Umarells in panchina


In una giornata quasi estiva come questa avrei dovuto aspettarmelo. Con il sole caldo, il cielo azzurro e sereno e gli alberi finalmente verdi, possono forse gli umarells di buona volontà starsene rinchiusi nelle loro tane? In questo periodo, gli umarells tornano a prendere pieno possesso della città, invadendola in ogni luogo e dedicandosi ai trastulli che più amano.

Però mai mi sarei aspettata di avere tanta immediata fortuna in materia di umarells a primavera, mai avrei immaginato di vedere il fedele ripetersi di una scena che descrissi sul blog mesi fa. E, meraviglia delle meraviglie, i due protagonisti della scena sono gli stessi umarells di allora, evidentemente usciti indenni dai terribili rigori invernali.

Ma procediamo con ordine. Mentre stavo andando ad Acqua e Sapone per alcuni acquisti, in Largo Aldo Moro ho adocchiato due sagome su una panchina. A quel punto la mia attenzione è aumentata e il mio radar-acchiappa-umarells si è messo in funzione. Mentre mi avvicinavo, speravo con ardore che quanto mi sembrava di vedere fosse vero e non un parto della mia fantasia.
La scena era quasi bucolica, nonostante la panchina si trovi in uno spiazzo, riparato da begli alberi rigogliosi, che divide due strade piene di traffico. Giunta a pochi metri di distanza dalle due sagome, ecco palesarsi il quadro umarellico in tutto il suo splendore: due vispi e grassocci rappresentanti della specie, seduti a cavalcioni sulla panchina, giocavano a carte con grande serietà e concentrazione.

Sono stata maleducata, devo ammetterlo, perché mi sono girata a guardarli per parecchi secondi, accorgendomi che erano gli stessi della scorsa estate; d’altra parte la scena era troppo poeticamente umarellica per poter essere trascurata. Per fortuna i due non si sono accorti del mio interesse perché impegnatissimi a giocare.
Ovviamente avevano steso un bel foglio di giornale per non far cadere le carte, ed erano abbigliati con i tipici vestiti umarellici primaverili: jeans, camicia di cotone a quadretti, giacchetta da mezza stagione e cappello in testa per combattere contro il primo sole e il vento traditore, perché si sa che in primavera i raffreddori sono sempre in agguato e non bisogna mai fidarsi della bella stagione.

In cuor mio li ho abbracciati perché vederli così contenti, diligenti nel loro gioco e soprattutto disinvolti nonostante le persone che passavano e il traffico stressante intorno, mi ha regalato il buon umore.

Libertà di primavera


Aver indossato per la prima volta, dopo tanti mesi, un pigiama leggero, è stata per me una gran soddisfazione. L’argomento è frivolo e banale, lo so, ma non è soltanto una questione di pigiama: è il tempo che cambia, e il sentirsi finalmente sulla pelle la carezza lieve di una stoffa quasi impalpabile. Una carezza lieve che sa di libertà dopo una lunga e opprimente prigionia.

Nel gran teatro dell’esistenza


Queste giornate col tempo variabile e un po’ capriccioso, ma senza fastidiosi e cupi eccessi, mi affascinano e mi regalano una serenità che mi stupisce. Ma spiegarne le ragioni non è facile sebbene sia piacevole, per me, tentare di farlo, essendo sempre incline a chiedermi le cause di ogni cosa, di ogni pensiero, di ogni sia pur minima sfumatura emotiva.

Guardo fuori dalla finestra il cielo inquieto, ma nel contempo sorridente, e sono serena. Guardo la strada quasi vuota del primo pomeriggio, sento che il freddo se n’è andato definitivamente, penso che potrebbe piovere e sono serena. Forse sono il mutamento e il passaggio a regalarmi queste sensazioni: in fondo le stagioni sono meravigliose al loro inizio, quando spezzano una lunga consuetudine e offrono doni che avevamo quasi dimenticato.

Ma forse queste giornate mi rasserenano anche perché, in esse, vedo una piccola parte di me, quella sfasatura del mio carattere con cui convivo da sempre e che perciò mi è tanto familiare. Qualcuno direbbe che sono strana perché, proprio come la primavera, non riesco a prendermi troppo sul serio. Dirò di più: fatico a comprendere chi è del tutto privo di autoironia, chi tratta se stesso con sussiego e si ritiene insostituibile e prezioso in ogni istante della vita.

Io devo ridere di me stessa e di tutto quello che faccio almeno una volta al giorno, altrimenti mi sento soffocare. Mentre sto scrivendo questo post, ad esempio, ho molti libri accanto a me: due dizionari di filosofia, due manuali, una monografia su Agostino e altro ancora. Li guardo con amore, l’ammetto, ma anche con un sorriso un po’ malizioso perché mi sento sempre, persino di fronte alle cose che più amo, come quei bambini che mettono un dito nella marmellata o nella torta di panna quando gli adulti non se ne accorgono, e ovviamente sono più felici di averla fatta franca che di aver mangiato i dolci.

Ecco perché ho scritto che sono attratta da giornate come questa: io forse assomiglio alla primavera che dapprima s’impegna compiendo con diligenza il proprio amato dovere, ma poi, d’improvviso, si stanca e dice: “Eh no, adesso basta! Adesso mi riposo, fine del copione che mi è stato assegnato. E vi mando un po’ di vento, di pioggia e di nuvole grigie. Per un po’, non sarò ciò che vi aspettate e che pretendete”.

Nel grande teatro dell’esistenza non siamo altro che attori chiamati d’improvviso a svolgere una recita. Ciascuno di noi è stato gettato nel mondo senza chiederlo – nessuno, infatti, chiede di nascere e perciò procreare è un’enorme responsabilità – , ciascuno di noi è stato gettato in una determinata situazione familiare, sociale, culturale e ambientale: questo è il copione che ci viene assegnato e che non scegliamo. Non resta allora che recitarlo cercando, quando si può, di modificarlo, di apportarvi le giuste correzioni, d’integrarlo e di adattarsi a esso, sopportando l’insuperabile ingiustizia per la quale i copioni assegnati sono e saranno sempre molto eterogenei per qualità, penalizzando eccessivamente alcuni e gratificando fin troppo altri.

Data la situazione, non si vede perché ci si debba prendere troppo sul serio.

Fra dubbi e responsabilità


Scrivere pubblicamente è una responsabilità. Quando si sa che tante persone leggono, è inevitabile interrogarsi sui contenuti dei propri post, chiedendosi, ad esempio, che effetto farà un certo argomento sui lettori o che impressione lasceranno i nostri toni.
Non è semplice come può sembrare a chi non scrive e si limita a leggere. Esporsi su un blog, anche attraverso un nickname, significa offrire parti di sé a persone sconosciute. I giorni trascorrono, uno dopo l’altro, e non sono tutti uguali: capita di essere allegri, malinconici, sfiorati dai ricordi, depressi, sereni. E si scrive influenzati, di volta in volta, da questi umori, ben sapendo che non si può pretendere egoisticamente che i lettori comprendano o tollerino o apprezzino tutto senza distinzione.
Capita allora di dover mitigare la malinconia o frenare l’allegria o cercare le parole adeguate per esprimere qualcosa che, raccontata in termini netti e decisi, potrebbe amareggiare o sconcertare.
In questo senso ho parlato di responsabilità, una responsabilità che implica anche fatica, sebbene sia una fatica cui mi sottometto volentieri. Nessuno, infatti, mi obbliga a scrivere qui, ma è una mia libera scelta di cui continuo a essere felice.

Vivere è un continuo sforzo di mediazione. Anche fare il blogger, dunque, implica la necessità di mediare fra le proprie esigenze di comunicazione personale, talvolta dirompenti, e i diritti dei lettori che reclamano un po’ di svago o di pace o di divertimento, a seconda dei casi e dei giorni. Resta la consapevolezza che non si può sempre accontentare tutti.

Un appartamento quasi sacro


La luce del sole inonda la mia scrivania e, pur non sapendo perché, nella mia mente affiorano tanti ricordi, episodi del passato remoto che mi fanno sorridere.
Quando abitavo in un altro quartiere, durante l’infanzia, una mia vicina di casa, allora già sessantenne, aveva abitudini particolari che suscitavano in me profondo sconcerto. Come molte persone della sua generazione, aveva acquistato l’appartamento in cui viveva a costo di numerosissimi sacrifici, sottoponendosi a ogni sorta di restrizione e conducendo un’esistenza più piatta della pianura padana.
Era una donna intelligente e dotata d’innato senso artistico, come si poteva evincere dal modo in cui aveva sistemato il suo appartamento, che era piccolo ma incantevole. Dovrei scrivere, però, che purtroppo era incantevole: divorata, infatti, dalla mania di mantenerlo sempre in perfetto ordine, questa donna aveva stabilito durissime regole alle quali il povero marito si sottometteva senza proferire verbo alcuno. Probabilmente il brav’uomo aveva compreso che ogni rimostranza sarebbe stata inutile.

Il salotto, piccolo ma molto grazioso, con un bel tappeto color cipria, due poltrone imponenti e un televisore, era un’area sacra, un tempio inviolabile: era consentito soltanto guardarlo rispettosamente dalla soglia della porta, e né la signora in questione né il marito osavano calpestarne il pavimento. Forse non lo calpestavano neppure con il pensiero.

Il tinello era ben arredato con mobili marroni e un tavolo rotondo che, come il salotto, aveva assunto carattere sacro e non poteva subire l’umiliazione di essere apparecchiato e riempito da piatti, bicchieri e volgari vivande. Perciò la signora aveva obbligato il (povero) marito a mangiare sul lavandino del cucinotto, e si tenga presente che per cucinotto s’intende uno spazio di cinque metri quadrati. Non a caso il lavandino era piccolissimo e per mangiare i due erano costretti a stare in piedi.

E che dire del bagno? Qui, ogni giorno, si celebrava un’estenuante cerimonia a causa di un tappetino color lilla che in nessun modo poteva subire l’affronto di essere calpestato. Quando qualcuno entrava in bagno – ed è ovvio che, a differenza del salotto, alcune volte al giorno fosse inevitabile varcare quella soglia – doveva prendere il tappetino lilla, metterlo immediatamente nella vasca, prendere da un imprecisato nascondiglio un tappetino rosa vecchio, metterlo in terra, calpestare quello, svolgere tutto ciò che occorreva svolgere, e poi, prima di abbandonare la stanza, riporre il tappetino rosa nel nascondiglio, prendere dalla vasca quello lilla, riposizionarlo sul pavimento prestando molta attenzione a non sfiorarlo con i piedi e finalmente, dopo tanto dispendio di energie, uscire.

Quando la signora raccontava nei dettagli le regole di vita che vigevano nel suo appartamento lo faceva con schietta noncuranza e con gioia, addirittura con una punta d’orgoglio. Perciò era simpatica.

Un virus pericoloso

Si chiama “Digital Protection” ed è un falso anti-virus. Compare improvvisamente con una finestra in cui finge di avvisare che il pc è in pericolo, che qualcuno ci sta rubando dati e altre amenità. Poi si installa da solo e ogni minuto apre una finestra per ripetere i finti allarmi e per chiedere di sottoscrivere un abbonamento. Intanto il sistema comincia a rallentare, le pagine aperte col browser si chiudono d’improvviso e le funzioni del pc vengono compromesse.

Mi è successo due giorni fa. Non sono caduta nella trappola, nel senso che ho capito immediatamente che si trattava di un virus e ho subito cercato di rimuoverlo. Ma non c’è stato niente da fare. Ieri pomeriggio il pc è morto e oggi ho dovuto portarlo dal tecnico. Per fortuna si tratta di una persona efficiente: alle 18 avevo il processore nuovamente in funzione e adesso sto scrivendo sul blog. 🙂

Un mosaico di pensieri


Troppi pensieri, talmente tanti da non poterli ordinare. Racchiudono ieri e oggi, passato e presente, si sovrappongono, s’intrecciano, si fondono in un mosaico di soli colori. E non vogliono andarsene.
Mi sorprendono i dettagli troppo nitidi, le immagini improvvise e chiare, le consapevolezze che avrei voluto cancellare; mi sorprende l’irresistibile forza di questa memoria che invade ogni spazio della mente senza lasciarsi imprigionare. Compaiono così giorni lontani e ombre che credevo remote. Sono spettri che chiedono di essere ascoltati e forse vendicati; sono fantasmi che implorano una risposta.