Pomeriggio d’agosto


Oggi pomeriggio avrei dovuto dedicarmi a studiare. Tuttavia, a causa di alcuni imprevisti, sono stata costretta a recarmi a un centro commerciale piuttosto distante da casa mia. Ho scelto di andare in bicicletta nonostante la giornata afosa, perché era da tempo che non lo facevo. Sono partita alle sedici e un quarto, mentre le strade del centro storico erano abbastanza tranquille.

Per arrivare alla mèta, ho dovuto prima attraversare il mio vecchio quartiere, quello in cui ho vissuto fino all’età di diciassette anni. Quando mi capita di tornarci, non posso fare a meno di ricordare. Non è un atto volontario, ma un impulso cui non riesco a sottrarmi. Ogni volta è la medesima cosa: rivedo me stessa, a dieci o a sedici anni, camminare lungo quelle strade sotto il sole estivo cocente o in una spenta giornata d’ottobre; mi rivedo giovanissima e mi sovvengono altre estati e altri inverni. Anche oggi non ho potuto evitare il rincorrersi frenetico delle memorie.

Attraversando Viale Buon Pastore ho ritrovato la cara, vecchia fermata dell’autobus da cui partivo alle sette e trenta del mattino per raggiungere il liceo: è sempre la stessa, immobile, quasi addormentata, come se la sua esistenza non avesse alcuna importanza, come se la sua presenza dipendesse dal caso. Era così allora, è così anche adesso.
Le sono affezionata perché lì ho sostato troppe volte per rimanere adesso fredda e indifferente; le sono affezionata perché lì ho chiacchierato con amiche e vicini di casa, ho preso la pioggia e il vento, ho sognato e riso e sperato.

Al termine di Viale Buon Pastore, all’incrocio con Viale Amendola, ho incontrato il solito, fastidioso traffico, la solita antipatica corsa di auto che non conosce tregua in nessuna stagione. Era così quando avevo sei anni, è così anche ora.

Per arrivare al centro commerciale Leclerc ho deciso di attraversare il parco della Repubblica, e inevitabili sono affiorati altri ricordi. Da bambina lo frequentavo spesso. Mi piaceva andarci soprattutto a marzo, quando i prati si ricoprivano interamente di violette: ce n’erano un’infinità e per me, che allora amavo il sole, erano il segno più bello e più vero della fine dell’inverno, erano la promessa di una stagione di giochi e di corse all’aria aperta.

Dopo aver abbandonato il parco, ho raggiunto il centro commerciale, che detesto con tutte le mie forze. Quando sono costretta ad andarci, come oggi, cerco sempre di sbrigarmi perché non vedo l’ora di uscirne. No, non è corretto: non vedo l’ora di fuggire, questo è il verbo adatto.
I centri commerciali stimolano sempre in me un prepotente desiderio di fuga e m’infondono tristezza perché sono luoghi che spersonalizzano, omologano, appiattiscono.

Ecco perché, terminati gli acquisti, ho cercato di raggiungere il centro storico velocemente nonostante fossi stanca e accaldata. E tornare in questo reticolo di vie strette è stato un autentico sollievo: sono fuggita dal centro commerciale, sono fuggita dai ricordi, sono tornata al presente.