Discorsi d’autunno

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Sono  giornate  belle  e  allegre, sebbene  strane: il  sole  e  le  alte  temperature  sono  una  sorta  di  primavera  inaspettata  in  questo  mese  che  sta  scivolando  via  rapidamente, e  che  ci  ha  regalato  momenti  di  rara  intensità  emotiva. I  pomeriggi  che  scorrono  in  fretta,  accorciandosi  ogni  giorno  di  più,  ci  suggeriscono  la  via  dell’introspezione: è  arrivato  il  tempo  di  misurare  le  parole, scegliere  i  toni  giusti, riflettere  prima  di  agire, accogliere  con  fiducia  l’oscurità  della  sera, oscurità  che  porta  saggezza, consigli, desiderio  di  lasciar  correre  la  fantasia. Intanto, ad  accenderci  di  passione  c’è  il  rosso  delle  foglie, misterioso, fiero  e  audace.

La  scorsa  settimana, in  Piazza  Mazzini, sono  già  state  messe  le  illuminazioni  per  le feste  natalizie, anche  se, per  fortuna, sono  ancora  spente. Al  bar  Molinari, però, in  pieno  centro storico, sono  già  accese  proprio  come  se  fossimo  a  Natale. Ricordo  che,  alla  fine  degli  anni  Novanta, per  vedere  la  città  illuminata  e  le  vetrine  addobbate  bisognava  aspettare  la  fine  di  novembre; da  alcuni  anni  a  questa  parte, invece, dopo  la  metà  di  ottobre  si  cominciano  già  a  vedere  i  primi  segni  del  Natale  che  verrà: l’anno  scorso, ad  esempio, in  Largo  San  Giorgio, vicino  all’Accademia  Militare, con  grande  stupore  vidi  un  albero  di  Natale  già  pronto  e  illuminato. Ed  era  il  trentuno  di  ottobre, cioè  la  ricorrenza  di  Halloween. Non  amo  molto  questa  mania  di  voler  anticipare  a  ogni  costo  il  clima  festivo, peraltro  allo  scopo  di  stimolare  i  consumi: così  facendo, Natale  perde  parte  del  suo  fascino  e  viene  irrimediabilmente  banalizzato, almeno  dal  mio  punto  di  vista. Ma  si  sa, si  tratta  di  gusti  personali. E  ognuno  ha  i  propri. Intanto, cerchiamo  di  vivere  l’autunno  in  tutto  il  suo  splendore. 🙂

 

Di foglie dorate

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Non  si  è  mai  sazi  di  foglie  gialle  sugli  alberi, di  foglie  morenti  sui  prati, di  foglie  rosse  sull’asfalto  scuro, di  foglie  nei  sogni  e  nei  ricordi.  C’erano  pomeriggi  freddi  senza  il  conforto  del  sole, e  foglie  lungo  i  viali, foglie agli  angoli  delle  strade, e  poi  il  vento  a  straziarle  e  a  condurle  lontano. Erano  brividi  improvvisi, strani  presentimenti, fantasmi  senza  nome, il  desiderio  di  sparire, il  desiderio  di  restare.

Non  si  è  mai  sazi  di  foglie  dorate  nei  pensieri, di  questo  sfacelo  che  prosegue  adagio, di  questo  dissolversi  lento, di  questa  dolcissima  estenuante  tortura.

Nei viali silenziosi

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A  ottobre, la  nebbia  leggera  del  mattino  è  una  lieve  carezza, che  ammorbidisce  l’orizzonte   e  persino  l’esistenza. Gli  alberi  non  sono  ancora  spogli: le  foglie  cadono  lentamente  per  regalarci  il  tempo  di  ammirarle. Nei  viali  silenziosi, passa  una  vita  intera: immagini, frammenti, il  passato, il  presente, l’eternità.

A  ottobre, si  può  vagare  senza  fretta  sotto  gli  alberi  stanchi  e  trovare  infinite  risposte.

Feste e stravaganze

Verso  la  fine  degli  anni  Novanta  del  secolo  scorso  e  all’inizio  del  Duemila, qualche  amministratore  di  questa  città  fu  preso  dalla  smania  di  organizzare  eventi  al  fine  di  rivitalizzare  il  centro  storico. Io,  che  sono  residente  in  centro  storico  da  parecchi  anni, sinceramente  non  ho  mai  avvertito  questo  impellente  bisogno  di  rivitalizzazione; tuttavia, si  accettano  volentieri  certe  iniziative  quando  sono  ben  fatte.

Ecco, questo  è  il  punto: quando  sono  ben  fatte. Purtroppo, nel  periodo  che  ho  citato,  in  città  ci  siamo  distinti  per  eventi  come  minimo  stravaganti, tali  da  suscitare  molte  perplessità  e  anche  un  po’  di  sanissimo  sdegno. Non  ricordo  esattamente  quando, ma  ci  fu  un  anno  in  cui  fu  organizzata  la  cosiddetta  festa  di  primavera. Ammetto  che, quando  sentii  per  la  prima  volta  che  sarebbe  stata  fatta  questa  festa, fui  colta  da  un  inopportuno  soprassalto  d’ingenuità, perché  attesi  con  leggera  trepidazione  quanto  sarebbe  avvenuto. Ebbene, un  pomeriggio  andai  in  piazzetta  della  Pomposa  e  vidi  una  serie  di  fogli  di  carta  da  disegno – i  soliti  Fabriano  che  tutti  abbiamo  usato  alle  scuole  elementari  per  disegnare –  dipinti  ad  acquerello  con  immagini  floreali  e  appesi  sul  muro  di  un  palazzo  della  piazzetta. Da  quello  che, con  grande  sorpresa,  riuscii  a  comprendere, si  trattava  della  coreografia  della  festa  di  primavera. Ricordo  che, una  volta  tornata  a  casa, non  ebbi  neppure  la  forza  di  commentare.

Non  ricordo  se  accadde  nello  stesso  anno, ma  comunque  eravamo  ancora  nella  seconda  metà  degli  anni  Novanta  e  sempre  di  primavera (e  ti  pareva!).  Un  sabato  pomeriggio  avvertimmo  d’improvviso  un  grandissimo  baccano: sentimmo  musica  da  tutte  le  parti  ad  altissimo  volume, ma  non  riuscimmo  a  capire  di  che  musica  si  trattasse  perché  il  frastuono  era  allucinante  e  in  apparenza  insensato,  caos  allo  stato  puro. Fu  poi  mio  padre,  giungendo  a  casa  con  la  faccia  stravolta,  a  spiegarci  che  in  Via  Emilia  c’erano  tante  orchestrine, a  pochi  metri  di  distanza  le  une  dalle  altre, che  suonavano. Peccato  però  che  ciascuna  suonasse  una  propria  musica, distinta  dalle  altre: per  fare  un  esempio, c’era  un  palco  in  cui  cantavano  a  squarciagola  canzoni  napoletante  stile  O  sole  mio  e, a  soli  venti  metri  di  distanza, c’era  chi  si  scatenava  col  rock  duro. Così  non  ci  si  capiva  nulla, era  la  confusione  totale, una situazione  da  pazzi. Mio  padre, che  detesta  il  chiasso  quanto  me, disse  così: “Questa  non  è  una  città, ma  un  manicomio a cielo  aperto“.

Naturalmente  non  finì  qui, perché  al  peggio  non  c’è  mai  fine. Forse  fu  nel  Duemila – ma  non  ricordo  bene – che, nella  solita  ottica  di  voler  rivitalizzare  il  centro  storico, qualcuno  ebbe  l’idea  geniale (partorita  di  notte?)  di  far  dipingere  onde  marine  nella  centralissima  Via  Farini. Questa  è  la  strada, tanto  per  darne  un’idea:

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Ho  scattato  questa  foto  nel  dicembre  del  2009, dopo  una  forte  nevicata. Ma  immaginatela  in  tarda  primavera, col  sole  e  una  giornata  limpida. Ebbene, sul  grigio  asfalto  a  destra, vicino  ai  portici, furono  disegnate, per  l’intera  lunghezza  della  strada, le  onde  del  mare. Colti  da  irrefrenabile  entusiasmo  (gli  ormoni  di  primavera!),  i  geniali  fautori  di  cotanto  capolavoro  pensarono  bene  di  aggiungerci  pure  qualche  sfumatura (il  realismo!), per  cui  sull’asfalto  c’erano  le  onde  blu  scuro  e  poi  quelle  celesti: il  mare  disegnato  e  colorato  in  una  grigia  strada  stretta  di  una  città  padana. Sarebbe  come  mettere  palme  di  cartone  con  noci  di  cocco  di  plastica  in  una  strada  di  Stoccolma.

Naturalmente  si  sa  come  procedono  certe  cose: non  ci  si  accontenta  mai  degli  orrori  fatti, ma  bisogna  esagerare, andare  oltre, eccedere, in  un  vortice  d’attivismo  mai  pago  di  se  stesso. Siccome  al  mare, come  ognuno  sa, ci  sono  anche  le  spiagge, sul  mare  dipinto  della  povera  Via  Farini  posero  addirittura  dei  piccolissimi  recinti  con  sabbia  e  delle  cabine  in  legno, quelle  che  servono  per  cambiarsi  quando  si  soggiorna  al  mare  vero.

Se  adesso  pensate  che  tutto  sia  finito  qui, siete  inutilmente  ottimisti. Al  termine  di  Via  Farini  e  giunti  in  piazzale  San  Giorgio, ecco  l’apoteosi  dell’iniziativa: una  piscina  gonfiabile, di  quelle  che  in  genere  vengono  messe  nei  giardinetti  privati  per  far  divertire  i  bambini  della  famigliola  felice. Secondo  la  pubblicità  fatta  al  fausto  evento (ebbero  persino  la  faccia  tosta  di  celebrare  ‘sta  meraviglia), i  cittadini  avrebbero  potuto  bagnarsi  con  gioia  e  disinvoltura  nella  piscina  gonfiabile, il  tutto  in  pieno  centro  storico  e  a  due  passi  dall’Accademia  Militare. Inutile  dire  che  l’iniziativa  fu  un  flop  clamoroso  e  raccolse  molte  critiche. Le  proteste  costrinsero  gli  organizzatori  a  togliere  tutta  questa  baracconata, onde  comprese, nell’arco  di  tre  giorni. E  fu  così  che  Via  Farini  riacquistò  la  sua  dignità  di  grigia  strada  stretta  di  una  media  città  padana.

Ricordo  ancora  le  risate  che  facemmo  quando  andai  dal  parrucchiere  vicino  a  casa  mia: ci  divertimmo  tutti, parrucchiere  e  clienti, a  chiederci  con  sadismo  dove  avessero  preso  la  sabbia  dei  recinti, se  a  Rimini  o  a  Riccione, e  chi  avessero  obbligato  a  dipingere  la  strada, magari  nottetempo  come  un  ladro.

Dopo  le  orchestrine  a  tutto  volume, i  disegni  fatti  a  mano  sui  fogli  delle  scuole  elementari  e  il  finto  mare  con  sabbia  e  cabine, finalmente  le  iniziative  per  salutare  la  primavera  sono  diventate  dignitose. Da  alcuni  anni, infatti, a  fine  marzo  in  centro  storico  c’è  un  bel  mercato  dei  fiori  con  esposizioni  di  piccoli  giardini, e, all’inizio  di  giugno, per  tre  giorni  si  tiene  il  mercato  europeo, con  commercianti  provenienti  da  ogni  parte  del  nostro  continente. Come  si  suol  dire, dopo  aver  toccato  il  fondo, si  risale.

Di lento declino

After a Chilly Rain I

Oggi  è  stata  una  tipica  giornata  autunnale  piovosa  e  un  po’  malinconica. Non  mancano  i  giorni  di  sole, ma  questo  alternarsi  di   pioggia  e  bel  tempo  ci  conferma  che  la  luce  si  sta  spegnendo  a  poco  a  poco.

Ottobre  è  il  mese  che  amo  di  più  perché  ha  in  sé  l’ambigua, irrisolta, seducente  bellezza  della  complessità: non  può  essere  racchiuso  in  una  rigida  definizione  a  causa  dei  suoi  tanti  colori  e  di  quell’atmosfera  di  quieta  agonia  che  lo  pervade  con  discrezione, insinuandosi  fra  le  pieghe  sottili  delle  ombre  che  aumentano  di  giorno  in  giorno. Ottobre  è  privo  di  reali  asprezze; persino  nei  giorni  più  scuri  è  incapace  di  arroganza, persino  nelle  ore  più  tetre  sa  essere  accogliente. Ottobre  evoca, richiama, annuncia, accarezza, soccorre, non  delude; ottobre  è  il  declino  senza  timori, la  maturità  felice  di  se  stessa, la  speranza  che  resta  salda  anche  quando  il  vento  e  la  pioggia  si  accaniscono  lungo  le  strade  vuote.

A  ottobre  si  vorrebbe  che  le  serate  non  avessero  fine, che  il  tempo  potesse  dilatarsi  all’infinito  per  abbandonarsi  a  ogni  sorta  di  pensiero, per  poter  parlare, capire, guardare  il  buio  oltre  la  finestra  senza  avvertire  inquietudini  o  tristezze.

 

 

Memorie di una pendolare (II)

stazioneEpoca: molti  anni  fa. Contesto  ambientale: stazione  di  Modena, pianura  padana, mattina  di  novembre  nebbiosa, grigia  e  umida. E  al  binario  tre, quello  dedicato  ai  treni  che  arrivano  da  nord  e  vanno  verso  sud, una  massa  di  pendolari  di  ogni  età, assonnati  e  infreddoliti, in  attesa  del  treno  da  Milano  per  Bologna. In  questa  situazione  non  troppo  allettante  ero  presente  anch’io (figurarsi!), muta, ferma  e  con  un  solo  pensiero  in  testa, l’unico  superstite  a  quell’ora  della  mattina  e  con  quel  clima: la  speranza  che  il  treno  non  fosse  in  ritardo.

Ovviamente  il  treno  giunse  in  ritardo (be’, mi  sembra  giusto). A  quel  punto, com’è  tipico  in  simili  frangenti, tutti  si  accalcarono verso  le  porte, desiderosi  di  salire  in  fretta  per  avere  almeno  la  consolazione  di  stare  un  po’  al  calduccio  prima  di  arrivare  a  Bologna. Peccato  però  che  le  porte  del  treno  fossero  bloccate. I  poveretti  che  dovevano  scendere  cercavano  in  ogni  modo  di  aprirle  dall’interno,  ma  non  c’era  niente  da  fare. A  un  certo  punto  vidi  un  ragazzo, poco  distante  da  me  sul  binario, avvicinarsi  a  una  delle  porte: era  vestito  alla  meno  peggio, chiaramente  infreddolito, spettinato  e  con  lo  sguardo  truce, stile  cattivo-del-west. Guardando  i   passeggeri  che, sopra  al  treno, non  riuscivano  ad  aprire  per  scendere, cominciò  a  insultarli  pesantemente (le  sue  parole  sono  irripetibili)  dando  forti  pugni  alla  porta.

La  cosa  buffa  è  che  ho  rivisto  questo  individuo  lo  scorso  inverno, in  una  gelida  mattina  di  gennaio  in  cui  mi  trovavo  alla  stazione  in  partenza  per  Bologna, naturalmente. L’ho  riconosciuto  nonostante  fosse  trascorso  molto  tempo  dall’episodio  degli  insulti  a  porte  chiuse, perché  aveva  ancora  l’aria  arrabbiatissima, come  se  gli  fosse  rimasta  sul  viso  da  sempre, e  i  capelli  scuri, ora  un  po’  brizzolati, tutti  spettinati.

Ebbene, una  volta  arrivato  il  treno  siamo  saliti  in  fretta  e, orrore  degli  orrori, ci  siamo  accorti  che  era  più  gelido  del  binario  che  avevamo  appena  lasciato: i  riscaldamenti  o  erano  chiusi  o  erano  rotti; in  ogni  caso, avevamo davanti  a  noi  la  prospettiva  di  un  viaggio  di  venti  minuti  al  gelo  polare. Dopo  essermi  seduta  con  l’animo  rassegnato  al  mio  triste  destino, d’improvviso  ho  sentito  una  bestemmia  gridata  a  voce  fortissima  e  ho  visto  entrare  il  soggetto  spettinato, che  ha  continuato  a  urlare  a  pieni  polmoni  bestemmie  irripetibili  lamentandosi  per  il  freddo  dello  scompartimento. Morale: chi  non  muore  si  rivede.

Di capelli e strani odori

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La  signora  C., quella  che, nel  condominio  in  cui  abitavo  durante  l’infanzia, aveva  un  nipotino  simpatico  e  un  marito  molto  paziente  e  mite, una  volta  convinse  mia  madre  a  portarmi  dalla  sua  parrucchiera  di  fiducia. Io  avevo  sei  anni, una  folta  massa  di  riccioli  castani  scuri  e  nessun  desiderio  di  affidarmi  a  una  parrucchiera. Però  non  si  trattava  di  tagliare  la  chioma, alla  quale  ero  molto  affezionata, ma  di  fare  la  cosiddetta  messa  in  piega; pertanto, sebbene  un  po’  riluttante  e, come  al  solito, con  l’aria  imbronciata, mi  adattai  a  seguire  mia  madre  e  la  signora  C.

La  parrucchiera  di  fiducia  della  signora  C.  stava  in  estrema  periferia, al  quartiere  Madonnina, che  raggiungemmo  dopo  un  lungo  viaggio  in  autobus. Durante  il  percorso, nonostante  i  miei  sei  anni, pensai  che  non  valesse  la  pena  fare  quel  lungo tragitto  per  una  messa  in  piega. Comunque, una  volta  giunte  in  loco, fui  acchiappata  dalla  parrucchiera  che, dopo  avermi  lavato  la  testa, mi  riempì  inutilmente  di  bigodini. Terminato  il  rito  e  asciugati  i  capelli, tornammo  a  casa. Ma  durante  il  viaggio  di  ritorno, sull’autobus  pieno  di  passeggeri, mi  trovai  letteralmente  schiacciata  fra  due  uomini. Fu  così  che, nell’ingenuità  dei  miei  sei  anni, urlai  forte  senza  vergogna: “BASTAAAA! MI STATE  ROVINANDO  LA  MESSA  IN  PIEGA!”. La  signora  C. cominciò  a  ridere  senza  riuscire  a  fermarsi, tanto  che  le  vennero  le  lacrime  agli  occhi. E  dopo, a  distanza  di  anni, ogni  tanto continuò  a  ricordarmi  quell’episodio.

A  dire  il  vero, ne  combinai  anche  un’altra  e  sempre  con  la  mitica  signora  C.  presente. Un  giorno  eravamo  sul  sei  barrato, un  filobus  che  collegava  il  nostro  quartiere  al  centro  storico. Avevo  sei  anni, era  l’ora  di  punta  e  mi  trovai  schiacciata  da  un  signore  piuttosto  alto, o  almeno così  mi  sembrò. Ebbene, il  cappotto  di  costui, la  cui  parte  posteriore era  spiaccicata  senza  pietà  sulla  mia  faccia, non  aveva  un  buon  odore, anzi; così, stanca  a  causa  della  folla  e  non  potendone  più  del  fetore  allegramente  attaccato  al  mio  naso,  gridai  forte: “CHE  PUZZA!CHE  PUZZAAAA!”. Mia  madre, intimandomi  di  tacere, mi  fece  scendere  alla  prima  fermata  disponibile,  avendo  visto  che  ero  irritata  e  ormai  incontenibile; ovviamente  la  signora  C.  ci  seguì  ridendo  a  crepapelle.

Il condominio

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Dopo  una  giornata  piovosa  e  scura, è  calata  la  sera, spettrale, avvolgente, misteriosa. Immersa  in  questa  atmosfera  quasi  irreale, è  inevitabile  per  me   lasciarmi  trasportare  dal  silenzio  e  dall’enigmatica  serenità  che  soltanto  l’autunno  sa  regalare. D’improvviso  arrivano  frammenti  di  memorie  da  un  tempo  lontano, forse  ridestati  dal  volto  malinconico  di  ottobre. Come  fantasmi  decisi  a  comparire  per  chissà  quale  ragione.

E  così  rivedo  un  altro  grigio  e  un  ottobre  di  molti  anni  fa: sono  in  giardino, mi  guardo  intorno  intristita  dall’atmosfera  cupa – ho  soltanto  sei  anni, preferisco  l’estate – e, dal  portone  del  palazzo, esce  il  professore. Mi  sorride  come  sempre  e  cammina  svelto, con  la  testa  un  po’  reclinata  da  un  lato; esce  dal  cancello, sale  in  macchina, se  ne  va. Ogni  volta  che  lo  vedo, è  sempre  la  stessa  cosa: il  sorriso, l’aria  mite, il  passo  svelto. Ma  poi  arriva  un  giorno  particolare, un  giorno  in  cui  qualcuno  annuncia  che  il  professore  non  tornerà  più: è  morto  in  un  incidente  stradale, su  in  appennino. Sua  moglie  è  finita  all’ospedale, ma  i  medici  dicono  che  se  la  caverà. Il  sorriso  del  professore, invece, è  svanito  per  sempre.

Rivedo  la  signora  M., vedova, che  vive  al  terzo  piano. Tranquilla, gentile,  anche  lei  sempre  sorridente, sempre  serena  nonostante  tutto. Un’esistenza  semplice, la  sua, che  i  più  superficiali  definirebbero  banale, e  che  invece  ha  lo  splendore  di  un  mondo  d’affetti  intorno. Non  l’ho  mai  vista  arrabbiata, non  l’ho  mai  sentita  alzare  la  voce.

Al  quarto  piano, invece,  c’è  la  terribile  signora  F. Terribile  è  un  termine  eccessivo: con  noi  vicini  di  casa  è  buona  sebbene, in  apparenza, un  po’  scorbutica  e  con  un  tono  di  voce  da  maresciallo  dei  carabinieri  abituato  a  impartire  ordini. Ma  è  terribile  per  ciò  che  ha  fatto  a  suo  figlio. Lei  non  lo  ama: lo  adora, letteralmente. E  per  lui  è  un  guaio, un  guaio  grosso. Spesso  alcuni  inquilini  del  palazzo  le  dicono  di  smetterla, di  lasciarlo  libero, di  non  soffocarlo  così; le  dicono  che  lo  sta  rovinando, che  dovrebbe  lasciarlo  libero  di  fidanzarsi, di  sposarsi. Ma  a  lei  non  importa, lei  non  ascolta  nessuno  perché  ne  è  innamorata, innamorata  pazza. E  non  lo  chiama  neppure  per  nome: lo  chiama  maestro. Il  fatto  che  sia  diventato  maestro, per  lei  che  proviene  da  una  famiglia  poverissima, è  motivo  di  grande  orgoglio. Quando  lui  arriva  a  casa, nel  tardo  pomeriggio, lo  aspetta  sempre  in  giardino  come  una  fidanzata  ansiosa,  e, se  qualcuno  di  noi  si  trova  nei  paraggi, grida  tutta  entusiasta: “Sta  arrivando  il  maestro, sta  arrivando  il  maestro! Allontanatevi, devo  aprire  il  cancello!”. Lui  scende  dalla  macchina  con  l’aria  seria  e  rassegnata; a  volte, mentre  la  madre  si  avvicina  per  accarezzarlo, la  respinge  e  si  arrabbia. Ma  non  ha  la  possibilità  di  andarsene  da  casa,  e,  del  resto,  è  ormai  talmente  depresso  da  non  riuscire  a  reagire.

Un  giorno, a  Carnevale, me  ne  sto  in  giardino  trastullandomi  col  mio  bel  vestito  da  damina. C’è  il  sole, la  giornata  è  stranamente  mite  nonostante  sia  febbraio. D’improvviso  arriva  la  signora  F.  insieme  al  figlio  e, con  voce  perentoria, mi  dice: “Vieni, vieni  con  noi! Il  maestro  ci  porta  alla  sua  scuola  dove  c’è  lo  spettacolo  di  Carnevale!”. Io, timida,  farfuglio  una  risposta: “Non  so…devo  dirlo  a  mia  madre.”. Lei  strilla  prepotente: “Ma  no! Vieni  via, tanto  facciamo  presto, non  c’è  bisogno  di  avvertire  nessuno!”. Io, impaurita  dal  tono  della  sua  voce, salgo  in  macchina  muta. La  signora  F. mi  ha  annichilita.

La  signora  C., invece, è  quella  che, se  potesse, in  casa  volerebbe. Solo  che  non  ha  le  ali  in  dotazione, quindi  non  può  farlo. Maniaca  dell’ordine  e  dei  pavimenti  lucidi, obbliga  il  marito  a  mangiare  sul  lavandino  della  piccola  cucina, per  non  sporcare  la  sala  da  pranzo, e  non  si  siede  mai  in  salotto, proprio  mai: ha  detto  che  quello  è  lì  solo  per  bellezza. Si  guarda ma  non  si  tocca, proprio  come  si  fa  con  gli  oggetti preziosi. La  signora  C. ha  un  nipote  molto  simpatico, un  bambino  buono, privo  di  malizie  ed  educato. Quando  viene  da  sua  nonna, giochiamo  insieme  in  giardino. Una  volta, in  primavera, andiamo  alle  giostre, insieme  a  mia  madre  e  alla  signora  C. Siamo  piccoli, pieni  di  brio  e  ci  scateniamo  come  furie, dando  filo  da  torcere  alle  nostre  povere  accompagnatrici. Quanti  ricordi!

Ma  ci  sono  altre  persone  nel  palazzo  della  mia  infanzia, e, se  volessi, non  finirei  più  di  scriverne. Per  ora  mi  fermo  qui. Però  non  posso  fare  a  meno  di  dire  che, spesso, mi  torna  in  mente  il  professore, probabilmente per la sua fine così improvvisa. E  non  so  perché, non  ne  capisco  le  ragioni: compare  d’improvviso, davanti  ai  miei  occhi, e  sorride  camminando  velocemente, sempre  con  la  testa  un  po’  reclinata. Sorride  come  se  non  se  ne  fosse  mai  andato  o  come  se  dovesse  tornare. Quanto  al  maestro, ho  saputo  che, molti  anni  fa, ha  messo  sua  madre  in  una  casa  di  riposo  ed  è  diventato  diacono.

Magia di ottobre

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Ottobre  è  iniziato  bene, secondo  le  migliori  aspettative: le mattine  sono  fresche  e  un  po’  cupe; poi, verso  mezzogiorno, il  sole  alto  ci  promette  giornate  serene, percorse  da  quella  allegria  sbiadita  che  ha  già  in  sé  il  profumo, vago  e  rarefatto,  del  disfacimento. È  questa  ambiguità, che  cela  immense  ricchezze  di  colori  e  sapori,  a  rendere  ottobre  il  simbolo  di  una  bellezza  intensa  e  sfuggente, quasi  sovrumana  nel  suo  lento  sfacelo.

In  giornate  come  queste, quando  la  luce  si  alterna  al  grigio  e  il  primo  pomeriggio  è  un’ombra  senza  amarezze, lasciarsi  rapire  dall’insondabile  magia  di  ottobre  significa  afferrare  un  frammento  d’infinito.