Come un’attesa

donna

Di  passaggio, mattine  quasi  spettrali: evanescenti  le  case, le  strade, le  immagini  indistinte  dei  passanti. E  gli  angoli  bui  dei  vicoli  stretti, e  il  trascorrere  del  tempo  che  non  lascia  scampo. Giorni  che  sembrano  gusci  vuoti – come  un’attesa  senza  colori  prima  del  lilla  e  dell’azzurro  di  primavera.

 

(Nell’immagine  il  dipinto  Donna  in  un  prato, di  Federico  Zandomeneghi)

Come di favola

Inverno_001

Oggi, come  previsto, è  caduta  la  neve. Ha  iniziato  di  mattina  presto  con  fiocchi  grandi  e  bellissimi, quasi  luminosi  nel  loro  candido  contrasto  con  l’atmosfera  incolore; poi  si  è  trasformata,  e  i  fiocchi  sono  diventati  piccoli, insignificanti, monotoni.

Pare  che  non  sia  finita; si  dice  che  tra  sabato  e  domenica  la  neve  tornerà. L’inverno  vuole  terminare  senza  trascurare  nulla  del  suo consueto  repertorio. E  allora, se  neve  deve  essere, neve  sia. Ma  bella, orgogliosa, fitta, maestosa. Se  deve  essere  gelo, gelo  sia. Ma  accompagnato  da  un  turbinio  di  fiocchi, da  una  danza  frenetica  e  instancabile  di  neve  felice  di  cadere, felice  di  esserci, generosa  e  allegra  a  dispetto  dell’inverno. Neve  felice  di  cadere  per  poi  sciogliersi  in  fretta  e  lasciarci  un  ricordo  intenso, bianco, come  di  favola  raccontata  intorno  a  un  caminetto.

Sognando la primavera

in giardino

Il  sole  di  queste  giornate, dopo  la  breve  parentesi  della  neve, è  un  invito  a  sognare  la  primavera, un  richiamo  irresistibile  verso  i  mesi  che  verranno.  Per  me, la  primavera  non  è  tanto  una  stagione  che  ogni  anno  si  rinnova  quanto  un  ricordo, il  ricordo  quasi  incantato  di  un  tempo  molto  lontano. Durante  l’infanzia  e  la  prima  adolescenza, la  primavera  era    meravigliosa, qualsiasi  cosa  accadesse, qualunque  fosse  il  mio  stato  d’animo  del  momento: era  la  vita  innamorata  di  se  stessa  che  emergeva  dalle  gelide  oscurità  della  stagione  fredda, era  il  frenetico  ottimismo  del  cielo  felice, era  la  speranza  in  un’età  in  cui  si  sperava  sempre, a  prescindere  da  tutto  e  persino  contro  ogni  evidenza.

Allora  riuscivo  a  notare  ogni  sfumatura  della  primavera  perché  la  osservavo, la  vivevo, la  sentivo  dentro, era  parte  di  me: una  magnifica, splendente, ingenua  illusione. Ricordo  che  ogni  scusa  era  buona  per  uscire  da  casa  e  correre  via,  magari  soltanto  nel  parco  più  vicino; ma  era  abbastanza  per  lasciarsi  inebriare  dalla  fremente  vitalità  della  stagione  e  gioire  di  essa. Le  giornate  di  pioggia  erano  intervalli  malinconici, che  suscitavano  rabbia  perché  spezzavano  l’allegra  danza   delle  giornate  di  sole; tuttavia, anche  allora percepivo  uno  strano  fascino  nella  pioggia  primaverile, quasi  fosse  un  momento in  cui  comunicare  con  una  dimensione  misteriosa.

Adesso,  della  primavera  apprezzo  l’assenza  di  eccessi, i  momenti  impetuosi  ma  privi  di  cattiveria, gli  sguardi  obliqui  e  curiosi, l’irrefrenabile  desiderio  di  piacere, l’ingenuità  delle   tinte  pastello  che  riescono  a  colorare  persino  le  giornate  più  spente. Ma  ho  la  spiacevole  impressione  che  se  ne  vada  sempre  troppo  in  fretta, assorbita  dalla  prepotente  personalità  dell’estate. E  poi  mancano  certe  illusioni, senza  le  quali  la  primavera  non  può  più  essere  la  stessa.

(Nell’immagine  il  dipinto  In  giardino, di  Giuseppe  De  Nittis)

Di silenzio, di neve e di febbraio

denittis

La  settimana  è  trascorsa  freddissima  ma  soleggiata. Non  ho  mai  amato  febbraio  perché, in  certe  giornate,  è  capace  di  uno  squallore  sconosciuto  ad  altri  mesi, di  un  nero  senza  sfumature, terribile  e  arrogante. Però, a  spezzare  questa  atmosfera, arrivano  sempre  giornate  luminose, con  un  sole  allegro  e  tenace  che  sa  già  di  primavera.

Si  dice  che  forse  domani  nevicherà. Febbraio  è  anche  questo, neve  candida  a  salutare  l’inverno  prima  della  nuova  stagione. La  neve  è  un  fastidio  per  chi  deve  muoversi, viaggiare  e  rispettare  impegni  di  lavoro,  ma  è  una  benedizione  per  chi  può  restarsene  in  casa, tranquillo, e  apprezzarla  per  ciò  che  è:  un  momento  di  pace  profonda  accompagnato  da  un  silenzio  che  chiede  di  essere  ascoltato. Un  silenzio  austero, amico, avvolgente, caldo  nella  sua  freddezza; un  silenzio  che  parla  della  necessità  di  pensare  prima  di  agire, di  frenare  gli  impulsi, di  essere  pacati  nonostante  tutto. Il  silenzio  della  neve, che  racconta  la  necessità    della  lentezza,  offrendo  così  una  lezione  di  vita.

Tè o caffè?

Prendere  un  tè  o  un  caffè: pause  che  spezzano  la  routine  quotidiana, intermezzi  da  dedicare  finalmente  a  se  stessi. E  ciascuno  a  proprio  modo, in  base  a  gusti, desideri  e  abitudini  che  assumono  significati  particolari  a  seconda  dei  casi. Quando  aprii  questo  blog, nel  gennaio  del  2007, lo  immaginai  così, come  un  potenziale  momento  di  pausa  per  gli  eventuali  lettori, un  piccolo  svago  senza  pretese  cui  abbandonarsi  con  calma  lasciando  da  parte, anche  se  per  pochi  minuti,  i  consueti  ritmi  della  giornata. Ed  è  inevitabile  soffermarsi  a  parlarne  ora, perché  per  un  blog  sei  anni  di  vita  sono  tanti.

Non  avevo  e  non  ho  ambizioni  particolari  se  non  il   desiderio  di  scrivere,  e  probabilmente  è  questo  il  motivo  per  cui  ho  continuato  a  farlo  tanto  a  lungo  con  gioia: nessuna  ansia  da  prestazione, nessuna  fissazione  per  raggiungere  un  determinato  numero  di  lettori. M’interessavano  e  m’interessano  la  scrittura, le  parole, le  frasi  che  scorrono  una  dopo  l’altra  come  in  una danza, i  ritmi,  a  volte  la  pura  musicalità  dei  termini.

Sono  sempre  state  tre  le  fonti  d’ispirazione  di  tutti  i  miei  post:  esperienze  avute  nel  mondo  reale, libri  e  dipinti  da  me  molto  amati, frammenti  di  ricordi  che  affondano  nel  mio  passato  remoto. Inoltre, nel  corso  degli  anni  ho  pubblicato  a  volte  anche  post  molto  frivoli  e  mi  auguro  di  sentirmi  abbastanza  ispirata  da  scriverne  ancora, perché  detesto  l’idea  di  prendermi  troppo  sul  serio.  Infine, non  ho  mai  usato  questo  spazio  per   attuare  improbabili  forme  di  comunicazione  a  distanza  e  sotto  metafora  con  altri  internauti,  non  ho  mai  scritto  un  post  dedicandolo  implicitamente  a  qualcuno. E  mai  lo  farò.

Allora, date  le  caratteristiche  di  questo  blog, si  tratta  di  tè  o  caffè? A  seconda  dei  gusti, immagino. Per  qualche  lettore  potrebbe  forse  essere  simile  a  una  pausa- caffè, brevissima  e  a  volte  intensa;  per  altri, invece, potrebbe assomigliare  al  momento  del  tè, ossia  a  un  intermezzo  breve  ma  non  troppo, rilassante  e  talvolta  evocativo.  Per  me  è  l’uno  e  l’altro, a  seconda  dei  giorni, anche  se  propendo  per  il  tè.

Ora, a  coronamento  di  questa  filippica, una  canzone  spensierata  utile  ad  alleggerire  l’atmosfera: The  Coffee  Song,  diretta  da  Johnny  Mandel  e  interpretata  da  Frank  Sinatra. Una  canzone  per  svagarsi,  certo, ma  è  uno  svago  di  alto  livello  e  una  sferzata  d’energia  indescrivibile  a  parole. Signore  e  signori, il  caffè  è  servito. 😀