Il nuovo anno è iniziato regalandoci tante giornate di sole, giornate un po’ meno fredde di quelle di dicembre. Che gennaio abbia deciso di essere clemente? Troppo presto per dirlo. Quanto grigio dovremo ancora vedere? Quanta oscurità dovremo sopportare? Verrà la neve?
Talvolta vorrei fermarmi. Frase impopolare, lo so, in un’epoca in cui correre è un imperativo, un valore assoluto, il Valore Supremo. E in effetti anch’io corro sempre, obbedendo con diligenza al meccanismo che governa la società in cui vivo. D’altra parte è molto difficile, se non quasi impossibile, opporsi alle regole non scritte che formano la struttura ideologica e morale dello spazio in cui ci si trova a esistere. Né è facile pensare di andarsene dall’oggi al domani e lasciare cose e persone, recidendo legami e venendo meno a certi doveri. Insomma, è una faccenda complessa.
Però, ogni tanto, vorrei fermarmi. Magari in una giornata d’inverno fredda e malinconica, una di quelle giornate in cui, se si ha un po’ di sensibilità, si ringrazia la sorte per il fatto di avere un tetto sopra la testa. Una di quelle giornate in cui il gelo è così insistente e il vento tanto freddo da far pensare che sia persino poco dignitoso avventurarsi fuori, nel mondo, per agitarsi e muoversi come marionette impazzite. Una di quelle giornate in cui abbandonarsi all’inverno, ai suoi umori, ai suoi sapori, ai suoi cieli senza colore, è un piacere e un modo per far emergere tutte le proprie energie.

(Paesaggio – Fondo del Cofanetto Riccomanni, Silvestro Lega)