Il lupo mannaro contro la camorra

Fra gli irriducibili cinefili c’è un dibattito lacerante ancora in corso: qual è il film italiano peggiore di tutti i tempi? Purtroppo è impossibile rispondere, perché varie pellicole si contendono l’ambito primo posto nella classifica delle ciofeche stratosferiche.

Siccome ho già parlato di Alex l’ariete, mi soffermo ora su La croce dalle sette pietre, un horror del 1987. Il titolo, considerato astrattamente, ossia senza aver visto il film, non induce ad aspettative pessimistiche. Basta però passare al sottotitolo per provare un lieve senso di sgomento: il lupo mannaro contro la camorra. Come direbbe il buon Antonio Di Pietro, che c’azzecca un licantropo con la camorra?

Il protagonista Marco Sartori (Marco Antonio Andolfi), playboy da strapazzo, giunge a Napoli. Qui due ladri da strada gli rubano la croce gemmata che porta al collo e che finisce ben presto nelle mani del ricettatore, chiamato, con l’evidente intenzione di abbattere i luoghi comuni più spinti, Totonno o’ cafone. Purtroppo si tratta di un furto gravissimo, perché il baldo Marco Sartori è stato concepito da sua madre con il demone Aborym, un essere peloso che assomiglia a un incrocio fra uno yeti e un orsacchiotto di peluche gigante raccattato nei rifiuti.
Il povero Sartori, dunque, a causa dei discutibili gusti materni, è condannato a trasformarsi ogni giorno, allo scoccare della mezzanotte, in un lupo mannaro. Grazie però alla croce gemmata che lo protegge, Sartori può evitare la trasformazione.

Dopo il furto, il nostro eroe va alla disperata ricerca della croce, ma purtroppo giunge da Totonno o’ cafone troppo tardi, quando la croce è già stata venduta.

Per quanto riguarda la trama, a questo punto è impossibile proseguire in quanto gli eventi del film – e mi scuso con il termine “film” – sono privi di senso, un’accozzaglia di scene sconnesse recitate da attori visibilmente a disagio. Ci si augura che siano stati presi dalla strada, perché ciò potrebbe in parte salvare la loro dignità.
Sceneggiatura penosa, effetti speciali imbarazzanti, dialoghi che tali non sono a causa del loro ridicolo piattume e altro ancora che è impossibile elencare, considerando la completa follia di questa pellicola.

La trasformazione di Andolfi in lupo mannaro supera poi ogni possibile immaginazione: il povero pirla digrigna i denti a lungo, con lo sguardo nella macchina da presa, mentre gli crescono alcuni peli sul viso finché, alla fine di tale metamorfosi, lo si può ammirare con una maschera di carnevale che gli copre metà volto e due guanti pelosi nelle mani; privo poi di vestiti (sigh!) e persino glabro, indossa solo un pezzetto di moquette per coprirsi ciò che nessuno di noi si augura di vedere.
Ammirate la sua maschera da licantropo:
aborym
Quando questa meraviglia di maschio diventa licantropo, sapete che fa? Squittisce. Eh sì, qui siamo di fronte all’unico caso al mondo di lupo che fa il verso di un topo. Il regista aveva forse assunto qualche sostanza innominabile?

Siccome il film è un’accozzaglia di scene indecorose e illogiche, ne cito una a caso, quella supposta onirica. Il protagonista sogna sua madre e si susseguono così immagini squallide alternate a schermate verdi di cui è impossibile, anche dopo notevoli sforzi, cogliere il significato. In sottofondo si odono suoni che definire musica sarebbe oltraggioso. Ci sembra di capire che Andolfi volesse mostrarci un incubo, ma il risultato è un abominio indescrivibile.
Evito poi di soffermarmi  troppo  sulla  scena finale del film: basti pensare che il nostro eroe si accoppia con una cartomante e poi, allo scoccare della mezzanotte, si trasforma in lupo con conseguenze super-trash ai danni della poveretta.

Per fortuna, all’inizio della ciofeca c’è una scena in cui Andolfi viene picchiato da alcuni camorristi e riceve un bel calcione nel suo posteriore. Magrissima consolazione, lo so, però speriamo che abbia sentito almeno un po’ di dolore dopo il calcio.

Il regista di tanto scempio è addirittura il protagonista del film, il non mitico Andolfi. Avendo forse compreso i notevoli rischi cui sarebbe stato soggetto dopo l’uscita del suo lavoro, a suo tempo ebbe l’idea di cambiarsi nome, firmandosi Eddy Endolf. Noi capiamo la sua scelta, viste le altissime probabilità di una lapidazione pubblica.
Con profondo sconforto, chiudiamo rivelando che Andolfi, per creare tale delirio, usufruì di un finanziamento pubblico.

Dulcis in fundo ecco Aborym, lo yeti-orsacchiotto padre di Andolfi nel film.
aborym

  1. Clellina@
    Ma dove trovi queste perle????
    La mia intensa giornata di studio inizierà col sorriso!

    Cerco d’informarmi anche sul peggio del peggio, perché così almeno rido e mi diverto.

    Platone@
    Dopo un capolavoro assoluto come Ombre rosse , una discesa agli inferi era necessaria. Dalle stelle alle stalle, insomma.

    Ho qualche altra perla in serbo per voi. Abbiate fede.

  2. Come hai detto tu, per quanto riguarda film brutti e inguardabili c’è solo l’imbarazzo della scelta, ma questo di cui hai fatto la recensione sicuramente sta ai primi posti della classifica…

  3. Ma fa veramente schifo quando si trasforma e poi ha davvero un pezzo un moquette a coprirgli l’ambaradan. Ahahahhahhh! mai visto niente di simile!!!

E tu che ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...