La villetta

città

Accanto al palazzo in cui trascorsi la mia infanzia, c’era una graziosa villetta. L’ampio giardino che la circondava era un intrico di alberi e cespugli, non troppo curato ma neppure sciatto, da cui la villetta spuntava come uno strano fungo.

Quando me ne andai da quella strada, per un lungo periodo non pensai più a nulla, decisa a guardare soltanto avanti. Col trascorrere degli anni, però, ogni tanto quella villetta cominciò a ripopolare le mie fantasie. Nell’aprile del 2018, dopo essere tornata nel mio vecchio quartiere, l’ho ritrovata intatta; ma, dopo qualche mese, la graziosa villetta è stata demolita per lasciare spazio alla costruzione di un condominio di lusso, ormai quasi interamente ultimato.

La fine di quella villetta è stata per me un dispiacere, come se una parte del mio passato fosse stata cancellata a forza per sempre. Perché sì, esistono cose che infondono sicurezza per il fatto stesso di esserci, di sembrare inamovibili; attorno a esse, attorno alla loro immagine, si addensano ricordi, emozioni, fantasie che le rendono vive e presenti e rilevanti; allora, vederle scomparire d’improvviso è come assistere impotenti alla dissoluzione di un importante frammento della propria esistenza.

Poi preferisco stendere un velo pietoso sui sedicenti palazzi di lusso che vedo fiorire ultimamente in questa città.

La misericordia del sonno

Se si credesse negli angeli verrebbe da pensare che ci amino di più quando dormiamo, impossibilitati a danneggiarci l’un l’altro; ed è una benedizione che per qualche ora al giorno si sia troppo stanchi per continuare a essere scortesi. Le porte si chiudono, le luci si spengono, e anche la lingua più tagliente riposa, e tutti noi, brontoloni e gridati, felici e infelici, padroni e schiavi, giudici e colpevoli, torniamo bambini, stanchi e zittiti, e inermi, e perdonati. E capisci la misericordia del sonno, che per qualche ora ci restituisce alla nostra prima innocenza.

(Tratto da Un’estate da sola, di Elizabeth von Arnim)

Vera

Trama

Inghilterra, anni ’20 del Novecento. La ventiduenne Lucy Entwhistle perde improvvisamente il padre durante un soggiorno in Cornovaglia. Stordita e profondamente infelice, mentre se ne sta aggrappata al cancello del giardino di casa, vede comparire un uomo di mezza età, Everard Wemyss, rimasto vedovo da pochi giorni: sua moglie Vera, infatti, è morta precipitando da una finestra della loro casa di campagna.
L’uomo entra immediatamente in confidenza con Lucy, aiutandola nell’organizzazione del funerale del padre e rendendosi indispensabile con ogni sorta di premura. Attratta dalla condotta di Everard, che ben presto inizia a corteggiarla, Lucy si lascia sedurre e in pochi mesi lo sposa. Ma il matrimonio le svela ciò che non aveva voluto vedere.

 

Commento

Vera (1921) è un romanzo scritto da Elizabeth von Arnim. L’inizio è un po’ lento, incentrato sul lutto e sul funerale del padre della protagonista, ma sfocia ben presto nel singolare corteggiamento di Everard.

I personaggi sono delineati con estrema bravura, soprattutto perché l’autrice ne mette in luce le caratteristiche in maniera progressiva, pagina dopo pagina, evento dopo evento. Lucy, buona, un po’ ingenua e fragile, dopo la morte del padre si trasferisce a vivere a casa della zia. Quest’ultima è una figura fondamentale nel romanzo. All’inizio dell’opera, appare soltanto come una donna in lacrime, debole e affranta per la perdita del fratello; ma in seguito, a poco a poco, emergono la sua intelligenza, la sua arguzia e l’acutezza con cui riesce a cogliere in fretta alcuni indizi che svelano la personalità di Everard. Però zia Dot non può opporsi alla volontà dell’amata nipote, che così comincia la sua triste carriera matrimoniale trasferendosi nella bella tenuta di Everard.

Everard è un uomo egoista in maniera patologica, feroce e anaffettivo, le cui perversioni vengono via via mostrate con disinvoltura nei piccoli gesti dell’esistenza quotidiana – durante il rito del tè, nei rapporti con il personale di servizio, nelle ridicole cerimonie dei pranzi e delle cene, nella glaciale freddezza con cui addirittura nega un’indisposizione di Lucy.

Non si pensi, però, che questi temi siano affrontati con tono solenne e austero, e che il romanzo sia un’opera a tinte fosche o, peggio, pesante. Al contrario, com’è tipico della produzione letteraria di Elizabeth von Arnim, questo agghiacciante ritratto della vita di coppia è raccontato con raffinatissima ironia, un’ironia sottile ma costantemente presente nelle varie scene che compongono il mosaico della vicenda. È proprio quest’ironia, questa capacità di narrare con tono lieve fatti che, in realtà, sono drammatici, a rendere la lettura dell’opera piacevole e indimenticabile. A ciò si aggiunge uno stile di scrittura molto elegante e scorrevole.

 

Perché leggere questo romanzo:

– perché mostra, con inarrivabile bravura, il tipo psicologico del narcisista perverso, e lo fa con grazia e arguzia, talvolta persino con leggerezza, ma senza trascurare nessun dettaglio utile a inquadrare la struttura di personalità di Everard. L’autrice, infatti, riesce a disseminare, fin dal principio del romanzo, una serie di minuscoli indizi – qualche breve frase, alcuni rapidi pensieri – che possono far comprendere certe stranezze di questo personaggio, un suo modo di ragionare che apre scenari inquietanti. Sono peraltro quegli indizi che pochissime persone, nella vita reale, sanno cogliere e interpretare correttamente per non finire stritolate da individui come Everard, molto meno rari di quanto si pensi.

-perché la zia di Lucy è un personaggio indimenticabile, ed è colei che guida lettori e lettrici alla progressiva scoperta della vera indole di Everard. Zia Dot è la parente che tutti vorrebbero avere, intelligente ma capace di profonda empatia, acuta ma molto affettuosa, protettiva ma senza mai osare manipolazioni. Una donna che resta nel cuore.

-perché Vera, la moglie defunta di Everard, s’insinua a poco a poco nel racconto e influenza tutta la vicenda, pur restando circondata fino all’ultimo da un alone di mistero. Ciò conferisce una certa suspense alla vicenda, ammantandola di ambiguità. Vera c’è ma, nello stesso tempo, è assente, e fin dall’inizio è una delle chiavi per catturare la verità.

-perché il finale del romanzo è inaspettatamente aperto, enigmatico e amaro nel suo realismo, e lascia a chi legge il compito di immaginare la direzione che prenderanno gli eventi.

Il quaderno delle idee

 

Ho un bel quaderno, uno di quei quaderni con la copertina colorata e romantica, tutta a fiori, uno di quei quaderni un po’ fuori moda, che forse non interessano a nessuno. Le pagine sono celesti e di carta riciclata, né a righe né a quadretti. L’ho chiamato il quaderno delle idee, perché vi annoto tutte le suggestioni che attraversano la mia mente in fretta, rapide ospiti destinate a dileguarsi in pochi secondi. Sono gli appunti per elaborare i post del blog, brevi frasi che risalgono improvvise da profondità insondabili, dall’inconscio, dall’io, dallo spirito – chiamatelo come volete, perché non importa: quello è.

Brevi frasi, dicevo. Arrivano mentre cammino lungo una strada stretta, mentre guardo in lontananza nelle sere di nebbia fitta, mentre compio un gesto banale, anonimo, senza alcuna rilevanza. E siccome giungono inattese, hanno la consistenza di veli trasparenti, destinati a lacerarsi subito, in un battito di ciglia. Così afferro il mio quaderno e scrivo di getto, anche soltanto poche parole, e poi lo metto da parte perché so che lui, quelle parole, le custodisce gelosamente.

No, col computer non sarebbe la stessa cosa e neppure con qualche altro dispositivo. Conservo ancora un approccio tutto fisico alla scrittura, quel desiderio impetuoso di abbassare il volto e tuffarlo sulle pagine e abbracciare il quaderno tutt’intero, come se fosse un essere vivente – il più caro, l’amore più grande. Appartengo a un’altra epoca, lo so, comincio già a essere fuori moda, comincio già a essere un po’ fuori da questo mondo. Ma io lo amo, il mio quaderno delle idee, e ne sono persino fiera. È il mio ponte col passato, ciò che ero e che sono rimasta, la continuità che resiste nonostante l’inarrestabile fuga del tempo.

Sul quaderno scrivo anche le liste di libri che leggo. Le scrivo con diligenza, quasi fosse un impegno sacro, e non potrei mai farlo su word, non potrei riuscirci – ho tentato ma fallito. Sono fuori moda, lo so, un po’ all’antica. Ma è così – e altro non riesco a fare.

 

Dall’alto

Capita di guardare la strada dall’alto, da un balcone, da una terrazza; ed è sempre la stessa strada, quella che si percorre quasi ogni giorno, quella ormai scontata, immobile spettatrice di innumerevoli esistenze. Però, vista così, da una diversa prospettiva, assume contorni inaspettati e una vita propria.

È trovarsi in alto a fare la differenza, è quell’essere sospesi fra terra e cielo, fra spirito e materia – e poter osservare con distacco, forse con indifferenza, chi, su quella strada, continua ad affannarsi.

Tè a colazione

Ma soltanto io bevo tè a colazione? Anzi, prima il caffè e poi il tè.

Forse è una scelta strana, ma di mattina, appena alzata, non riesco a tollerare il latte.  Peccato che la colazione sia un rito molto frettoloso, da sbrigare quanto prima per non rubare minuti preziosi alla routine quotidiana. Come rovinarsi la vita con le proprie mani, insomma. E sì, forse questo post, con la bella immagine che l’accompagna, serve a compensare, almeno in parte, l’irrilevanza cui spesso condanno la colazione mattutina.

Intanto buona giornata.