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Ottobre è il mattino

Ottobre: la pioggia diluisce l’orizzonte, che si fa grigio marrone bianco – amalgama senza forma e senza tempo. E le case in lontananza, immobili, sbiadite, frastornate: è il mondo intero a sfumarsi, come spogliato della propria essenza.

Talvolta ottobre è il mattino che stenta a camminare.

Cielo di ottobre

Il cielo è affaticato: a dominare è un senso di precarietà – sentirsi deboli e disorientati, in bilico fra il presente e l’eterna incertezza di ciò che avverrà.

Ottobre è la saggezza di saper tacere quando la voce è superflua – quando le foglie iniziano a coprire l’asfalto a poco a poco, incuranti di fronte all’indifferenza degli uomini.

Mentre il giorno si spegne

Il cielo è azzurro e rosa, mentre il giorno si spegne. Sulla strada, i lampioni sono già accesi. Verrà un’altra notte e forse un po’ di riposo.

Intanto, l’autunno passeggia adagio – e illude l’estate.

Il cielo e l’autunno

Il cielo è un acquerello sbiadito – o forse un’assenza, o soltanto un’attesa.

L’autunno e le sue esitazioni – la sua voce sommessa, il suo sguardo abbassato, i suoi tanti tormenti.

Di sera, il temporale

E così, stasera, guardo il temporale. In passato ho sempre sperato che, prima o poi, in un 3 luglio qualsiasi, potesse piovere. Perché il 3 luglio è il giorno del mio compleanno e di pioggia, che io ricordi, non ne ho mai vista. Naturalmente la giornata è stata afosa, ma dopo le venti e trenta qualcosa è cambiato. Qualche debolissimo tuono, in lontananza, ha narrato la storia di un temporale in arrivo; così, sono andata sul balcone della cucina, quello da cui si vede la Ghirlandina in lontananza. E ho atteso. Ho atteso mentre il vento abbracciava gli alberi sulla strada e poi li scuoteva; ho atteso con pazienza mentre le luci dei lampi si rincorrevano incerte. Poi, dopo molto tempo, un tuono ha finalmente annunciato il temporale e l’acqua ha cominciato a scendere, a cadere impetuosamente, unica padrona della via ormai vuota.

Non me ne sono andata. Sulla soglia della porta-finestra ho continuato a guardare questo spettacolo, una confusione di acqua e di cielo arrabbiato. E, mentre ora sto scrivendo, continuo a guardare la pioggia, a sentire il suo rumore sulle inferriate del balcone, a osservare le automobili in lontananza – poche, lente, quasi insicure.

Ho una grave mancanza: ora non so descrivere ciò che provo o, forse, non voglio. Ma so che mi piacerebbe trovarmi in un altro tempo, in un altro momento, in un altro 3 luglio – un 3 luglio di molti anni fa – ad ammirare lo spettacolo di un temporale davanti a me, con un cielo immenso proprio sopra di me.

Mi accorgo che, in questi ultimi tempi, parlo spesso di me stessa, cosa che, in passato, ho fatto con una certa parsimonia. Il problema è che, per ora, non so scrivere diversamente. Questi post, allora, sono forse adatti agli amici virtuali di lungo corso, quelli che frequentano il mio blog da anni e che non si spaventano leggendo certi argomenti. Il contenuto del post non è allegro: chi non se la sente di leggerlo, lo salti.

In questo periodo, il più bel momento della giornata arriva quando, dopo cena, mentre a poco a poco cala la sera, mi siedo sul balcone della cucina e resto sola a guardare il cielo immenso sopra di me, gli alberi sul ciglio della strada e le case in lontananza. Si vede persino la Ghirlandina che, tutta bianca, sfida l’avanzare delle tenebre quasi fosse un faro nella notte, un punto di riferimento, una certezza.

Ci sono due balconi in questa casa: oltre a quello che ho appena descritto, ce n’è un altro, in camera da letto, che si affaccia su un parco lungo e stretto. Sì, proprio su un parco: dal balcone, e anche dalla finestra della sala – io mi trovo al quarto piano -, gli alberi e il viale del parco sono lì, sotto i miei occhi, separati soltanto da una piccola striscia di cortile. E allora già immagino che vertigine di colori e di malinconia e di emozioni senza fine sarà durante l’autunno, anche perché, di fronte a me e oltre il parco, c’è una casa a tre piani che sembra venuta a noi dall’Ottocento. Un piccolo palazzo d’altri tempi, solido e all’antica. Soltanto lui in mezzo a case molto diverse. Eppure basta a creare la giusta atmosfera.

Ricordo che, durante l’infanzia, evitavo accuratamente questo piccolo parco, che collega Via Peretti e Via Pagliani, perché era piuttosto squallido; e lo evitavo così tanto da non ricordarne neppure l’esistenza. Quando mi trasferii in centro storico, lo dimenticai completamente. Ma adesso, a distanza di molti anni, è cambiato: gli alberi sono cresciuti e finalmente sono diventati belli e rigogliosi.

Il punto, però, è un altro. Il punto è che a volte capitano cose strane, coincidenze particolari. Nel febbraio del 2016, sognai un amico di mio padre scomparso tre anni prima. Nel sogno m’invitava a salire in macchina con lui e io, a malincuore, accettavo. Aveva l’aria allegra, l’aria di chi vuole fare una sorpresa gradita. Ebbene, nel sogno mi condusse proprio in questo parco, in questo luogo al quale non pensavo mai, e, con un ampio gesto delle mani, me lo mostrò come se si trattasse di chissà che bellezza; ma io restavo profondamente delusa, perché il parco era circondato da mura, era privo di alberi e di fiori e, in terra, era a malapena coperto da erba sottile e molto rada.

Sempre in quel periodo, cominciai a pensare spesso a questo quartiere, dopo tanti anni in cui per me era stato del tutto inesistente, un niente assoluto. Quando mi accadeva – quando d’improvviso mi tornava in mente – provavo una sensazione indefinibile, una sorta di desiderio e di timore allo stesso tempo: era come se volessi tornare e come se, però, temessi di essere costretta a farlo; era come se, dopo un lungo oblio, queste strade, questi angoli, questi alberi mi stessero chiamando, stessero reclamando la mia attenzione. E ciò mi inquietava perché si accompagnava a vaghi terrori, a strane malinconie, a sensazioni oscure. Poi mi tornava alla mente anche il parco del sogno, quel parchetto che nella vita reale avevo sempre disdegnato, che avevo attraversato a malapena una volta o due durante la mia infanzia guardandolo con disprezzo.

Ed eccomi qui, nel 2018, ad abitare proprio accanto a quel parco, così vicina che mi sembra quasi di abbracciarlo. E non sono stata io a scegliere questa casa; non avrei neppure mai immaginato di potermi trovare, un giorno, scaraventata qui, a forza, dopo un lutto. Costretta a tornare nei luoghi della mia infanzia e della prima adolescenza in un momento tanto delicato.

Ma i particolari casi della vita non terminano qui. Lo scorso gennaio, all’ospedale, nel reparto in cui era ricoverata mia madre, incontrai una dottoressa che mi spiegò cosa stava succedendo, ossia che non c’erano più speranze. Non avrei mai riconosciuto quella donna, vedendola; ma, sentendo il suo nome e il suo cognome, e sapendo che aveva la mia stessa età, mi accorsi che si trattava di una mia ex compagna di prima elementare, prima elementare che frequentai alla scuola Giovanni Pascoli, proprio a poca distanza da dove abito ora. L’anno successivo cambiai scuola e così persi di vista tutte le vecchie compagne; però, avendo moltissima memoria, ho riconosciuto subito in quella dottoressa la bambina che, nella fotografia di classe della prima elementare, mi era addirittura seduta vicina.

Così, quando adesso cammino lungo Viale Buon Pastore per andare in centro storico, rivedo ogni cosa: rivedo gli infiniti passi fatti qui, da sola e insieme a mia madre, in tutte le stagioni; poi, quando arrivo davanti all’edificio che, tanto tempo fa, ospitava la scuola elementare, rivedo anche quella mia compagna di classe, quella seduta vicina a me nella fotografia e che ho ritrovato soltanto, dopo molti anni, lo scorso gennaio. In un momento cruciale.

Un tranquillo riposo

Cristiano Banti, Un tranquillo riposo, olio su tela (non datato, XIX secolo)