
La giornata è squallida, umida, fredda. Eppure questo è il clima migliore per scrivere. Oscurità persino al mattino, pochissime voci, silenzi interminabili, la nebbia a sfumare i contorni: ci si rifugia in se stessi, è inevitabile. Ed è una fortuna saperlo fare. Ecco perché in questa stagione mi sento tanto privilegiata.
Tornano immagini senza che io le abbia cercate. Tornano da sole, prepotenti o forse soltanto sagge. Da bambina, quando guardavo fuori dalla finestra in una cupa giornata di novembre, provavo infinita tristezza e sognavo la primavera, le violette nei prati, il sole e le nuvole irrequiete di marzo e aprile. Adesso, invece, sogno i sentieri di collina invasi dalle foglie dorate e i monti in silenzio, devastati dalla malinconia di queste ore. Ma anche le grigie strade di città hanno un loro fascino strano, quasi volessero raccontare nuove storie e aprire varchi inaspettati.
Adesso la sera cala presto e, così, si diventa più austeri. Severi no, la severità giunge solo con l’inverno; ma si diventa più austeri per rispettare l’atmosfera e rispettare se stessi – e avere pensieri a farci compagnia.
Ormai sono chiare tante cose, forse troppe. Anche le foglie sanno e acconsentono.