
(ATTENZIONE: alla fine del post è presente una rettifica, datata 11/10/2010, riguardante il mio commento al film)
Trama
Amy (Ann Carter), una bambina sensibile e solitaria, non riesce a stringere amicizia con i suoi coetanei. Un giorno capita a casa di un’anziana e stravagante ex attrice, Julia Farren, che le regala un anello e le racconta che, grazie a esso, potrà esaudire un desiderio.
Il più grande desiderio di Amy è quello di avere un’amica. Un giorno, mentre gioca da sola in giardino, improvvisamente le compare una donna identica alla ex moglie del padre, Irina Dubrovna (Simone Simon), ormai morta da tempo. Intanto la bambina entra in conflitto proprio col padre Oliver (Kent Smith), che non tollera la sua strana condotta e i suoi accenni a questa nuova amica. La situazione rischia di precipitare drammaticamente ma tutto si risolverà, sia pure in maniera inquietante.
Commento
The curse of the cat people (1944) di Robert Wise, in italiano ribattezzato poco felicemente Il giardino delle streghe, doveva essere, nelle intenzioni del regista e degli autori, il seguito dell’horror Il bacio della pantera. In realtà è uno strano e irrisolto fantasy incentrato sul tema delle conseguenze psicologiche causate dalla solitudine nell’età infantile.
Nel film viene messa in risalto l’impossibilità di comunicazione fra Amy e tutti quelli che la circondano, sia adulti sia bambini. La sua incantevole innocenza, infatti, si scontra con il conformismo e la mancanza di fantasia degli adulti e con la malizia degli altri bambini, che non possono e non vogliono comprendere il delicato mondo di fiaba in cui lei si è rifugiata.
Fra i pregi del film, si possono ricordare alcune scene suggestive e molto poetiche, come quella in cui Irina compare per la prima volta in giardino a una stupefatta e sognante Amy, e quella in cui sempre Irina, la notte di Natale, si presenta nel freddo giardino innevato e porta un regalo alla bambina.
Tra i difetti, invece, si segnala il mancato approfondimento del difficile e ambiguo rapporto fra la vecchia attrice e la donna che vive con lei dicendo di esserne la figlia, e la conclusione troppo affrettata dell’intera vicenda. Si ha l’impressione, insomma, che alcune interessanti tematiche siano state affrontate troppo superficialmente, mentre avrebbero potuto aggiungere fascino e spessore al film qualora fossero state trattate con maggior cura.
Particolarmente interessante, a mio avviso, è il finale dell’opera perché, sebbene apparentemente lieto, risulta invece problematico. Dopo una notte in cui ha rischiato di morire, Amy torna a casa in braccio al padre che, una volta in giardino, le chiede se vede ancora la sua “amica”. Amy guarda verso un punto, vede Irina e, sorridendo, risponde al padre: “No”.
Amy ha imparato dunque a mentire. La sua innocenza è stata calpestata dagli adulti e dagli altri bambini, e così, dopo una serie di tristi avventure, ha compreso quanto possa essere controproducente la sincerità. A ben guardare, quindi, il suo sorriso nel rispondere al padre sancisce una volta di più la sua esclusione, la sua solitudine.
Film atipico, delicato, a tratti inquietante e struggente. Girato in bianco e nero, in televisione viene quasi sempre trasmesso a colori con un effetto visivo poco soddisfacente a causa del fatto che i colori, aggiunti a posteriori, sono freddi e troppo artificiali.
Voto: 7
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(11/ 10/ 2010,segnalazione e rettifica: il finale del film, nella versione che ho io doppiata in italiano, è diverso dall’originale. Nell’originale, infatti, la bambina risponde in inglese “sì” al padre che le chiede se ha visto Irina; nella versione che ho visto io in lingua italiana, invece, e che conservo registrata, la bambina risponde “no”. Appare evidente, dunque, che la parte del mio commento relativa al finale dell’opera è destituita di fondamento. Perciò è stata segnalata in questo modo).

