  al  di  fuori  del  tempo, dello  spazio  e  della  realtà  tutta, la  famigliola  del  Mulino  Bianco  era, alle  sette  della  mattina, sorridente  e  felice  di  esistere, anche  perché  in  giardino, col  canto  degli  usignoli  e  i  profumi  celestiali  dei  fiori, l’attendeva  la  tavola della  colazione, apparecchiata  con  una  quantità  di  cibo  sufficiente  a  sfamare  dieci  famiglie  numerose  e  a  digiuno  da  giorni. E  lì, sotto  il  cielo  benigno, la  famigliola  si  strafogava  con  eleganza, ingoiando  con  disinvoltura  interi  sacchetti  di  biscotti  del  Mulino  Bianco, come  se  al  mondo  non  esistesse  gioia  più  intensa. E  i  bambini  inzuppavano  i  biscotti  nel  latte  senza  sporcare  la  tovaglia. Questo  genere  di  famiglia  idealizzata  ha  rappresentato  una  fonte  di  grande frustrazione  per  tutti  noi  poveri  mortali  che, alle  sette  della  mattina, se  tutto  va  bene  e  quando  siamo  di  buon  umore (leggasi: meno  tesi  del  solito), cerchiamo  di  non  sbranare  chi  ci  sta  vicino. A  parte  il  fatto  che  la  tavola  meravigliosamente  apparecchiata  nel  giardino  tutto  fiorito  e  perennemente  primaverile  non  osiamo  sognarcela  neppure  di  notte, possiamo  ritenerci  fortunati  se  abbiamo  il  tempo  per  fare  una  colazione  completa, che  ovviamente  non  contempla  i  quintali  di  dolciumi  presenti  sulla  tavola  della  famigliola  felice. E  neppure  tutti  quei  sorrisi  stampati  in  faccia. Non  a  caso, quando  si  vuole  indicare  con  un  po’  di  disprezzo  la  stucchevole  e  assurda  immagine  della  famiglia  perfetta, ormai  si  cita  direttamente  la  famiglia  del  Mulino  Bianco.

A  proposito  di  vivere  quotidiano, chi  non  vorrebbe  un  autista  come  Ambrogio? Negli  anni  Novanta, una  pubblicità  dei  Ferrero  Rocher  ci  mostrava  una  sorridente  e  borghesissima  signora  abbigliata  in  giallo, seduta  in  macchina  e, come  lei  stessa  affermava, con  un  certo  languorino  nel  pancino. Il  suo  raffinatissimo  autista-maggiordomo  di  nome  Ambrogio, sorridente  quanto  lei  e  felice  di  stare  al  mondo, per  non  lasciarla  in  preda  a  tale languore, faceva  uscire  da  un  vano  dell’auto  una  piccola  piramide  di  cioccolatini  Ferrero  Rocher, mandando  in  brodo  di  giuggiole  la  signora-di-giallo-vestita. Ecco, ogni  tanto, nell’esistenza  di  tutti  noi, ci  vorrebbe  un  individuo  come  Ambrogio, una  specie  di  fata  declinata  al  maschile  che  ti  soccorre  e  ti  coccola  nel  momento  del  bisogno. In  effetti, Ambrogio  mi  era  simpatico. A  parte  queste  chiacchiere, annuncio  con  gaudio  che  domani  mattina, a  colazione, mangerò  un  buon  muffin. Voi  direte: chi  se ne  frega! Mi  sembra  giusto. Perciò  sto  zitta  e  chiudo  qui. 😀 muffin

Venditori da strapazzo

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Ieri, nel  tardo  pomeriggio, sono  stata  costretta  a  uscire  per  fare  alcuni  acquisti. Non  amo  perdere  tempo  nei  negozi  soprattutto  perché  ultimamente  le  tecniche  di  vendita, in  alcuni  esercizi  commerciali, sono  diventate  molto  aggressive  e  al  limite  della  disonestà. Entri, chiedi  una  cosa  e   il  venditore, con  un  sorriso  fintissimo  stampato  sulla  faccia, comincia  a  stordirti  con  inutili  chiacchiere  scandite  molto  rapidamente, utilizzando  una  serie  di trucchetti  retorici  e  di  smorfie  del  volto  utili  a  farti  sentire  pezzente  se  rifiuti  di  comprare  ciò  che  non  ti  serve. In  altri  termini, l’imbonitore  usa  un  copione  fondato  su  alcuni  principi  di  base  della  psicologia, banali  ma  spesso  efficaci  perché  l’acquirente, trovandosi  in  un  ambiente  estraneo, è  quasi  sempre  intimidito  o  almeno  un  po’  imbarazzato: di  fronte  alla  recita  studiata  a  tavolino  dal  venditore,  il  cliente  è  vittima  dell’effetto  sorpresa, che  inevitabilmente  lo  intontisce; pertanto,  se  non  è  abbastanza  scafato,  si  lascia  incantare  dal  profluvio  di  parole   approntato  per  l’occasione.

Ieri  ho  dovuto  sorbirmi  le  chiacchiere  di  un  tizio  che  voleva  farmi  acquistare  mezzo  negozio, mentre  a  me  serviva  soltanto  un  prodotto  per  i  capelli. Peccato  per  lui: ha  parlato  a  lungo, ha  sorriso  all’infinito  dandomi  persino  del  tu  con  fare  assai  amichevole (io, ovviamente, ho  continuato  a  usare  il  lei), ha  finto  d’interessarsi  alla  mia  persona  chiedendomi  nome  e  luogo  di  nascita (eh  sì, gli  importava  parecchio!), ha  voluto  obbligarmi  a  provare  sulla  mano  un  gel  profumato  trascinandomi  fisicamente, con  una  certa  dose  d’arroganza,  verso  un  catino  già  pronto  e  pieno  d’acqua, e  ha  perso  pure  tempo  a  massaggiarmi  la  mano  (odio  i  massaggi). Lo  scopo  di  tutto  ciò  era  cercare  di  convincermi  a  comprare  un  gel  doccia  al  costo  di  trenta  euro, oltre  a  un  disciplinante  per  capelli  al  prezzo  di  venti  euro  e  ad  altre  amenità  che  non  ricordo. Durante  questa  dura  recita, accompagnata  da  tentativi  di  conoscere  le  mie  abitudini  nel  campo  degli  acquisti  di  cosmetici  et  similia, ha  persino  cercato  di  fare  qualche  battuta  ma, su  tale  fronte, è  stato  molto  scarso  e  forse  se  ne  è  accorto, visto  che  ho  riso  poco. Alla  fine  della  sceneggiata, ecco  il  risultato: ho  comprato  solo  quello  che  mi  serviva  e  per  il  quale  ero  entrata  in  negozio. Morale: ha  faticato  invano.

M’infastidisce  il  fatto  che, negli  ultimi  anni, questa  tipologia  di  commercianti  e  commessi  si  sia  moltiplicata  e  imperversi  senza  pietà  in  ogni  luogo. Persone  spesso  anche  molto  maleducate, che  si  arrabbiano  se  non  ti  pieghi  alla  loro  volontà  e  che  pretendono  persino  di  venderti  capi  d’abbigliamento  che  non  sono  della  tua  taglia. Una  volta – una  fra  le  tante – mi  capitò  una  stupida  che  mi  presentò  una  giacca  primaverile  dicendomi  che  si  trattava  di  una  taglia  unica. A  parte  il  fatto  che  le  giacche  di  taglia  unica  non  esistono  o  non  dovrebbero  proprio  esistere (ma  al  peggio  non  c’è  mai  fine, lo  so), le  feci  notare  che  era  troppo  larga  per  me, circa  due  taglie  in  più  rispetto  alla  mia; per  tutta  risposta, la  tizia  continuò  a  ripetere: “Sì, però  è  taglia  unica”. Be’, dopo  pochi  mesi  costei  chiuse  il  negozio  e  cambiò  lavoro. Chissà  perché  non  mi  meravigliai.

L’esperienza  più  assurda, quella  che  mai  avrei  pensato  di  poter  vivere, è  però  legata  a  un  negozio  scarpe. Le  scarpe  che  mi  piacevano  erano  della  mia  misura  ma, ugualmente,  troppo  larghe  e  lunghe. Il  commento  della  commessa  fu: “Sì, ma  poi,  portandole, si  restr…”. E  qui  si  fermò. Si  fermò  perché  la  stava  sparando  troppo  grossa, in  quanto  non  esistono  al  mondo  scarpe  che, una  volta  indossate  e  portate, abbiano  la  capacità  di  restringersi  e  accorciarsi. Ora, io  comprendo tante  cose: nella  vita  bisogna  lavorare  per  mangiare, perciò  bisogna  vendere. Però  non  si  può  scendere  tanto  in  basso, rivoltandosi  in  simili  quantità  di  fango: a  tutto  c’è  un  limite. Esiste  anche  un  concetto  astratto  ma  assai  carino  che  si  chiama  dignità: perché  non  servirsene  ogni  tanto?

Primavera d’autunno

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La  giornata  è  stata  bellissima, una  sorta  di  primavera  d’autunno  pervasa  da  inarrivabile  dolcezza  e  delicato  splendore: il  sole  del  primo  pomeriggio  era  troppo  debole  per  illuminare  le  stanze, che  così  sono  rimaste  in  penombra,  senza  destare  però  alcuna  malinconia,  ma  soltanto  gioia  mista  a  infantile  stupore.

È  l’allegria  che  accompagna  certe  giornate  di  novembre, un’allegria  fatta  di  muta  soddisfazione, di  profondo, intimo  senso  di  calore. Col  sole  d’autunno, si  avverte  un  frenetico  senso  di  vita  sotto  le  calme  apparenze  dei  pomeriggi  sempre  più  corti, della  luce  sbiadita, dei  prolungati  silenzi  della  sera. Novembre  è  anche  questo: l’eterno  movimento, le  foglie  che  se  ne  vanno  adagio  ma  costanti, le misteriose  brume  del  mattino, le  voci  di  chi  è  scomparso, le  memorie  che  implorano  ascolto. E  poi  l’attesa  e  la  speranza  di  altre  giornate  baciate  da  questa  luce.

Autunno a novembre

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Novembre: l’autunno  che  avanza  senza  timori, il  cielo  che  non  nasconde  più  la  sua  tristezza, il  grigio  che  diventa  sempre  più  cupo. La  delicata  malinconia  di  ottobre  si  trasforma  ora  in  pianto, amarezza, talvolta  persino  disperazione. Eppure, nelle  giornate  di  sole, la  rarefatta  serenità  di  novembre  è  un  mistero  che  ci  avvolge  con  grazia  infinita.

I sentieri, nell’intricato  sfacelo  di  rami, colori  e  foglie, ci  conducono  in  un  regno  di  ricordi, fantasie  ed  emozioni  che  appartengono  alla  sfera  immateriale  del  puro  sentire. Un regno  da  cui  emergono  mute  schiere  di  fantasmi: siamo  nell’Altrove, nell’incomunicabile, nell’ignoto.

Novembre  è  un  passaggio  che  richiede  capacità  non  comuni: riuscire  a  pensare, sapersi  fermare, essere  in  grado  di  cogliere  la  vita  oltre  le  apparenze  di  morte. E  poi  essere  grati,  per  aver  finalmente  compreso  ogni  cosa  e  per  non  temere  più  nulla.