Saper trionfare sull’invidia


Ho trascritto altre volte qualche aforisma di Baltasar Gracián y Morales (1601-1658), gesuita e fine scrittore spagnolo. Oggi scelgo una sua riflessione sull’invidia, ovviamente tratta dall’Oracolo manuale.

Saper trionfare sull’emulazione e sulla malevolenza

Non basta per questo il disprezzo, anche se è prudente; giova meglio la generosità. Non c’è applauso che basti a lodare una buona parola detta di chi dice male; non c’è vendetta più splendida di quella che ci si prende con i meriti e le buone doti, che sconfiggono e tormentano l’invidia. Ogni successo è un tratto di corda per il malevolo, e la gloria dell’emulato è inferno per l’emulo. Il più pesante dei castighi vien considerato questo: far veleno per gli altri della propria prosperità.
L’invidioso non muore in una volta sola, ma tante volte l’invidiato vive salutato dal comune plauso, e la perennità della fama dell’uno gareggia con le pene dell’altro: sì che mentre l’uno è immortale per le sue glorie, l’altro lo è per le sue pene. La tromba della fama che squilla per esaltare l’immortalità per l’uno, suona a morte per l’altro, condannandolo al capestro di una sì invidiosa ansietà.

Che siano giorni


Sembra che qui sia finalmente arrivata: cielo azzurro, sole tiepido, mandorli e ciliegi in fiore. La primavera ha sconfitto l’inverno e fa il suo ingresso trionfante, sicura di sé e colma d’allegria. Speriamo che sia dolce e benevola e poco capricciosa; speriamo che abbia i colori delicati di un bouquet di fiori sui toni del rosa, del bianco e del verde. Speriamo che ci regali tanta mitezza prima del caldo folle e insopportabile dell’estate padana.
Speriamo che siano giorni chiari e senza vento.

Fra passato e presente


Ho aperto un mio vecchio libro di letteratura greca che risale al liceo, e ho trovato un foglio. Lo scrissi a diciassette anni, probabilmente a scuola, e poi lo abbandonai fra le pagine del volume: si tratta di uno schema sull’Edipo re di Sofocle, probabilmente elaborato in vista di un’interrogazione. A colpirmi è stato il titolo in alto, sul foglio a righe ancora perfetto e non sgualcito, come se fosse stato scritto ieri. Quel titolo, infatti, racconta molto di me, nonostante sia composto da due parole soltanto: schema strategico. C’è quasi tutto in queste due parole: ironia, desiderio di sdrammatizzare, un vago senso di noia e d’inquietudine. E i tre fiori che disegnai alla fine del titolo confermano i miei pensieri.
Forse scoprire questo è rassicurante: continuo a riconoscermi in certi piccoli dettagli, continuo a essere la stessa nonostante il tempo implacabile nel suo trascorrere.

Apro poi un quaderno con gli appunti di filosofia. Anch’esso risale al quarto anno di liceo. Qui mi riconosco in pieno: nella prima pagina, infatti, disegnai due gatti a cui diedi addirittura i nomi Silvestrino e Silvestrina.
Sfoglio le pagine e dopo i gatti trovo Copernico, Keplero e Galileo. Terminati gli appunti su Galileo, scrissi: Galileo fa il furbetto e canta una canzone di Madonna. Immagino che queste parole debbano essere associate a un momento di grande stanchezza e di desiderio d’evasione. Chiedo scusa a Galileo, ovunque si trovi ora, nel Nulla o fra le stelle.

Davanti a me ho anche il quadernone di letteratura italiana del medesimo anno. Lo sfoglio velocemente, arrivo a Machiavelli e mi viene da ridere perché vicino al suo nome scrissi: ma Stefan è meglio. Arguisco che all’epoca consideravo questo Stefan più affascinante del buon Machiavelli. Noto poi che il nome Stefan ricorre più volte e in un caso è associato alla parola vichingo: w Stefan il vichingo!

Adesso non scrivo nulla del genere su libri e quaderni. Eppure qualcosa mi dice che non sono cambiata molto: come sfondo, sul desktop del mio pc, ho infatti l’immagine di un bell’uomo. Non si tratta di Stefan, ma il concetto è il medesimo.

(La foto è tratta da:http://www.paolodimaio.altervista.org/)

Attesa di primavera


La primavera fatica ad arrivare, dopo un inverno tanto aggressivo e scuro. Cerca d’insinuarsi ma deve combattere una battaglia durissima.
Sono giornate di pioggia, di squallida umidità, di asfalto lucido e scivoloso, di fughe nervose lungo strade inospitali. Le lacrime del cielo si riflettono nell’anima: l’oscurità è durata troppo a lungo, il ghiaccio invernale è stato troppo impietoso. Si aspetta un cambiamento, almeno qualche tiepido raggio di sole.
Nell’attesa, restano soltanto i fantasmi sbiaditi dei ricordi.

Fra spirito e materia


Adoro scrivere post ermetici e con toni poetici: suscitare emozioni in chi legge, svelare sentimenti per poi subito nasconderli, far emergere sottili trame dietro una nebbia più o meno fitta a seconda dell’umore. Tuttavia, nonostante questi rapimenti spirituali nei quali amo indulgere a lungo, sono costretta a fare i conti anche con le necessità materiali che l’esistenza m’impone. Non di solo spirito si vive: il corpo ha le sue esigenze e occorre rispettarle. Che intendo dire? Che occorre mangiare, non se ne può fare a meno se si vuole vivere. Ecco perché, dopo post tanto eterei, mi soffermo sui bisogni dello stomaco e scrivo una ricetta assai gustosa: petti di pollo all’arancia. 😀

Si tratta di un piatto semplice da preparare ma molto buono. Prendete alcuni petti di pollo e infarinateli; dopo aver fatto sciogliere un po’ di burro in una padella – circa 50 grammi per 4 petti, ma ognuno si regola come crede – salateli e metteteli a cuocere. Quando hanno raggiunto un buon livello di cottura, aggiungete il succo di un’arancia spremuta -una sola dovrebbe bastare per 4 petti di pollo – e lasciate cuocere ancora un po’. In genere, durante la cottura, io aggiungo anche via via un po’ di farina, in modo che si formi una specie di deliziosa crema.
Un piatto delicato e saporito nello stesso tempo: lo consiglio. 🙂

Il cielo dentro


La luce del pomeriggio è una consolazione dopo troppe giornate scure e fredde. Il sole è un sorriso sereno, accarezza i vetri delle finestre chiuse, si posa sui fiori e invita a guardare più in alto. Ma il cielo è dentro di me, grigio e celeste, calmo e in tempesta: è la vertigine dell’immenso e uno sguardo e l’assurdo che divora il tempo.

Neve e silenzio


Il silenzio è profondo e insolito, nonostante l’ora. E quando il silenzio diventa così invadente da suscitare un brivido di smarrimento, significa che sta nevicando.
Oltre la finestra chiusa, il bianco illumina la notte. Una notte strana, se si pensa che è marzo. Una notte d’inverno con i fiocchi che cadono senza sosta, e la strada candida e vuota.
Domani mattina sarà gelo, fuori e dentro, e il cielo non avrà alcuna pietà.

Dormono


Soffrendo d’insonnia, un’immagine come questa mi è particolarmente gradita: i cani sembrano dormire beatamente, sprofondati in un sonno privo d’irritanti interruzioni, un sonno che restituisce pace e serenità. Inoltre sono bellissimi, morbidi e soavi: sembrano fatti di velluto, quasi a voler accarezzare le nostre menti con discrezione e senza rudezza.

Ricordi di primavera


In queste giornate di pioggia, è inevitabile percorrere con i pensieri strade che conducono al sole e a colori chiari e luminosi. La colpa è di marzo che, iniziando, mi ha donato fantasie e ricordi di altre primavere, remote nel tempo e forse per questo affascinanti.
Penso spesso alle primavere della mia infanzia e le memorie di cui conservo traccia sono deformate, come spesso avviene in questi casi: sono sbiadite le tante ombre, quasi cancellate dal trascorrere degli anni, e sono rimasti soltanto i toni rosa e azzurri legati alla spensieratezza e all’immaginazione di un’età che, pur nei tanti affanni, sapeva regalare illusioni.

Le viole e le primule, nei parchi e in montagna, erano una gioia infinita non solo per gli occhi ma anche per lo spirito: erano il segno del ritorno degli svaghi all’aperto, erano le compagne di lunghi pomeriggi fra il verde dei prati dopo lo squallore dell’inverno. Niente era più attraente, per me, del sole gentile che accarezzava le giornate d’aprile e di maggio, che accompagnava il fiorire delle rose e che infondeva colore persino alle strade più grigie. Allora la primavera era per me una festa, una speranza e una promessa di felicità.

Mentre oggi piove, i pensieri corrono altrove in attesa che la primavera possa inondarmi, anche solo per un attimo, di altri sogni e di nuovi toni di rosa.