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Di sera, il temporale

E così, stasera, guardo il temporale. In passato ho sempre sperato che, prima o poi, in un 3 luglio qualsiasi, potesse piovere. Perché il 3 luglio è il giorno del mio compleanno e di pioggia, che io ricordi, non ne ho mai vista. Naturalmente la giornata è stata afosa, ma dopo le venti e trenta qualcosa è cambiato. Qualche debolissimo tuono, in lontananza, ha narrato la storia di un temporale in arrivo; così, sono andata sul balcone della cucina, quello da cui si vede la Ghirlandina in lontananza. E ho atteso. Ho atteso mentre il vento abbracciava gli alberi sulla strada e poi li scuoteva; ho atteso con pazienza mentre le luci dei lampi si rincorrevano incerte. Poi, dopo molto tempo, un tuono ha finalmente annunciato il temporale e l’acqua ha cominciato a scendere, a cadere impetuosamente, unica padrona della via ormai vuota.

Non me ne sono andata. Sulla soglia della porta-finestra ho continuato a guardare questo spettacolo, una confusione di acqua e di cielo arrabbiato. E, mentre ora sto scrivendo, continuo a guardare la pioggia, a sentire il suo rumore sulle inferriate del balcone, a osservare le automobili in lontananza – poche, lente, quasi insicure.

Ho una grave mancanza: ora non so descrivere ciò che provo o, forse, non voglio. Ma so che mi piacerebbe trovarmi in un altro tempo, in un altro momento, in un altro 3 luglio – un 3 luglio di molti anni fa – ad ammirare lo spettacolo di un temporale davanti a me, con un cielo immenso proprio sopra di me.

Mi accorgo che, in questi ultimi tempi, parlo spesso di me stessa, cosa che, in passato, ho fatto con una certa parsimonia. Il problema è che, per ora, non so scrivere diversamente. Questi post, allora, sono forse adatti agli amici virtuali di lungo corso, quelli che frequentano il mio blog da anni e che non si spaventano leggendo certi argomenti. Il contenuto del post non è allegro: chi non se la sente di leggerlo, lo salti.

In questo periodo, il più bel momento della giornata arriva quando, dopo cena, mentre a poco a poco cala la sera, mi siedo sul balcone della cucina e resto sola a guardare il cielo immenso sopra di me, gli alberi sul ciglio della strada e le case in lontananza. Si vede persino la Ghirlandina che, tutta bianca, sfida l’avanzare delle tenebre quasi fosse un faro nella notte, un punto di riferimento, una certezza.

Ci sono due balconi in questa casa: oltre a quello che ho appena descritto, ce n’è un altro, in camera da letto, che si affaccia su un parco lungo e stretto. Sì, proprio su un parco: dal balcone, e anche dalla finestra della sala – io mi trovo al quarto piano -, gli alberi e il viale del parco sono lì, sotto i miei occhi, separati soltanto da una piccola striscia di cortile. E allora già immagino che vertigine di colori e di malinconia e di emozioni senza fine sarà durante l’autunno, anche perché, di fronte a me e oltre il parco, c’è una casa a tre piani che sembra venuta a noi dall’Ottocento. Un piccolo palazzo d’altri tempi, solido e all’antica. Soltanto lui in mezzo a case molto diverse. Eppure basta a creare la giusta atmosfera.

Ricordo che, durante l’infanzia, evitavo accuratamente questo piccolo parco, che collega Via Peretti e Via Pagliani, perché era piuttosto squallido; e lo evitavo così tanto da non ricordarne neppure l’esistenza. Quando mi trasferii in centro storico, lo dimenticai completamente. Ma adesso, a distanza di molti anni, è cambiato: gli alberi sono cresciuti e finalmente sono diventati belli e rigogliosi.

Il punto, però, è un altro. Il punto è che a volte capitano cose strane, coincidenze particolari. Nel febbraio del 2016, sognai un amico di mio padre scomparso tre anni prima. Nel sogno m’invitava a salire in macchina con lui e io, a malincuore, accettavo. Aveva l’aria allegra, l’aria di chi vuole fare una sorpresa gradita. Ebbene, nel sogno mi condusse proprio in questo parco, in questo luogo al quale non pensavo mai, e, con un ampio gesto delle mani, me lo mostrò come se si trattasse di chissà che bellezza; ma io restavo profondamente delusa, perché il parco era circondato da mura, era privo di alberi e di fiori e, in terra, era a malapena coperto da erba sottile e molto rada.

Sempre in quel periodo, cominciai a pensare spesso a questo quartiere, dopo tanti anni in cui per me era stato del tutto inesistente, un niente assoluto. Quando mi accadeva – quando d’improvviso mi tornava in mente – provavo una sensazione indefinibile, una sorta di desiderio e di timore allo stesso tempo: era come se volessi tornare e come se, però, temessi di essere costretta a farlo; era come se, dopo un lungo oblio, queste strade, questi angoli, questi alberi mi stessero chiamando, stessero reclamando la mia attenzione. E ciò mi inquietava perché si accompagnava a vaghi terrori, a strane malinconie, a sensazioni oscure. Poi mi tornava alla mente anche il parco del sogno, quel parchetto che nella vita reale avevo sempre disdegnato, che avevo attraversato a malapena una volta o due durante la mia infanzia guardandolo con disprezzo.

Ed eccomi qui, nel 2018, ad abitare proprio accanto a quel parco, così vicina che mi sembra quasi di abbracciarlo. E non sono stata io a scegliere questa casa; non avrei neppure mai immaginato di potermi trovare, un giorno, scaraventata qui, a forza, dopo un lutto. Costretta a tornare nei luoghi della mia infanzia e della prima adolescenza in un momento tanto delicato.

Ma i particolari casi della vita non terminano qui. Lo scorso gennaio, all’ospedale, nel reparto in cui era ricoverata mia madre, incontrai una dottoressa che mi spiegò cosa stava succedendo, ossia che non c’erano più speranze. Non avrei mai riconosciuto quella donna, vedendola; ma, sentendo il suo nome e il suo cognome, e sapendo che aveva la mia stessa età, mi accorsi che si trattava di una mia ex compagna di prima elementare, prima elementare che frequentai alla scuola Giovanni Pascoli, proprio a poca distanza da dove abito ora. L’anno successivo cambiai scuola e così persi di vista tutte le vecchie compagne; però, avendo moltissima memoria, ho riconosciuto subito in quella dottoressa la bambina che, nella fotografia di classe della prima elementare, mi era addirittura seduta vicina.

Così, quando adesso cammino lungo Viale Buon Pastore per andare in centro storico, rivedo ogni cosa: rivedo gli infiniti passi fatti qui, da sola e insieme a mia madre, in tutte le stagioni; poi, quando arrivo davanti all’edificio che, tanto tempo fa, ospitava la scuola elementare, rivedo anche quella mia compagna di classe, quella seduta vicina a me nella fotografia e che ho ritrovato soltanto, dopo molti anni, lo scorso gennaio. In un momento cruciale.

Un tranquillo riposo

Cristiano Banti, Un tranquillo riposo, olio su tela (non datato, XIX secolo)

Oggi

Nel tardo pomeriggio, sono uscita sul balcone a guardare la pioggia scendere – e tanti alberi mossi dal vento e il cielo né grigio né azzurro. Era tutto davanti a me: pioggia, alberi, asfalto lucido, alcuni passanti sotto l’ombrello e il cielo che sembrava precipitarmi addosso per poi fuggire lontano, per ritrarsi verso l’immenso. Ma non ho provato nulla, se non un senso di vuoto e l’idea che il mio essere qui, proprio ora, sia un’assurdità, un’insensatezza, uno scherzo del destino.

In centro storico, fra quelle strade vecchie e strette, una vista simile è impossibile. Però le preferisco, quelle vecchie strade strette, le preferisco nonostante d’estate assomiglino, talvolta, a una prigione. Le preferisco perché ormai sono diventate parte di me e perché sono più vive – come se non dormissero mai, neppure di notte.

Dalla finestra

Avviso: questo non è un post allegro. Perciò, chi non se la sente di immergersi in una lettura faticosa e opprimente, farebbe bene a evitarlo. Da parte mia, posso soltanto dire che mi dispiace di non riuscire a scrivere diversamente. 

Dalla finestra della sala vedo alberi verdi a profusione. Il fatto è che ho cambiato casa, almeno temporaneamente, e in questa strada gli alberi sono tanti. Ma dover traslocare subito dopo un lutto è un’esperienza pessima: è una violenza, una fatica del corpo e dello spirito, un’ulteriore frattura dell’anima. E poi, come se non bastasse, mi trovo addirittura a vivere nel quartiere in cui trascorsi l’infanzia e la prima adolescenza, persino a pochi metri dalla strada in cui abitai all’epoca. Quasi superfluo dire che, in questo momento, ne avrei fatto volentieri a meno.

Provengo da una devastante esperienza di malattia e di amore – lunghi anni di malattia e di infinito amore, di preoccupazioni e di cura, di stanchezza fisica e mentale. A tre mesi esatti dalla perdita mia madre, a stento mi accorgo che è primavera, nonostante viale Buon Pastore sia tutto in fiore: è il viale che ho percorso quasi ogni giorno durante la mia infanzia, in tutte le stagioni, sotto la pioggia e sotto il sole, molto spesso con mia madre.

Anche se ho vissuto più a lungo in centro storico – e lì tornerò – tutte le memorie legate all’infanzia e alla prima adolescenza qui riemergono con forza da sole:  in ogni angolo, in ogni strada, in ogni palazzo ritrovo la mia esistenza di tanti anni fa, che significa ritrovare gli anni più importanti, forse quelli decisivi, nel bene e nel male. I ricordi sono talmente nitidi, talmente particolareggiati, da non lasciarmi tregua. E così avverto un senso di orrore, orrore profondo nonostante il sole, nonostante la quieta bellezza della primavera. Avverto un senso di orrore perché mi sembra ingiusto essere qui proprio adesso.

Anche per questo fatico a scrivere e ho voluto dirlo a chi ha la bontà di leggere e commentare nonostante tutto.

Le ragioni di una breve pausa

Da qualche giorno non scrivo su questo blog. E non lo faccio perché sto vivendo un momento estremamente difficile.

Per molti anni ho assistito mia madre, vittima del morbo di Alzheimer. Chi ha vissuto la mia esperienza sa cosa significhi dover convivere con il progressivo deterioramento delle facoltà cognitive e della salute di una persona molto cara: è un dolore opprimente e uno stress mentale e fisico difficile da descrivere. Ma molto dipende anche dal legame che si ha con la persona malata; e siccome io ho avuto un legame estremamente forte con mia madre, che è la persona che ho più amato al mondo, nel corso di questi anni ho sofferto parecchio.

A partire dall’inizio di gennaio, abbiamo affrontato la fase finale della malattia. Ma non descrivo tutto quello che ho provato nell’essere costretta ad assistere a ciò cui nessuno vorrebbe assistere mai. Ho trascorso le ultime settimane sempre all’ospedale, anche se ho continuato, sia pure con qualche interruzione, ad aggiornare il blog. L’ho fatto per cercare di  avere, o  fingere di avere, un’esistenza normale nonostante tutto, e anche perché, lo si voglia o no, la vita prosegue.

Adesso che mia madre non c’è più, sono molto addolorata, stanca e frastornata. Ciò mi ha impedito, oggi, di scrivere un post diverso da questo. So che a nessuno piace sentir parlare di malattie e di dolore, però non posso fingere una serenità che non ho, non posso inventarmi nulla per celare le mie emozioni e i miei sentimenti.

Naturalmente ho intenzione di ricominciare a scrivere regolarmente e senza tornare a soffermarmi su un simile argomento. Ma, appunto, ho bisogno di qualche giorno di pausa, e anche per questo ho preferito chiarire le ragioni che mi portano a sospendere, sia pure per poco, l’aggiornamento del blog.

(Nell’immagine il dipinto Le madri, di Federico Zandomeneghi)

Senso di precarietà

Non ho mai amato prendere il caffè al bar, di mattina. Lo faccio raramente e soltanto se obbligata dalle circostanze, come mi sta capitando in queste ultime settimane. In realtà, ora non mi dispiace trovarmi in compagnia al bar quando fuori non è ancora giorno: vedere molte persone intorno a me, anche se sconosciute, mi rincuora.

Ma, in generale, nei locali pubblici mi assale sempre una fastidiosa sensazione di provvisorietà: mi sembra di essere e di non-essere allo stesso tempo. Di una cosa sono certa: non potrei mai trascorrere ogni giorno della mia esistenza trotterellando fra bar e ristoranti. So di essere molto impopolare, ma questi luoghi di passaggio a volte mi fanno sentire instabile, quasi una fragile, fragilissima pedina malamente gettata nel caos del mondo.