Stranezze in bacheca


Ho ricevuto questo messaggio, ho riso molto e perciò lo pubblico. :D In fondo, ci regala anche un buon insegnamento: attenti a ciò che scriviamo e soprattutto a come lo scriviamo, perché l’effetto finale può essere molto stravagante.
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Annunci letti sulle bacheche delle parrocchie. E tutti veri.

- Per tutti quanti tra voi hanno figli e non lo sanno, abbiamo un’area attrezzata per i bambini!

-Giovedì alle 5 del pomeriggio ci sarà un raduno del Gruppo Mamme. Tutte coloro che vogliono entrare a far parte delle Mamme sono pregate di rivolgersi al parroco nel suo ufficio.

- Il gruppo di recupero della fiducia in se stessi si riunisce Giovedì sera alle 7. Per cortesia usate le porte sul retro.

- Venerdì sera alle 7 i bambini dell’oratorio presenteranno l’Amleto di Shakespeare nel salone della chiesa. La comunità è invitata a prendere parte a questa tragedia.

-Care signore non dimenticate la vendita di beneficenza! È un buon modo per liberarvi di quelle cose inutili che vi ingombrano la casa. Portate i vostri mariti.

- Tema della catechesi di oggi:”Gesù cammina sulle acque”. Catechesi di domani:”In cerca di Gesù”.

- Il coro degli ultrasessantenni verrà sciolto per tutta l’estate, con i ringraziamenti di tutta la parrocchia.

- Ricordate nella preghiera tutti quanti sono stanchi e sfiduciati della nostra parrocchia.

- Il torneo di basket delle parrocchie prosegue con la partita di mercoledì sera: venite a fare il tifo per noi mentre cercheremo di sconfiggere il Cristo Re!

- Il costo per la partecipazione al convegno su “Preghiera e digiuno” è comprensivo dei pasti.

- Per favore mettete le vostre offerte nella busta, assieme ai defunti che volete far ricordare.

- Il parroco accenderà la sua candela da quella dell’altare. Il diacono accenderà la sua candela da quella del parroco e voltandosi accenderà uno a uno tutti i fedeli della prima fila.

Fra passato e presente


Ho aperto un mio vecchio libro di letteratura greca che risale al liceo, e ho trovato un foglio. Lo scrissi a diciassette anni, probabilmente a scuola, e poi lo abbandonai fra le pagine del volume: si tratta di uno schema sull’Edipo re di Sofocle, probabilmente elaborato in vista di un’interrogazione. A colpirmi è stato il titolo in alto, sul foglio a righe ancora perfetto e non sgualcito, come se fosse stato scritto ieri. Quel titolo, infatti, racconta molto di me, nonostante sia composto da due parole soltanto: schema strategico. C’è quasi tutto in queste due parole: ironia, desiderio di sdrammatizzare, un vago senso di noia e d’inquietudine. E i tre fiori che disegnai alla fine del titolo confermano i miei pensieri.
Forse scoprire questo è rassicurante: continuo a riconoscermi in certi piccoli dettagli, continuo a essere la stessa nonostante il tempo implacabile nel suo trascorrere.

Apro poi un quaderno con gli appunti di filosofia. Anch’esso risale al quarto anno di liceo. Qui mi riconosco in pieno: nella prima pagina, infatti, disegnai due gatti a cui diedi addirittura i nomi Silvestrino e Silvestrina.
Sfoglio le pagine e dopo i gatti trovo Copernico, Keplero e Galileo. Terminati gli appunti su Galileo, scrissi: Galileo fa il furbetto e canta una canzone di Madonna. Immagino che queste parole debbano essere associate a un momento di grande stanchezza e di desiderio d’evasione. Chiedo scusa a Galileo, ovunque si trovi ora, nel Nulla o fra le stelle.

Davanti a me ho anche il quadernone di letteratura italiana del medesimo anno. Lo sfoglio velocemente, arrivo a Machiavelli e mi viene da ridere perché vicino al suo nome scrissi: ma Stefan è meglio. Arguisco che all’epoca consideravo questo Stefan più affascinante del buon Machiavelli. Noto poi che il nome Stefan ricorre più volte e in un caso è associato alla parola vichingo: w Stefan il vichingo!

Adesso non scrivo nulla del genere su libri e quaderni. Eppure qualcosa mi dice che non sono cambiata molto: come sfondo, sul desktop del mio pc, ho infatti l’immagine di un bell’uomo. Non si tratta di Stefan, ma il concetto è il medesimo.

(La foto è tratta da:http://www.paolodimaio.altervista.org/)

Svaghi un poco stravaganti


Era una splendida giornata estiva. Il sole, radioso, inondava il giardino e accarezzava i tigli e i cipressi, mentre il pomeriggio trascorreva lento e spensierato. Io e mia cugina, che aveva quattro anni più di me, eravamo rimaste a casa da sole. Non ricordo dove fossero andati i nostri genitori; ricordo soltanto che eravamo contente della loro assenza. Mia nonna, poi, dormiva in camera sua e quindi era come se non ci fosse.

Era agosto, eravamo bambine, eravamo libere dagli impegni scolastici, adoravamo l’estate e desideravamo divertirci. Quel pomeriggio, mentre stavamo sedute sotto il portico e io ammiravo il mio gatto bianco che si stava arrampicando velocemente su un albero, mia cugina, che ogni tanto partoriva dalla sua mente idee un poco stravaganti, d’improvviso mi trascinò in casa dicendo con aria solenne: “Sai, ho letto una ricetta molto buona. Adesso aspetta: ti faccio vedere!”. Andò in cucina, afferrò un piatto fondo, lo riempì di vino e aggiunse due grossi cucchiai di zucchero. Poi mescolò tutto e cominciò a bere dal piatto. Io la osservai sconcertata perché detestavo il vino ed ero convinta che con lo zucchero fosse disgustoso.
Dopo aver tracannato l’intero contenuto del piatto, mia cugina corse in bagno, tirò fuori il beauty-case di mia zia, prese un ombretto cremoso verde scuro e con esso iniziò a dipingersi tutto il volto. Poi, non paga di ciò, corse fuori, si gettò a terra e si mise a ridere a crepapelle, continuando per vari minuti.
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Passioni scatenate (III)


Donna: essere fragile, sospirante, ansimante e lacrimante. 8)
Come ho già scritto altre volte, nella telenovela Amor real la protagonista, Matilde, è particolarmente lagnosa nonché tonta e trascorre buona parte del tempo a piangere.
Uno dei momenti indimenticabili della telenovela è costituito dall’arrivo della suddetta eterna-piangente nella bella tenuta del marito. Ma andiamo con ordine. Dopo essere stata costretta a sposare il giovane e (troppo) muscoloso dottor Manuel Fuentes Guerra, peraltro dotato di ampi beni di fortuna mobili e immobili, la poveretta, che non sa darsi pace perché separata dal suo vecchio spasimante Adolfo Solis, privo di beni di qualsiasi genere, viene condotta dal focoso e irritatissimo marito nella tenuta di campagna, su un bell’altopiano messicano pieno di spinosi cactus. Durante il viaggio e all’arrivo, Matilde è terrorizzata: non le piace Manuel, ha paura di lui – ehm…sì…soprattutto dopo la prima notte di nozze -, si sente presa in trappola, si strugge per amore di Adolfo. Fin qui tutto normale, tenendo conto del concetto di normalità applicabile a una telenovela.
Quando però si trova per la prima volta nella sua nuova casa, Matilde che fa? Sentendosi sperduta, si reca alla finestra della sua camera, la spalanca, guarda il paesaggio notturno tutto buio e, con una voce simile a un belato e ovviamente singhiozzando, invoca suo padre e Adolfo. Li chiama attraverso l’aere, insomma, mentre loro sono a chilometri di distanza. :|

Altri momenti indimenticabili sono i due improvvisati tentativi di fuga di Matilde, soprattutto il secondo. Anche in questo caso è notte e ci sembra giusto: se si vuole fuggire senza dare nell’occhio, infatti, è sempre meglio attendere le ore in cui il sole se n’è andato e tutti i possibili rompiscatole dormono. Peccato però che Matilde si trovi su un altopiano semi-desertico, in una villa isolata, nel Messico della metà dell’Ottocento, senza mezzi di trasporto veloci e con altissima probabilità d’incontrare banditi una volta varcate le mura che proteggono la dimora. Vederla lì, al buio, mentre tenta di aprire il portone col suo fagottello in mano, e sapere che probabilmente non riuscirà nemmeno a orientarsi una volta uscita dalla proprietà di Manuel, lascia interdetti. Ma si sa, si vuole rappresentare la donna come un soggetto del tutto irrazionale, inguaribile vittima degli istinti del momento e incapace di riflettere sulle conseguenze dei suoi gesti.

Ora, pensate forse che Manuel non si accorga del fatto? Essendo una specie di mastino sempre all’erta per scongiurare i colpi di testa della moglie, riesce a recuperarla prima che sia troppo tardi anche grazie all’intervento di una domestica che lavora nella casa. E così Matilde torna in gabbia, singhiozzante e abbattuta.
Ma non finisce qui: le lacrime, infatti, continuano. 8) Alla prossima.

Passioni scatenate (II)


Come ho scritto in un altro post, non amo le telenovelas e ne ho viste soltanto due non interamente, più una decina di puntate di Cuore selvaggio. In queste ho notato il ripetersi di uno stereotipo: la presenza della donna-infermiera.
L’eroina, una fanciulla sospirante, avvolta in pizzi e trine, ingenua, lacrimante, onesta e impegnata a struggersi per amore, non fa altro che ricamare, prendere il tè e chiacchierare con altre femmine. Poi, a un certo punto della vicenda, il maschio della situazione viene gravemente ferito e lei olè!, d’improvviso si trasforma in un’esperta infermiera.

Ad esempio, in Amor real Manuel, il protagonista, viene condotto a casa pieno di sangue dopo che un disgraziato l’ha impallinato a dovere sperando che morisse. A questo punto che accade? Quella lagna della moglie Matilde, che piange in ogni puntata per i motivi più disparati, comincia a prendere catinelle colme d’acqua e panni bianchi e, prima dell’arrivo del macell…, ehm, del medico, opera con abilità sulla profonda ferita di Manuel improvvisandosi infermiera provetta. Naturalmente piange per tutto il tempo, ma in questo caso le sue eccessive lacrime hanno almeno un senso viste le condizioni del consorte.

Ora, se immagino me stessa al posto di Matilde – io però non piango per ventiquattro ore di fila tutti i giorni dell’anno -, temo che il povero Manuel morirebbe dissanguato perché, oltre a non essere infermiera, non saprei neppure improvvisarmi tale. Questa mia inettitudine, però, ha un lato positivo: farebbe terminare la telenovela in tempi assai ragionevoli, accorciandola di circa due terzi del totale. Il classico caso, dunque, in cui una mancanza o difetto si rivela invece un pregio.
Al di là di ciò, resta vivo l’importante quesito: fra i sogni segreti di molti maschi, aleggia forse la figura della donna-infermiera?

Fra pentole e padelle


Oggi qui a Modena si sta svolgendo la tradizionale fiera di S. Antonio, patrono degli animali, un appuntamento al quale è quasi impossibile mancare in parte perché la forza delle abitudini è tale da non ammettere deroghe, in parte perché, dato il clima invernale e la conseguente scarsa possibilità di svagarsi all’aperto, la fiera costituisce un’occasione per divertirsi spezzando così il gelo di giornate troppo fredde e grigie. Il 31 gennaio, poi, sarà la festa del nostro patrono, S. Geminiano, e anche in quell’occasione si ripeterà la medesima fiera, con più di cinquecento bancarelle provenienti da ogni parte d’Italia.

Ecco, proprio questo è un dato importante: gli ambulanti provengono da ogni parte della Penisola, e quindi abbiamo finalmente la possibilità di acquistare determinati oggetti a prezzi decisamente inferiori rispetto a quelli cui siamo abituati.
Oggi ho acquistato una padella di grandi dimensioni e di buona marca a 7€, grazie al fatto di averla comprata da un ambulante toscano. Ammetto di aver atteso la fiera apposta, perché mi serviva una padella nuova da aggiungere a quelle che già possiedo, ma non avevo alcuna intenzione di farmi freg…, ehm, di regalare troppo denaro a chi non lo merita.

Lo so: questo non è un argomento poetico. Ma nel prosaico svolgimento della vita quotidiana le umilissime padelle ricoprono un ruolo non trascurabile, per cui siamo tutti costretti a occuparcene, volenti o nolenti. Che ne sarebbe di noi, infatti, se non avessimo più padelle?

Pensieri liberi e forse inutili (III)


Avrei voluto scrivere un post sulla Befana, ma poi ho lasciato perdere. In seguito avrei voluto scrivere una riflessione sul mio insano desiderio di risolvere sempre ogni questione, di cancellare le oscurità e i dubbi che spesso avvolgono fatti e persone, ma poi ho compreso che oggi è meglio per me evitare di elaborare post. Mi sento stanca e annoiata, forse per colpa di tutte queste feste che hanno creato un po’ di caos nel ritmo delle mie giornate. Ho sonno ma non riesco a dormire, ho fame ma non ho fame, ho sete ma non ho sete, vorrei scrivere ma nel contempo non desidero farlo, vorrei leggere ma non desidero applicarmi. In sintesi: oggi sono un disastro totale – che vergogna!- e quindi termino qui, con la speranza di tornare in me stessa, fresca, attiva e razionale, entro domani mattina. :D

(In foto, Via Farini dopo la nevicata del 18 dicembre)

Passioni scatenate


Non amo le telenovelas ed evito di guardarle, però mi è capitato di vederne due a causa di mia nonna. :D La prima fu Bodas de odio, ossia Nozze d’odio, telenovela messicana prodotta dalla Televisa nel 1983 e poi, quando fu di nuovo mandata in onda in Italia nel 1994, ribattezzata con il titolo Matrimonio proibito. Proprio nel 1994, trovandomi in vacanza a casa di mia nonna che la guardava regolarmente, mi misi d’impegno, feci un fioretto e la seguii anch’io.

La storia, ambientata alla fine dell’Ottocento, è romantica e piena di passioni in parte scatenate ma soprattutto represse. Una gentil donzella aristocratica, Magdalena, s’innamora di un tenente dell’esercito privo di beni di fortuna. La famiglia di lei, piena di debiti ma orgogliosa del proprio alto lignaggio, non vuole saperne e, con vari intrighi che avrei la pazienza di spiegare soltanto dietro lauto compenso, e che quindi ora, mancando tale compenso, non spiego, lo fa rinchiudere in prigione e costringe la ragazza a sposare un uomo molto ricco, Alejandro Almonte, figlio illegittimo di un signore trapassato a miglior vita.

Il giorno delle nozze, la sventata e ingenua fanciulla viene raggiunta dal tenentino, guarda caso fuggito dal carcere proprio al momento giusto, e progetta di scappare con lui; ma il novello e freschissimo sposo Alejandro scopre tutto e, adirato per l’inganno – in effetti essere abbandonati subito dopo le nozze può suscitare qualche disappunto – , la trascina con la forza nella sua bella dimora di campagna. Qui il matrimonio procede alla meno peggio quando, con un colpo di scena degno appunto di una telenovela, giunge d’improvviso l’immarcescibile tenente che, ingannando Alejandro, si presenta come il nuovo amministratore della proprietà. :?
La sciocchina, turbata dall’arrivo del tenentino sotto mentite spoglie e assalita da dubbi vari, non sa che pesci pigliare finché scopre di essersi innamorata dell’odiato marito.

A questo punto il matrimonio entra in una nuova fase, ma quando pare che i due colombi abbiano finalmente raggiunto la serenità scoppia la bomba: Alejandro scopre la vera identità dell’amministratore e così si scatenano fuoco e fiamme, fulmini e saette. In una scena latina che più latina non si può, in preda ai peggiori furori della rabbia e dell’orgoglio ferito, un violentissimo Alejandro caccia la moglie coprendola d’insulti e ripudiandola. Fra l’altro costei è pure incinta – e ti pareva! – e ovviamente Alejandro, che non ha scritto in fronte “Giocondo” o, in altri termini, non viene giù dal monte con la piena, non crede più che il figlio sia suo (in realtà lo è perché Magdalena è donna d’onore, ma lui avverte il fastidioso peso delle corna sulla testa).
Da qui scaturiscono numerose avventure, alcune delle quali decisamente surreali, che non posso trascrivere per non rischiare di far sorgere il mal di testa a chi legge.

All’inizio di quest’anno ho saputo per caso che, nel 2003, la Televisa aveva girato il remake di Bodas de odio intitolandolo Amor Real. In Italia Amor real non è mai stata trasmessa, ma io, visto che mia nonna mi aveva fatto sopportare la versione precedente, ho deciso di guardarla in omaggio ai vecchi tempi e per pura curiosità. Così mi sono precipitata su youtube dove varie utenti messicane hanno caricato tutte le puntate in lingua originale.
Questa versione è senz’altro superiore a quella precedente sotto tutti i punti di vista – migliore caratterizzazione psicologica dei personaggi, migliore recitazione, maggiore logicità di alcune vicende – , però la protagonista femminile, Matilde, a differenza di Magdalena è una piaga di proporzioni immani perché non fa altro che piangere in ogni occasione. Non piange soltanto quando ha motivo di farlo, ma piange sempre, si commuove a ripetizione e si dispera per tutto: si ha l’impressione che da un momento all’altro, visto il tanto piangere e quindi l’abbondante perdita di liquidi, possa seccarsi e dissolversi.
Ci si chiede poi come faccia il protagonista maschile, che qui non si chiama più Alejandro Almonte ma Manuel Fuentes Guerra, a perdere la testa per lei considerando appunto che frigna un’ora sì e l’altra pure. Ma si sa, quelli erano altri tempi e alle femmine competeva il ruolo di soggetti deboli, tremanti e lacrimanti.

A differenza di Bodas de odio, qui certe situazioni sono molto meno sfumate e più violente rispetto alla versione precedente, ossia le passioni sono più scatenate e a tratti scatenatissime. Non a caso talvolta Manuel diventa intollerabile, come accade dopo la rottura seguita alla scoperta della finta identità dell’amministratore: a parte la terribile scena madre in cui lui la caccia con infamia minacciandola anche di morte, prima della sua riconciliazione con Matilde bisogna sopportare una lunga tiritera di recriminazioni, litigi, insicurezze, dubbi amletici, urla rompi-timpani e atteggiamenti odiosamente maschilisti che stimolano nelle spettatrici più evolute il desiderio di bastonarlo sulla zucca.

Ammetto ora la dura verità: non ho guardato tutta la telenovela perché un simile coraggio mi manca, e poi perché, in fondo, che male ho fatto io per meritarmi questo? Ho quindi saltato il pezzo in cui Manuel deve darsi alla macchia e Matilde lo crede morto per ben tre anni, evitando con gioia trenta puntate. Ma i pianti di Matilde, che singhiozza disperata persino quando Manuel le dice che la ama :o – giuro che è vero – , resteranno per sempre nella mia mente come ricordi indelebili.

Pensieri liberi e forse inutili (II)


Io avevo diciotto anni e mia cugina venti. Era un’afosissima giornata di luglio e decidemmo di partire per Bologna. Qui, non paghe di essere andate a trastullarci in una città afosa quanto quella da cui eravamo partite, fummo travolte dall’insano desiderio di salire sulla Torre degli Asinelli. Niente di male in ciò, se non fosse che ci arrampicammo sulla Torre alle 14 del pomeriggio, quando la canicola era insopportabile. Salimmo persino in fretta, quasi correndo e ridendo a crepapelle.
Vista l’afa, c’era ben poco da ridere.

Anche quest’anno qui a Modena, fra il 6 dicembre e il 6 gennaio, il trenino di Natale attraversa le vie del centro. In teoria – molto in teoria – è soprattutto riservato ai bambini, ma nella pratica anche alcuni adulti non disdegnano un bel tour del centro storico sui due graziosi vagoni. Fra questi adulti ci sono anch’io.

Stavo riflettendo sul fatto che, nonostante il trascorrere del tempo, sono rimasta un po’ bambina. Se a diciotto anni ridevo a crepapelle mentre salivo sulla Torre degli Asinelli nel bel mezzo di un’infuocata giornata estiva, adesso non rinuncio al giretto sul trenino di Natale. Nonostante poi io abbia un senso del pudore decisamente fuori moda su molte questioni, nel dedicarmi a certe frivolezze non provo invece alcuna vergogna.
Al di là delle letture psicologiche che si possono fare a proposito di tale condotta, e che io stessa faccio dandomi precise risposte, resta in me l’idea che sia tristissimo diventare adulti senza conservare una parte di sé ancora un po’ bambina.