D’estate, dopo il temporale

temporale

Dopo  il  forte  temporale  di  due  giorni  fa, l’atmosfera  è  cambiata. L’estate  sembra  aver  perso  parte  del  suo  vigore: il  cielo  è  azzurro, le  giornate  sono  limpide, però  la  luce  è  smorzata  e  il  vento  è  una  presenza  costante. Si  sta  infinitamente  meglio,  perché  gli  eccessi – tutti  gli  eccessi – sono  insopportabili  e  pericolosi.

In  queste  giornate  calme  è  difficile  tornare  ai  consueti  ritmi  della  vita  quotidiana. I  pensieri  sono  altrove, risentono  ancora  della  spensieratezza  delle  vacanze  appena  trascorse, tanto  che  sembra  quasi  impossibile  ricondurli  sulla  retta  via, che  è  quella  del  dovere. Ma  si  sa  che  i  passaggi  sono  così, bellissimi  e  faticosi, allegri  e  malinconici  allo  stesso  tempo. Mentre  qualche  ombra  s’insinua  nello  splendore  della  luce  del  giorno, si  tenta  di  riafferrare  le  proprie  abitudini. Ma  senza  fretta, senza  troppe  ansie  e  con  un  po’  d’indulgenza  verso  se  stessi.

 

(L’immagine  è  tratta  da: http://luciagangale.blogspot.it/2013/08/la-poesia-prima-del-temporale-estivo.html)

Il poeta

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Per  far  comprendere  la  storiella  che  intendo  raccontare, devo  fare  una  premessa. Al  liceo  la  mia  compagna  di  banco, una  certa  R., era  una  pettegola  incallita, una  che  sapeva  o  sosteneva  di  sapere  tutto  di  tutti. Per  reperire  informazioni  sulle  esistenze  altrui, aveva  una  strategia  le  cui  caratteristiche  non  ho  mai  voluto  approfondire  nel  dettaglio. Ricordo  che, durante  l’intervallo  delle  ore  dieci,  usciva  dalla  classe  e  se  ne  andava  in  giro  per  la  scuola; poi, terminata  la  pausa, tornava  e   mi  raccontava  qualcosa  su  personaggi  dei  quali  io  nemmeno  sospettavo  l’esistenza: il  Tizio  della  IIA, il  figlio  del  signor  Tal  dei  Tali  che  stava  in  IIIB, il  nipote  dell’avvocato  Caio  che  stava  in  IC  e  così  via. Io  l’ascoltavo, annuivo  e  poi  dimenticavo quasi  tutto. Eravamo  molto  diverse, io  e  R., opposte  come  il  giorno  e  la  notte, e  probabilmente  era  proprio  questa  marcata  differenza  a  tenerci  unite. L’unica  cosa  che  avevamo  in  comune  era  la  folta  capigliatura  bruna: eravamo  senza  dubbio  le  più  capellone  della  classe.

Un  giorno, durante  la  ricreazione, mentre  io  ero  felicissima  perché  stavo  mangiando  con  calma  un  croissant  e  nell’aula  non  c’era  confusione, R. piombò  su  di  me  con  energia  inaudita  e  farfugliò  in  fretta  qualcosa  a  proposito  di  un  ragazzo  di  un’altra  sezione. Non  compresi  nulla, in  quanto  distratta  dal  croissant,  e  le  feci  ripetere  il  discorso: mi  disse, tutta  ansiosa, che  nella  IIB  c’era  un  ragazzo  che  aveva  l’abitudine  di  scrivere  poesie. Io  la  guardai  con  stupore  domandando  il  motivo  di  questa  esternazione. Dato  che  non  sapevo  chi  fosse  costui, cosa  poteva  importarmi  se  scriveva  poesie? Ma  no – mi  disse  R.  con  una  punta  di  stizza – è  che  a  G. piace  tanto!“.

Chi  era  G. ? Era  l’altra  nostra  compagna  di  banco, una  biondina  con  gli  occhioni  enormi, una  che  aveva  l’abitudine, quando  capitava  qualcosa  di  anomalo, di  guardarci  in  faccia  a lungo  e  dire  con  preoccupazione: “O  Dio  mio!“. Ad  esempio, se  un  compito  in  classe  di  greco  l’aveva  turbata, mi  guardava  negli  occhi  profondamente, quasi  a  volermi  entrare  nell’anima, e  mi  diceva: “O  Dio  mio!“. Oppure, se  un  professore  affermava  qualche  sciocchezza (e  non  era  cosa  infrequente)  mi  ricacciava  gli  occhi  addosso, intensamente, e  mi  diceva: “O  Dio  mio!“.

Dopo  l’importante  rivelazione  di   R.  a  proposito  del  poeta  di  IIB, arrivò  in  classe  la  nostra  amica  bionda (lupus  in  fabula!), camminando  svelta  svelta  com’era  solita  fare, scuotendo  i  capelli  e  dicendo: “O  Dio  mio!“.  Appena  sentii  il  Dio  mio  mollai  in  un  angolo  il  croissant  e  le  chiesi: “Cosa  ti  è  successo?“. Lei  mi  fissò  con  ardore  e  disse: “Mi  piace  tanto  un  ragazzo  che  sta  in  IIB  e   scrive  poesie“. E  continuò  a  fissarmi  con  gli  occhi  spalancati. Io  non  le  dissi  che  la  cara  R., come  al  solito, mi aveva  anticipato  la  notizia e, mentre  stavo  cercando  il  commento  più  adatto  alla  circostanza, G.   ci  pregò  di  non  parlare  a  nessuno  di  questa  sua  infatuazione.

Ora, come  tutte  le  persone  adulte  e  vaccinate  sanno,  il  miglior  modo  per  far  conoscere  un  segreto  consiste  nel  pregare  altri  di  non  rivelarlo. Io  sono  sempre  stata  molto  discreta: se  mi  si  chiedeva  di  tacere  su  qualcosa, stavo  zitta  senza  difficoltà. Ma  R. non  era  così, tutt’altro. Lei  ci  sguazzava  in  queste  cose  e  io, fin  da  subito, compresi  che  il  ragazzo  della  IIB, di  lì  a  non  molto, avrebbe  saputo  tutto.

Per  qualche  giorno,  il  copione  delle  nostre  mattinate  scolastiche  si  ripeté  identico: durante  la  ricreazione  G. usciva  in  fretta  dalla  classe  per  sbirciare  con  ansia, nel  corridoio, il  poeta  di  IIB; R., invece, filava  via  dall’aula  senza  aprire  bocca  e  non  si  sa  dove  andasse. Dopo  meno  di  una  settimana, sempre  durante  l’intervallo, R. entrò  in  classe  tutta  spumeggiante, si  diresse  verso  di  me  e   mi  disse: “Oh! Pensa  che  il  ragazzo  della  IIB  è  venuto  a  sapere  che  G. ha  una  cotta  per  lui!“. Be’, guarda, avevo  sospettato   dall’inizio  che  tu  avresti  fatto  in  modo  di  farglielo  sapere.  Queste  furono  le  parole  che  pensai  ma  evitai  di  dirgliele. R. gongolava  e  strepitava, curiosa  di  vedere  cosa  sarebbe  accaduto. Io, invece  di  gongolare, con  sano  realismo  mi  chiesi  come  avrebbe  reagito  questo  soggetto  che  non  conoscevo.

Ebbene, alcuni  giorni  dopo  R.  chiamò  la  biondina  e  le  disse  di  andare  in  corridoio, durante  l’intervallo, perché  il  ragazzo  della  IIB  aveva  scritto  una  poesia  per  lei  e  voleva  leggergliela. A  quel  punto  persino  io, sempre  così  discreta, fui  colpita  dal  gesto  di  costui  e  m’incuriosii  parecchio; così, nel  momento  fatidico, acconsentii  a  farmi  trascinare  in  corridoio  da  R.  per  assistere  al  lieto  evento. Finalmente  vidi  il  poeta  intento  a  leggere  il  suo  componimento  alla  nostra  amica: era  un  gran  bel  ragazzo  moro,  alto  e  atletico, e, cosa  fondamentale – direi  anzi  di  primaria  importanza – aveva  addirittura  lo  sguardo  da  persona  intelligente. Ma  ciò  che  non  dimenticherò  mai  fu  il  volto  di  G.  che, intimidita  ed  estasiata  nello  stesso  tempo,  lo  ascoltava  con  gli  occhioni  enormi  ancora  più  spalancati  del  solito.

Dopo  il  fatto,  G. trascorse  la  restante  parte  della  mattinata  nel  mondo  dei  sogni  e  non  ci  fu  verso  di  farla  applicare  al  latino  e  alla  matematica. En  passant, aggiungo  che  fra  i  due  non  nacque  nulla, la  qual  cosa  un  pochino  mi  stupì. Tuttavia, G. si  rassegnò  abbastanza  in  fretta  perché  si  fidanzò  dopo  un  po’  di  tempo  con  un  individuo  del  suo  paese.

Memorie filosofiche

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Ultimo  anno  al  liceo  classico: l’anno  fatidico, quello  della  maturità. Ricordo  che  cominciò  in maniera  diversa  rispetto  agli  anni  precedenti  perché  i  professori, tutti   concentrati  a  voler  terminare  i  loro  programmi  in  tempo  a  causa  dell’esame, erano  particolarmente  nervosi  e  spesso  in  ridicola  lotta  fra  loro. Ad  esempio, il  docente  di  latino  e  greco, pur  di  portare  avanti  il  programma  senza  interruzioni, aveva  preso  la  discutibile  abitudine  d’interrogarci  sempre  fuori  orario  chiamandoci  durante  le  lezioni  del  professore  di  filosofia, il  quale  si  arrabbiava  per  la  transumanza  di  allievi  che  dovevano  uscire  a  quello  scopo. C’è  da  dire  che  fra  i  due  docenti  esisteva  un  conflitto  di  natura  ideologica: il  professore  di  latino  e  greco  era  un  cattolico  integralista  mentre  il  professore  di  filosofia  era  ateo  dichiarato, cosa  che, nel  nostro  bigotto  liceo  di  provincia, suscitava  parecchio  scandalo; non  era  quindi  raro  vedere  i  due  professori, in sala  insegnanti, lanciarsi  antipatiche  frecciatine. Detto  questo, si  comprende  come  il  professore  cattolicissimo  fosse  felice  di  creare  scompiglio  quando  in  classe  c’era  il  filosofo  ateo.

La  professoressa  di  chimica  e  biologia, poi,  si  divertiva  a  farci  fare  sempre  i  compiti  in  classe  negli  stessi  giorni  in  cui  avevamo  la  versione  di  latino, e  quella  di  matematica  e  fisica  faceva  altrettanto. Non  dimenticherò  mai  quel  martedì  in  cui  fummo  costretti  ad  affrontare  tre  compiti  tutti  insieme:  oltre  alla  versione  di  latino, un  compito  di  chimica  organica  con  trenta  domande  a  cui  rispondere  in  un’ora  di  tempo, e,  dulcis  in  fundo, un  grazioso  compito  di  fisica  all’ultima  ora. A  nulla  valsero  le  nostre  proteste  per  far  spostare  di  qualche  giorno  almeno  la  prova  di  chimica: ci  fu  risposto  che, per  studiare, avevamo  anche  la  notte. Credo  che  questi  dettagli  possano  far  comprendere  perché  quell’anno  l’atmosfera,  in  aula,  fosse  sempre  tesa.

Chi  era  interrogato  fuori  orario  doveva  per  forza  portare  con  sé  un  testimone,  e  io, chissà  perché, ero  molto  richiesta  dai  miei  compagni  come  prezioso  testimone  d’interrogazioni. Pertanto, durante  quel  disgraziato  anno  ebbi  la  ventura  di  fare  molto  moto, uscendo  spesso  dalla  classe  per  sorbirmi  immani  filippiche  di  letteratura  latina  e  greca.  A  volte, però,  mi  seccava  dover  saltare  certe  lezioni  per  vestire  i  panni  della  testimone, e  così  il  mio  nervosismo  aumentava  di  giorno  in  giorno.

Una  mattina  d’inverno, durante  l’ora  di  filosofia, la  mia  tensione  salì  alle  stelle. In  realtà  era  una  tensione  generale  di  tutta  la  classe, chiaramente  avvertibile  quasi  come  se  una  densa  cappa  di  nebbia  si  fosse  formata  nell’aula.  Il  nostro  professore  di  filosofia  era  un  soggetto  difficilmente  inquadrabile. Era  un  uomo calmo, fondamentalmente  buono, però  a  volte  esibiva  un  sarcasmo  molto  fastidioso  e  faceva  affermazioni  strampalate. Non  si  sapeva  mai  cosa  realmente  pensasse. Io  con  lui  avevo  un  rapporto  anomalo: il  mio  profitto  era  ottimo,  però  il  professore  spesso  mi  fissava  in  maniera  strana, a  lungo, intensamente – non  lo  faceva  mai  con  altri-  e  una  volta  mi  disse  una  cosa  che  non  gli  perdonai  più. Queste  le  sue  esatte  parole: “Lei  è  molto  brava, ma  io  non  la  capisco“.

Come  ho  scritto  sopra, non  lo  perdonai. Quelle  parole  mi  diedero  un  fastidio  immenso  perché  le  percepii  come  una  violazione  della  mia  persona  e  della  mia  interiorità. E  fu  così  che,  quel  giorno  d’inverno  in  cui  tutti  eravamo  tesi  come  corde  di  violino, io, sia  pure  involontariamente, trovai  il  modo  di  vendicarmi. Durante  la  lezione,  dato  che  non  desideravo  ascoltarlo, mi  misi  a  trafficare  con  un  foglio  scambiandolo  con  alcune  amiche  che  sedevano  in  prima  fila. Si  trattava  del  classico  caso  di  scambio  di  posta  in  classe: siccome  ero  in  terza  fila, le  fanciulle  della  seconda  facevano  da  tramite  fra  me  e  le  mie  amiche  della  prima. Nonostante  cercassi  di  operare  con  la  massima  prudenza  e  discrezione, nonché  con  volto  imperturbabile  stile  monaco  zen, il  professore, che  come  al  solito  aveva  gli  occhi  belli  puntati  su  di  me  come  se  fossi  l’unica  allieva  in  classe, si  accorse  che  avevo  questo  foglio  ripiegato  in  mano  e  subito  mi  chiese: “Ma  cosa  sta  facendo?”. A  quel  punto  mi  salì  il  sangue  al  cervello  e, nell’arco  di  un  secondo  scarso, pensai : ma  come? Sono  sempre  attenta, sempre  impegnata, silenziosa, non  infastidisco  nessuno, mi  faccio  gli  affari  miei, vado  bene  nella  tua  materia, e  per  una  misera  volta  in  cui  mi  distraggo  un  attimo, solo  un  attimo  maledetto, tu  mi  punti  immediatamente?  Non  è  giusto, considerando  che  qui  è  pieno  di  gente  che  non  apre  mai  un  libro  e  viene  lasciata  libera  di  farlo.  

Come  ho  detto, si  trattò  di  pensieri  elaborati  in  un  secondo  scarso. Infatti, senza  la  minima  timidezza, ma  anzi  con  piglio  sicuro  e  sfacciato, gli  risposi  serafica: “Stiamo  facendo  la  classifica  dei  filosofi  più  belli”. Dopo  un  attimo  di  costernato  silenzio, in  classe  scoppiò  un  vero  e  proprio  boato:  tutti  si  misero  a  ridere  a  crepapelle, increduli  e  divertiti; ricordo  ancora  che  un  mio  caro  amico  era  letteralmente  piegato  in  due  sotto  al  banco  a  causa  dello  shock,  e  non  riusciva  a  riprendersi. La  verità  è  che  nessuno  si  aspettava  da  parte  mia  un’uscita  del  genere  fatta  con  tanta  sprezzante  sicurezza. Il  professore, poveretto,  rimase  basito, immobile  come  una  statua. Forse  all’inizio  non  volle  nemmeno  credere  alle  parole  che  aveva  sentito. Notando  la  sua  incapacità  di  reazione, io  decisi  d’infierire  e  continuai: “A  dire  il  vero  sono  quasi  tutti  brutti, però  abbiamo  scelto  Schiller  perché  ci  è  sembrato  un  po’  più  prestante  nell’insieme”.

Non  ricordo  in  che  modo  il  professore  riuscì  a  ripristinare  la  calma  nell’aula. Ricordo  però con  precisione  che  non  osò  dirmi  mezza  parola. Niente  rimproveri  e  niente  ripicche, perché  alla  fine  del  quadrimestre  in  pagella  mi  ritrovai  il  solito  nove.

Detto  ciò  e  vista  la  lunghezza  del  post, aggiungo  solo  che, in  alto,  potete  ovviamente  ammirare  Schiller. 😀

In gita

montefiorino

Siamo  quasi  tutti  in  vacanza  o,  almeno,  lo  siamo  con  la  testa, e  i  pensieri  volano  lontano  in  cerca  di  qualche  ricordo  e  di  un  po’  di  risate. D’altra  parte  il  caldo  non  è  più  troppo  intenso, l’estate  è  diventata  piacevole  e  ci  si  sente  allegri  e  spensierati, desiderosi  di  non  prendersi  troppo  sul  serio. E  allora…

Durante  l’infanzia  e  l’adolescenza, trascorrevo  il  mese  di  agosto  in  un  paese  dell’Appennino  tosco-emiliano (quello  che  si  vede  in  foto): lì, infatti, la  mia  famiglia  aveva  una  casa.  Una  volta, quando  avevo  dieci  anni, il  parroco  del  luogo  organizzò  una  gita  a  Sotto  il  Monte, in  provincia  di  Bergamo, paese  natale  di  papa  Giovanni  XXIII. Con  mia  grande  sorpresa, a  mia  madre, che  non  era  mai  stata  amante  di  questo  tipo  di  viaggi, venne  il  ghiribizzo  di  parteciparvi  e  di  trascinare  anche  me  nell’avventura. Io, però, ne  avrei  fatto  volentieri  a  meno. Che  la  cosa  mi  risultasse  sgradita  non  deve  stupire: essendo  libera  di  scorrazzare  tutto  il  giorno  in  giardino  come  una  piccola  selvaggia, l’idea  di  dovermi  alzare  alle  cinque  della  mattina (eh  sì, alle  cinque!)  per  lasciare  i  monti  e  mettermi  in  viaggio  verso  la  pianura  padana, il  tutto  su  un  pullman  pieno  di  gente  che  conoscevo  a  stento, non  mi  convinceva. A  ciò  si  aggiunga  la  mia  introversione  e  si  capisce  quale  potesse  essere  il  mio  stato  d’animo. Purtroppo, però, a  quell’età  si  può  fare  ben  poco  se  i  genitori  si  mettono  in  testa  qualcosa  e  perciò  fui  costretta  a  partire.

Com’è  tristemente  noto  ai  più, in  questi  casi  chi  organizza  una  gita  tende  a  fare  le  cose  in  grande, in  una  sorta  di  vertigine  dell’accumulo: non  si  vuole  visitare  bene  un  luogo  interessante, ma  si  vogliono  attraversare  tanti  posti  in  poco  tempo, quello  necessario  per  illudersi  di  esserci  stati. E  il  nostro  caro  prete  non  fece  eccezione: il  viaggio, infatti, prevedeva  la  visita  di  Caravaggio, Sotto  il  Monte, Bergamo  Alta (quella  Bassa  no!)  e, dulcis  in  fundo, Sirmione. Il  tutto  con  la  pretesa  di  tornare  a  casa, belli  e  pimpanti,  entro  la  serata. Ora, è  vero  che  io  ero  piccolina, però  conoscevo  già  la  geografia  e  sapevo  che  un  itinerario  del  genere  avrebbe  significato  tanta  fatica  per  non  capire  niente  di  ciò  che  avremmo  visto. Pertanto  mi  misi  in  viaggio  di  pessimo  umore  e, appena  giunti  in  pianura nei  pressi  di  Modena, mi  addormentai  per  svegliarmi  direttamente  in  provincia  di  Bergamo.

La  prima  tappa  fu  Caravaggio: ricordo  che  scendemmo  a  moto  sostenuto  in  una  piazza  rettangolare, della  quale  nessuno  ci  rivelò  il  nome, poi  entrammo  in  fretta  in  un  palazzo  o  in  un  chiostro; qui  sostammo circa  cinque  minuti  scarsi, dopo  di  che  il  parroco, tutto  giulivo, c’intimò  di  salire  sul  pullman  per  proseguire  il  viaggio.

Arrivati  a  Sotto  il  Monte, la  sosta  durò  un  tempo  più  umano  e  ragionevole  perché  occorreva  visitare  la  casa  del  papa,  entrare  in  qualche  chiesa  e  darsi  alle  libagioni, cioè  al  pranzo. Della  casa  non  ricordo  nulla  e  neppure  del  pranzo; non  so  né  dove  né  come  mangiammo (l’ho  rimossoooo!). Tuttavia, conoscendomi, ho  il  fortissimo  sospetto  che  rimasi  quasi  a  digiuno, come  sempre  mi  capita  quando  sono  nervosa.

Si  sa  poi  che, in  queste  occasioni, è  d’obbligo  farsi  fare  qualche  foto, utile  a  dimostrare  ad  amici  e  parenti  che  si  è  stati  in  gita (la  provaaaaa!), manco  si  fosse  raggiunto  il  Polo  Nord  con  cani  e  slitta. Ecco  che  allora  alcuni   si  fecero  immortalare  accanto  alla  statua  di  papa  Giovanni; io, invece, nera  più  che  mai  e  per  natura  poco  incline  ai  riti  di  gruppo, rifiutai  categoricamente  di  farmi  fotografare. E  fui  irremovibile.

Terminato  il  grande  spasso  a  Sotto  il  Monte, ci  precipitammo  come  furie  a  Bergamo  Alta. Qui  ci  fermammo  su  una  salita  e  il  prete  ci  fece  subito  guardare  in  basso, oltre  un  muretto,  per  dimostrarci  che, sì, ciò  che  dicevano  le  cronache  era  vero, ossia  Bergamo  ha  effettivamente  una  parte  alta  e  una  bassa. E  così,  rinfrancati  da  questa  importante  conferma, ripartimmo  all’istante.

L’ultima  tappa  di  questa  inutile  marcia  fu  Sirmione, un  bellissimo  paese  sul  Lago  di  Garda. Purtroppo, in  quel  momento, noi  non  vedemmo  bellezza  alcuna  perché  sostammo  meno  di  dieci  minuti  in  un  imprecisato  viale  colmo  di  gente, caotico  come  una  località  della  Romagna  a  Ferragosto,  e  il  lago  rimase  un  miraggio.

A  questo  punto  iniziò  l’estenuante  viaggio  di  ritorno. Non  ricordo  più  quanto  durò  né  ricordo  cosa  dissi  quando  finalmente  mi  trovai  a  casa. Però, conoscendo  il  mio  carattere, so  che  qualcosa  devo  aver  detto, e  qualcosa  di  forte  anche, perché  dopo  di  allora  nessuno  osò  mai  più  invitarmi  a  gite  del  genere.

Sto arrivando

Oggi  ho  avuto  la  bella  idea  d’impegnarmi  a  scrivere  un  post  piuttosto  lungo  su  word, con l’intenzione  di  fare  poi  copia/incolla  sul  blog. Però, al  momento  fatidico  ho  sbagliato  tasto  e  ho  perso  il  post, che  è  svanito  nel  nulla. E,  siccome  era  un  testo  lungo, purtroppo  non  posso  riscriverlo  a  quest’ora.

Evidentemente  ho  la  testa  altrove, fra  le  nuvole.  Ma  sto  arrivando.   😀

 

Frammenti di pensieri

pioggia

Si  attende  il  cambiamento, il  passaggio  da  questo  caldo  malsano  e  ostile  a  un’estate  più  mite. Nell’attesa, dominano  impazienza, tensione, stanchezza, fantasie  di  ogni  tipo.

Attesa. La  mente  vaga, fugge, si  confonde, reagisce, resiste, forse  cede, forse  no, forse  ce  la  fa. E  allora  è  un  sogno  o  un  miraggio  o  un  ricordo: ecco  i  monti  in  lontanza  mentre  il  cielo  si  fa  di  metallo,  ecco  gli  alberi  agitati  dal  vento, e  poi  le  nuvole  arrabbiate  e  il  pomeriggio  esausto  che  lentamente  sfuma  nella  sera.

Sera. La  sera  fra  quattro  pareti, la  sera  in  un  giardino, la  sera  di  tanti  anni  fa, la  sera  che  verrà.

Tè e stagioni

tea

Per  me  il  tè  pomeridiano  è  uno  dei  riti  più  belli  della  giornata. Però, come  tutte  le  abitudini, risente  delle  stagioni: bere  il  tè  in  un  pomeriggio  d’estate, ad  esempio, è  cosa  ben  diversa  dal  farlo  in  un  malinconico  giorno  d’autunno  o  in  una  gelida  domenica  invernale.

Il  tè  freddo, d’estate, è  soprattutto  un  momento  di  ristoro, necessario, simpatico,  ma  privo  delle  complesse  sfumature  che  investono  questo  rito  in  altre  stagioni:  è  un  intermezzo  un  po’ superficiale, divertente, rilassante, ma  tale  da  non  evocare  profonde  emozioni.

D’autunno, quando  i  pomeriggi  sono  una  danza  di  luci  e  di  ombre  e  si  avverte  il  declinare  del  sole  come  un  abbraccio  avvolgente, la  cerimonia  del  tè  diventa  tutt’uno  con  l’atmosfera  della  stagione: è  una  pausa  languida  e  dolce, un  rallentare  per  meglio  comprendere, un  ponte  che  collega  passato  e  presente, un  intreccio  di  ricordi, gioie  e  malinconie. È  un  commovente  mosaico  di  colori  proprio  come  l’autunno, enigmatico  e  fraterno, tenero  e  forte  nello  stesso  tempo.

D’inverno, il  rito  del  tè  bollente  assume  un  tono  speciale. È  una  risposta  decisa  al  freddo  inclemente  della  stagione, un  momento  di  ristoro  come  avviene  d’estate, ma  con  una  differenza  fondamentale:  d’inverno  la  superficialità  della  stagione  calda  è  assente, e  la  dolce,  timida  profondità  che  investe  il  rito  del  tè  durante  l’autunno  si  trasforma  in  un  intervallo  accompagnato  da  riflessioni  prive  d’incertezze, sobrie, austere, appaganti. Il  senso  di  calore  è  forte, il  piacere  intenso, la  gioia  senza  ombre; ma  vengono  meno  le   vertigini  dell’anima  che  accompagnano  questo  rito  nella  stagione  precedente.

Poi  c’è  la  primavera, l’eterna  adolescente  affamata  d’emozioni  e  d’innocui  divertimenti. Con  lei, la  cerimonia  del  tè  non  può  fare  altro  che  perdere  la  solennità  delle  stagioni  fredde  per  diventare  un  gioco  spensierato  e  allegro, ricco  di  toni  pastello  nei  pensieri  e  di   sogni  senza  capo  né  coda. Ma  talvolta, quando  fuori  piove, raggiunge  un’intensità  strana, che  sa  di  forti  consapevolezze  e  d’inconfessabili  segreti.

So  di  aver  già  affrontato  questo  argomento, sia  pure  in  maniera  diversa. Ma  qui  siamo  in  un  salotto, in  un  piccolo  spazio  concepito  per  conversare  amabilmente,  e,  quando  si  conversa  per  tanto  tempo,  è  inevitabile  tornare  su  certi  argomenti  per  approfondirli, osservarli  da  altri  punti  di  vista, comprenderli  meglio. E  per  saggiare  le  nuove  emozioni  che, a  distanza  di  anni, suscitano  in  noi. Così  vi  chiedo: a  voi  piace  prendere  il  tè? E  come  affrontate  questo  rito? Ogni  racconto, breve, lungo  o  lunghissimo  che  sia, è  gradito.

Intanto, ecco  come  potrebbe  essere  una  bella  pausa  tè  in  primavera: un  sogno  di  fiori  e  di  colori  in  un  giardino  che  ruba  le  sue  fresche  tinte  al  paradiso.

tea spring

(L’immagine  è  tratta  da: http://www.fanpop.com/clubs/yorkshire_rose/images/30734127/title/welcome-english-tea-party-sylvie-photo)