Limiti


Ieri un mio conoscente, chiacchierando con me di vari argomenti, ha detto di provare un enorme senso di colpa perché, in questo periodo, avverte dentro di sé il desiderio di abbandonare tutto e di fuggire, per starsene da solo e in ozio.
A mio parere, non bisognerebbe sentirsi in colpa quando certi impulsi ci colpiscono con tanta forza: è evidente, infatti, che alla base della volontà irrefrenabile di staccare violentemente dalla propria quotidianità vi siano motivi seri. Forse a volte tali motivi non sono tutti consci, ma esistono. Però, anche se non bisognerebbe, è normale avvertire il peso della colpa perché ciascuno di noi, nella vita quotidiana, è sottoposto a una fitta trama di doveri e di relazioni ineludibili.

So di aver scritto un’ovvietà. Però credo che talvolta, schiacciati come siamo dai troppi impegni dovuti a uno stile di vita eccessivamente frenetico, dimentichiamo persino le ovvietà, ossia il fatto che né il nostro corpo né la nostra mente possono sopportare troppo a lungo grandissimi stress. In una società dominata, in buona parte, da un forte individualismo e da un’accesa e talvolta feroce competizione, nonché dalla necessità di non fermarsi mai, spesso ci si sente in obbligo di eccellere, di mostrarsi sempre al meglio delle proprie possibilità, di apparire infaticabili. Così può poi capitare che qualcosa in noi si rompa.

Per evitare di arrivare a un punto di non ritorno, dovremmo sforzarci di accettare anche i nostri umanissimi limiti: non possiamo sempre fare tutto e bene, non possiamo fare in ventiquattro ore ciò che bisognerebbe fare in quarantotto. Sono altre grandi banalità, però a volte le nevrosi nascono dal dimenticarle.

Sopportare il dolore


Una citazione tratta dai Saggi di Michel de Montaigne può essere un’occasione per riflettere su un tema importante.

Quello che ci fa sopportare con così poca pazienza il dolore è il non essere abituati a trovare la nostra principale soddisfazione nell’anima, il non fare abbastanza conto di essa, che è sola e sovrana signora della nostra condizione e della nostra condotta. Il corpo ha, salvo il più e il meno, un solo modo di essere e una sola inclinazione. Essa è invece variabile in ogni sorta di aspetti e conforma a sé e al suo stato, quale che sia, le sensazioni del corpo e ogni altro accidente.

Fra spirito e materia


Adoro scrivere post ermetici e con toni poetici: suscitare emozioni in chi legge, svelare sentimenti per poi subito nasconderli, far emergere sottili trame dietro una nebbia più o meno fitta a seconda dell’umore. Tuttavia, nonostante questi rapimenti spirituali nei quali amo indulgere a lungo, sono costretta a fare i conti anche con le necessità materiali che l’esistenza m’impone. Non di solo spirito si vive: il corpo ha le sue esigenze e occorre rispettarle. Che intendo dire? Che occorre mangiare, non se ne può fare a meno se si vuole vivere. Ecco perché, dopo post tanto eterei, mi soffermo sui bisogni dello stomaco e scrivo una ricetta assai gustosa: petti di pollo all’arancia. :D

Si tratta di un piatto semplice da preparare ma molto buono. Prendete alcuni petti di pollo e infarinateli; dopo aver fatto sciogliere un po’ di burro in una padella – circa 50 grammi per 4 petti, ma ognuno si regola come crede – salateli e metteteli a cuocere. Quando hanno raggiunto un buon livello di cottura, aggiungete il succo di un’arancia spremuta -una sola dovrebbe bastare per 4 petti di pollo – e lasciate cuocere ancora un po’. In genere, durante la cottura, io aggiungo anche via via un po’ di farina, in modo che si formi una specie di deliziosa crema.
Un piatto delicato e saporito nello stesso tempo: lo consiglio. :)

Pensieri liberi e forse inutili


Mi è capitato spesso di vedere persone gonfie d’orgoglio per il fatto di svolgere, nel proprio condominio, la funzione di capo-scala. Nell’accenno di taluni a questa carica non onorifica, ho notato quasi sempre un atteggiamento inutilmente pomposo, un po’ come se dicessero : “Eh, sono il Presidente della Banca d’Italia!”.
Nelle città di provincia certi comportamenti sono frequenti. Il mio problema è però quello di non riuscire a dissimulare il fastidio che provo di fronte a tanta inutile spocchia. D’altra parte, un tempo si diceva che in Italia un sigaro e un titolo da cavaliere non si negano a nessuno.

Intanto sto leggendo e studiando i Saggi di Montaigne. C’entra qualcosa con la pomposità di certuni? No, ma oggi non desidero scrivere un post razionale e ben argomentato oppure poetico. Procedo per libere associazioni e anche per liberissime sciocchezze, perché l’eccessiva serietà può nuocere alla salute del corpo e dello spirito. D’altra parte anni fa studiai un saggio intitolato La salute di Montaigne.
Meglio che mi fermi qui, rischio troppe libere associazioni. Senza contare che sto anche pensando a un gran bell’uomo, che però non è Montaigne. Naturalmente la foto qui allegata non c’entra nulla con la pomposità, con Montaigne e con il bell’uomo al quale sto pensando.
Direi che questo è un post davvero ben riuscito. ;)