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Screziature di primavera

A  pensarci  bene, la  primavera  si  riduce  a  un  indomabile, prepotente, implacabile  desiderio  di  evadere, di  perdersi  fra  prati  verdi  e  fiori  colorati  dopo  la  monotona, piatta  oscurità  invernale: è  il  desiderio  di  lasciarsi  alle  spalle  ogni  catena  e  ogni  stanca  ripetizione  per  correre  verso  il  nuovo, verso  il  sole, verso  la  luce.

La  primavera  è  un  aprirsi  al  mondo, ammesso  che  si  desideri  farlo  o  che  se  ne  abbia  davvero  la  possibilità, quella  possibilità  che  non  sempre  ci  appartiene. Un  aprirsi  al  mondo  che  diventa  sogno  o  impotenza  o,  ancora  una  volta,  ripetizione. E  allora  si  vorrebbe  che  la  primavera  fosse  magia  pura, che  il  suo  vento  leggero  recasse  messaggi, parole, divertimento, allegria – tutto  in  maniera  inaspettata, casuale, come  fosse  un  dono  del  cielo  e  perciò  infinitamente  caro.

Certo  è  che  le  mezze  stagioni, con  le  loro  incertezze, le  loro  delicatezze  e  le  loro  tante  screziature, hanno  il  pregio  di  non  opprimere, di  non  irritare  e  di  saper  sorprendere. Magari  con  poco.

Telefonate

Nella  società  contemporanea, moderna  ed  evoluta – almeno  così  ce  la  raccontano – l’esistenza  quotidiana  prevede  la  ricezione  di  telefonate  a  carattere  commerciale: offerte  e  presunte  promozioni  di  prodotti  di  telefonia, di  contratti  per  energia  elettrica, gas, acqua  e  altro  ancora.

Da  almeno  due  anni, la  società  Hera, che  gestisce  la  fornitura  di  acqua, gas  ed  elettricità  in  Emilia-Romagna,  mi  telefona  per  tentare  di  convincermi  a  modificare  la  tipologia  di  contratto. La  mia  risposta  è  sempre  stata  invariabilmente  la  stessa: per  adesso  non  m’interessa. Quando  sarò  interessata, vi  contatterò  senz’altro. Naturalmente, le  mie  parole  sono  completamente  inutili, visto  che  ormai  ricevo  telefonate  in  media  una  volta  alla  settimana: talvolta  mi  chiamano  da  Bologna, talaltra  dalla  Toscana, in  qualche  caso  addirittura  da  un  call  center  di  Napoli. Io  rispondo  sempre  in  maniera  cortese  soltanto  per  rispetto  nei  confronti  dei  lavoratori  dei  vari  call-center, che  non  hanno  colpa  di  nulla  e  sono  obbligati  a  tartassare  noi  cittadini, ormai  ridotti  soltanto  al  rango  di  consumatori, ossia  al  rango di  polli  da  spennare.

Poi, ogni  settimana  mi  chiama  anche  la  Tim, che  vuole  obbligarmi  a  installare  la  fibra  ottica. Anche  in  questo  caso, io  rispondo  sempre  allo  stesso  modo, come  un  disco  rotto: per  ora  non  m’interessa. Sarò  io  a  richiamarvi  in  futuro. Ovviamente, tempo  una  settimana, la  Tim  mi  richiama, cercando  di  convincermi  con  strane, imperdibili  offerte  di  cui  non  può  importarmi di  meno, visto  che  il  prezzo  della  bolletta, fatti  tutti  i  conti, resta  esattamente  il  medesimo.

Meno  insistente  e  più  discreto  appare  invece  l’Olio  Carli. In  questo  caso, dal  call  center  mi  chiamano  poche  volte  in  un  anno  e  perciò  l’Olio  Carli  mi  è  più  simpatico  rispetto  alla  società  Hera  e  alla  Tim. Però  non  lo  acquisto.

Ecco, tutto  questo  per  dire  che  rimpiango  moltissimo  i  tempi  in  cui, durante  la  mia  infanzia, non  esistevano  telefonate  di  questo  genere. All’epoca, quando  il  telefono  squillava  ero  contenta  perché  sapevo  che  si  trattava  sempre  di  una  persona  di  mia  conoscenza  che  chiamava  per  motivi  privati. Insomma, le  telefonate  avevano  un  senso, una  sfumatura  affettiva  o  sociale  che  le  rendeva  un  prezioso  ponte  per  le  relazioni  con  gli  altri. Nessun  estraneo  telefonava  per  cercare  di vendermi  un  prodotto.

E  siccome  sono  stressata  a  causa  di  tanti  impegni, tutto  questo  squillare  di  telefoni  e  telefonini, tutta  questa  continua  connessione  col  mondo  intero, tutta  questa  urgenza  di  dover  dare  risposte  immediate, di  dover  decidere  in  meno di  dieci secondi, di  dover  lottare  contro  tutto  e  contro  tutti, mi  fa  sorgere  il  prepotente  desiderio  di  andare  a  vivere  a  Rocca  Cannuccia, rompendo  del  tutto  con  la  cosiddetta  civiltà. Poi,  però,  anche  a  Rocca  Cannuccia  avrei  il  telefono,  e  allora  sarei  perseguitata  anche  lì  dalle  innumerevoli  società  commerciali  che  trascorrono  il  loro  tempo  cercando  di  vendere  prodotti  e  contratti. Non  se  ne  esce.

Ed è primavera

Quest’anno  la  primavera  è  arrivata  in  fretta, ben  prima  del  solito. In  genere, almeno  qui, marzo  comincia  con  un  umore  grigio  e  incerto, e  spesso  è  freddo, scostante, antipatico. Perciò  sono  stupita  di  fronte  a  questa  luminosità, a  queste  giornate  che  parlano  di  allegria, di  desiderio  di  uscire, di  novità. Siamo  nel  pieno  di  una  rinascita, confortante  e  avvolgente.

La  primavera, si  sa,  è  anche  un  po’  tentatrice: con  i  suoi  cieli  chiari  e  con  le  sue  ombre  pacate  e  rassicuranti, invita  al  sogno, al  cambiamento, alla  libertà. La  primavera, insomma, distrae, seduce  e  ammalia, evocando  l’adolescenza  con  le  sue  bellezze  e  i  suoi  infiniti  timori, con  la  sua  ingenua  allegria  e  le  sue  improvvise  tristezze, con  le  sue  assurde  fantasie  e  la  sua  irriverente  vitalità. Così, tornano  in  mente  le  uscite  con  gli  amici  e  le  amiche, certe  lunghe  telefonate  che  sembravano  non  voler  finire  mai, le  interminabili  conversazioni  del  sabato  pomeriggio, il  quieto, indisturbato  riposo  della  domenica. Certo, era  un’altra  stagione, un  altro  tipo  di  primavera. Però, al  di  là  del  ricordo  di  un  tempo  lontano  che  non  tornerà, resta  ogni  anno  una  speranza: la  speranza  che  la  primavera  sia  lunga  e  dolce  e  comprensiva.

Come sarà

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Sono  strane  giornate  di  sole, un  sole  quasi  primaverile. Mentre  sto  scrivendo, la  luce  del  pomeriggio  è  una  presenza  discreta  ma  costante, ambigua  ma  serena, e  ha  la  tranquilla  bellezza  che  anima  tutti  i  momenti  di  passaggio, quei  preziosi  momenti  nei  quali  ogni  fastidioso  eccesso  è  assente.  E  allora  ci  si  chiede  come  sarà  la  primavera; allora  ci  si  domanda  se  arriverà  splendente  e  senza  incrinature  o  se, testarda  e  capricciosa, tarderà  a  rassenerarsi.

Ma  se  così  avverrà – se  la  primavera  sarà  davvero  molto  bizzarra –  sapremo  sopportarla, perché  nei  suoi  bruschi  mutamenti, nei  suoi  improvvisi  voltafaccia  e  nelle  sue  incomprensibili  ansie  riconosceremo  i  nostri  stessi  malumori, le  nostre  contraddizioni, le  nostre  follie  e  i  nostri  desideri. Perché  la  primavera  della  vita, nonostante  tutto, resta  sempre  dentro  di  noi, magari  sonnolenta  e  un  po’  svagata, ma  pronta  a  risvegliarsi  di  fronte  a  un  volto  o  a  uno  sguardo  o  a  una  parola  inaspettata.

Memorie e attese a febbraio

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Il  fastidio  che  ho  sempre  avvertito  nei  confronti  di  febbraio  deriva, almeno  in  parte, dall’evidente  allungarsi  del  giorno  accompagnato  però  dal  grigio  insignificante  e  opaco  dell’inverno. A  febbraio, infatti, quando  alle  17:30  del  pomeriggio  a  dominare  è  ancora  la  luce, i  brevi  pomeriggi  di  fine  autunno costituiscono  ancora  una  memoria  ricorrente, ed  è  impossibile  evitare  di  paragonarli  a  quelli  presenti: se  le  tante  ore  di  buio  del  tardo  autunno  sono  un  complemento  indispensabile  del  declino della  natura, l’attuale  dilatarsi  del  giorno, mentre  l’atmosfera  è  gelida  e  incolore, se  non  addirittura  cupa, rende  squallido  questo  strano  mese  invernale.

Tuttavia, negli  ultimi  due  giorni  febbraio  sta  mostrando  il  suo  volto  più  mite: il  sole  e  la  luce, deboli  ma  costanti, sembrano  un  presagio  di  primavera, tanto  che  ci  si  sente  pervasi  da  una  vitalità  che  il  gelo  invernale  aveva  smorzato  o  ridotto  al  silenzio. Ma  quanto  durerà? L’inverno  ha  davvero  deciso  di  comportarsi  con  dolcezza? Difficile  pensarlo. Probabilmente, ricomincerà  presto  a  esibire  i  suoi  tanti  malumori, fatti  di  pioggia, freddo, arroganza  e  indistinguibili  toni  scuri. Così, si  oscilla  fra  il  rimpianto  nei confronti  della complessa, sfuggente, raffinata  atmosfera  autunnale  e  il  desiderio  della  capricciosa  e  immatura  freschezza delle  tonalità  primaverili.

In giardino

Sto  arrivando. Ma  ho  un  po’  di  febbre  e  non  mi  sento  benissimo, per  cui  preferisco  inondare  il  blog  con  un  po’  di  bei  colori:

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Pierre-Auguste Renoir, Donna  con  l’ombrello  in  un  giardino, 1873.

Inverno, feste e Carnevale

Martedì  31  gennaio  abbiamo  festeggiato  la  ricorrenza  del  nostro  patrono, san  Geminiano. Come  ogni  anno, il  centro  storico  è  stato  invaso  dalla  tradizionale  fiera  e  dai  riti  che  immancabilmente  scandiscono  questa  giornata: la  visita  ai  resti  del  santo, la  messa  solenne  in  Duomo, la  sfilata  delle  varie  autorità  cittadine. Questo  intreccio  tra  sfera  religiosa  e  sfera  civile  ha  il  compito  di  riaffermare  e  consolidare  il  sentimento  identitario  che  anima  ogni  città, ossia  il  suo  patriottismo  civico.

Come  al  solito,  sono  andata  alla  fiera  ma  non  l’ho  visitata  tutta  perché, arrivata  in  Via  Emilia  centro  all’altezza  di  Piazza  Mazzini,  si  è  formato l’immancabile, odioso  ingorgo: era  impossibile  passare. Non  avendo  né  il  tempo  né  la  pazienza  per  procedere  a  un  ritmo  più  lento  di  quello  di  una  lumaca, sono  tornata  indietro. Così, la  mia  visita  alla  fiera  si  è  limitata  a  Corso  Canal  Chiaro, a  Piazza  Grande  e  a  quella  parte  di  Via  Emilia  che  conduce  a  casa  mia. Un’ora  e  mezza  d’immersione  nell’atmosfera  tipica  della  città  in  questa  giornata  particolare. E  così  gennaio  è  fuggito  via, travolto  dall’arrivo  di  febbraio.

Questa  mattina, quando  mi  sono  alzata  ho  trovato  una  sorpresa: una  fitta  nebbia, densa, spessa, tipicamente  invernale. Ma  l’atmosfera  è  quella  di  febbraio, insignificante, malata, incolore: è  l’inverno  senza  carattere, senza  personalità, senza  sussulti  degni  di  nota. Però  questo  è  anche  periodo  di  Carnevale, una  festa  che  è  il  trionfo  assoluto  dei  colori  e, volendo, del  divertimento. Allora  sorge  una  domanda:  sono  forse  soltanto  i  bambini  a  doversi  divertire  a  Carnevale? Penso  di  no, penso  che  qualche  sanissima  stravaganza  si  addica  anche  a  noi  adulti  e  adulte. E  io, che  in  fondo  un  po’  stravagante  lo  sono, sono  stata  attirata  da  questa  bella  parrucca  rosa:

parrucca

Chissà… 😀