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Un tranquillo riposo

Cristiano Banti, Un tranquillo riposo, olio su tela (non datato, XIX secolo)

Oggi

Nel tardo pomeriggio, sono uscita sul balcone a guardare la pioggia scendere – e tanti alberi mossi dal vento e il cielo né grigio né azzurro. Era tutto davanti a me: pioggia, alberi, asfalto lucido, alcuni passanti sotto l’ombrello e il cielo che sembrava precipitarmi addosso per poi fuggire lontano, per ritrarsi verso l’immenso. Ma non ho provato nulla, se non un senso di vuoto e l’idea che il mio essere qui, proprio ora, sia un’assurdità, un’insensatezza, uno scherzo del destino.

In centro storico, fra quelle strade vecchie e strette, una vista simile è impossibile. Però le preferisco, quelle vecchie strade strette, le preferisco nonostante d’estate assomiglino, talvolta, a una prigione. Le preferisco perché ormai sono diventate parte di me e perché sono più vive – come se non dormissero mai, neppure di notte.

Dalla finestra

Avviso: questo non è un post allegro. Perciò, chi non se la sente di immergersi in una lettura faticosa e opprimente, farebbe bene a evitarlo. Da parte mia, posso soltanto dire che mi dispiace di non riuscire a scrivere diversamente. 

Dalla finestra della sala vedo alberi verdi a profusione. Il fatto è che ho cambiato casa, almeno temporaneamente, e in questa strada gli alberi sono tanti. Ma dover traslocare subito dopo un lutto è un’esperienza pessima: è una violenza, una fatica del corpo e dello spirito, un’ulteriore frattura dell’anima. E poi, come se non bastasse, mi trovo addirittura a vivere nel quartiere in cui trascorsi l’infanzia e la prima adolescenza, persino a pochi metri dalla strada in cui abitai all’epoca. Quasi superfluo dire che, in questo momento, ne avrei fatto volentieri a meno.

Provengo da una devastante esperienza di malattia e di amore – lunghi anni di malattia e di infinito amore, di preoccupazioni e di cura, di stanchezza fisica e mentale. A tre mesi esatti dalla perdita mia madre, a stento mi accorgo che è primavera, nonostante viale Buon Pastore sia tutto in fiore: è il viale che ho percorso quasi ogni giorno durante la mia infanzia, in tutte le stagioni, sotto la pioggia e sotto il sole, molto spesso con mia madre.

Anche se ho vissuto più a lungo in centro storico – e lì tornerò – tutte le memorie legate all’infanzia e alla prima adolescenza qui riemergono con forza da sole:  in ogni angolo, in ogni strada, in ogni palazzo ritrovo la mia esistenza di tanti anni fa, che significa ritrovare gli anni più importanti, forse quelli decisivi, nel bene e nel male. I ricordi sono talmente nitidi, talmente particolareggiati, da non lasciarmi tregua. E così avverto un senso di orrore, orrore profondo nonostante il sole, nonostante la quieta bellezza della primavera. Avverto un senso di orrore perché mi sembra ingiusto essere qui proprio adesso.

Anche per questo fatico a scrivere e ho voluto dirlo a chi ha la bontà di leggere e commentare nonostante tutto.

Le ragioni di una breve pausa

Da qualche giorno non scrivo su questo blog. E non lo faccio perché sto vivendo un momento estremamente difficile.

Per molti anni ho assistito mia madre, vittima del morbo di Alzheimer. Chi ha vissuto la mia esperienza sa cosa significhi dover convivere con il progressivo deterioramento delle facoltà cognitive e della salute di una persona molto cara: è un dolore opprimente e uno stress mentale e fisico difficile da descrivere. Ma molto dipende anche dal legame che si ha con la persona malata; e siccome io ho avuto un legame estremamente forte con mia madre, che è la persona che ho più amato al mondo, nel corso di questi anni ho sofferto parecchio.

A partire dall’inizio di gennaio, abbiamo affrontato la fase finale della malattia. Ma non descrivo tutto quello che ho provato nell’essere costretta ad assistere a ciò cui nessuno vorrebbe assistere mai. Ho trascorso le ultime settimane sempre all’ospedale, anche se ho continuato, sia pure con qualche interruzione, ad aggiornare il blog. L’ho fatto per cercare di  avere, o  fingere di avere, un’esistenza normale nonostante tutto, e anche perché, lo si voglia o no, la vita prosegue.

Adesso che mia madre non c’è più, sono molto addolorata, stanca e frastornata. Ciò mi ha impedito, oggi, di scrivere un post diverso da questo. So che a nessuno piace sentir parlare di malattie e di dolore, però non posso fingere una serenità che non ho, non posso inventarmi nulla per celare le mie emozioni e i miei sentimenti.

Naturalmente ho intenzione di ricominciare a scrivere regolarmente e senza tornare a soffermarmi su un simile argomento. Ma, appunto, ho bisogno di qualche giorno di pausa, e anche per questo ho preferito chiarire le ragioni che mi portano a sospendere, sia pure per poco, l’aggiornamento del blog.

(Nell’immagine il dipinto Le madri, di Federico Zandomeneghi)

Senso di precarietà

Non ho mai amato prendere il caffè al bar, di mattina. Lo faccio raramente e soltanto se obbligata dalle circostanze, come mi sta capitando in queste ultime settimane. In realtà, ora non mi dispiace trovarmi in compagnia al bar quando fuori non è ancora giorno: vedere molte persone intorno a me, anche se sconosciute, mi rincuora.

Ma, in generale, nei locali pubblici mi assale sempre una fastidiosa sensazione di provvisorietà: mi sembra di essere e di non-essere allo stesso tempo. Di una cosa sono certa: non potrei mai trascorrere ogni giorno della mia esistenza trotterellando fra bar e ristoranti. So di essere molto impopolare, ma questi luoghi di passaggio a volte mi fanno sentire instabile, quasi una fragile, fragilissima pedina malamente gettata nel caos del mondo.

A febbraio

A febbraio, alcune giornate sono talmente cupe da mutarsi in vane attese, speranze inconsistenti aggrappate a un mondo chiuso in se stesso, rannicchiato nello spazio angusto della sua incomprensibile apatia. In altri momenti, invece, febbraio sembra destarsi dal suo torpore: improvvisamente lieto, talvolta persino vivace, comincia a narrare allegre storie di primavera.

Febbraio è, nello stesso tempo, l’immobilità opprimente della crudeltà invernale e la gaia dolcezza della stagione che verrà. Eppure, nonostante tutto, non riesce a incantare – febbraio no, non riesce a stupire -, perché in fondo è un’anima semplice, un’anima  cui mancano certi improvvisi sussulti, le tante screziature autunnali – e quei silenzi, gli interminabili silenzi di ottobre, che racchiudono segreti e discorsi infiniti.

 

Durante l’inverno, alle sei della mattina, il buio avvolge ogni cosa. La città dorme tranquilla, come se non ci fosse un domani, come se fosse destinata a un sonno eterno. E fuori piove. Piove con fredda ostinazione, quasi con cattiveria, o forse soltanto per capriccio. Piove come se non volesse smettere, come se non ci fosse un’altra stagione pronta a lottare contro il gelo e l’oscurità.

Chissà perché talvolta si avverte quasi timore camminando sull’asfalto lucido, nel maestoso silenzio della notte invernale. Ma forse è soltanto un senso di vuoto o un brivido inaspettato. A guidare i passi in questa confusione d’acqua e di oscurità sono le fioche luci dei lampioni, e il verde e il rosso dei semafori. Loro non conoscono sonno – non si assopiscono mai – , ed è un conforto vederli immobili, fissi al loro posto, fari di luce buona nonostante la pioggia e l’umidità del mattino troppo scuro.

Ma non c’è squallore, non c’è alcuna sofferenza. La pioggia continua a correre sull’asfalto, il buio non vuole dissolversi; eppure, in questo remoto angolo di mondo, è un misterioso senso d’intimità a insinuarsi, è un sommesso colloquio con le strade, le case e il silenzio a dominare la scena – un comprendersi improvviso, passato e presente che si abbracciano per dire che nulla è stato vano.

Strano come sia confortante osservare le gocce di pioggia che percorrono questi vetri mentre sfrecciamo via, quasi furtivi, sotto un cielo che non sembra distratto, sotto un cielo forse pentito della sua troppa indifferenza. E mentre fuggiamo nel buio di un mattino che non vuole destarsi, la pioggia diventa neve, bianco regalo d’inverno dopo giorni di sole e poi di nebbia e poi di nuvole inquiete.