Lunedì: sogni e realtà

Lunedì, per molti giorno detestato. Ricomincia la settimana e ricomincia il solito ritmo, che consiste nel destreggiarsi fra corse frenetiche e mille attività, utili o inutili a seconda dei casi, ma quasi sempre obbligatorie. E allora che fare per iniziare tutto ciò con ottimismo?
Cominciamo così, con una bella fetta di torta Costanza: 🙂

Se è vero che anche l’occhio vuole la sua parte, considerando la bellezza dell’insieme questa torta sembra proprio invitante, e i suoi colori suscitano serenità insieme a infiniti sogni di primavera.

Certo può sembrare strano pensare alla primavera mentre gennaio finisce e febbraio, dispettoso e gelido, ci aspetta al varco. Ma per cominciare bene la settimana, lasciarsi trasportare dalla fantasia e immaginare certi toni può essere stimolante:

Il roseto come emblema di pace e di sogni senza ombre.

Certo, ora dobbiamo continuare a sopportare il freddo, la neve e lo spettacolo degli alberi spogli. Però, a ben guardare, non è detto che sia un brutto spettacolo:

Buon inizio di settimana a tutti. 🙂

Chiacchiere in libertà


Mentre l’inverno impazza e, secondo le simpatiche previsioni del tempo, un freddo siberiano sta per abbattersi su di noi senza troppi complimenti, qui si continua a scrivere.

La vita del blogger, tutto sommato, è dura ma ricca di gratificazioni. Il blogger, novello filosofo stoico, affronta ogni problema e calamità naturale – come, ad esempio, il terremoto – continuando a scrivere con coraggio e abnegazione. Scrive nonostante le scosse, di assestamento e non, nonostante dolori vari e impegni altrettanto eterogenei; il blogger scrive a qualsiasi ora del giorno e della notte, nei ritagli di tempo, mentre fuori piove o c’è il sole, mentre squilla il telefono o giungono fastidiose urla dalla strada. Il blogger fatica, si sacrifica, inventa, produce, gioca, scherza, si ribella, riflette, sogna, s’assopisce, si arrabbia, si diverte, sorride.
Talvolta, il blogger non vuole seguire un filo logico, almeno all’apparenza, ma preferisce lasciarsi trasportare dalla corrente dei pensieri e scrivere anche sanissime sciocchezze, senza le quali, del resto, non esisterebbero le cose serie. Ecco, oggi mi dedico alle sanissime sciocchezze.

Tempo fa, parlai qui di una telenovela che fui costretta a vedere mentre, da ragazzina, mi trovavo in vacanza a casa di mia nonna. La telenovela era Bodas de odio, serie messicana romantica la cui protagonista, innamorata di un tenentino povero e non gradito alla sua spocchiosa famiglia, è obbligata a sposare un uomo ricco che, almeno all’inizio, detesta.

Ebbene, c’è una scena della telepolpetta in questione che non dimenticherò mai. Il tenentino, ingiustamente rinchiuso nelle patrie galere dai parenti cattivi della protagonista, riesce a fuggire e cerca di rintracciare la sua bella Magdalena, sfidando ogni pericolo. Uscito dal carcere con moto uniformemente accelerato e con gli abiti a brandelli, per rivestirsi ruba un fagotto a una contadina che sta lavando i panni in un bel corso d’acqua.

Ora, trattandosi di telenovela, cioè di finzione, ci si aspetta che al tenente tocchi in sorte di rubare un vestito vagamente decente, considerando che si pretende di farlo passare per il grande amore romantico della bionda protagonista. Perciò grandissimo è stato il mio – e non solo mio – sgomento nel vedere che il nostro eroe, in preda all’ansia e al fuoco della passione, si presenta in cerca di Magdalena indossando una tremenda tutona bianca sformata in stile superpippo, con annessa un’inutile alta fascia in vita. Ai piedi – orrore! – inguardabili sandali.

Il quadro che ne esce è così desolante che la telespettatrice media si chiede per quali reconditi motivi Magdalena si sia innamorata di costui. A quel punto, è inevitabile tifare per un rapido ritorno in carcere del tenente, con l’aggiunta della pena dell’ergastolo per essere certe di non rivederlo mai più; inoltre, è anche inevitabile tifare per il marito che la donna è costretta a sposare, visto che la produzione della telenovela ci ha almeno risparmiato lo choc di mostrarcelo abbigliato in superpippo.

Io poi credo che questo episodio mi sia tornato in mente perché, poco fa, ho tolto dallo stenditoio i panni lavati ieri e così, avendo piegato alcuni pigiami, la mia mente ballerina e in cerca d’immagini comiche ha fatto questa dotta associazione: pigiama/superpippo.

E dopo queste chiacchiere, mi ritiro buona buona in castigo e in un angolo, coprendomi il volto per il rossore e giurando che questo post è solo un incidente di percorso. Fino al prossimo, è ovvio: la vita, infatti, è colma d’incidenti di percorso. 😀

Di nebbia e desiderio


D’inverno, quando le giornate sono freddissime e ostili, a volte mi capita di pensare che andrei volentieri in letargo, come certi animali, per svegliarmi riposata e serena a primavera. Un desiderio strano, in realtà, perché l’inverno, nonostante tutto, mi piace.

In questi giorni è la nebbia a dominare la città, umida e agguerrita, cupa ma affascinante. Scaltra e ambigua, la nebbia suscita talvolta il desiderio di nascondersi, di fuggire verso l’ignoto e di dormire, dormire a lungo.

L’inverno è un signore maturo, severo e autoritario, disincantato e senza ipocrisie. E la nebbia è il suo abito scuro.

In giardino


Ieri questo blog ha compiuto cinque anni di vita. Non c’è nulla da celebrare, per carità; però, ripensando anche ai momenti nei quali avrei voluto chiudere quest’esperienza, l’idea di aver proseguito per così tanto tempo mi colpisce un po’.

Gli impegni della vita reale sono molti, a volte assai pesanti, e la stanchezza a tratti si fa sentire. Però sono talmente affezionata a questo spazio, nato per puro scopo di svago e senza alcuna particolare ambizione, da non avere la forza di “ucciderlo”.
Il fatto è che, fin dall’inizio, ho concepito questo blog come una sorta di giardino virtuale e, nel corso del tempo, tale immagine è rimasta viva e forte dentro di me. Come si fa, allora, a lasciar appassire un giardino? O, meglio, come potrei io lasciar appassire il mio giardino? Certo, si sa, nella vita tutto prima o poi termina; ma per adesso non riesco a vedere alcuna fine.

In un giardino possono trovarsi molte cose: angoli ombrosi e appartati nei quali sedersi e riflettere, prati inondati dal sole, fiori variamente colorati, sentieri lungo i quali correre a perdifiato e ridere e restare eternamente adolescenti.
Un giardino dovrebbe essere anche un luogo di riposo nel quale, di tanto in tanto, restare in silenzio a osservare. Con la consapevolezza che all’inverno seguirà sempre la primavera.

(Nell’immagine il dipinto In giardino, di Silvestro Lega)

Di neve e silenzio


D’inverno, il silenzio sa essere talmente profondo da apparire solenne e meritare rispetto. Talvolta, quando i giorni sono tetra agonia di nero e di grigio, incute timore suscitando pensieri fra tenebre e gelo.

Però, mentre cade la neve lenta e costante, il silenzio è un abbraccio sincero, uno scrigno di ricordi e segreti, una bianca promessa di pace e infinito.

Fra sabato e domenica


Oggi la giornata è stata intensa e non ho avuto modo di annoiarmi. Essendo terminate le feste natalizie, infatti, ho dovuto riportare la dolce casa ai fasti precedenti, cioè ho dovuto togliere i numerosissimi addobbi che l’hanno allietata per settimane, colorandola d’oro e di rosso.

Tuttavia quest’anno ho deciso, per la prima volta nella mia vita, di non togliere l’albero. Ho eliminato soltanto quello più piccolo, ma l’alberone – come lo chiamo affettuosamente io – è rimasto lì, bellissimo e svettante in sala.
Perché questa scelta? Per vari motivi: la sala è molto grande e l’albero non dà alcun fastidio; il clima è rigido, il cielo quasi sempre grigio e quindi un po’ di colore in più in casa non guasta. Dulcis in fundo, in questa città gennaio è, in un certo senso, un mese quasi festivo, dato che il 17 si terrà la fiera di Sant’Antonio e il 31 ci sarà la festa del nostro patrono. Pertanto, con queste buone scuse a sostenermi, mi tengo l’albero-mio-tesoro ancora in casa fino ai primi di febbraio.

Oltre all’impegno profuso per ricondurre la casa allo stato quasi pre-festivo, oggi ho dovuto fare lavatrici, svuotare cassetti, mettere in ordine la biancheria. Perciò non ho potuto fare progressi nella lettura di Dracula. Rimando tutto a domani, sperando di poter leggere qualche pagina.

Adesso guardo l’orologio. Ho iniziato a scrivere questo post intorno alle 23 e 45 di sabato 7 gennaio, ma ora che sono in procinto di pubblicarlo è già domenica. Perciò il “domani” di cui ho parlato poche righe fa è diventato “oggi”.
Buona domenica a tutti. 🙂

(Nell’immagine il dipinto La lettrice, di Jean-Honoré Fragonard)

La lettura nel Medioevo


Per molti di noi la lettura è un’attività estremamente piacevole, un mezzo per apprendere nuove conoscenze e rilassarsi. Si può leggere ovunque, volendo: nelle biblioteche, in riva al mare, davanti a un bellissimo paesaggio di montagna, ma anche sull’autobus, sul treno, al bar e in qualsiasi altro posto pubblico di nostra preferenza. Leggendo, infatti, non disturbiamo nessuno perché restiamo in silenzio.

Non è stato sempre così. Nel Medioevo, fino almeno all’VIII secolo, la maggior parte dei litterati leggeva a voce alta; spesso, poi, la lettura era collettiva. Ciò implicava una grande fatica fisica e tanta lentezza nello studio.

Le cose cominciarono a cambiare con la Rinascita carolingia, cioè con il rinnovato interesse per gli studi di cui si fece promotore Carlo Magno. Il sovrano carolingio, infatti, per governare il suo vasto impero, molto eterogeneo a livello economico-sociale, aveva bisogno di funzionari preparati e colti. Per questo promosse un’importante riforma degli studi chiamando a dirigerla l’intellettuale più dotto del tempo, il monaco Alcuino di York. La riforma previde, fra le altre cose, la nascita di scuole presso monasteri e sedi vescovili.
A tale proposito, è significativo quanto riportato dal primo capitolare (780 ca.- 800), nel quale si dice che al re sembra di grande utilità e profitto che vescovi e monasteri non si accontentino di praticare una vita devota, ma si assumano il compito d’insegnare […]. Le opere buone sono certamente un bene più grande della scienza, ma senza la conoscenza è impossibile fare il bene.

Non dobbiamo stupirci di questa ingerenza del sovrano nella vita dei religiosi. Per Carlo Magno, infatti, la religione cristiana costituì lo strumento ideologico fondamentale attraverso cui fornire una certa coesione interna all’impero e sostenerne la struttura politico-amministrativa.

In questo periodo, iniziò a diffondersi la scrittura carolina, che il sovrano volle imporre a tutte le sue genti attraverso un editto. Molto più nitida e semplice delle vecchie scritture nazionali sorte dalla degenerazione della scrittura romana, la carolina semplificò il faticoso lavoro della lettura e dello studio, stimolando così la progressiva diffusione della lettura visuale o silenziosa, che cominciò a diffondersi in quest’epoca e che però s’impose soprattutto negli ultimi secoli del Medioevo.

Col tempo, la lettura silenziosa consentì anche la diffusione di idee eterodosse o considerate pericolose: i litterati, infatti, nel segreto delle loro stanze poterono finalmente leggere i testi proibiti o clandestini, testi che non avrebbero potuto discutere in ambito universitario o nei luoghi pubblici. In altri termini, la diffusione della lettura silenziosa fu una premessa importante per la nascita dell’idea di libertà d’espressione e di pensiero.

(Aggiornamento del post-
Bibliografia di riferimento:
– Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri (a cura di), Pensare il Medioevo, Milano, Mondadori, 2007
– Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri e Massimo Parodi, Storia della filosofia medievale: da Boezio a Wyclif, Roma-Bari, Laterza, 2007)

A gennaio


Gennaio significa inverno, inverno vero, duro, gelido, implacabile. Non è facile amarlo, così feroce e nero, quasi un nemico pronto ad aggredire e dal quale difendersi con tutte le armi a disposizione.
Gennaio ci costringe a cercare spazi chiusi in cui ripararci dalle intemperie, e perciò c’invita al pensiero e alla concentrazione, alla serietà e forse persino alla severità.

Non è più il tempo degli ambigui, affascinanti, seducenti languori autunnali, capaci d’irretire e d’incantare con un lento gioco di colori e sapori: gennaio è troppo spigoloso per sedurre, troppo esplicito nella sua irruenza, troppo arrogante per colpire al cuore. Ma ha il pregio di stimolarci all’azione, di scuoterci, d’indurci a inventare strane alchimie pur di sopravvivere a tanta oscurità.

Questo è il tempo delle favole raccontate, di sera, al caldo di una stanza illuminata e quieta; questo è il tempo del ghiaccio sui vetri delle finestre, a ricordarci la fortuna di avere un riparo.