Freddo di maggio

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Nonostante  il  cielo  azzurro, sono  il  vento  e  il  freddo  ad  accompagnare  questa  insolita  giornata  di  maggio. Si  avverte  un  po’  di  delusione  di  fronte  a  una primavera  in  tono  minore, quasi  timorosa  di  esplodere  in  tutta  la  sua  gioiosa  e  inarrestabile  vitalità: troppi  giorni  di  pioggia  e  di  toni  smorzati, troppa  oscurità  e  troppa  incertezza.

Le  rose  tremano  al  vento, vittime  incolpevoli  di  questa  furia  cieca  e  irrazionale. Ma, d’improvviso,  verrà  un’altra  primavera, tranquilla, pacata, in pace  con  se  stessa  e  col  mondo; verrà  un’altra  primavera  a  cancellare  il  freddo  di  questo  maggio  irrequieto  e  scostante. E  nei  giardini  saranno  soltanto  fiori, fiori  avvolti  dal  silenzio – e  poi  la  quiete, e  poi  l’immenso.

Giorni di maggio

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Sono  strani  questi  giorni  di  maggio, sfuggenti  e  inquieti: il  sole  viene  e  va, i  temporali  smorzano  d’improvviso  la  luce  e   i  sogni, il  cielo  è  spesso  una  tempesta  di  dolore.

Maggio: il  culmine  della  primavera. Il  mese  delle  rose, dei  giardini  profumati, delle  fantasie  indulgenti, della  gioia  che  alimenta  se  stessa  attraverso  i  colori  e  le  passioni. Maggio: un  cancello  si  apre  a  svelare  un  sentiero -  ed  è  un  vortice  di  rosa  e  di  lilla, di  felicità  e  tristezza, di  passato  e  presente, d’infinito  e  oltre.

La pioggia del mattino

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Mattino: il  rumore  della  pioggia  in  un  sabato  d’aprile; e  portoni  che  sbattono, automobili  che  sfrecciano, la  vita  tutt’intorno come  in  un  giorno  qualsiasi. Ma  è  sabato  e  ci  si  sente  in  vacanza, ci  si  sente  in  diritto  di  essere  più  lenti  e  di  pensare  liberamente. Strano  aprile, questo: prima  un  freddo  quasi  invernale, poi  un  intervallo estivo,  oggi  l’incerta  oscurità  di  un  giorno  di  primavera  imbronciato  ma  sopportabile.

Pomeriggio: il  sole, il  cielo  trasparente, aprile  nonostante  tutto. Mi  manca  la  pioggia  leggera  del  mattino, quel  suo  cantare  sommesso – come  d’amica  fedele, senza  pretese, senza  rancore.

Giorni d’aprile

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Il  sole  appare  e  scompare, sommessamente; il  grigio  chiaro  del  cielo  sembra  sul  punto  di  dissolversi, ma  non  ha  abbastanza  forza  per  farlo. E  allora  si  sta  così, nell’incertezza  di  una  sospensione  che  non  crea  ansie  ma  soltanto  curiosità: ci  si  chiede  perché  aprile  sia  tanto  insicuro, forse  timido, forse  stanco. Lo  vorremmo  sfrontato, pronto  ad  ammaliarci  con  la  sua  gioia  di  vivere, coi  suoi  colori  ingenui  e  audaci  a  un  tempo. Lo  vorremmo  ribelle, entusiasta, addirittura  invadente  pur  di  essere  travolti dalla  sua  energia  e dai  suoi  tanti  sogni; vorremmo  che  ci  aiutasse  a  tornare  adolescenti, stravaganti, follemente  innamorati  dell’esistenza.

Invece  sono  giorni  strani, di  serenità  opaca,  enigmatica  e  lenta.

Ma è primavera

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Piove  ininterrottamente  ed  è  perfetta  serenità. Piove  ininterrottamente  e  ogni  singola  goccia  è  gioia, canto  armonioso, sussurro  privo  di  amarezza. Talvolta  la  quiete  arriva  d’improvviso, in  un  giorno  qualsiasi, come  d’incanto  inaspettato. Arriva  furtiva, s’insinua  con  pacatezza, trasforma  il  cielo  triste  in  un  compagno  affettuoso  e  comprensivo.

Piove  ininterrottamente, ma  è  primavera.

Sognando la primavera

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Il  sole  di  queste  giornate, dopo  la  breve  parentesi  della  neve, è  un  invito  a  sognare  la  primavera, un  richiamo  irresistibile  verso  i  mesi  che  verranno.  Per  me, la  primavera  non  è  tanto  una  stagione  che  ogni  anno  si  rinnova  quanto  un  ricordo, il  ricordo  quasi  incantato  di  un  tempo  molto  lontano. Durante  l’infanzia  e  la  prima  adolescenza, la  primavera  era    meravigliosa, qualsiasi  cosa  accadesse, qualunque  fosse  il  mio  stato  d’animo  del  momento: era  la  vita  innamorata  di  se  stessa  che  emergeva  dalle  gelide  oscurità  della  stagione  fredda, era  il  frenetico  ottimismo  del  cielo  felice, era  la  speranza  in  un’età  in  cui  si  sperava  sempre, a  prescindere  da  tutto  e  persino  contro  ogni  evidenza.

Allora  riuscivo  a  notare  ogni  sfumatura  della  primavera  perché  la  osservavo, la  vivevo, la  sentivo  dentro, era  parte  di  me: una  magnifica, splendente, ingenua  illusione. Ricordo  che  ogni  scusa  era  buona  per  uscire  da  casa  e  correre  via,  magari  soltanto  nel  parco  più  vicino; ma  era  abbastanza  per  lasciarsi  inebriare  dalla  fremente  vitalità  della  stagione  e  gioire  di  essa. Le  giornate  di  pioggia  erano  intervalli  malinconici, che  suscitavano  rabbia  perché  spezzavano  l’allegra  danza   delle  giornate  di  sole; tuttavia, anche  allora percepivo  uno  strano  fascino  nella  pioggia  primaverile, quasi  fosse  un  momento in  cui  comunicare  con  una  dimensione  misteriosa.

Adesso,  della  primavera  apprezzo  l’assenza  di  eccessi, i  momenti  impetuosi  ma  privi  di  cattiveria, gli  sguardi  obliqui  e  curiosi, l’irrefrenabile  desiderio  di  piacere, l’ingenuità  delle   tinte  pastello  che  riescono  a  colorare  persino  le  giornate  più  spente. Ma  ho  la  spiacevole  impressione  che  se  ne  vada  sempre  troppo  in  fretta, assorbita  dalla  prepotente  personalità  dell’estate. E  poi  mancano  certe  illusioni, senza  le  quali  la  primavera  non  può  più  essere  la  stessa.

(Nell’immagine  il  dipinto  In  giardino, di  Giuseppe  De  Nittis)

Tempo d’inverno

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E  così  è  davvero  inverno. Ma  poi  che  significa? È  il  tempo  delle  nebbie  gelide  e  fitte, più  cupe  di  quelle  autunnali, più  minacciose  e  torve, più  opprimenti  e  malsane. È  il  tempo  degli  sguardi  rivolti  verso  il  cielo  a  chiedersi  se  arriverà  la  neve  o  se  comparirà  un  po’  di  sole.

L’autunno  insinua, l’inverno  impone; l’autunno  suggerisce, l’inverno  non  lascia  scampo. Marrone  e  nero, grigio  e  bianco: pochi  colori  forti  e  decisi, nessuna  tenerezza, pochissime  sfumature. Eppure…

Eppure  è  il  tempo  dell’elaborazione  lenta, costante, faticosa. È  un  richiamo  al  dovere, alla  maturità, all’impegno  senza  interruzioni.

(La  foto  è  di  George  Hodan)

 

Mentre l’anno fugge via (2)

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Ricordo  bene  la  domenica  mattina, verso  la  fine  dello  scorso  novembre, in  cui  scattai  questa  e  molte  altre  foto. Era  una  mattina  cupa, una  tipica  giornata d’autunno  inoltrato, in  cui  il  grigio  senza  speranza  dell’atmosfera  era  interrotto  dallo  spettacolo  dell’agonia  della  natura. Il  silenzio, spezzato  a  cadenza  regolare  dal  passaggio  di  automobili, non  infondeva  malinconia, ma  appariva  come  un  segno  di  rispetto  di  fronte  a  qualcosa  di  tanto  grande  e  misterioso.

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C’è  una  bellezza  discreta  e  modesta  in  certi  giorni  d’autunno, una  bellezza  che  riesce  a  infondere  dignità  a  qualsiasi  strada. E  dignità  ai  pensieri, alle  memorie. Talvolta  l’autunno  diventa  un  invito  a  rispettare  la  propria  storia, il  proprio  percorso  esistenziale, e  ad  amarne  persino  gli  errori, le  cadute, i  dolori, esattamente  come  le  gioie  e  i  successi. Forse  perché, se  si  è  predisposti, questa  stagione  tanto  complessa  ci  pone  di  fronte  alle  verità  più  profonde  e  al  senso  di  ogni  cosa.

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Basta  guardarsi  intorno  con  attenzione  per  scoprire  poi  la commovente  vitalità  che  accompagna  questo  sfacelo: il  giallo  e  il  rosso  catturano  gli  occhi  e  la  mente, si  oppongono  alla  tristezza  del  cielo, accompagnano  con  generosità  anche  i  passanti  frettolosi  e  distratti.

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Passaggio a novembre

Ottobre  se  ne  va  piangendo, quasi  disperato. E,  come  sempre,  è  stato  troppo  breve, almeno  per  chi  lo  ama  intensamente  e  ne  apprezza  le  infinite  sottigliezze.  Ma  ottobre  è  anche  uno  stato  dell’anima, un  modo  di  pensare, un  brivido  che  percorre  il  corpo  e  la  mente  lasciando  una  traccia  indelebile  dietro  di  sé, come  a  voler  resistere  a  dispetto  di  tutto.

Novembre  è  l’autunno  che  non  teme  più  di  ferire  e  lacerare. Ottobre  suggerisce, invita, sussurra, svela  e  nasconde  nello  stesso  tempo; novembre  racconta  con  voce  pacata  ma  chiara, mostra  i  suoi  dolori  apertamente,  non  ha  più  nulla  da  temere.  Eppure  è  dolce  persino  nelle  mattine  più  gelide, quando  il  cielo  è  stremato  dalla  tristezza  e  gli  alberi, ormai   spogli,  sembrano  chiedere   pietà   a  chi  passa  indifferente.

D’improvviso

Oggi  è  diverso. Oggi  è  davvero  autunno: il  grigio, sebbene  non  troppo  cupo, è  intenso,  e  l’aria  umida  lascia  indovinare  il  freddo  che  verrà. Ma  l’atmosfera  è  sospesa  e  d’improvviso  il  cielo  appare  più  chiaro, come  se  volesse  scusarsi  per  il  suo  malumore. Ottobre  sa  essere  cortese  persino  quando  è  colmo  di  dolore.