Sta nevicando

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Quindici  giorni  fa, ho  passeggiato  lungo  viali  pervasi  dalla  struggente  e  delicata  bellezza  dell’autunno. Questa  sera, invece, sta  nevicando: è  vento, è  gelo, è  inverno.

Domani  preparerò  gli  alberi  di  Natale  e  perderò  ore  ad  addobbare  la  casa. Ma, con  la  neve  fuori, forse  sarà  più  piacevole  farlo. Per  ora, nel  pensare  al  Natale  e  a  tutto  ciò  che  comporta, mi  torna  in  mente  una  poesia  di  Giuseppe  Ungaretti.

NATALE

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

(In  alto, una  foto  scattata  da  me  tre  anni  fa)

Ad agosto, senza impegno

Agosto  mi  è  sempre  sembrato  un  mese  lunghissimo  e  lento. Questa  percezione  è  probabilmente  effetto  dell’atmosfera  spensierata   che  lo   percorre  ininterrottamente: ci  si  sente  un  po’  in  vacanza  anche  se  si  lavora  o  si  studia, e  spesso  la  mente  fugge  lontano  a  immaginare  prati  fioriti  o  spiagge  assolate, a  seconda  dei  gusti.

Questa  mattina, per  la  prima  volta  dopo  tanto  tempo, sono  uscita  con  calma  per  fare  un  po’  di  spese. Passeggiare  senza  dover  correre  per  rispettare  tempi  prestabiliti  è  già  una  vacanza, un  privilegio  da  sfruttare  in  pieno. Inoltre  la  città  non  è  deserta,  cosa  che  la  rende  meno  ostile  nonostante  il  clima  africano.

La  prima  tappa  della  mia  passeggiata  mattutina  è  stata  la  libreria. In  seguito  e  nell’ordine: profumeria, negozio  di  biancheria  per  la  casa, negozio  di  dolci, negozio  di  abbigliamento  e  farmacia. Alla  fine  di  questa  specie  di  tour  mi  sono  ritrovata  piena  di  borse  e  pacchetti, tanto  da  tornare  nella  mia  amata  dimora  stanchissima  e  grondando  sudore  a  volontà.

Adesso  me  ne  resto  tranquilla  in  casa, non  avendo  alcuna  intenzione  di  affrontare  il  caldo  torrido  che  ha  preso  possesso  della  città  e  che  pare  intenzionato  a  non  mollare  la  presa. E, per  non  pensare  ai  disagi  causati  dall’afa, osservo  queste  delizie, estasi  per  gli  occhi  e  per  il  palato:

 

Il passaggio


Per prima cosa, molta calma. Oggi è un giorno festivo e quindi è bene evitare di correre e affrettarsi inutilmente. Il sole rallegra l’atmosfera nonostante il freddo rigido e, mentre il pomeriggio trascorre lento, termino di addobbare la casa in vista delle feste. Nel corso degli anni ho accumulato una così grande quantità di oggetti fra ghirlande, sfere colorate, casette, scatole decorate e ninnoli vari che potrei andare al mercato e improvvisarmi commerciante vendendo tutto.

Oggi non esco perché, a causa della festa, il centro storico è pieno di gente impegnata a fare la solita “vasca” e a guardare le vetrine. Io preferisco immergermi nell’atmosfera natalizia e invernale durante i giorni feriali. Abitando a due passi da Via Emilia, infatti, posso uscire in tutta tranquillità nel tardo pomeriggio e, senza dover sopportare la folla scomposta e urlante, posso passeggiare nella nebbia, guardare le luci colorate, attardarmi davanti a qualche vetrina, osservare il trenino di Natale che compare d’improvviso nell’oscurità come se arrivasse dall’Altrove.

Siamo in uno dei più bei periodi dell’anno. Il passaggio dall’autunno all’inverno è un invito a proseguire più intensamente ciò che è già iniziato con la stagione delle foglie morte: pensare profondamente, ascoltare l’interiorità, progettare in attesa della rinascita di primavera.

Cambiamenti


Il pomeriggio è luminoso, ma finalmente il sole si è addolcito: pallido e un po’ stanco, è bellissimo nel suo languore.
L’autunno è arrivato. Si nota dalle timide ombre che invadono la stanza nonostante l’ora e la luce. L’autunno è arrivato e oggi è uno splendore di serenità.

Cambia la stagione e si avverte il desiderio di rinnovarsi per affrontare al meglio le settimane che verranno, il grigio che avanzerà e il buio dei mesi più cupi. In questi giorni, a casa mia ho fatto alcuni piccolissimi cambiamenti, rivestendo il divano della mia camera e le poltrone della sala con fodere nuove. In più, ho in programma di dipingere le pareti della mia stanza e, a tale riguardo, ho già comprato la tinta. Nulla di radicale e d’importante, dunque, ma lievi modifiche che simboleggiano un profondo desiderio di novità.

Il piacere dell’accumulo


Tempo fa, scrissi un post narrando le gesta di un simpatico signore che aveva l’abitudine d’inventarsi storie a dir poco stravaganti.
Quest’uomo aveva una mania tipica di alcuni nostri nonni e padri qui in Emilia: raccogliere oggetti gettati via da terzi e accumularli senza pietà. In questo, il signore di cui sto parlando era un vero maestro, e alcune sue modalità d’accumulo forse oltrepassano quelle umarelliche autentiche.

Comprendo che quanto scriverò risulterà incredibile ad alcuni lettori, ma posso assicurare che si tratta della pura verità. Quest’uomo, che abitava all’ultimo piano di un bel palazzo elegante, riuscì a portare in casa da solo – non si sa come – due vasche da bagno vecchie, due bidet e due grossi bidoni di catrame per fortuna vuoti. Poi collocò l’intero ambaradan sulla sua terrazza, in bella vista.
Ovviamente non si limitò a questo, ma riempì le vasche, i bidet e i bidoni di terra e ci piantò i fiori. :? In seguito costruì una sorta di capannina, sempre sulla terrazza, e ci fece una doccia. Non che gli servisse, dato che casa sua era dotata di un bel bagno con tutto il necessario, ma gli venne tale ghiribizzo e nessuno riuscì a fermarlo. Non pago di ciò, arrivò pure a mandare in funzione la doccia, bagnando il soffitto della sala dell’inquilina che abitava sotto di lui.

Quest’uomo aveva anche un posto-macchina nel garage condominiale. Perché mai non avrebbe dovuto scatenarsi anche lì? E infatti riempì l’area di materassi, biciclette, letti vecchi e addirittura grandi insegne con scritte tipo “Coca-Cola” e affini, accatastando tutto.
Morale della storia: gli inquilini del condominio, stanchi di quel gran caos, lo denunciarono e chiamarono l’Ufficio d’Igiene per far portare via ogni cosa.

Siccome quest’uomo non voleva però perdere le biciclette che aveva raccolto con tanto amore, chiese a mio padre di “ospitarne” quattro nella nostra cantina, che è molto grande. Così, dopo che tutti gli oggetti che aveva ammassato con ammirevole costanza finirono al macero, riuscì almeno a conservare qualche bicicletta. :D

Un ex inquilino del palazzo in cui vivo io, invece, giunse a portare in solaio addirittura una moto. Ma questa è un’altra storia e la racconterò in futuro. 8)

Immobile e contento


Il cognato di mio nonno, ormai deceduto da molti anni, era un tipo singolare. Il suo divertimento maggiore, nei momenti di riposo dal lavoro, consisteva nello starsene seduto per ore, muto e tranquillo, senza fare altro che pensare e guardare le montagne tutt’intorno. L’idea di fare una gita o di muoversi, anche senza andare troppo lontano, non lo sfiorava neppure.

Una volta un suo conoscente, colpito da tanta fissa immobilità, gli chiese perché di domenica se ne stesse invariabilmente lì, davanti alla porta di casa, senza sentire il bisogno d’allontanarsi un po’. Lui, tranquillo come sempre, rispose più o meno così: “Vedi, tutte queste persone che prendono la macchina, girano e si affannano tanto per andare chissà dove, questa sera dovranno tornare a casa. Dunque faticano per niente”. :D

Oggi, mentre leggevo un libro sul Medioevo e stavo riflettendo sull’ideale della stabilitas, non ho potuto fare a meno di ripensare alle sue affermazioni. Ecco, se dovessi collocarlo con la fantasia in un’altra epoca storica, sceglierei senza dubbio i secoli dell’Alto Medioevo.

Il tempo del riposo


Che sia concesso almeno il tempo del riposo. Dopo aver dato il meglio di sé nel gran teatro del mondo, dopo aver indossato abiti sontuosi, dopo aver celato noia e insofferenza, sia consentito tornare a casa, chiudere le porte e lasciarsi abbracciare dal silenzio.
Che sia concesso, almeno qualche volta, rendersi invisibili.

(Nell’immagine il dipinto Donna Franca, di Giovanni Boldini)

Passaggio


Ci si augura che in ogni casa vi sia abbastanza luce; si spera che il silenzio sia lo specchio fedele d’un momento di pace.
Nessuna giornata trascorre invano, nessun passaggio è privo di senso. Neppure il cielo scuro, che accompagnerà l’arrivo di gennaio, potrà cancellare tracce di rosa e di speranze.
Quando tornerà la primavera, non saranno soltanto i fiori a parlarci di vita e a suscitare incanti.

Buon anno a tutti. :)

Festa e fantasia


C’è il trenino instancabile che percorre le vie del centro con meticolosa regolarità e ci sono i mercatini: niente di spettacolare, ma senz’altro sufficiente a regalare un po’ di colore al mese di dicembre.
Abitare in centro storico, in una di queste case tutte attaccate le une alle altre, è un privilegio nel periodo natalizio perché, nonostante il clima rigidissimo e le giornate brevi, non ci si sente mai soli: basta guardare attraverso i vetri d’una finestra per vedere luci e persone e negozi aperti.

L’immagine che apre questo post mostra però una realtà del tutto differente: un incanto sospeso in una dimensione senza tempo, un sogno e una fantasia segreta. La casa splende di luce e arde di calore, nessuna stanza è costretta al buio e il cielo è addirittura percorso da delicati toni di rosa: sono tutti ottimi presagi, sono segni di speranza, sono doni lasciati a chiunque sappia coglierli.

Fra presente e passato


Questo dipinto mi ha attratta fin dalla prima volta che l’ho visto, perché subito ha evocato in me ricordi d’infanzia. Sono stati il muro giallo della casa e la cupa atmosfera autunnale a farmi tornare indietro, a quando avevo sei anni. La casa assomiglia vagamente all’edificio della scuola che frequentai in prima elementare, e l’autunno mi ha ricondotta ai primi mesi dell’anno scolastico.
In realtà, a parte questi scarni dati, nel dipinto non vi è nient’altro a riconsegnarmi alla memoria quei giorni lontani. Ma ciò basta per farmi avvertire un brivido e un senso d’inaspettata nostalgia. Ad attirarmi è anche una certa dignitosa compostezza dell’insieme, una calma di fondo che sembra temperare lo squallore della stagione.

Mi sembra poi di vedere novembre, con la sue infinite tristezze e le serate lunghissime e scure. Vedo novembre, l’infanzia, giorni lontani, nebbie e silenzi. Vedo novembre perché l’estate mi ha stancata.

(Il dipinto è La visita di Silvestro Lega)