Belle e buone

zucca
È la notte più spaventosa dell’anno o almeno dovrebbe esserlo secondo la tradizione. Tale tradizione, però, non ci appartiene ed è stata importata soprattutto per ragioni commerciali.
Secondo il quotidiano La Stampa, dieci milioni di persone, oltre otto milioni di bambini e adolescenti e almeno due milioni di adulti, festeggeranno Halloween, la «notte delle streghe» tra il 31 ottobre e il primo novembre. Una cifra in aumento del 3% rispetto allo scorso anno.
Feste, balli, travestimenti e altro ancora: Halloween è insomma una buona occasione per divertirsi.

Io non festeggio, non mi travesto, non danzo e non m’impegno in nessuna attività simile. Tuttavia ho esposto in casa la mia zucca personale per il semplice fatto che amo le zucche in genere. Amo il loro colore che sa d’autunno e la loro forma rotonda e “panciuta” che invita al buon umore. Le zucche, infatti, m’infondono tanta allegria.
Poi, quando domani ottobre ci saluterà per tornare a farci visita fra un anno, io mangerò i ravioli di zucca che sono una vera squisitezza. 🙂

(Foto tratta da: http://www.latelanera.com/halloween/ricettehalloween.htm)

Preziosi pensieri

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Certi pensieri sono così, colorati e solitari. Le loro sfumature sono tante: talvolta delicate come i petali delle rose, talvolta accese, quasi di fuoco. Ma nessuno se ne accorge perché certi pensieri sono accuratamente celati.

Non se ne può parlare: gli altri non comprenderebbero. Non si possono comunicare perché rischiano di essere banalizzati e deformati nell’inevitabile scontro con la durezza, la supponenza e il cinismo di troppi.
Certi pensieri delicatissimi e intensi non meritano di essere sciupati, oltraggiati o derisi: occorre proteggerli e difenderli perché sono oggetti preziosi, raffinati e fragili. E gli oggetti preziosi devono essere donati soltanto a chi è in grado di apprezzarli.

Certi pensieri sono come le foglie d’autunno: hanno colori inarrivabili, ma se vengono calpestati perdono il loro splendore e muoiono prima del tempo.
Solo il silenzio e la quiete e la compostezza possono salvarli.

Tregua d’autunno

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Dopo molta pioggia e il primo vero impressionante squallore d’autunno, fatto di grigio violento e di cielo arrabbiato, il sole ha deciso di mostrarsi e sorriderci.
Ottobre ci regala una tregua, ma occorre ammettere che finora ci ha regalato fin troppo: l’inizio del mese è stato uno splendore di luce e di mitezza, dolce prolungamento di un’estate ormai completamente priva del suo bieco furore. Soltanto pochi giorni fa ottobre ha rivelato il suo volto più duro, ma doveva farlo per ricordarci che questa è un’altra stagione e che la natura reclama i suoi diritti.
Adesso, mentre si appresta ad andarsene, ci offre un momento di squisita serenità.

Un vecchio filobus

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Anni fa, durante la mia infanzia, abitavo nel quartiere Buon Pastore. Per venire qui in centro storico, dove ora risiedo, c’era un mitico filobus: il sei barrato. La sua caratteristica principale era la terrificante lentezza in perfetto stile lumaca.

Il sei barrato percorreva viale Buon Pastore quasi autocompiacendosi della sua scarsissima velocità. Era sempre traboccante di umarells e rezdore prepotenti – erano terribili a quei tempi – che lo consideravano una proprietà e lo utilizzavano come salotto per conversare in dialetto ad alta voce, con una disinvoltura e una mancanza di discrezione stupefacenti.
Il sei barrato era deprimente: adatto sì ai ritmi degli anziani e della città, ma angosciante per chi aveva tutta la sana e irrefrenabile vitalità dell’estrema giovinezza.

Adesso molte cose sono cambiate, in fretta e in maniera drastica. Tempo fa mi trovavo a una fermata di viale Veneto per prendere il cinque, dovendo andare al centro commerciale Leclerc. Quando finalmente il cinque è arrivato, non si è fermato ma ha proseguito la sua corsa indifferente a noi poveri cittadini in attesa, fermi con la faccia stravolta, umiliati e ammutoliti di fronte all’autobus che correva via ignorandoci con disprezzo.
All’inizio ho pensato che l’autista fosse un pazzo o avesse fumato sostanze innominabili, ma poi, alcuni giorni dopo, qualcuno mi ha informato a proposito della cruda realtà: ormai gli autobus si fermano soltanto se i passeggeri immobili in attesa, quando lo vedono, gli fanno un apposito cenno con la manina.

Dopo aver saputo questo, ho ripensato con nostalgia al caro, vecchio e ingiustamente bistrattato sei barrato: sì, era noioso, un po’ ridicolo e quasi muffito, però aveva una sua umanità. Gli autisti erano persino soliti aspettare con pazienza i ritardatari quando li vedevano correre da lontano e sbracciarsi senza ritegno.
Quante cose sono cambiate in breve tempo!

Umarells-giocatori (II)

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Ho il brutto difetto di non tollerare le convalescenze. Probabilmente oggi avrei dovuto starmene in casa ad aspettare di guarire completamente, ma, sentendomi meglio, non ho resistito e sono uscita per fare una passeggiata qui in centro.
Ebbene, la Fortuna, forse per compensarmi del malanno dei giorni scorsi, si è ricordata di me e mi ha premiata con la visione di una meravigliosa scenetta.

In Via Albinelli, all’angolo di Piazza Grande, c’è un edificio con una finestra a pian terreno. Tale finestra ha, meraviglia delle meraviglie, un bel davanzale sporgente rigorosamente sporco.
Dovete sapere che, in città, Piazza Grande è il luogo umarellico per eccellenza. Qui si radunano frotte di umarells in ogni stagione dell’anno e con qualsiasi condizione meteorologica: è noto, infatti, che gli umarells sfidano senza alcun timore e con perfetta imperturbabilità pioggia e vento, sole infuocato e neve gelida. Sfiderebbero con indifferenza anche mareggiate, tornadi e tsunami, ma, data la condizione geografica di Modena, non c’è pericolo che si verifichino queste tre possibilità.

La zona con il davanzale sporgente è sempre piena di umarells che lì si appoggiano con le biciclette per discutere di tutti gli argomenti umarellici classici, quelli in voga fin dalla notte dei tempi: politica, calcio, pensioni, stipendi, affitti, mutui e Borsa di Milano.
Però mai prima d’ora i miei occhi avevano visto questa scena forse irripetibile. Mentre stavo raggiungendo l’angolo di Piazza Grande, sono rimasta sorpresa nel vedere due tipiche schiene umarelliche curve su questo mitico davanzale. Conoscendo bene i miei polli e accorgendomi di un loro atteggiamento quasi furtivo, mi sono subito insospettita e mi sono chiesta che cosa facessero di tanto strano da doversi nascondere dando la schiena ai passanti. Così ho allungato il mio occhio malandrino e ho gioito come mai prima d’ora: i due umarells, ovviamente piccoli, larghi e rubicondi, stavano giocando a carte sul davanzale, sereni e tranquilli nonostante la confusione che caratterizza il sabato pomeriggio in centro storico. Le carte erano quelle da briscola, e non mancava neppure il foglietto con la matita per segnare i punti. Inoltre uno dei due umarells aveva appoggiato sul davanzale anche il suo bastone da passeggio.

Questi due individui meriterebbero di essere adottati dal WWF e salvati, coccolati e vezzeggiati più dei panda perché non è giusto che si estinguano.

In attesa di guarire

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Qualche giorno fa si sono abbassate drasticamente le temperature e così ho preso un bel raffreddore con un forte mal di testa, un po’ di febbre e dolori vari a tratti molto fastidiosi.
Mi auguro di superare tutto in brevissimo tempo e di poter tornare a scrivere con lucidità, quella lucidità che oggi mi manca e che m’impedisce di scrivere un post interessante. 😀

Frammenti di Medioevo (I)


Nell’Alto Medioevo, il crollo delle possibilità materiali si accompagna a una caduta in condizioni di vita elementari e a una chiusura degli orizzonti mentali, fattori che conducono a una rarefazione della cultura. In questa situazione, la preoccupazione fondamentale consiste nel trovare una forma di comunicazione che renda possibile la conservazione e la trasmissione di un sapere già acquisito.
Si diffonde così il genere enciclopedico, utile per conservare nozioni che altrimenti verrebbero dimenticate.

Sono vari gli autori che hanno contribuito a salvare definizioni e concetti della cultura pagana, trasmettendoli ai posteri. Nell’opera intitolata De doctrina christiana, ad esempio, Agostino (354-430) propone un inventario dei contenuti della cultura antica che saranno poi ripresi dalle enciclopedie dei secoli successivi.
Consapevole della decadenza culturale dei suoi tempi, Boezio (480ca-525ca) elabora un progetto ambizioso che, almeno negli intenti, può essere considerato enciclopedico: tradurre tutte le opere di Platone e Aristotele perché non vengano dimenticate. La morte prematura non gli consente di condurre a termine il suo progetto, eppure l’atteggiamento di Boezio nei confronti del mondo classico è già “medievale” perché colmo di nostalgia.

Quando Isidoro (570-636), vescovo di Siviglia, compone le sue Etimologie, la situazione politica in Spagna è relativamente tranquilla, essendo il regno visigoto abbastanza compatto. Tuttavia il clero e i funzionari del regno non sono particolarmente dotti e ciò fa comprendere l’importanza, in questo contesto, dell’opera enciclopedica di Isidoro, che sarà presente in tutte le maggiori biblioteche del Medioevo: non a caso, a noi ne sono giunte più di mille copie manoscritte.
Nelle Etimologie, Isidoro raccoglie una grande quantità di nozioni appartenenti alla cultura classica, oltrepassando il tradizionale schema del trivio e del quadrivio, cioè delle discipline liberali (grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, musica e astronomia). Nell’opera di Isidoro, infatti, si parla anche di medicina, botanica, anatomia, mineralogia, zoologia, agronomia, architettura e altro ancora. Il metodo utilizzato dal vescovo per raccogliere le varie nozioni è quello grammaticale, e la sua convinzione fondamentale è che, risalendo alle etimologie delle parole, si possa cogliere il reale significato delle cose cui esse si riferiscono.
Visto il regresso culturale di questo periodo, l’opera costituisce un importante lavoro di ricostruzione della lingua latina in funzione politica e cristiana.

Nel VII e nell’VIII secolo, il clima culturale è senz’altro più vivace in Irlanda e in Gran Bretagna. Beda il Venerabile (673-735), uno degli uomini più dotti dell’Alto Medioevo, monaco nel monastero di S. Paolo a Jarrow, scrive il suo De rerum natura sul modello delle Etimologie di Isidoro. L’opera è una raccolta sistematica di notizie di carattere geografico, storico e scientifico.
Conosciuto per i suoi studi sui calcoli aritmetici, oltre ad altri testi Beda scrive anche la Historia ecclesiastica gentium anglorum, in cui introduce nella storiografia un calcolo dei tempi basato sull’inizio dell’epoca cristiana, ossia ab anno Domini.
Esattamente come Isidoro, quindi, Beda fornisce ai posteri alcuni indispensabili strumenti per il proseguimento degli studi.

In questi secoli, gli unici veri centri di cultura sono i monasteri, dove vengono conservati e copiati testi dell’antichità classica e dei Padri cristiani. Basti pensare che il più antico manoscritto delle Etimologie di Isidoro è di mano irlandese e si trova al monastero di S. Gallo.

Fantasmi d’autunno

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La luce d’autunno è una carezza delicata e quasi furtiva: sfiora in silenzio le foglie ingiallite e i rami stanchi ma ancora vivi. L’acqua riflette i colori e persino i pensieri.
Nessuna smania di fuggire, nessun indomabile desiderio di correre lontano. Qui regna la pace sovrumana dell’attesa, qui aleggiano i fantasmi sbiaditi dei ricordi, quei ricordi che chiedono di farsi ascoltare prima della fine, prima che anche l’ultima foglia, la più forte e orgogliosa, si sottometta alla cupa violenza dell’inverno.

Duoda

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Non si conosce con esattezza la sua data di nascita, che però può essere collocata all’inizio del IX secolo, in piena età carolingia. Non si conosce neppure con precisione il luogo di nascita, che potrebbe essere il sud della Francia oppure la Catalogna. Sappiamo però che è moglie di Bernardo di Septimania, cugino di Carlo Magno.

Carlo Magno promuove una riforma degli studi, incentivandoli: favorisce la nascita di scuole presso monasteri e sedi vescovili e chiama il più grande dotto dell’epoca, il monaco Alcuino di York, a dirigere il suo programma culturale. Alla corte di Aquisgrana nasce la schola palatina, destinata all’educazione dei figli della nobiltà; lo stesso Carlo, secondo il biografo Eginardo, dà il buon esempio applicandosi allo studio delle arti liberali. Mostra un interesse spiccato per l’aritmetica e l’astronomia, mentre, a quanto pare, non sa scrivere.

Ma le donne sono escluse da tutto questo perché non possono frequentare scuole. Eppure Duoda, moglie di Bernardo di Septimania, è istruita. A un certo punto della sua vita viene relegata nel sud della Francia, a Uzès, dove scrive il suo Liber manualis dedicandolo al primogenito Guglielmo. Il Manualis è composto in versi e prosa, è caratterizzato da una struttura complessa ed è diviso in undici libri.
Nel Manualis, Duoda si sofferma sui comportamenti che il buon principe deve adottare nei confronti delle persone che lo circondano, e sulle virtù che deve praticare per essere degno della sua posizione.

A colpire il lettore, nonostante il latino talvolta scorretto, è la disinvoltura con cui Duoda padroneggia le sue fonti, sia cristiane sia pagane, e la presenza, nell’opera, dell’aritmetica e di una simbologia dei numeri accompagnate da esercizi di calcolo. A un certo punto, Duoda afferma:
I calcolatori esperti contano fino a 99 con le dita della mano sinistra, ma quando arrivano al totale, 100, per questo numero alzano con gioia la mano destra […]. Figlio mio, la mano sinistra significa la vita presente mentre la mano destra allude alla vera e santa patria celeste. Possa tu dunque arrivare a cento anni!“.

Fa piacere ricordare, sia pure brevemente e in maniera inadeguata, una figura femminile che oggi incontriamo in alcuni manuali di storia della filosofia medievale. Suscita persino un po’ di tenerezza trovarla lì, improvvisamente, da sola, mentre studiamo i temi più dibattuti dai pensatori dell’età carolingia e ovviamente incontriamo soltanto nomi maschili. Suscita tenerezza apprendere che anche lei, pur distante dalle scuole e rinchiusa in un castello, lontana da tutti e da tutto, scrive un’opera complessa nella quale dimostra di aver studiato molto.

Duoda, fragile e sottomessa moglie di un cugino del Sacro Romano Imperatore, non avrebbe mai immaginato che quell’opera dedicata con affetto al figlio Guglielmo sarebbe passata alla storia. Ma invece è successo e io, come donna, ne sono lieta.

(L’immagine è tratta da:
http://www.ub.edu/duoda/diferencia/html/it/galeria.html)