Nel campo

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Silenzio. Nessuna voce, nessun clamore, nessun suono molesto. Solo il campo di lavanda accarezzato dal vento leggero, e i pensieri lenti di un pomeriggio insolitamente quieto.
Pensieri che corrono, s’annodano, s’aggrovigliano, scompaiono, tornano, muoiono. Pensieri amari, sereni, colorati, in bianco e nero, lievi e opprimenti. Pensieri che mutano senza fermarsi mai, pensieri che volano in alto per raggiungere l’immenso che non c’è.

Pensieri in un campo di lavanda, emozioni che fuggono via inafferrabili e vaghe, solitudine infinita in un mondo che non sa ascoltare. Se il tempo si fermasse ora, sarebbe pace per sempre.

(La foto è tratta da qui)

La jena

la jena
Trama
Edimburgo, 1830. MacFarlane (Henry Daniell), un medico famoso e ambizioso, compie studi nel campo dell’anatomia patologica. A causa della sua attività ha bisogno però di cadaveri sempre freschi, che riesce a procurarsi pagando un vetturino di pochi scrupoli, viscido e inaffidabile (Boris Karloff). Costui, infatti, trafuga dal cimitero della città i cadaveri di persone sepolte da poco tempo, per poi consegnarli al medico.
Intanto MacFarlane prende sotto la sua protezione un giovane studente privo di mezzi economici ma brillante. Il ragazzo a poco a poco si rende conto del rapporto che lega MacFarlane al malvagio vetturino, e ne resta molto turbato.

Con il trascorrere del tempo, il vetturino diventa sempre più pericoloso: una volta che MacFarlane ha urgente bisogno di un cadavere per compiere studi particolari in vista di una delicata operazione, non esita a compiere un assassinio.
Il vetturino giunge poi a ricattare MacFarlane che, esasperato, l’uccide. A questo punto il medico è convinto di essersi liberato da un peso; purtroppo, però, non riesce a fare a meno di procurarsi cadaveri, e un giorno va a trafugare il corpo di una donna appena sepolta.
Questo atto gli sarà fatale e lo condurrà a una fine inaspettata e terribile.

Commento
The body snetchers (1945), in italiano noto come La jena oppure L’uomo di mezzanotte, è un bellissimo horror diretto da Robert Wise e tratto da un noto racconto dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson.
Molti sono i pregi di questo piccolo gioiello. Pur essendo stato girato con mezzi finanziari limitati, la ricostruzione ambientale è perfetta, suggestiva e curata in tutti i minimi dettagli: l’atmosfera è tetra e lugubre, come si addice alla trama dell’opera, ma credibile e senza forzature.

Come ogni bel film, anche La jena oltrepassa il genere cui appartiene, cioè l’horror. La psicologia dei personaggi, infatti, è resa con estrema finezza e con una partecipazione emotiva raramente presente in film di questo tipo. Inoltre vengono messe in risalto le conseguenze pratiche della condizione sociale dei vari personaggi. Gli umili non possono difendersi e sono esposti ai maggiori pericoli: sono i cadaveri dei più poveri quelli che vengono trafugati, è lo studente povero a dover assistere impotente a una situazione che giudica immorale ma che non può modificare, è la compagna del dottor MacFarlane che deve accettare di non poterlo sposare a causa della differenza sociale. Ed è una povera mendicante indifesa a finire tra le vittime del malvagio vetturino, un superbo Boris Karloff, talmente convincente nella sua parte da suscitare autentica repulsione nonostante la completa assenza, nel film, di scene forti e di sangue.
La jena, infatti, riesce a incutere angoscia senza mostrare inutili efferatezze, ma soltanto grazie a una sapiente costruzione delle atmosfere, ai bei giochi di luci e di ombre, al bianco e nero e alle particolari inquadrature.

Tetro e commovente nello stesso tempo, inquietante e suggestivo, questo film propone interrogativi etici tuttora attuali e ci parla non solo di vita e di morte, ma anche d’amore e di pietà, di cinismo e di generosità.
Un’opera da riscoprire.
Voto: 8 e 1/2
la jena

Pausa d’estate

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Dopo essersi presentata in anticipo e con la consueta arroganza che la caratterizza, l’estate si è presa una pausa di riflessione, almeno qui dove io vivo. Stranamente, queste giornate dopo il solstizio assomigliano a quelle di aprile, fresche e variabili come sono. Sembrano quasi un ultimo, tardivo sussulto di primavera: le nubi si rincorrono in cielo, l’azzurro lascia il posto al grigio, le notti sono piacevoli. Si lavora meglio, si studia meglio, si pensa meglio.

Una pausa salutare prima che l’estate torni a manifestarsi con i suoi furori. Una pausa in cui sognare giardini colmi di rose profumate, per donare alla mente pace e serenità.

(La foto è tratta da:
http://laforestaincantata.blogspot.com)

Il bosco 1


La croce dalle sette pietre, cioè Il lupo mannaro contro la camorra, non è l’unico delirio in salsa horror e involontariamente comico realizzato nella nostra amata Penisola. A lottare strenuamente per il primo posto nella classifica degli inguardabili c’è anche Il bosco 1, super-micidiale-ciofeca realizzata nel 1988 da Andrea Marfori.

Già il titolo non promette bene: il numero 1, infatti, farebbe pensare a un sequel che però non è mai stato realizzato. Qualcuno ha poi affermato che il regista non ebbe mai l’intenzione di dare un seguito alla sua opera. Pertanto quel numero 1 ci lascia attoniti, essendo un mistero che nessuna mente umana riuscirà mai a sondare. Eppure, chissà perché, siamo certi che ce ne faremo una ragione.

Ma entriamo ora nel vivo dell’intelligente e dotto argomento. Trattandosi di un film sgangheratissimo e privo di qualsiasi filo logico, riassumerne la trama è un’impresa impossibile; tuttavia cercherò ugualmente di ricordare alcuni momenti dell’obbrobrio in questione.
Tony e Cindy, due fidanzatini di non belle speranze, decidono di raggiungere le Alpi partendo da Venezia. Belle le Alpi, vero? Peccato però che in questo film il paesaggio alpino sembri invece appenninico. Pare infatti che Il bosco 1 sia stato girato sull’appennino tosco-emiliano. La domanda sorge quindi spontanea: perché gabellare un paesaggio appenninico per alpino? Impossibile rispondere.

Andiamo avanti. Sulle Alpi-non-Alpi, i due incontrano una donna che chiede un passaggio in macchina con una scusa: “Là c’è qualcosa di orrendo!”, o una frase simile. Questa donna è in realtà una strega con cattive intenzioni.
I tre giungono in un paesello dove incontrano un presunto scrittore di libri horror, un soggetto strano che indossa un impermeabile bianco e occhiali da motociclista, e in più parla grazie all’ausilio di una speciale macchinetta applicata alla laringe. La strega se ne va e lo scrittore invita i due a una cascata per raccontargli una storiella horror che non c’entra nulla con l’inesistente trama del film. Poi li ammonisce a proposito dei pericoli del bosco, e siccome Cindy e Tony brillano per acutezza mentale, dopo essere stati avvertiti delle minacce incombenti, decidono di fare un bel giretto proprio nel boschetto (la rima ci sta, dato il livello del film).

Nel bosco incontrano di nuovo la strega e, dopo aver girovagato a lungo, accettano di dormire in una casa abbandonata.
La strega offre a Tony un po’ di cocaina. Secondo voi Tony rifiuta? No, è ovvio. Poi la cocaina finisce in un secchio colmo di strana “roba” nera, inizia a gorgogliare e arriva in faccia a Tony, stimolando in noi un piacere sadico.

Successivamente i tre incendiano una roccia che si mette a sanguinare (sigh!) e qui raggiungiamo uno dei picchi di comicità della pellicola, perché quando Tony, arrabbiato, getta in terra il secchio pieno di cocaina, la strega, che è cattiva ma si preoccupa per l’inquinamento delle falde acquifere, quasi lo sgrida: “No! Non buttarlo qui, non vicino alla sorgente del sotterraneo!”.

In seguito Tony comincia a dare segni di “follia” e Cindy spera di trovare aiuto girovagando nel bosco. Tutti sanno, infatti, che un bosco è il luogo ideale per ricevere immediato soccorso quando ci si trova in difficoltà, perché c’è sempre, fra gli intricati rami e i nodosi tronchi degli alberi, qualche anima pia disposta ad aiutare.
Invece di trovare conforto, i due cervelli da premio nobel incontrano lo zombie Fango (eh già, si chiama così) che vorrebbe farli secchi, ma che è talmente poco sveglio da farsi incatenare. Nel film si nota, infatti, che gli zombie sono mediamente intelligenti quanto i due protagonisti.

Giunge poi lo scrittore e si viene a sapere la cruda verità: la strega cattiva è sua figlia (o una parente? Impossibile ricordare con precisione). Costei lo ammazza e lui diventa zombie.
A questo punto, in mezzo al bosco e inseguito dagli zombie, secondo voi Tony che fa? Cerca forse di darsela a gambe con moto accelerato? No, Tony manifesta il desiderio di dormire. Una sana pennichella non fa male a nessuno, soprattutto in un bosco infestato dagli zombie. Purtroppo, però, il Nostro non realizza il suo sogno perché lo zombie Fango gli amputa le mani.

Girando per il bosco con le braccia prive di mani incontra Cindy che, vedendolo in quello stato, decide di andare a cercare, ovviamente sempre nel bosco, rimedi vari e acqua per aiutarlo un po’. Le virtù terapeutiche dell’acqua in caso di amputazione, infatti, sono note alla scienza medica fin dalla notte dei tempi: fior di chirurghi, si sa, curano moncherini per mezzo di acqua fresca.

Finalmente Tony muore decapitato, e così almeno uno fra gli attori di questa “cosa” allucinante scompare.
Alla fine Cindy sconfigge gli zombie, esce dal bosco e ringrazia il “Dio della Luce”. Chi sarebbe questo fantomatico Dio della Luce? Non si sa.

Aggiungo ora alcuni dettagli sparsi, scusandomi per la mancanza di organicità di questa trattazione, ma non sono ancora attrezzata per compiere miracoli, cioè per conferire forma logica a un delirio totale.
Nel film emerge la generosità degli attori perché, quando sono inseguiti dagli zombie, rallentano la corsa per aspettarli e quindi agevolarli. L’attrice che interpreta Cindy parla con un fintissimo accento inglese che invece di far ridere induce alle lacrime e alla depressione, nonché al malvagio desiderio di sopprimerla.
In una scena, si vede poi uno zombie con una canna da pesca che lancia l’amo e acchiappa la ragazza su una guancia. 😀 Non avrei mai creduto che qualcuno potesse inventare uno zombie-pescatore!
La recitazione dei cinque attori che compongono il misero cast è così scadente da diventare surreale.

Infine non posso esimermi dal riportare uno degli allucinanti dialoghi del film, sperando che l’autore degli stessi non sia stato pagato ma preso a sane bastonate sulla zucca.

Copio/incollo da un sito dedicato a questi temi.
Algernoon: “Vedi, ci sono cose che appaiono diverse da quello che sono. Le trote per esempio…mentre, tranquille, nuotano nella corrente, vedono questo piccolo amo e, pensando che sia un delizioso, minuscolo pesce, una di loro si avvicina per mangiarlo. Ma, naturalmente, c’è chi… è pronto a pescarla!

Tony: “E’ forse una storia sulla pesca?”

Cindy: “Un altro tipo di storia…ti stai dimenticando gli zombie!”

Algernoon: “Io non volevo raccontarvi una nuova storia, ma dirvi che le cose possono essere diverse e più pericolose di quello che sembrano.”

Tony: “Vuoi dire che qui c’è il divieto di pesca?” 😐

E dopo questa mirabile domanda di Tony, preferiamo chiudere.
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(Segnalazione errore del 28/7/10: mi è stato detto che il film, in realtà, fu girato a Giazza, in provincia di Verona).

Eccessi d’estate

quercia
Troppa afa, troppo calore, troppi odori molesti. Impossibile respirare. L’estate riesce a fiaccare, a rallentare i riflessi, a offuscare la mente, ad annoiare.

L’estate è uno splendore quando è possibile disporre del proprio tempo a piacere, senza obblighi, per dedicarsi solo al riposo e al divertimento, per raggiungere spazi verdi e infiniti, per sonnecchiare sotto alberi quieti, immobili e sereni nonostante l’invadenza del sole. L’estate è uno splendore quando si può abbandonare la pianura a giugno e tornare in città tardi, a settembre, poco prima dell’autunno. Ma questo, purtroppo, è un privilegio di pochi.
E allora l’estate diventa un flagello, una prigione, un’oppressione. Con i suoi eccessi furiosi, in città l’estate è quasi un castigo, una feroce condanna.

Il lupo mannaro contro la camorra

Fra gli irriducibili cinefili c’è un dibattito lacerante ancora in corso: qual è il film italiano peggiore di tutti i tempi? Purtroppo è impossibile rispondere, perché varie pellicole si contendono l’ambito primo posto nella classifica delle ciofeche stratosferiche.

Siccome ho già parlato di Alex l’ariete, mi soffermo ora su La croce dalle sette pietre, un horror del 1987. Il titolo, considerato astrattamente, ossia senza aver visto il film, non induce ad aspettative pessimistiche. Basta però passare al sottotitolo per provare un lieve senso di sgomento: il lupo mannaro contro la camorra. Come direbbe il buon Antonio Di Pietro, che c’azzecca un licantropo con la camorra?

Il protagonista Marco Sartori (Marco Antonio Andolfi), playboy da strapazzo, giunge a Napoli. Qui due ladri da strada gli rubano la croce gemmata che porta al collo e che finisce ben presto nelle mani del ricettatore, chiamato, con l’evidente intenzione di abbattere i luoghi comuni più spinti, Totonno o’ cafone. Purtroppo si tratta di un furto gravissimo, perché il baldo Marco Sartori è stato concepito da sua madre con il demone Aborym, un essere peloso che assomiglia a un incrocio fra uno yeti e un orsacchiotto di peluche gigante raccattato nei rifiuti.
Il povero Sartori, dunque, a causa dei discutibili gusti materni, è condannato a trasformarsi ogni giorno, allo scoccare della mezzanotte, in un lupo mannaro. Grazie però alla croce gemmata che lo protegge, Sartori può evitare la trasformazione.

Dopo il furto, il nostro eroe va alla disperata ricerca della croce, ma purtroppo giunge da Totonno o’ cafone troppo tardi, quando la croce è già stata venduta.

Per quanto riguarda la trama, a questo punto è impossibile proseguire in quanto gli eventi del film – e mi scuso con il termine “film” – sono privi di senso, un’accozzaglia di scene sconnesse recitate da attori visibilmente a disagio. Ci si augura che siano stati presi dalla strada, perché ciò potrebbe in parte salvare la loro dignità.
Sceneggiatura penosa, effetti speciali imbarazzanti, dialoghi che tali non sono a causa del loro ridicolo piattume e altro ancora che è impossibile elencare, considerando la completa follia di questa pellicola.

La trasformazione di Andolfi in lupo mannaro supera poi ogni possibile immaginazione: il povero pirla digrigna i denti a lungo, con lo sguardo nella macchina da presa, mentre gli crescono alcuni peli sul viso finché, alla fine di tale metamorfosi, lo si può ammirare con una maschera di carnevale che gli copre metà volto e due guanti pelosi nelle mani; privo poi di vestiti (sigh!) e persino glabro, indossa solo un pezzetto di moquette per coprirsi ciò che nessuno di noi si augura di vedere.
Ammirate la sua maschera da licantropo:
aborym
Quando questa meraviglia di maschio diventa licantropo, sapete che fa? Squittisce. Eh sì, qui siamo di fronte all’unico caso al mondo di lupo che fa il verso di un topo. Il regista aveva forse assunto qualche sostanza innominabile?

Siccome il film è un’accozzaglia di scene indecorose e illogiche, ne cito una a caso, quella supposta onirica. Il protagonista sogna sua madre e si susseguono così immagini squallide alternate a schermate verdi di cui è impossibile, anche dopo notevoli sforzi, cogliere il significato. In sottofondo si odono suoni che definire musica sarebbe oltraggioso. Ci sembra di capire che Andolfi volesse mostrarci un incubo, ma il risultato è un abominio indescrivibile.
Evito poi di soffermarmi  troppo  sulla  scena finale del film: basti pensare che il nostro eroe si accoppia con una cartomante e poi, allo scoccare della mezzanotte, si trasforma in lupo con conseguenze super-trash ai danni della poveretta.

Per fortuna, all’inizio della ciofeca c’è una scena in cui Andolfi viene picchiato da alcuni camorristi e riceve un bel calcione nel suo posteriore. Magrissima consolazione, lo so, però speriamo che abbia sentito almeno un po’ di dolore dopo il calcio.

Il regista di tanto scempio è addirittura il protagonista del film, il non mitico Andolfi. Avendo forse compreso i notevoli rischi cui sarebbe stato soggetto dopo l’uscita del suo lavoro, a suo tempo ebbe l’idea di cambiarsi nome, firmandosi Eddy Endolf. Noi capiamo la sua scelta, viste le altissime probabilità di una lapidazione pubblica.
Con profondo sconforto, chiudiamo rivelando che Andolfi, per creare tale delirio, usufruì di un finanziamento pubblico.

Dulcis in fundo ecco Aborym, lo yeti-orsacchiotto padre di Andolfi nel film.
aborym

Dieci piccoli indiani

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Trama
Un certo U. N. Owen invita dieci persone a trascorrere un fine settimana in una villa situata su un’isola deserta, al largo delle coste del Devon, in Inghilterra. Otto sono semplici ospiti, due sono i domestici che devono occuparsi di loro e che li accolgono all’arrivo.
Giunti sull’isola, scoprono che il signor Owen non c’è. Dopo cena il maggiordomo fa ascoltare loro un disco: la voce dello sconosciuto signor Owen accusa ciascun invitato di aver commesso un crimine. Ma sia i camerieri che gli otto ospiti non hanno mai conosciuto il signor Owen, che peraltro non raggiunge l’isola.

Il mistero s’infittisce. Qualcuno trova, sopra al pianoforte del salone, uno spartito con la filastrocca dei Dieci piccoli indiani che muoiono uno dopo l’altro, ciascuno con modalità differenti. A suonare e a cantare la filastrocca è dapprima un principe russo che, dopo aver bevuto un bicchiere di liquore, si soffoca e muore. Durante la notte, poi, muore improvvisamente la moglie del maggiordomo.
Con il trascorrere del tempo avvengono altri strani decessi e tutti secondo il copione recitato dalla filastrocca. Nella sala da pranzo, sopra al tavolo ci sono dieci statuine di indiani: ogni volta che muore qualcuno, una statuina viene trovata rotta.
Si comprende allora che il misterioso signor Owen si nasconde fra gli invitati. D’ora in poi la tensione sale e i superstiti iniziano a diffidare gli uni degli altri.

Commento
And then there were none (1945), ribattezzato in italiano Dieci piccoli indiani, è un giallo di René Clair tratto da un celebre romanzo di Agatha Christie. L’assassino intende punire dieci persone che, pur avendo commesso gravi reati, sono riuscite a sfuggire alla giustizia.
Il film si segnala per l’ottima ricostruzione ambientale, suggestiva e con un tocco di atmosfera noir tipicamente anni ’40, e per la perfetta recitazione di tutti gli attori, in particolare dell’immenso Barry Fitzgerald. Un altro pregio del film è costituito dalla buona caratterizzazione psicologica dei personaggi, di cui vengono messe abilmente in risalto le differenze grazie a sguardi, parole e gesti perfettamente calibrati. A ciò occorre aggiungere che tutta la pellicola è percorsa da una sottile ma persistente vena di humour che la rende molto “inglese”. Basti pensare alla ridicola figura del maggiordomo pauroso e non troppo intelligente, o all’ingenuo attivismo dell’investigatore Blore.

L’unico difetto del film è rappresentato dal finale, completamente stravolto rispetto al libro della Christie. Nel romanzo, infatti, tutti gli ospiti della villa muoiono in quanto realmente colpevoli di un crimine, mentre nel film due persone, le uniche innocenti, si salvano. Un eccesso di buonismo e di sentimentalismo, dunque, in contrasto con una trama, quale quella del romanzo, che si segnala per cinico disincanto e tragicità.
Nonostante ciò, il film è buono ed è senz’altro la miglior versione cinematografica del romanzo.
Voto: 8

Citazione tratta dal film
Il giudice Quinncannon al dottor Armstrong:
– Lei non crede nella medicina, dottore?
– E lei crede nella giustizia, giudice?
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Qui sotto un video con i primi dieci minuti dell’opera. Segnalo poi che si può guardare l’intera pellicola, distribuita in nove video di ottima qualità, proprio su youtube.

Ombre rosse


Trama
Siamo intorno al 1880. Una diligenza parte dalla cittadina di Tonto per raggiungere un villaggio del New Mexico, Lordsburg. Purtroppo, però, il capo Apache Geronimo è sul piede di guerra e il viaggio è molto rischioso.
Sulla diligenza si trovano persone molto diverse per carattere ed estrazione sociale: il medico alcolizzato dottor Boone (Thomas Mitchell), la prostituta Dallas (Claire Trevor), il gentiluomo e giocatore d’azzardo Hatfield (John Carradine), il rappresentante di liquori Peacock, il banchiere ladro e corrotto Gatewood e Lucy Mallory, la moglie incinta di un ufficiale. Durante il viaggio, sale sulla diligenza anche Ringo (John Wayne), un fuorilegge ingiustamente accusato di un crimine non commesso e deciso a vendicarsi di chi gli ha ucciso padre e fratello. Poi, seduti a cassetta, ci sono lo sceriffo e l’uomo che guida la diligenza.
Queste persone affrontano insieme, fra duri conflitti e slanci di solidarietà, i pericoli di un viaggio molto difficile: si fermano a due stazioni di posta, in una delle quali la moglie dell’ufficiale partorisce, e poi subiscono un violentissimo assalto da parte dei pellerossa.

Commento
Stagecoach (1939), in italiano ribattezzato Ombre rosse, è uno splendido film western diretto dal bravissimo John Ford e sceneggiato da Dudley Nichols.
Ombre rosse è, prima di tutto, un film curato in ogni minimo particolare, un film in cui nulla è lasciato al caso, ma ogni dettaglio è funzionale all’armonia del tutto, proprio come una minuscola tessera di un mosaico è indispensabile per la bellezza dell’insieme. Ogni sguardo, ogni piccolo gesto e ogni battuta dei personaggi sono pensati per farci comprendere la loro psicologia, i loro desideri, il loro carattere, le loro ansie. Nel caso del giocatore Hatfield, poi, un particolare apparentemente insignificante svela addirittura quale sarà il suo destino.
Gentiluomo proveniente dagli ex Stati Confederati del sud, sicuro di sé e spavaldo ma anche educato e cortese, sebbene ormai ridotto a vivere di gioco d’azzardo, Hatfield decide di prendere la diligenza diretta a Lordsburg per puro spirito d’avventura: vedendo infatti Lucy Mallory, la moglie dell’ufficiale, resta colpito dal suo aspetto raffinato e decide di seguirla sulla diligenza per farle da cavalier servente.
Durante una sosta lungo il tragitto, chiamato a decidere insieme agli altri se proseguire o meno il viaggio visti gli incombenti pericoli, Hatfield alza il mazzo di carte che ha davanti, quasi per scrutare il proprio futuro, e trova un asso di picche. Ma sceglie ugualmente per la prosecuzione del viaggio.

Se Lucy Mallory e Hatfield sono i classici paradigmi di un mondo civilizzato e cortese, con i suoi pregi e i suoi difetti, la prostituta Dallas, il medico alcolizzato Boone e Ringo (John Wayne) sono invece gli emarginati, i reietti. I primi due sono stati costretti a partire dalla Lega per la Moralità, che ha deciso di espellerli da Tonto. Disprezzati da Hatfield e da Lucy Mallory, durante il viaggio rivelano tutta la propria generosità e bontà di cuore, aiutando la superba Lucy a partorire.
Ringo, invece, è evaso dal carcere per andare alla ricerca dei fratelli Plummer, che l’avevano ingiustamente accusato di un crimine. Simpatizza subito con Dallas ignorando che si tratta di una prostituta, ed è cortese con lei quanto Hatfield lo è con Lucy Mallory.

Il banchiere corrotto e ladro Gatewood è il classico uomo egoista, freddo e ipocrita che finge una moralità di cui è privo, mentre il signor Peacock, timidissimo e dolce, rappresenta l’esatto contrario della tipologia di persona incarnata da Gatewood.

Come tutti i grandi film, Ombre rosse oltrepassa il suo genere e si presta a molteplici letture. Il viaggio nella diligenza non è solo il trasferimento dei personaggi da un luogo all’altro, ma è anche un viaggio dell’anima, un percorso interiore che, grazie ai conflitti e ai dolorosi imprevisti, consente ai protagonisti di mutare le proprie opinioni, di superare i pregiudizi e di mettere in luce la parte migliore di sé.
Il viaggio rappresenta anche una sfida alla sorte, la volontà di andare incontro all’ignoto e al pericolo. Del resto questa è l’essenza della vita: una difficile sfida contro l’imponderabile, che può essere affrontata al meglio solo se si ha la capacità di solidarizzare e di mettere da parte i propri egoismi. Senza contare che il confine fra bene e male non è mai netto, come ci dimostrano i reietti del film, personaggi che si rivelano capaci di grande generosità.

Ombre rosse ha il grande pregio di assomigliare a un racconto scritto con uno stile sobrio, molto scorrevole e perciò estremamente elegante. Si tratta di un film in cui domina incontrastata la disinvoltura, in cui cioè tutto avviene senza alcuna enfasi ma con un’elegante naturalezza che è frutto di grandissima esperienza, sia da parte del regista sia da parte degli attori.
Tanti sono i dettagli che concorrono a rendere questo film un capolavoro: le splendide riprese della Monument Valley, la leggendaria entrata di Wayne che ferma la diligenza con la sella a tracolla, la frenetica velocità e spettacolarità dell’assalto dei pellerossa, l’audace inquadratura della carrozza dal basso, le fulminanti battute dei bravissimi caratteristi, il romanticismo e la poesia che pervadono certe scene nella grigia povertà delle stazioni di posta, la dettagliatissima cura nella ricostruzione degli ambienti, il finale in cui Dallas e Ringo corrono via in carrozza verso il confine con il Mexico grazie allo sceriffo e al dottor Boone. Memorabile è anche la brevissima scena in cui Hatfield copre con il suo mantello, in un estremo gesto di cortesia e di pietà, il corpo di una ragazza sconosciuta uccisa dagli indiani.

Considerando che racchiude tutti i temi tipici del genere cui appartiene, sintetizzandoli e amalgamandoli perfettamente, Ombre rosse è, a mio parere, il più bel western della storia del cinema e nel contempo uno dei più bei film mai realizzati. Impeccabile la recitazione degli attori.

Voto: 10.

Frasi celebri tratte dalla pellicola
Ringo spiega a Dallas perché è diventato un bandito
– Ero un bravo cowboy, ma successe qualcosa.
– Già, è così. Succede sempre qualcosa.

Dallas al medico alcolizzato Boone, quando vengono cacciati dalla città di Tonto.
– Ma non ho il diritto di vivere anch’io? Che cosa ho fatto?
– Vedi, noi due siamo vittime di una malattia sociale che va sotto il nome di pregiudizio. Quelle signore della Lega della Moralità stanno spazzando via tutti i rifiuti della città. Coraggio, diventa anche tu un glorioso rottame come me.

Il medico Boone allo sceriffo
– Per vostra regola io non sono un filosofo, ma un fatalista: il proiettile o la bottiglia che un giorno dovranno porre fine alla mia terrena esistenza certo esistono in qualche posto, ma perché preoccuparmi del dove e del quando?

Qui sotto l’indimenticabile entrata di John Wayne, sicuramente attore-simbolo del western. Fu grazie a questo film che divenne un divo, dopo tanti anni trascorsi a imparare il mestiere recitando in b-movie. La gavetta diede i suoi frutti e la sua presenza in questo film ne è una prova.
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Il trash del trash

Questo è un post particolare, perché allegramente dedicato a due argomenti distinti. Iniziamo dal primo.

Alex l’ariete
Nell’Italia attuale, dove si respira quotidianamente lo sgradevole olezzo di un decadente clima da basso impero, ci sembra quasi d’obbligo ricordare un film che sarebbe oltraggioso definire tale se vivessimo in tempi normali e dignitosi; tuttavia, considerando che dignità e decoro hanno abbandonato da un pezzo la Penisola, in questo innocuo blog casalingo possiamo permetterci di perdere tempo a citare Alex l’ariete (2000), pellicola che annovera, come straordinari protagonisti, Alberto Tomba e Michelle Hunziker. 😐

Alessandro Corso (Alberto Tomba) è un giovane carabiniere del Gis, il Gruppo Intervento Speciale delle forze dell’ordine. Soprannominato “l’ariete” perché molto bravo in azioni di sfondamento, durante un blitz si allontana e un suo collega resta ucciso. In seguito al fatto, viene trasferito in uno sperduto paesino in cui non capita mai nulla.
Magari non capitasse nulla! Così almeno il film finirebbe. Ma siccome non possiamo sperare di avere tanta sorte, un giorno ad Alex viene affidato l’incarico di scortare una ragazza, tale Antavleva (Michelle Hunziker), per una deposizione davanti a un giudice. Costei è stata arrestata in quanto sospettata dell’omicidio di una sua amica, ma in realtà è solo la testimone del delitto. Alcuni uomini hanno tentato di ucciderla e continuano a inseguirla per impedirle di deporre davanti al giudice.
D’ora in poi, Alex dovrà cercare d’incastrare una persona potente, che nel film viene soprannominata con finezza “il Grande Maiale”.

Dopo la lettura dell’imperdibile trama, siamo così buoni di cuore da citare una celeberrima frase, pronunciata da Alex nel film:
«Per prendere il Grande Maiale mi mettete in pericolo la Eva! Porcaccia la miseria!» 😕
Ora, dopo tale lettura non affermiamo che chi ha scritto i dialoghi del film avrebbe meritato il carcere, perché non intendiamo spingerci a simili livelli; pensiamo però che un periodo d’esilio, unito ad atti di sincera e pubblica contrizione, avrebbe potuto aiutarlo a riflettere su quanto compiuto.

E ora vi chiedo di guardare questo video, che dura solo 36 secondi, per ascoltare l’incredibile dialogo che si svolge fra i due protagonisti. In modo particolare, soffermatevi sulle battute pronunciate da Alberto Tomba, perché resteranno nella storia del cinema grazie al tono con cui le ha declamate. 😥

Dopo il fausto ascolto, ci si può consolare pensando che questa pietra miliare della settima arte è stata un autentico flop. Sembra infatti che al cinema il film sia stato visto da meno di mille persone, un fatto che forse ci fa sperare in un futuro migliore. Forse.

Sugli sugli bane bane
No, state tranquilli: non sono impazzita. Inoltre non mi sono mai drogata in vita mia e sono astemia; pertanto il titolo che vedete non è effetto dell’assunzione di qualche strana sostanza e nemmeno frutto di una sbornia, ma si riferisce a una canzone che fu presentata a Sanremo nel 1973.

Ho scoperto l’esistenza di questa gemma preziosa per caso, navigando in libertà su internet. Secondo alcuni, Sugli sugli bane bane avrebbe aperto la strada al cosiddetto filone demenziale. Sulla scorta di tale intuizione, c’è chi ha cercato persino di rivalutare la canzone, considerando che in effetti si tratta di un brano divertente. Rispetto l’opinione di tutti e in più ammetto di aver apprezzato, nel corso della mia esistenza, alcune canzoni “demenziali”; tuttavia confesso che mi riesce assai difficile apprezzare questa perché mi sembra indifendibile sotto ogni punto di vista. Ma si tratta di un’opinione personale, niente di più. 🙄

Non ho né la pazienza né il coraggio di riportare l’intero testo del brano. Mi limiterò a qualche esempio.
Con i primi immortali versi, apprendiamo i rudimenti di una strana arte culinaria:
sugli sugli bane bane
tu miscugli le banane,
le miscugli in salsa verde
chi le mangia nulla perde.

Chi le lascia lascia il gatto
ma dev’essere un po’ matto,
lo diceva un livornese
che tornò da quel paese.

Indubbiamente l’ultima frase attira la nostra attenzione: tornò da quel paese. In realtà noi sostituiremmo volentieri tornò con mandiamo, perché siamo convinti che, in questo modo, il senso della canzone diventerebbe più pregnante, ossia denso di significati. Ecco la prova:
lo diceva un livornese
che mandiamo a quel paese
.
Ovviamente ci mandiamo pure chi ha scritto la canzone, ma è quasi superfluo aggiungerlo. 😀

Ora il mitico video per chi desidera ascoltarla.