Fine dell’anno


Gli ultimi giorni dell’anno sono tra i miei favoriti. Sono momenti di passaggio che vivo sempre in maniera particolare, avvertendo intorno a me una strana atmosfera rarefatta. Il freddo intenso che invade puntualmente la città in questo periodo, il grigio di giornate troppo scure, in contrasto con i colori accesi degli addobbi natalizi che rendono la casa accogliente e magica, e il senso d’attesa inevitabile in queste ore sono tutti elementi che, nel loro insieme, mi proiettano in una dimensione al confine tra il sogno e la realtà.

Per fortuna non mi sono mai sentita in obbligo di festeggiare in chissà quali stravaganti modi la fine dell’anno, né mi sono mai affannata per andare alla ricerca di sensazioni forti, non avendo neppure mai compreso in che cosa esse debbano consistere.
Non m’interessa cercare il divertimento fine a se stesso, il chiasso incessante e le urla di riunioni male assortite in cui si vuole esagerare – e perché mai? -, bere all’infinito, gridare come ossessi, strepitare inutilmente, conversare del nulla e altro ancora, e tutto solo per illudersi di essersi follemente divertiti. Forse è un discorso un po’ impopolare, ma è sincero. Preferisco festeggiare senza sentirmi in dovere di strafare.
Al di là di ciò, lascio a tutti il mio più sincero augurio per un anno nuovo all’insegna della serenità. Buon 2010! 🙂

Passioni scatenate


Non amo le telenovelas ed evito di guardarle, però mi è capitato di vederne due a causa di mia nonna. La prima fu Bodas de odio, ossia Nozze d’odio, telenovela messicana prodotta dalla Televisa nel 1983 e poi, quando fu di nuovo mandata in onda in Italia nel 1994, ribattezzata con il titolo Matrimonio proibito. Proprio nel 1994, trovandomi in vacanza a casa di mia nonna che la guardava regolarmente, mi misi d’impegno, feci un fioretto e la seguii anch’io.

La storia, ambientata alla fine dell’Ottocento, è romantica e piena di passioni in parte scatenate ma soprattutto represse. Una gentil donzella aristocratica, Magdalena, s’innamora di un tenente dell’esercito privo di beni di fortuna. La famiglia di lei, piena di debiti ma orgogliosa del proprio alto lignaggio, non vuole saperne e, con vari intrighi che avrei la pazienza di spiegare soltanto dietro lauto compenso, e che quindi ora, mancando tale compenso, non spiego, lo fa rinchiudere in prigione e costringe la ragazza a sposare un uomo molto ricco, Alejandro Almonte, figlio illegittimo di un signore trapassato a miglior vita.

Il giorno delle nozze, la sventata e ingenua fanciulla viene raggiunta dal tenentino, guarda caso fuggito dal carcere proprio al momento giusto, e progetta di scappare con lui; ma il novello e freschissimo sposo Alejandro scopre tutto e, adirato per l’inganno – in effetti essere abbandonati subito dopo le nozze può suscitare qualche disappunto –  la trascina con la forza nella sua bella dimora di campagna. Qui il matrimonio procede alla meno peggio quando, con un colpo di scena degno appunto di una telenovela, giunge d’improvviso l’immarcescibile tenente che, ingannando Alejandro, si presenta come il nuovo amministratore della proprietà.
La sciocchina, turbata dall’arrivo del tenentino sotto mentite spoglie e assalita da dubbi vari, non sa che pesci pigliare finché scopre di essersi innamorata dell’odiato marito.

A questo punto il matrimonio entra in una nuova fase, ma quando pare che i due colombi abbiano finalmente raggiunto la serenità scoppia la bomba: Alejandro scopre la vera identità dell’amministratore e così si scatenano fuoco e fiamme, fulmini e saette. In una scena latina che più latina non si può, in preda ai peggiori furori della rabbia e dell’orgoglio ferito, un violentissimo Alejandro caccia la moglie coprendola d’insulti e ripudiandola. Fra l’altro costei è pure incinta – e ti pareva! – e ovviamente Alejandro, che non ha scritto in fronte “Giocondo” o, in altri termini, non viene giù dal monte con la piena, non crede più che il figlio sia suo (in realtà lo è perché Magdalena è donna d’onore, ma lui avverte il fastidioso peso delle corna sulla testa).
Da qui scaturiscono numerose avventure, alcune delle quali decisamente surreali, che non posso trascrivere per non rischiare di far sorgere il mal di testa a chi legge.

All’inizio di quest’anno ho saputo per caso che, nel 2003, la Televisa aveva girato il remake di Bodas de odio intitolandolo Amor Real. In Italia Amor real non è mai stata trasmessa, ma io, visto che mia nonna mi aveva fatto sopportare la versione precedente, ho deciso di guardarla in omaggio ai vecchi tempi e per pura curiosità. Così mi sono precipitata su youtube dove varie utenti messicane hanno caricato tutte le puntate in lingua originale.
Questa versione è  superiore a quella precedente sotto vari punti di vista – migliore caratterizzazione psicologica dei personaggi, maggiore logicità di alcune vicende –  però la protagonista femminile, Matilde, a differenza di Magdalena è una piaga di proporzioni immani perché non fa altro che piangere in ogni occasione. Non piange soltanto quando ha motivo di farlo, ma piange sempre, si commuove a ripetizione e si dispera per tutto: si ha l’impressione che da un momento all’altro, visto il tanto piangere e quindi l’abbondante perdita di liquidi, possa seccarsi e dissolversi.
Ci si chiede poi come faccia il protagonista maschile, che qui non si chiama più Alejandro Almonte ma Manuel Fuentes Guerra, a perdere la testa per lei considerando appunto che frigna un’ora sì e l’altra pure. Ma si sa, quelli erano altri tempi e alle femmine competeva il ruolo di soggetti deboli, tremanti e lacrimanti.

A differenza di Bodas de odio, qui certe situazioni sono molto meno sfumate e più violente rispetto alla versione precedente, ossia le passioni sono più scatenate e a tratti scatenatissime. Non a caso talvolta Manuel diventa intollerabile, come accade dopo la rottura seguita alla scoperta della finta identità dell’amministratore: a parte la terribile scena madre in cui lui la caccia con infamia minacciandola anche di morte, prima della sua riconciliazione con Matilde bisogna sopportare una lunga tiritera di recriminazioni, litigi, insicurezze, dubbi amletici, urla rompi-timpani e atteggiamenti odiosamente maschilisti che stimolano nelle spettatrici più evolute il desiderio di bastonarlo sulla zucca.

Ammetto ora la dura verità: non ho guardato tutta la telenovela perché un simile coraggio mi manca, e poi perché, in fondo, che male ho fatto io per meritarmi questo? Ho quindi saltato il pezzo in cui Manuel deve darsi alla macchia e Matilde lo crede morto per ben tre anni, evitando così  con gioia trenta puntate. Ma i pianti di Matilde, che singhiozza disperata persino quando Manuel le dice che la ama  – giuro che è vero –   resteranno per sempre nella mia mente come ricordi indelebili.

Pensieri a Santo Stefano (II)


In questo pomeriggio grigio e freddissimo, mentre la strada finalmente tace, ci si sente sereni. Lo squallore dell’inverno non infonde tristezza: ci attende un pomeriggio lungo e calmo, senza pretese e senza scosse.
Per me il giorno di S. Stefano è una monotona premessa agli ultimi, affascinanti giorni dell’anno, pervasi da un silenzio quasi irreale e da un sentimento d’attesa che li rende unici. Sono i momenti dei bilanci, del raccoglimento, dei pensieri senza omissioni, della fuga dentro se stessi. E l’inverno, con il suo volto arcigno e severo che impedisce di disperdersi in attività vane, ci offre l’opportunità di pensare, di approfondire, di riflettere intensamente.
Intanto la strada continua a tacere e questa è una benedizione.

Buon Natale


La nevicata dello scorso sabato ha portato gelo e moltissimi disagi: gli autobus faticano a circolare – questa mattina mio padre ha atteso il 5 per più di un’ora -, i taxi sono quasi introvabili, il pronto soccorso del Policlinico è affollato a causa delle numerose cadute provocate dal ghiaccio. In breve: per un po’ di neve siamo quasi in ginocchio.

La giornata è squallida e invita a restarsene in casa, al caldo, ma prima delle feste natalizie si è sempre costretti a sfidare il tempo pur di condurre a termine le varie commissioni tipiche del periodo. Ho trascorso tutta la mattina trottando di buona lena a fare acquisti inutili ma apparentemente indispensabili, e purtroppo non ho ancora finito.
Auguro a tutti di trascorrere un Natale colmo di gioia. Come ogni anno, il mio blog non andrà in vacanza e, nonostante le feste, continuerò a scrivere.

Pensieri liberi e forse inutili (II)


Io avevo diciotto anni e mia cugina venti. Era un’afosissima giornata di luglio e decidemmo di partire per Bologna. Qui, non paghe di essere andate a trastullarci in una città afosa quanto quella da cui eravamo partite, fummo travolte dall’insano desiderio di salire sulla Torre degli Asinelli. Niente di male in ciò, se non fosse che ci arrampicammo sulla Torre alle 14 del pomeriggio, quando la canicola era insopportabile. Salimmo persino in fretta, quasi correndo e ridendo a crepapelle.
Vista l’afa, c’era ben poco da ridere.

Anche quest’anno qui a Modena, fra il 6 dicembre e il 6 gennaio, il trenino di Natale attraversa le vie del centro. In teoria – molto in teoria – è soprattutto riservato ai bambini, ma nella pratica anche alcuni adulti non disdegnano un bel tour del centro storico sui due graziosi vagoni. Fra questi adulti ci sono anch’io.

Stavo riflettendo sul fatto che, nonostante il trascorrere del tempo, sono rimasta un po’ bambina. Se a diciotto anni ridevo a crepapelle mentre salivo sulla Torre degli Asinelli nel bel mezzo di un’infuocata giornata estiva, adesso non rinuncio al giretto sul trenino di Natale. Nonostante poi io abbia un senso del pudore decisamente fuori moda su molte questioni, nel dedicarmi a certe frivolezze non provo invece alcuna vergogna.
Al di là delle letture psicologiche che si possono fare a proposito di tale condotta, e che io stessa faccio dandomi precise risposte, resta in me l’idea che sia tristissimo diventare adulti senza conservare una parte di sé ancora un po’ bambina.

Speranza d’inverno


Spero che torni e che non si faccia attendere troppo. Spero che l’inverno sia abbastanza generoso da farci questo regalo. Mentre cade silenziosa, fitta e gelida, la neve ha il pregio di creare un’atmosfera piacevolmente rarefatta, una dimensione quasi fuori dal tempo e dallo spazio.
Guardare, attraverso una finestra, i fiocchi bianchi che si rincorrono in fretta e coprono le strade troppo grigie è uno spettacolo di cui essere grati all’inverno. Se poi la neve riesce a rallentare corse troppo frenetiche e ad attutire i rumori inutili e molesti che percorrono le vie cittadine, il senso di gratitudine aumenta perché così l’inverno ci dona la possibilità di camminare adagio, di amare il conforto del calore e di soffermarci ad ascoltare il silenzio.

Pensieri liberi e forse inutili


Mi è capitato spesso di vedere persone gonfie d’orgoglio per il fatto di svolgere, nel proprio condominio, la funzione di capo-scala. Nell’accenno di taluni a questa carica non onorifica, ho notato quasi sempre un atteggiamento inutilmente pomposo, un po’ come se dicessero : “Eh, sono il Presidente della Banca d’Italia!”.
Nelle città di provincia certi comportamenti sono frequenti. Il mio problema è però quello di non riuscire a dissimulare il fastidio che provo di fronte a tanta inutile spocchia. D’altra parte, un tempo si diceva che in Italia un sigaro e un titolo da cavaliere non si negano a nessuno.

Intanto sto leggendo e studiando i Saggi di Montaigne. C’entra qualcosa con la pomposità di certuni? No, ma oggi non desidero scrivere un post razionale e ben argomentato oppure poetico. Procedo per libere associazioni e anche per liberissime sciocchezze, perché l’eccessiva serietà può nuocere alla salute del corpo e dello spirito. D’altra parte anni fa studiai un saggio intitolato La salute di Montaigne.
Meglio che mi fermi qui, rischio troppe libere associazioni. Senza contare che sto anche pensando a un gran bell’uomo, che però non è Montaigne. Naturalmente la foto qui allegata non c’entra nulla con la pomposità, con Montaigne e con il bell’uomo al quale sto pensando.
Direi che questo è un post davvero ben riuscito. 😉

Intermezzo


Nonostante il freddo, oggi la luce è bellissima e il sole si è degnato di gettare un prolungato sguardo su di noi. Tutto ciò è una benedizione, considerando che siamo a dicembre e in Val Padana.
Nel tardo pomeriggio dovrò fare alcune spese e quindi affronterò il buio e il gelo della sera. Ma ciò non mi spaventa. Sono altre le cose che mi spaventano.