Incantesimo di primavera

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A  quest’ora, nel  primo  pomeriggio, le  colline  sembrano  assopite  sotto  il  sole  stanco,  privo  d’entusiasmo  eppure  tranquillo. Il  silenzio, il  profumo  dei  fiori  e  l’aria  distratta  formano  uno  strano  incantesimo: si  guarda  in  lontananza, si  guarda  oltre  l’apparenza  e  si  coglie  l’invisibile. Questo  è   il  privilegio  di  chi  non  ha  mai  smesso  di  sognare.

(Nell’immagine  il  dipinto  Donna  al  balcone, di  Federico  Zandomeneghi)

Atmosfera d’aprile

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Il  grigio  perla, chiaro  e  indolente, è  quello  delle  giornate  di  primavera  asfittiche  e  incerte. È   come  se  il  tempo  e  l’atmosfera  avessero  deciso  di  fermarsi  alcuni  istanti  per  riflettere. Ma  il  dubbio  non  è  un  tormento, non  è  una  vertigine  di  dolore  e  disperazione: è  il  dubbio  sfumato  del  passaggio  lieve,  della  sospensione  priva  di  asprezze, dell’attesa  senza  tormenti.

Se  tornerà  la  pioggia  o  verrà  il  sole, poco  importa: importano  solo  il  silenzio  solenne  del  primo  pomeriggio, il  profumo  dei  glicini  a  ricordarci  che  è  aprile  e  questa  serenità  lenta, come  un  dono  sacro  o  un’indefinibile  saggezza.

Il sole ad aprile

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La  luce  del  sole  entra  dalle  finestre  con  garbo  squisito, con  raffinata  compostezza, con  esemplare  saggezza: non  travolge, non  acceca, non  s’impone. Si  limita  ad  accarezzare, a  suggerire, ad  addolcire. Sa  che  le  ombre  sono  necessarie, che  non  bisogna  pretendere  di  cancellarle, che  uno  spazio  scuro  è  indispensabile  per  ritrovare  energie  e  significati  profondi. Il  sole  d’aprile  è  tutt’uno  con  le  ombre, le  affianca, le  comprende, le  rispetta. E  ci  piace  per  questo, per  la  sua  gioiosa  sobrietà, per  l’ingenuità  con  cui  c’invita  a  sorridere, per  quei  fiori  che  sanno   guardare  il  cielo  con  fiducia  cancellando  ogni  amarezza.

Giorni d’aprile

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Il  sole  appare  e  scompare, sommessamente; il  grigio  chiaro  del  cielo  sembra  sul  punto  di  dissolversi, ma  non  ha  abbastanza  forza  per  farlo. E  allora  si  sta  così, nell’incertezza  di  una  sospensione  che  non  crea  ansie  ma  soltanto  curiosità: ci  si  chiede  perché  aprile  sia  tanto  insicuro, forse  timido, forse  stanco. Lo  vorremmo  sfrontato, pronto  ad  ammaliarci  con  la  sua  gioia  di  vivere, coi  suoi  colori  ingenui  e  audaci  a  un  tempo. Lo  vorremmo  ribelle, entusiasta, addirittura  invadente  pur  di  essere  travolti dalla  sua  energia  e dai  suoi  tanti  sogni; vorremmo  che  ci  aiutasse  a  tornare  adolescenti, stravaganti, follemente  innamorati  dell’esistenza.

Invece  sono  giorni  strani, di  serenità  opaca,  enigmatica  e  lenta.

Di marzo

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Sarà  instabile, d’umore  altalenante, come  un  adolescente  insicuro  e  sempre  insoddisfatto. A  volte  sarà  invaso  da  rabbia  furibonda; poi  sprofonderà  in  tetre  malinconie, fatte  di  cieli  cupi  e  di  pioggia  insistente. Ma,  a  tratti,  riderà  al  sole  correndo  nel  vento, forte, libero, entusiasta, felice  di  afferrare  la  vita  e  convinto  di  domarla.

Ci  sono  giornate  in  cui  marzo  ci  fa  disperare: non  vuole  saperne  di  donarci  un  sorriso, di  cancellare  le  troppe  oscurità  dell’inverno, di  riscaldarci  almeno  un  po’  dopo  tanto  gelo. Eppure, nonostante  sia  superficiale  e  immaturo, bizzarro  e  forse  vacuo, è  capace  d’improvvisi  slanci, di  profonde  tenerezze, di  raffinatissime  cortesie. E  ci  commuove. Così, quando  si  veste  di  rosa, di  viola  e  d’azzurro, ci  chiede  scusa  per  i  suoi  capricci, ci  chiede  scusa  e  pretende  il  perdono. Capita  allora  che  diventiamo  indulgenti, come  ragazzine  troppo  innamorate  per  non  cedere  di  fronte  a  simili  astuzie, o  come  madri  incapaci  di  resistere  di  fronte  a  un  figlio  amatissimo  ma  bugiardo.

Di silenzio, di neve e di febbraio

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La  settimana  è  trascorsa  freddissima  ma  soleggiata. Non  ho  mai  amato  febbraio  perché, in  certe  giornate,  è  capace  di  uno  squallore  sconosciuto  ad  altri  mesi, di  un  nero  senza  sfumature, terribile  e  arrogante. Però, a  spezzare  questa  atmosfera, arrivano  sempre  giornate  luminose, con  un  sole  allegro  e  tenace  che  sa  già  di  primavera.

Si  dice  che  forse  domani  nevicherà. Febbraio  è  anche  questo, neve  candida  a  salutare  l’inverno  prima  della  nuova  stagione. La  neve  è  un  fastidio  per  chi  deve  muoversi, viaggiare  e  rispettare  impegni  di  lavoro,  ma  è  una  benedizione  per  chi  può  restarsene  in  casa, tranquillo, e  apprezzarla  per  ciò  che  è:  un  momento  di  pace  profonda  accompagnato  da  un  silenzio  che  chiede  di  essere  ascoltato. Un  silenzio  austero, amico, avvolgente, caldo  nella  sua  freddezza; un  silenzio  che  parla  della  necessità  di  pensare  prima  di  agire, di  frenare  gli  impulsi, di  essere  pacati  nonostante  tutto. Il  silenzio  della  neve, che  racconta  la  necessità    della  lentezza,  offrendo  così  una  lezione  di  vita.

Talvolta

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Si  aspettano  tante  cose, si  osservano  molti  dettagli. Si  scosta  una  tenda, si  vede  un  mondo  intero. Pensieri  su  pensieri  e  il  tramonto  del  sole  e  la  sera  che  si  avvicina. Talvolta  basterebbe  una  parola  per  rendere  tutto  più  lieve.

(Nell’immagine  il  dipinto  Alla  finestra, di  Federico  Zandomeneghi)

 

Tempo d’inverno

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E  così  è  davvero  inverno. Ma  poi  che  significa? È  il  tempo  delle  nebbie  gelide  e  fitte, più  cupe  di  quelle  autunnali, più  minacciose  e  torve, più  opprimenti  e  malsane. È  il  tempo  degli  sguardi  rivolti  verso  il  cielo  a  chiedersi  se  arriverà  la  neve  o  se  comparirà  un  po’  di  sole.

L’autunno  insinua, l’inverno  impone; l’autunno  suggerisce, l’inverno  non  lascia  scampo. Marrone  e  nero, grigio  e  bianco: pochi  colori  forti  e  decisi, nessuna  tenerezza, pochissime  sfumature. Eppure…

Eppure  è  il  tempo  dell’elaborazione  lenta, costante, faticosa. È  un  richiamo  al  dovere, alla  maturità, all’impegno  senza  interruzioni.

(La  foto  è  di  George  Hodan)

 

Giornate particolari

Il  nuovo  anno  è  iniziato  regalandoci  tante  giornate  di  sole, giornate  un  po’  meno  fredde  di  quelle  di  dicembre. Che  gennaio  abbia  deciso  di  essere  clemente? Troppo  presto  per  dirlo. Quanto  grigio  dovremo  ancora  vedere? Quanta  oscurità  dovremo  sopportare? Verrà  la  neve?

Talvolta  vorrei  fermarmi. Frase  impopolare, lo  so,  in  un’epoca  in  cui  correre  è  un  imperativo, un  valore  assoluto, il  Valore  Supremo. E  in  effetti  anch’io  corro  sempre, obbedendo  con  diligenza  al  meccanismo  che  governa  la  società  in  cui  vivo. D’altra  parte  è  molto  difficile, se  non  quasi  impossibile, opporsi  alle  regole  non  scritte  che  formano  la  struttura  ideologica  e  morale  dello  spazio  in  cui  ci  si  trova  a  esistere. Né  è  facile  pensare  di  andarsene  dall’oggi  al  domani  e  lasciare  cose  e  persone, recidendo  legami   e  venendo  meno  a  certi  doveri. Insomma, è  una  faccenda  complessa.

Però, ogni  tanto, vorrei  fermarmi. Magari  in  una  giornata  d’inverno  fredda  e  malinconica, una  di  quelle  giornate  in  cui, se  si  ha  un  po’  di  sensibilità, si  ringrazia  la  sorte  per  il  fatto  di  avere  un  tetto  sopra  la  testa. Una  di  quelle  giornate  in  cui  il  gelo  è  così  insistente  e  il  vento  tanto  freddo  da  far  pensare  che  sia  persino  poco  dignitoso  avventurarsi  fuori, nel  mondo, per  agitarsi  e  muoversi  come  marionette  impazzite. Una  di  quelle  giornate  in  cui  abbandonarsi  all’inverno, ai  suoi  umori, ai  suoi  sapori, ai  suoi  cieli  senza  colore, è  un  piacere  e  un  modo  per  far  emergere  tutte  le  proprie  energie.

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(Paesaggio – Fondo  del  Cofanetto  Riccomanni,  Silvestro  Lega)

Fine d’autunno

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Ottobre  è  scivolato  via  troppo  in  fretta, con  i  suoi  miti  giorni  di  sole, gli  alberi  splendenti  di  foglie  dorate, il  primo  timidissimo  freddo  e  lo  sguardo  bonario  anche  nei  momenti  di  tristezza. Uno  sguardo  incapace  di  suscitare  rabbia  o  dolore. Novembre  mi  è  sembrato  stranamente  lungo, sempre  bellissimo  con  le  sue  profonde  malinconie  e  le  immancabili  tenerezze,  con  il  sole  malato  ma  spesso   allegro, con  i  brevi  pomeriggi  accompagnati  da  molte  ombre. E, verso  la  fine,  l’inevitabile  sfacelo  delle  foglie  morte, ammucchiate  lungo  le  strade,  sui  marciapiedi  indifferenti,  nei  cupi  giardini  abbandonati  a  se  stessi. Foglie  morte  persino  nell’anima,  mai  sazia  di  questo  mistero.

Dicembre  è  la  fine  di  queste  atmosfere. L’inverno  è  sobrio  e  tagliente, deciso  e  autoritario,  a  volte  insensibile  e  feroce. L’autunno  invita, l’inverno  ordina  e  non  ammette  rifiuti: entrambi  c’insegnano  il  valore  del  raccoglimento, delle  riflessioni  appassionate  e  lente, della  disciplina; ma  l’autunno  suggerisce  e  rivela  con  voce  sommessa, mentre l’inverno  impone  e  decide  per  noi.

Autunno, inverno -  la  forza  nell’interiorità.