Un appartamento quasi sacro


La luce del sole inonda la mia scrivania e, pur non sapendo perché, nella mia mente affiorano tanti ricordi, episodi del passato remoto che mi fanno sorridere.
Quando abitavo in un altro quartiere, durante l’infanzia, una mia vicina di casa, allora già sessantenne, aveva abitudini particolari che suscitavano in me profondo sconcerto. Come molte persone della sua generazione, aveva acquistato l’appartamento in cui viveva a costo di numerosissimi sacrifici, sottoponendosi a ogni sorta di restrizione e conducendo un’esistenza più piatta della pianura padana.
Era una donna intelligente e dotata d’innato senso artistico, come si poteva evincere dal modo in cui aveva sistemato il suo appartamento, che era piccolo ma incantevole. Dovrei scrivere, però, che purtroppo era incantevole: divorata, infatti, dalla mania di mantenerlo sempre in perfetto ordine, questa donna aveva stabilito durissime regole alle quali il povero marito si sottometteva senza proferire verbo alcuno. Probabilmente il brav’uomo aveva compreso che ogni rimostranza sarebbe stata inutile.

Il salotto, piccolo ma molto grazioso, con un bel tappeto color cipria, due poltrone imponenti e un televisore, era un’area sacra, un tempio inviolabile: era consentito soltanto guardarlo rispettosamente dalla soglia della porta, e né la signora in questione né il marito osavano calpestarne il pavimento. Forse non lo calpestavano neppure con il pensiero.

Il tinello era ben arredato con mobili marroni e un tavolo rotondo che, come il salotto, aveva assunto carattere sacro e non poteva subire l’umiliazione di essere apparecchiato e riempito da piatti, bicchieri e volgari vivande. Perciò la signora aveva obbligato il (povero) marito a mangiare sul lavandino del cucinotto, e si tenga presente che per cucinotto s’intende uno spazio di cinque metri quadrati. Non a caso il lavandino era piccolissimo e per mangiare i due erano costretti a stare in piedi.

E che dire del bagno? Qui, ogni giorno, si celebrava un’estenuante cerimonia a causa di un tappetino color lilla che in nessun modo poteva subire l’affronto di essere calpestato. Quando qualcuno entrava in bagno – ed è ovvio che, a differenza del salotto, alcune volte al giorno fosse inevitabile varcare quella soglia – doveva prendere il tappetino lilla, metterlo immediatamente nella vasca, prendere da un imprecisato nascondiglio un tappetino rosa vecchio, metterlo in terra, calpestare quello, svolgere tutto ciò che occorreva svolgere, e poi, prima di abbandonare la stanza, riporre il tappetino rosa nel nascondiglio, prendere dalla vasca quello lilla, riposizionarlo sul pavimento prestando molta attenzione a non sfiorarlo con i piedi e finalmente, dopo tanto dispendio di energie, uscire.

Quando la signora raccontava nei dettagli le regole di vita che vigevano nel suo appartamento lo faceva con schietta noncuranza e con gioia, addirittura con una punta d’orgoglio. Perciò era simpatica.

  1. mentre leggevo, si formava nella mia testa la fantasia di portare lì un terranova tutto zuppo di fango e farlo scorazzare allegramente. anche sul tappetino lilla. rispetto massimo per i sacrifici, ma si rendeva conto che erano manie da far rincretinire? 😀

  2. Giraffessa@
    Eh no, non si rendeva conto. E poi sei sadica. Con un terranova zuppo di fango sarebbe morta d’infarto istantaneo. Non avrebbe neanche avuto il tempo di soffrire. 😀

  3. a me però viene un po’ di tristezza a pensare al povero marito costretto a mangiare in piedi sul lavandino 😦
    poi mi vengono in mente le “pattine” che si usavano un tempo a casa mia, dettate da mia nonna, e l’insurrezione domestica che avvenne per eliminarle 🙂
    buon inizio settimana,
    ale

  4. leggo solo adesso, da una parte fa sorridere x la sua esagerazione di pulito, da un altra mi fa dispiacere la vita che è stata costretta a fare e sopratutto far fare al marito!

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